Gaetano Immè

Gaetano Immè

mercoledì 22 aprile 2020


PERCHÉ’ CRAXI AD HAMMAMET E ALDO MORO AL CIMITERO DI TORRITA TIBERINA ?


Dopo i tasselli mancanti, ritrovati e sistemati dal lavoro della 2° Commissione Moro (la terza in tutto, dopo la Commissioni Stragi e poi la Commissione Moro 1), che ha eseguito indagini ed esperimenti mai in precedenza eseguiti perché insabbiati e tralasciati, si può, anzi, “si deve dire sempre con maggiore insistenza “la verità più credibile “

(non la “verità dicibile” costruita a tavolino dalle Brigate Rosse e dalle istituzioni italiane, nota come “Memoriale di Morucci e Faranda”, una colossale menzogna)
ossia che “l’operazione Fritz”, ossia l’operazione  Aldo Moro,  era stata predisposta e decisa da un “ intrigo internazionale” – a motivato parere di chi scrive, elaborato, creato, ideato ,ordito dal  “Patto di Varsavia”, realizzato  dalla Stasi, nel quale le Brigate Rosse erano solo “  pura manovalanza“(non “ contavano niente”)  -  che la lunga prigionia  e il processo del popolo a Moro servirono per consegnare al Patto di Varsavia il “ dossier segretissimo Stay Behind” della Nato, sottratto,  trafugato dalla cassaforte del Ministero della Difesa durante i giorni della sua prigionia,  per  trasformare, così,  Moro, agli occhi dei servizi segreti del mondo , da “ prigioniero dei suoi aguzzini” a “pericoloso delatore di  indicibili e segretissimi piani  militari difensivi della Nato”, un pericolo da eliminare.

Craxi sposò la così detta “linea umanitaria”, contrariamente alla linea della assoluta fermezza decisa dal Pci e dalla Dc e che su tale assunto, avviò anche due distinte trattative per ottenere la liberazione di Moro vivo, sia a Roma -  tramite Signorile e gli ambienti “trattativisti delle B.R.” (Piperno, Pace, Scalzone, eccetera) -  sia a Milano, tramite Guiso, Bonomi, persino Vallanzasca, entrambe fondate sullo scambio fra “brigatisti scarcerati” e “Moro vivo”.

Ma neppure in questa circostanza la figura di Craxi assume una valenza politica lineare, univoca.

Infatti, in quegli anni (1977/1978) mentre Craxi stava portando il Psi sulla linea “dell’eurosocialismo”, con Willy Brandt, per emarginare politicamente, il Pci e la sua via all'eurocomunismo, il colonnello del Sismi Giovannone spingeva affinché le organizzazioni terroristiche palestinesi, specie il Fplp, intermediassero con le B.R. per far liberare Moro.

Ma il filo medio-orientale passava per le mani del Psi e di Craxi, che mise in piedi, infatti, non una, ma due trattative umanitarie.  

Perché Craxi, tramite l’avvocato Guiso, disponeva o poteva disporre di   un “canale diretto” fra la “prigione del popolo”, dove era detenuto Moro, e il Psi. Solo Craxi poteva contare su questa potentissima leva.

Ma Fplp aveva rifiutato di intervenire sulle B.R. per indurle a salvare Moro e tutti sapevano che le B.R. non avevano alcun potere decisionale nell'affare Moro, che tutto era diretto dal “Lupo” ossia da Wolf, il potentissimo capo della Stasi, tutte le organizzazioni terroristiche palestinesi, Fplp compreso, dipendevano e collaboravano con la Stasi e con il Kgb
.
Credibile che Craxi ignorasse che fu su disposizione proprio del “Lupo Wolf” che, durante i giorni della prigionia di Moro, tutte le “fonti informative” che relazionavano i nostri servizi segreti, come la famosa “fonte Damiano”, sui rapporti fra terrorismo palestinese e Italia, vennero “silenziate” e che ripresero solo dopo l’uccisione di Moro?
Per quale motivo, allora, Craxi volle proseguire in quei suoi due tentativi?
Decisione encomiabile, sotto l’aspetto umano, ma assurda, contraria ad ogni logica sotto l’aspetto politico.

Ora più volte Craxi, sull'argomento delle due trattative ha sostenuto che furono fatte fallire quasi, come si usa dire, “in dirittura d’arrivo”.

E da chi?  E come? Niente, da parte di Craxi solo “allusioni”, tetre prospettazioni di foschi, scenari, ma fatti, zero. 

Stando così i fatti, mentre è logico che Oscar Luigi Scalfaro si sia opposto alla richiesta del Presidente della Commissione Stragi, On. le Giovanni Pellegrino, di effettuare una trasferta in Tunisia, ad Hammamet, per “raccogliere la collaborazione di Craxi” alle indagini su Moro, non è assolutamente comprensibile il motivo per cui Craxi non abbia mai sentito il dovere di rilasciare almeno una intervista, fra le migliaia concesse, che facesse chiarezza sugli esiti delle sue due trattative.

Quale altra risposta si può ragionevolmente dare a questa domanda, se non che Craxi si era impegnato a non rivelare nulla che potesse nuocere al Pci anche da Hammamet e che quel suo impegno era la base del suo accordo con la Magistratura italiana che gli consentì di scappare in Tunisia? 

