Gaetano Immè

Gaetano Immè

martedì 17 novembre 2009

Giustizia e Costituzione

Il 22 gennaio 2004 , esponenti della sinistra presentarono il disegno di legge numero 1296-B sulla riforma della giustizia a firma Zancan, Ayala, Cavallaro, Dalla Chiesa, Manzione, Battisti, Fassone, Maritati e Legnini .
Ancora il 4 Luglio 2007, sempre la sinistra, con il DDL numero S 963 , sempre sulla giustizia, a firma dei Senatori Finocchiaro , Casson, Brutti, Pegorer, Calvi , proponeva di limitare in sei anni la ragionevole durata dei processi.
In particolare l’articolo 6 del DDL S 963 prevedeva chiaramente l’applicazione delle norme proposte a “ tutti i processi in corso “ con la formula del favor rei , che avrebbe consentito a tutti gli imputati – non vi erano reati o soggetti esclusi dalla norma - di ottenere l’applicazione delle “ nuove” misure qualora queste fossero state più favorevoli all’imputato di quelle preesistenti. Dunque una vera manna per i grandi mafiosi, per i narcotrafficanti, per i pedofili.
Oggi quella stessa sinistra strepita contro il DDL sulla ragionevole durata del processo proposta dal Governo, che è praticamente simile ai due ddl già proposti dalla sinistra. Simile ,ma profondamente diverso dalle due precedenti bozze, dal momento che le nuove norme non si applicano a tutti i processi in corso, perché escludono taluni reati di maggior allarme sociale ( mafia, traffico droga, pedofilia, immigrazione clandestina,ecc), nè si applicano a tutti i soggetti, perché ne restano edittalmente esclusi i soggetti pregiudicati.
Leggo e sento poi che Bersani, sull’argomento non trova niente di meglio da dire se non uno sconsolante, scontatissimo, meschino, ipocrita “ Berlusconi deve farsi processare”, forse alludendo al processo Mills.
Si può dunque concedere fiducia a questa sinistra? I fatti esposti dicono di no.
L’anomalia italiana non è incarnata da Berlusconi, ma da una Giustizia malata e inesistente, ma che pretende di fare politica e che si comporta come un partito politico.
Tra l’altro devo disilludere profondamente i tanti forcaioli ed ipocriti italiani sul caso Mills. Infatti la sentenza di condanna pronunciata dalla corte d’Appello di Milano nei confronti dell’avvocato britannico,a parte molteplici incongruenze giuridiche delle quali dovrà rispondere in terzo grado, non potrà mai essere utilizzata contro Silvio Berlusconi. La questione è procedurale e perciò insuperabile. A sostegno di questo principio parlano il codice di procedura penale , gli articoli 24 e 111 della Costituzione, l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, l’articolo 14 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici sancito dall’Onu, per citarne alcuni. Il giudice che in via preliminare sarà chiamato a riprendere il processo per corruzione di testimone contro il presidente del Consiglio, dovrà accertare uno per uno tutti gli elementi costitutivi dell’imputazione. E una volta accertati, quel giudice, non potrà fare nulla.
Il premier dunque non ha bisogno di tutela, né dell’effetto , sui procedimenti a suo carico, del nuovo ddl presentato al Senato, qualora diventasse legge: un provvedimento decisorio (condanna per Mills) ( compresi tutti i relativi atti) non può vincolare una persona se questa non ha potuto prendere parte al processo del quale quella sentenza è l’epilogo finale.
Secondo le statistiche della Comunità Europea, che sovente penalizza e multa l’Italia per l’abnorme durata dei processi, un processo penale dura in Italia un minimo di anni cinque, da otto a trenta un processo civile, sette anni un divorzio, quattro anni un’esecuzione immobiliare. Nella titolata Milano un processo per “usura”- quale reato di maggior allarme sociale esiste, ditemi voi – dura, in primo grado, ben sette anni.
Per il caso Mills, dalla sentenza di primo grado a quella d’Appello, sono passati solo otto mesi, comprese le ferie che per i Magistrati, sono di circa 60 giorni.
Non è ridicolo tutto ciò? E’ possibile pensare che per la Magistratura italiana Berlusconi è un cittadino uguale agli altri? O che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge? Impossibile, per una mente non malata.
Mi pare dunque farisaica, ipocrita e sfacciata la sinistra che ora urla e strepita contro questo DDL. Come si può dare fiducia a onorevoli che applaudono o bocciano una norma non per l’utilità che essa arreca al popolo, utente di quel servizio, ma per l’utilità che essa norma apporta alla propria parte politica?
Posso dire francamente che a me questo DDL sulla giustizia non piace ( a destra siamo capaci di critica perché, a differenza della "perfettissima" sinistra, la nostra casa non è stata mai né mai sarà una caserma, checché se ne pensi dalle parti di Farefuturo).
Non piace per prima cosa perché la riforma della giustizia deve essere fatta in modo completo ed organico e non a rate. Seconda cosa : se la giustizia è lenta bisogna colpire i magistrati e non i processi che non sono soggetti, ma oggetti. Se al giudice "ordini" di finire un processo in due anni, al giudice che gliene importa? Dove sta la deterrenza? Anzi, qualche requirente corrotto potrebbe usare il pretesto della decadenza dei termini per discriminare fra imputati. Gradirei che questa riflessione diventasse base di una proposta che noi tutti possiamo portare avanti, perché sicuramente la casta dei Magistrati si opporrà con le unghie e con i denti alla possibilità che essa possa perdere i privilegi ai quali è vergognosamente abbarbicata. Detto questo vorrei anche dire che il sospetto che la legge abbia anche un secondo fine, quello di favorire il premier, è legittimo ma falso per le ragioni tecniche dianzi riportate. Ora però se questo fosse vero sarebbe vergognosamente immorale. Ma immorale quanto? Meno, uguale o di più rispetto al fatto che c'è una certa magistratura che cerca, approfittando della vergognosa cancellazione dell’art. 68 della costituzione, di controllare con processi ad personam la politica del Paese? Più immorale di una magistratura che boccia ogni tentativo legislativo di sottrarre gli altri Poteri (esecutivo e legislativo) alla subordinazione nei suoi confronti secondo la pratica democratica universalmente e storicamente accettata della divisione ed indipendenza dei tre poteri dello stato? Meno, uguale o di più di quella parte politica che pur venerando a chiacchiere la Costituzione, con litania insopportabile ipocrita si rifiuta di restaurare la costituzione nella sua forma originaria solo perché “ questa democrazia ferita” le offre la speranza che la violenza della Magistratura le possa consentire di eliminare con la violenza, e non con la politica, il nemico politico? Perché in Italia quello che altrove è normalissimo (e di esempi ce ne possono essere a vagonate) diventa una specie di vulnus che causa lotte civili senza quartiere? Allora bisogna battersi per la immediata restaurazione dell'immunità a parlamentari e ministri ,per restituire quella indipendenza che è dovuta ai rispettivi poteri e per riportare finalmente la lotta politica in Parlamento e non nei tribunali, con il legittimo strumento del voto e non con quello illegittimo delle sentenze o delle false o traballanti o creative imputazioni.