Gaetano Immè e Tanino da Ortigia                                                     



martedì 7 aprile 2020


A OGNI EMERGENZA GLI ITALIANI PERDONO DIRITTI CIVILI E LO IGNORANO


“Potere” o “Stato naturale e liberale”?

Ma poiché prevale il “pessimismo antropologico”, condensato nell'ammonimento di Plauto “homo, homini lupus” e a “governare” un Paese non ci andranno mai “gli angeli”, allora anche il pensiero liberale ha dovuto accettare una limitazione dei diritti naturali dell’uomo, assegnando “allo Stato -  una creatura mitologica nata come strumento di tortura contro l’uomo libero – un limitato monopolio dell’uso della forza e della violenza di cui i singoli si sono privati.  

Ecco emergere la insuperabile differenza fra il pensiero liberale, quello dei così detti “democratici” e quello, orrendo, dei così detti “socialcomunisti”.

Per i liberali lo “Stato” deve servire solo a garantire ad ogni uomo la vita, la libertà di opinione, la libertà di impresa. In una parola, “i diritti civili”. Le altre correnti di pensiero – democratici e socialcomunisti -  hanno reso “lo Stato” sempre più invadente, sempre più Leviatano, sempre più uno strumento creato per opprimere, per soffocare ogni popolo naturale e libero, con scopi non essenziali alla vita dell’uomo, quali, per il pensiero democratico, i “diritti politici” – che nascono dal soffocante regime di ogni “stato, fattosi potere” e dunque nati per cercare di limitare la sudditanza dell’uomo libero al potere costituito -  e, per i socialcomunisti, i “ diritti sociali”- che nascono non dall’uomo libero, ma mirano a ingabbiare l’uomo libero per farlo diventare “uguale” agli altri uomini, come accade con l’egualitarismo per legge o per costituzione, una bestemmia contro la libertà naturale dell’uomo.

Perché, allora, oggi, con l’emergenza del Covid19 molti trovano rifugio nella “Patria” e fioccano i “ce la faremo”, fioccano e piovono i “dimostriamo di essere un grande paese”?

Perché quando entra in gioco questa “gabbia ideologica”, la “Patria”, scappano i diritti civili, spariscono le libertà fondamentali dell’uomo, vengono cancellate e al loro posto sorge questo “strumento di ogni Levitano”, la “patria”, solo un artificio del pensiero socialcomunista che pretende di trasformare un “uomo libero e naturale” in un “uguale agli altri” e, pur di riuscirci, indottrina, ottunde, schiaccia, opprime, soffoca l’uomo e le sue libertà.

Se l’umanità è una sola ed è composta da uomini sempre liberi, la “patria” diventa una gabbia dentro la quel rinchiudere, come in una gabbia, un uomo libero per farlo uscire, dopo averlo torturato, uomo uguale agli altri e prigioniero, oppresso.

Ecco, dunque, perché, davanti all'emergenza Covid19 si ricorre a soggiogare la mente dell’uomo libro con il rituale del patriottismo che intanto cancella li libertà naturali dell’uomo, lo disorienta, lo sgomenta, lo intimorisce fino al punto di farlo diventare una preda facile del potere omologante, del conformismo.

Lo “stato-nazione”, un qual certo “sovranismo” nasce proprio nei momenti di peggiore crisi, nei momenti delle emergenze, belliche o, come questa che stiamo vivendo, di carattere epidemico. Il “potere” usa la destabilizzazione umana per credere all'uomo ormai in catene che “lo stato-patria” provvederà alla sua salvezza.
L’eterogenesi dei fini è completata: tu rinuncia alle tue libertà naturali ed io “potere Leviatano” ti salverò.

Ecco il “sovranismo” che ci ucciderà, perché ormai siamo diventati cittadini di un villaggio unico e globalizzato e perché la globalizzazione non è finita con il Covid19.
Dovremmo prepararci a un una “vita nova”, che ci proporrà sempre più situazioni emergenziali e nuove da affrontare.

Se continuiamo a credere che solo alla “patria”, al Leviatano noi possiamo affidarci per uscirne vivi, il nostro destino di schiavi del Leviatano è segnato, saremo tutti figli e schiavi di un Levitano, tutti suoi parassiti.

Ma esiste vita, senza le libertà fondamentali dell’Uomo?

Roma, 7 aprile 2020

Gaetano Immè e Tanino da Ortigia


giovedì 19 marzo 2020



LEGA NORD DI SALVINI, UNA BANDA DI LADRI. INSIEME AL PD


La così detta “questione meridionale”, male atavico e secolare dell’Italia, non solo non è stata mai curata, mai risolta e nemmeno rattoppata, ma ormai è diventata un tumore inguaribile, che nessuno pensa di curare, di eliminare,  del quale la stampa si guarda bene dall'informare l’opinione pubblica, ma che , oltre tutto,, dopo la legge 42 del 2009 di Calderoli ( Federalismo fiscale) , Salvini e la sua Lega al Governo del 2018, sfruttando  vergognosamente  la pochezza intellettuale e culturale dei suoi sodali  grillinI, ha posto il problema della “ autonomia differenziata” al centro del “ famigerato contratto di Governo”


Metto un poco di ordine.


Il riconoscimento di forme di «autonomia differenziata» ai sensi dell'articolo 116, terzo comma, della Costituzione si è imposto al centro del dibattito istituzionale sul rapporto tra Stato e Regioni a seguito delle iniziative intraprese dalle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, che si sono registrate nella parte conclusiva della scorsa XVII legislatura. Il 28 febbraio 2018, il Governo all'epoca in carica ha sottoscritto con le regioni interessate tre distinti accordi preliminari che hanno individuato i principi generali, la metodologia e un (primo) elenco di materie in vista della definizione dell'intesa. Gli Accordi preliminari del 28 febbraio 2018 prevedono (art. 2 delle Disposizioni generali) che l'intesa abbia una durata decennale, potendo comunque essere modificata in qualunque momento di comune accordo tra lo Stato e la Regione, "qualora nel corso del decennio si verifichino situazioni di fatto o di diritto che ne giustifichino la revisione"
.
Abbiamo così assistito ad un profluvio di dichiarazioni ridicole da parte di Salvini e di Di Maio , con Salvini che dichiarava come “ con l’autonomia differenziata il Paese non perderà mai più i soldi europei che il Sud inetto ha sempre perso”  , mentre Di Maio , quando non era affacciato  a qualche balcone per annunciare di avere sconfitto la povertà, era tutto occupato, il genio assoluto, nell'ammonire che l’autonomia differenziata era uno dei punti cardini del “ contratto di Governo” sottoscritto con Salvini.

Già vi erano state delle rimostranze contro questa “autonomia differenziata” in sede politica Parlamentare, tali da far nascere una “indagine conoscitiva” in seno alla Commissione Finanze della Camera e di Maio che s’inventa? Non ci ha capito una mazza e non fa altro che avallare i ruggiti di Salvini, deve guadagnarsi la sua benevolenza per far varare il “reddito di cittadinanza”. Di Maio! Quello che aveva sconfitto la povertà! Quello che per una cadrega firma clausole vessatorie a favore di una Srl, quella di Casaleggio! Di Maio, un “clown” di quel Circo Barnum che è la “piattaforma Rousseau”. Per Di Maio la questione meridionale nemmeno esiste, la gente come questo genio assoluto e come la gente siciliana che lo ha votato nemmeno s’immagina come “questione meridionale” deve diventare la grande questione nazionale, se non si vuole cedere il futuro dell’Italia nelle mani di quella banda di disonesti ladroni leghisti del Nord Est.

Con l'inizio di questa nuova XVIII legislatura, tutte e tre le regioni con le quali sono state stipulate le c.d. pre-intese hanno manifestato al Governo l'intenzione di ampliare il novero delle materie da trasferire, mentre, altre regioni hanno espresso la volontà di intraprendere un percorso per l'ottenimento di ulteriori forme di autonomia (Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria, Marche e Campania). 

Sono in tal modo riprese le trattative tra le tre regioni e i Ministeri interessati “ratione materiae” nell'ambito dell'attività di coordinamento in capo al Ministro pro tempore per gli affari regionali.

E così, nella Nota di aggiornamento al DEF 2019 viene riferito l'impegno del Governo a portare avanti il processo di attuazione del federalismo differenziato.

Il 17 ottobre 2019 presso le Commissioni I e V della Camera, il Ministro per gli affari regionali ha evidenziato l'intenzione del Governo di ripartire dal lavoro svolto sinora.
Cambia il Governo, cambiano i partiti politici al Governo, sparisce dal Governo Salvini, ma l’agenda politica, ma il regionalismo differenziato è ancora lì.

Cacciato via Salvini dal Governo, ci pensa il PD a sostenere il provvedimento più voluto da Salvini e dalla sua Lega Nord, quell'assurdo provvedimento che mira a creare un Paese a due velocità, con Regioni che con le risorse a loro disposizione saranno capaci di garantire servizi ai loro cittadini e regioni che non saranno in grado di offrire quegli stessi servizi, costituzionalmente garantiti.

Con la legge quadro di Boccia — Ministro per gli affari regionali in quota Pd — l’unico elemento di novità rispetto al disegno leghista è la determinazione, nelle materie oggetto di attribuzione, dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP) o degli obiettivi di servizio uniformi su tutto il territorio nazionale e dei fabbisogni standard.

Cosa sono i Lep?

La legge delega 42/2009 sul federalismo fiscale prevede che il finanziamento delle spese relative ai LEP sia commisurato a fabbisogni la cui quantificazione dovrebbe avvenire con riferimento ai costi standard associati alla loro erogazione in condizioni di efficienza e appropriatezza su tutto il territorio nazionale.

I LEP garantiscono i livelli minimi delle prestazioni che devono essere garantite ai cittadini.

Ciò vuol dire che in determinate regioni il massimo che lo Stato potrà offrire è il minimo di un servizio costituzionalmente garantito.

Ma i LEP sono ancora tutti da definire.

E se entro questi dodici mesi i LEP non vengono definiti?

Si procederà egualmente con l’autonomia richiesta dalla regione, ossia si perpetuerà quel furto con scasso, con il “piede di porco” della “spesa storica” con cui, dal 2009, la Lega ladrona di Salvini ruba ogni anni al Mezzogiorno 61 miliardi di Euro.

Non è ammissibile, non è accettabile!