Quattro basi per una seria riforma della giustizia

Se, anche per l’esigenza di difendere la volontà popolare che ha scelto la maggioranza guidata da Silvio Berlusconi, si riuscirà a realizzare una riforma ed una razionalizzazione della giustizia ed un contenimento delle sue insopportabili lungaggini, chi ne avrà il beneficio saranno gli utenti del così detto “ servizio giustizia”. D’altra parte la restaurazione dell’autonomia della politica è una condizione imprescindibile perché i rappresentanti della volontà popolare possano adeguare gli strumenti della giurisdizione alle necessità reali, così ben venga la proposta di reintroduzione dell’immunità parlamentare avanzata da Margherita Boniver. Perché garantire l’autonomia del legislatore richiede una protezione del tipo di quella che i padri costituenti idearono con l’immunità abolita, irrazionalmente e vigliaccamente, da un Parlamento svilito , intimidito e ricattato. L’immunità è un sacrosanto principio democratico e non un privilegio, come spacciano molti, confondendo le aberrazioni compiute da un conclamato consociativismo d’antan parlamentare pluridecennale con il principio ed è una parola chiave di ogni processo riformatore. L’altro cardine è un funzionamento del processo penale basato sull’uguaglianza dell’accusa e della difesa e sulla effettiva, provata terzietà di chi deve giudicare. L’attuazione di tutto questo richiede ineluttabilmente la separazione delle carriere tra inquirenti (P.M.) e giudicanti, senza interferenze neppure nelle scelte di collocazione e di promozione dei magistrati, il che postula irreversibilmente la separazione degli organi di autogoverno della magistratura, con l’istituzione di Consigli superiori differenziati per Procuratori e Giudici.
Terzo elemento essenziale è inoltre quello di abolire o almeno di contenere la discrezionalità nell’avvio dell’azione penale, che oggi viene gabellata e spacciata volgarmente per obbligatorietà dell’azione penale stessa, con una ossimorica inversione del senso logico dell’espressione. L’azione penale è uno degli strumenti in mano allo Stato per combattere criminalità ed illegalità; spetta dunque alla rappresentanza politica nazionale indicare le priorità ed al sistema giudiziario - nel quale siano definite e rispettate responsabilità e gerarchie – applicare, naturalmente in piena indipendenza,
“ quella “ politica giudiziaria e non altra.
Infine, ma non come estrema quaestio, va ribadita la responsabilità civile del magistrato, già approvata con un referendum popolare, vergognosamente scippato da una vergognosa Legge Vassalli , frutto di un miserabile accordo fra DC, PCI e PSI dell’epoca. Per introdurre criteri di merito nella progressione delle carriere, come è assolutamente necessario fare, bisogna anche sanzionare gli errori, specie se dovuti ad irresponsabilità, lassismo o faziosità.

L’unica vera impunità garantita di fatto dal sistema attuale è quella del Magistrato ,che sbaglia e che non paga mai. Con un CSM che non punisce mai nessuno, la tentazione di sbagliare per fini estranei all’applicazione delle leggi è troppo forte. Ed accade troppo spesso.

G. I.