Bisogna strillarlo forte che l’unica priorità strategica dell’Italia è creare investimenti infrastrutturali nel Mezzogiorno, per instradarlo verso uno sviluppo, dopo che la Lega ladrona lo ha derubato da più di dieci anni, come ho dimostrato nel mio precedente articolo sul mio blog ( www.gaetanoimme.com )

Bisogna apprendere dalle elezioni in Germani dove l’ultra-destra ha sfiorato il 30% perché si è nutrita delle frustrazioni della sua popolazione del Sud tedesco, che era la Germania dell’Est, dove la gente chiede salari e pensioni eguali a quelli dei tedeschi dell’Ovest.

Se vogliamo battere in Italia questo nazional populismo di estrema destra non dobbiamo più seguitare a lisciare il pelo al Nord Est veneto ladrone, facendolo diventare sempre più ricco e prepotente con i fondi che ruba al Mezzogiorno con la destrezza di un “compare del gioco delle tre carte”, vanto una volta di Forcella, ma oggi più di casa a Treviso e a Verona.

Gaetano Immè e Tanino da Ortigia


mercoledì 18 marzo 2020


LEGA NORD DI SALVINI, UNA BANDA DI LADRI


Uniamo certamente gli sforzi di tutti  per provare a lasciare ai nostri figli e nipoti un Paese  dove si possa vivere, non solo sopravvivere, ma niente “Fratelli d’Italia”, niente “ Patria da difendere”, niente  a che spartire con chi canta oggi “ bella ciao” o “ l’inno nazionale ”, solo patetici  tentativi di sentirvi pecora nel branco tricolore, di sfruttare le forza del branco non avendo dentro di voi le risorse necessarie per sopravvivere, senza  un branco che vi tranquillizzi  e senza chi pensa per voi, i pastori.

La questione del Mezzogiorno deve essere affrontata e stavolta in maniera definitiva, basta furbate, imbrogli, truffe, appropriazioni indebite padane, basta con questo Nord ladrone.

La crudele realtà è la seguente: le regioni del Nord (Veneto, Lombardia su tutte), dal giorno in cui fu varata la Legge numero 42 del 2009 – il federalismo fiscale – con la conseguente modifica dell’articolo 119 della Costituzione, hanno perpetrato uno scippo di stato ai danni del Mezzogiorno pari a 60 miliardi di euro ogni anno per il periodo che va dall'approvazione del “ federalismo fiscale”, ossia dal 2009 ad oggi e mentre il Nord banchettava rapinando il Mezzogiorno di 60 miliardi l’anno, con il Governo del 2018 di Salvini e di Di Maio  sul nesso Nord-Mezzogiorno incombe una ulteriore i bomba ad orologeria: la perentoria pretesa del “regionalismo a geometria variabile”, le così dette “ autonomie locali” che la Lega di Salvini e il M5s di Di Maio hanno anche messo fra i punti irrinunciabili del loro famigerato “ contratto di Governo”.

Che sia possibile discutere di ulteriori riforme sulla autonomia regionale è evidente, dato che ne parla l’articolo 116, terzo comma della Costituzione, precisando, però, che ogni ulteriore e possibile riforma debba essere coerente e conforme a quanto disposto nell'articolo 119, proprio quello che è stato oggetto di un’apposita legge − la 42 del 2009 − tesa ad attuare il federalismo fiscale.

Ma non sembra che sia questa l'intenzione di Salvini e di Di Maio dato che il loro “contratto di governo” prevede questo “regionalismo a geometria variabile” come il solo “impegno assolutamente prioritario”. Ora Salvini non evoca più la secessione, cioè l'obiettivo un tempo in cima ai pensieri della Lega Nord e non cita neppure il “federalismo fiscale”, per la cui attuazione c'è appunto dal 2009 la legge 42 elaborata da un Ministro della Lega Nord, ossia da Roberto Calderoli, ma invoca ed evoca invece un evanescente “regionalismo a geometria variabile” del quale si scoprono − sia nelle pre-intese che nelle varie bozze delle intese − originali specificità.

Ma “l'autonomia che Salvini e Di Maio vogliono promuovere” deve conformarsi alla Costituzione (appunto, articolo 119 e legge 42/2009). Essa dovrebbe essere dettagliatamente motivata dai proponenti, prospettando quali e quanti aumenti di efficacia e di efficienza nell'uso delle risorse essa possa garantire senza compromettere non tanto una vaga solidarietà nazionale bensì quei diritti di “altri” cittadini garantiti dall'articolo 117 della Costituzione.

Le tre Regioni del Nord, pur con differenziazioni, hanno stilato un lungo elenco di richieste su materie concorrenti, tra le quali la sanità e perfino alcune di legislazione esclusiva dello Stato, quali le norme generali sull'istruzione, con l’obiettivo di trasformare beni pubblici “nazionali” in beni pubblici “locali”. Per tutte chiedono di assumere funzioni finora esercitate dallo Stato. Richieste che alludono ad una evoluzione a seguito della quale ogni Regione si fa Stato ed il sistema del mai realizzato federalismo transita ad un sistema confederale definito “regionalismo a geometria variabile”.

Il “piede di porco” che la Lega di Salvini ha sempre usato, dal 2009 ad oggi, per rapinare il Mezzogiorno di 60 miliardi di euro ogni anno, si chiama “spesa storica”, criterio che con il federalismo fiscale del 2009 non dovrebbe più avere alcun valore. Perché quel “federalismo fiscale” prevedeva anche che si sarebbero dovuti stabilire anche i “livelli minimi” - per ciascuna voce di “spesa pubblica” (asili nido, trasporti, viabilità, infrastrutture, eccetera) da garantire ad ogni cittadino italiano sia del Nord che del Mezzogiorno.

Se questo lavoro fosse stato fatto, come richiedeva sia la legge 42 del 2009 che la Costituzione, allora la spesa (i “livelli minimi territoriali) sarebbe stata inclusa nei fabbisogni standard e quindi calcolata per l’accesso al “fondo di perequazione” anche per i Comuni più poveri.

E invece per tutti questi anni, nel silenzio generale, è stato usato il “piede di porco” a disposizione della Lega Nord di Salvini con il quale la Lega ha scassinato ogni anno la cassaforte della spesa pubblica, rubando al Mezzogiorno, ogni anno, 61 miliardi di euro, grazie al criterio della “spesa storica” che, ovviamente, premiava il ricco ed opulento Nord.

Urge abbandonare il criterio della “spesa storica”. L’arma da scasso, che rende il Nord sempre più ricco ed il Mezzogiorno sempre più povero. Perché c’è enorme differenza tra la “spesa del soggetto Stato” da solo e la “spesa pubblica allargata” che comprende anche le spese a quel titolo delle Regioni, delle Province, dei Comuni, delle Comunità delle società partecipate, delle società collegate e così via.

Senza stabilire quei “livelli minimi” ovvio che con il criterio della “spesa storica” il Nord ladrone s’arricchisce mentre il Mezzogiorno sparisce.

A proposito di “spesa storia”, di “spesa pubblica allargata”, vogliamo ricordare quante sono le società partecipare degli Enti Locali in Italia? Sono circa 5.700, una greppia che persino l’ex Ministro del governo Renzi, Marianna Madia, aveva dichiarato dovesse essere immediatamente ridotto a 1000 unità. E invece sono ancora tutte là, ognuna con il suo bel Consiglio di Amministrazione, con il suo Collegio dei Revisori, una magna magna senza fine. E di questi 5.700 cancri il 60% è al Nord, il 20% al Centro, il 15% al Sud e nemmeno il 5% nelle isole.

“Spesa storica” serve per foraggiare questo poltronificio leghista, tutta corruzione, tutto reato penale di voto di scambio, tutto clientelismo, tutto debito pubblico.
Conclusione?

Questa: il Centronord, che ha il 65% della popolazione italiana incassa il 723% della spesa pubblica totale, mentre il Mezzogiorno, che ha una popolazione pari al 34% della popolazione totale riceve dallo stato solo il 28% della “spesa pubblica allargata”.

Lega ladrona.

Gaetano Immè - Tanino da Ortigia
  

mercoledì 11 marzo 2020




RENDIAMO OMAGGIO A BENEDETTO CRAXI, SCRIVENDO LA SUA VERA STORIA

giovedì 5 marzo 2020




QUELLO SCANNATOIO DI MANI PULITE.

CRONACA DI UNA TRUFFA GIUDIZIARIA, COMMESSA DAL POOL DI MILANO, PER SALVARE IL PCI 

Parte Settima e ultima  

ORA STRAPPIAMO IL SIPARIO E VEDIAMO QUELLO CHE È SUCCESSO E CHE L’OPINIONE PUBBLICA NON CONOSCE

Due anni dopo quel 1993, dopo quella “tumulazione di quell’inchiesta sul Pci”, sale, nel gennaio del ’95, al Governo dell’Italia il Governo Dini, sostenuto anche dal Pds-Pci e il Magistrato palermitano Filippo Mancuso va al Ministero di Grazie di Giustizia.
Pochi conoscono Filippo Mancuso, morto il 30 maggio del 2011, sto parlando del Ministro di Giustizia nel 1955, dello scellerato Governo Dini.  

Nel maggio  del 1995  il Ministro Mancuso  avviò una serie di ispezioni giudiziarie sul pool di “Mani Pulite”, sospettato non solo  di aver violato le procedure legali  nel corso di quelle “indagini” ( abuso della carcerazione preventiva, torture, eccetera),  non solo di avere provocato  suicidi eccellenti ( Cagliari, Gardini, Moroni, eccetera)  ma anche di avere abusato illecitamente  del proprio ruolo, come il Magistrato Gerardo D’Ambrosio, il quale, come abbiamo visto,   aveva archiviato l’ inchiesta sul  Pci, avviata dal Magistrato Tiziana Parenti,  non ostante la Guardia di Finanza avesse  accertato, come vedremo, diverse criticità  nella storia del conto Gabbietta in Svizzera e di Primo Greganti .

Ma occorre anche ricordare che fu “anche” grazie a Filippo Mancuso ed a pochi altri coraggiosi ( fra i quali mi piace citare Vittorio Sgarbi)  che si cominciò a  scoperchiare quel “ vaso di Pandora” delle  illegalità, dei veri e propri abusi, delle sopraffazioni , dei tanti misfatti di quel Pool di Mani Pulite,  che nessuno osava denunciare  per non attirarsi le ire dei Magistrati dediti, dal 1993, ad una opera di intimidazione e di continua minaccia, “ un vero e proprio scannatoio” insomma,  nei confronti del Parlamento e della nazione intera.

Fu grazie a lui, a Filippo Mancuso, che certi termini, quali “partito dei magistrati”, quali “golpe giudiziario”, che prima circolavano nei centri carbonari di pochi addetti ai lavori, divennero poi di dominio pubblico.

La spavalda, coraggiosa e ferma condotta di Filippo Mancuso, la rivelazione delle meschine manovre di corridoio, vere e proprie congiure messe in atto ,  per intimidirlo, per dissuaderlo, per ammorbidirlo, dalle maggiori  cariche istituzionali -  le quali , davanti allo stravolgimento giustizialista dello stato di diritto avevano preferito voltarsi dall’altra parte , far finta di niente, per non inimicarsi e indispettire la criminale banda dei magistrati e dei post comunisti -  mise con le spalle al muro e costrinse uno già azzoppato, minacciato ed  intimidito Polo delle Libertà  ( già “deposto” dalle false accuse del Di Pietro) a rendersi conto ed a denunciare quel “golpe giudiziario – istituzionale” ( “ uno scannatoio” lo diventerà man mano che la verità verrà a galla)  che la sinistra negava, che la sinistra censurava  e  che fu perpetrato,  da quell'indegno Parlamento e da quell'irresponsabile Quirinale ,  ad ottobre del 1995, con la “ cacciata” di Filippo Mancuso .

Ottobre 1995 quando, con una procedura inedita nella storia della Repubblica, una maggioranza politica nata nei corridoi e nei retro bottega dei postriboli politici, avanzò una mozione di sfiducia ad personam nei confronti del solo ministro della giustizia.

Il 19 ottobre 1995 la sfiducia nei confronti di Mancuso fu approvata al Senato con 173 voti favorevoli (Post comunisti, Partito Popolare, Lega Nord e Rifondazione Comunista), 3 contrari e 8 astenuti, mentre al momento del voto i l Polo delle Libertà abbandonò l’aula per contestare la legittimità della decisione).


Inoltre l’opinione pubblica conosce molto poco Lamberto Dini, il capo di quel governo.

Lamberto Dini il politico antesignano di tutti i voltagabbana dediti alla “politica da marciapiede”, non per caso sodale di Oscar Luigi Scalfaro (Dio li fa e poi li accoppia, si dice) gli “utili idioti della sinistra comunista” che si sono prestati per quel “governo del ribaltone”.

Per capire bene quale “galantuomo” fosse Lamberto Dini, rammento quello che Dini disse, da Presidente del Consiglio, a maggio del 1995, quando Filippo Mancuso aveva preannunciato quelle ispezioni al Pool di Milano. “L’esercizio dell’azione disciplinare nei confronti dei Magistrati è competenza del Ministro di Giustizia e non del Governo”. 

Che statura, che uomo, che animo nobile, che fegato!

Il fatto era ed è che Lamberto Dini fosse sposato con Donatella Pasquali Rosso, vedova del miliardario romano Renzo Zingone, da cui aveva ereditato considerevoli ed anche opache proprietà. 

Meglio lisciare il pelo al Partito dei Magistrati in vista dei i processi che stavano investendo la moglie, piuttosto che difendere un Filippo Mancuso qualsiasi. No?

Così Donatella Dini è stata poi, si, condannata, ma solo il 3 dicembre del 2007 (e chi se ne ricorderà più dopo tanti anni?) dalla X Sezione Penale del Tribunale di Roma a 2 anni e 4 mesi di reclusione per bancarotta fraudolenta in relazione alla società "SIDEMA srl" e al suo un crac da 40 miliardi di lire, che era esploso nel 2002.

Ma fra complici ci vuole “omertà”. È la legge della malavita, no?

Così il Governo Prodi, il 29 luglio 2006, aveva approvato la legge 241/2006 che aveva introdotto un provvedimento di indulto per i reati commessi fino al 2 maggio dello stesso anno. 

Dicevano che serviva per svuotare le carceri, ma sopra tutto per ringraziare quel mansueto, docile e ingordo complice.

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Nel ’95 sono spariti il Psi, la Dc, era stato costretto alle dimissioni, per via giudiziaria, Berlusconi, il quadro politico era completamente diverso da quello che dominava nel 1993. Perché nel 1994, nel corso della campagna elettorale, Silvio Berlusconi aveva tambureggiato l’opinione pubblica con la assoluta necessità di una riforma della Magistratura, la quale magistratura, come risposta, aveva usato “il suo uomo da caserma”, ossia Antonio Di Pietro, per “diffamare impunemente” Berlusconi con false accuse di corruzione, innescando un’azione giudiziaria che si concluderà solo sette anni dopo, solo nel 2001, quando sarà “certificato” che quelle accuse era tutte false.

Vibrava nel paese la consapevolezza della necessità della riforma della Giustizia.
Sul comportamento giudiziario del Pool di Mani Pulite andavano diventando sempre più di dominio pubblico molte e severe critiche e gravissimi sospetti: si dibatteva ormai sui giornali e nelle televisioni il quesito se quel Pool, come ho da poco rammentato, non avesse ripetutamente violato le procedure nel corso delle indagini su Mani Pulite. Secondo una vasta fetta  del mondo giudiziario e dell’opinione pubblica italiana, quei magistrati avrebbero abusato della “custodia cautelare”, usandola  come arma di tortura fisico-psicologica,  per estorcere  confessioni ai detenuti , non avrebbero trasformato in “arresto domiciliare” la “detenzione in carcere” quando ne erano presenti le condizioni ed i requisiti e  perché un magistrato -  ormai ben noto  al pubblico -  avrebbe indotto  al “suicidio”  Gabriele Cagliari, detenuto.

Proprio per sgombrare il campo da questi sospetti che insozzavano l’immagine dell’Italia e della sua Magistratura, il Magistrato Filippo Mancuso, entrato in politica proprio nel 1995 nel “Gruppo Misto”, divenuto Ministro di Giustizia nel Governo Dini, avviò, nel maggio 1995, una serie di ispezioni giudiziarie sul pool di Mani Pulite.
Questa iniziativa e le sue contestazioni alle Procura di Palermo sulle sue indagini sulla mafia, gli procurarono le feroci critiche della maggioranza che sosteneva il governo (Pci/Pds, Partito Popolare, Lega Nord eccetera), che lo accusava di ritorsioni politiche nei confronti della magistratura.

Dunque il Ministro Mancuso avviò, nel maggio del ’95, una ispezione ministeriale su quel Pool di Milano e quando il Ministro Mancuso riferirà in Parlamento i “rilievi” da addebitare a quel Pool, ecco che venne fuori un fatto incredibile, che era stato accuratamente tenuto nascosto agli occhi dell’opinione pubblica.
Ossia che quel Pool di Mani Pulite “si era indebitamente rifiutato di ricevere un rapporto, notificatogli dalla Procura della Repubblica, redatto della Guardia di Finanza quale organo di polizia giudiziaria”.

Cosa mai era successo?


Era successo che la Guardia di Finanza, espletando controlli ed indagini sull'archiviazione dell’inchiesta sul Pci/Pds da parte del Pool, aveva scoperto una serie di incredibili errori da parte del Pool di Milano.

Il fondamentale rilievo era una vera e propria infamante accusa contro quei magistrati del Pool di Mani Pulite, segnatamente di D’Ambrosio, ma anche del Dr Ielo, della D.ssa Forleo e degli altri componenti del Pool.

Non si trattava di una semplice “incongruenza” ma di una vera e propria “omissione di dovere d’ufficio” perché, riferiva la Guardia di Finanza nel rapporto, Greganti aveva firmato l’atto di acquisto di quella casa in una agenzia del Monte dei Paschi di Siena di Roma alle ore 9,30 del mattino. 

Come avrebbe potuto ritirare dal conto Gabbietta in Svizzera quel miliardo e cinquanta milioni quella stessa mattina per poi trovarsi alle 9,30 al centro di Roma a firmare quel rogito?

 È dato che Greganti non aveva il dono dell’ubiquità e non era un falco, significava che i soldi per comprare quella casa non erano quelli che Greganti aveva prelevato dal conto svizzero Gabbietta.

E dove era finito allora quel miliardo e cinquanta milioni di lire che Greganti aveva prelevato quella mattina dal conto svizzero Gabbietta?
Evidentemente nelle casse e nelle tasche del Pci-Pds.

Ma quel documento della Guardia di Finanza viene ignorato e addirittura “rifiutato” dal Pool di Milano.

E come è possibile una simile infame sopraffazione?

E invece era possibile, possibilissima, perché eravamo nel 93,  eravamo in Italia, andavamo verso il 94 e dal 1989 era entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale, quel tanto sospirato passaggio dal grigio e tetro “rito accusatorio” all'auspicato “rito probatorio”, dalle “prove di colpevolezza dell’imputato” elaborate nel chiuso e nel segreto della stanza di un “ Giudice Istruttore”, alle “ prove di colpevolezza dell’imputato  che debbono formarsi nelle aule giudiziarie nel dibattito fra difesa ed accusa”. 

Sta di fatto che in quegli anni tutto il mondo della giustizia  era pervaso  dallo strapotere , in seno al Csm,  dalla corrente del Pci, ossia di  “ Magistratura democratica”, tutto lo scenario giudiziario italiano era monitorato e sorvegliato dall’On Luciano Violante, colui che volle carcere e disonore per Edgardo Sogno e Randolfo Pacciardi per dare sfogo al suo viscerale odio, colui che perse la testa per l’odio che nutriva verso chi , Sogno e Pacciardi, avevano solo creduto in ideali diversi dai suoi e che , nella  famosa “ cena del pesce” al Colle, da Cossiga – che immaginava di poter diventare il “ padre nobile” che metteva d’accordo finalmente la destra e la sinistra con la cena a tre , fra lui, Sogno e Violante  si rifiutò altezzosamente persino di stringere la mano, di fare pace con Sogno, ossia di dare il segno concreto della fine dell’eterna “ guerra civile italiana”

Per di più, proprio in quegli stessi anni, la sinistra comunista, a seguito della famosa “questione morale” sbandierata da Enrico Berlinguer nel 1982, aveva issato il vessillo del “giustizialismo”. Ormai, eravamo appunto nel 93/94, la società civile era stata contaminata con la “ricerca della giustizia politica” che stava sostituendo la “giustizia sociale”. Nei dibattiti mediatici che seguirono alla stagione di Mani Pulite, si dibatteva su una questione, ossia “se fosse più grave rubare per sé o rubare per un partito”. 

E pian piano prevalse, nell'opinione pubblica, la convinzione che rubare per sé fosse un crimine inaudito mentre rubare per il partito fosse comprensibile, quasi scusabile. Era la mutazione genetica dello “stato repubblicano e laico” italiano in un “regime Leviatano ed etico”, dove la presunta nobiltà del fine attenuerebbe la gravità del reato. Era uno scempio disgustoso, criminale dello “stato di diritto” e della stessa giustizia.  Era il brodo di coltura di quel “giustizialismo da caserma”, prodotto dall'avariarsi della “questione morale”, a cavallo del quale stava diventando Capo dello Stato o Primo Ministro un figuro come Antonio Di Pietro, perché la questione morale di Berlinguer si fondava su un principio staliniano, ossia che una società era giusta solo se obbediva a leggi ferree e se rispettava “la pubblica morale”. Dunque, secondo Berlinguer ed il Pci poteva governare non chi proponesse ricette per il bene di tutto il Paese, ma solo chi “ne fosse ritenuto degno “. E chi non fosse ritenuto degno, doveva essere punito e la sua punizione doveva diventare un pilastro della convivenza civile.

Così, quel nuovo codice di procedura penale che era stato progettato da menti libere e garantiste, fu poi attuato da una società politica infarcita dal tumore del giustizialismo, producendo scempi incredibili ed inammissibili ed infami soprusi nel mondo della giustizia.

Uno dei peggiori scempi di questo nuovo codice, non tanto “di procedura penale”, ma sostanzialmente “di forcaiolismo”, è stato compiuto con il disastro realizzato in ordine all'introdotto obbligo del P.M., di esercitare l’azione penale.

Perché mentre il precedente codice di procedura penale, quello del ’30, stabiliva che “il PM esercita obbligatoriamente l’azione penale a seguito di denunzia, rapporto, referto, eccetera e quando comunque gli pervenga notizia di un reato”,  formula che quanto meno dettava  delle regole precise  alle quali ogni PM doveva attenersi per esercitare o non esercitare un’ azione penale, per il nuovo codice di procedura penale  la libertà del magistrato diventa assoluta, totale, regale, imperiale, non essendo più collegata a dei paletti che ne circoscrivano i limiti ed i poteri.

Perché, per questo nuovo c.p.p. “l’azione penale comincia solo con la richiesta di rinvio a giudizio”.  Il magistrato dunque era diventato giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male”, solo lui poteva decidere se iniziare o meno l’azione penale.
A questo punto devo ripetermi per rendere bene l’idea: ossia, il caso Greganti-Pci-Pds-Stefanini era stato affidato al P.M. Paolo Ielo che, dopo una trasferta a Berlino per sentire alcuni testi sul posto, decise di richiederne la archiviazione almeno per quanto riguarda la serie di reati relativi all'illecito finanziamento del Pci/Pds e alla corruzione.
Contro le conclusioni del Dr Ielo si scagliò molta parte dell’Avvocatura, della dottrina, della società civile e dell’opinione pubblica e molti studiosi brandendo argomenti ineccepibili che avrebbero dovuto indurre il Dr Ielo a proseguire nelle indagini e nel processo Pci-Pds-Stefanini-Greganti.

Ma eravamo nel 1994, vigeva il nuovo codice di procedura penale e ogni Magistrato era stato fatto “giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male” e Ielo chiese l’archiviazione dell’inchiesta. Il gip Clementina Forleo accolse la sua richiesta.
Il caso è stato così insabbiato, inumato, tumulato dentro una bara d’acciaio.   

Ma non fu nemmeno un caso isolato, nemmeno per sogno.

Al Dr Carlo Nordio, oggi in pensione, ieri Procuratore di Venezia, cui ad un certo punto erano stati trasferiti atti provenienti dal Pool di Milano e che stava indagando sempre sul Pci-Pds e sulle tangenti, non pervenne mai – ripeto NON PERVENNE MAI – il verbale dell’interrogatorio del collettore delle tangenti del Pci in Lombardia, tale Luigi Carnevale, il quale aveva messo nero su bianco come fossero implicati nelle tangenti Stefanini, D’Alema, Occhetto e tutta la nomenclatura del Pci-Pds.

E che dire di quel miliardo di lire che Raul Gardini consegnò a Botteghe Oscure, fatto del quale esistono diverse testimonianze, miliardo che si è “volatilizzato”, che è “evaporato” dal formato cartaceo al formato fantasma dentro le stanze tristi della sede del Pci. Eppure anche Cusani, che poi fu condannato per questo a sei anni di carcere, testimoniò di avere consegnato un miliardo di lire direttamente ad Achille Occhetto.
Dimenticavo! Nell'ottobre 1995 la maggioranza che sosteneva quel Governo Dini (Pci/Pds, Partito Popolare e Lega Nord), con una procedura inedita nella storia della Repubblica, avanzò una mozione di sfiducia ad personam nei confronti del solo ministro della giustizia Filippo Mancuso.


                        FINE
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Tratto da un capitolo del libro " Così eravamo noi" scritto da Gaetano Immè e in corso di pubblicazione.