Gaetano Immè

Gaetano Immè

sabato 17 aprile 2010

Alberto Cairo, non è Gino Strada, come Gabriele Torsello. E per Adriano Sofri, poi.....

Alberto Cairo non è Gino Strada

Volevo farvi conoscere il Dottor Alberto Cairo, l'angelo silenzioso di Kabul.
Secondo stime recenti ogni 22 minuti una persona rimane vittima di una mina anti-uomo. 90% sono civili, di cui il 20% bambini. Ogni giorno qualche angolano, iracheno, cambogiano e soprattutto afgano perde la vita. E´ l´Afghanistan uno dei paesi con il più alto numero di sopravissuti che vivono con un handicap - si parla di oltre un milione di persone - e un quarto di questi ( ben 250mila ) sono vittima delle famigerate "mine anti-uomo". E il numero continua ancora oggi a crescere di circa 40 unità al mese, almeno ufficialmente, anche se negli ultimi anni si sono contati anche tre o quattrocento interventi al mese, su persone e bambini straziati dalle deflagrazioni. C´è un italiano che da oltre 15 anni vive e lavora in silenzio nell´ospedale ortopedico di Kabul, dove è responsabile del "Progetto Ortopedico" del Comitato Internazionale della Croce Rossa. Si chiama Alberto Cairo, nato una cinquantina di anni fa a Ceva, in provincia di Cuneo, dove ha abbandonato la carriera di avvocato per diventare fisioterapista proprio nella Croce Rossa Internazionale. Dopo un´esperienza umanitaria come volontario in Sudan è andato, su richiesta della CRI, a dirigere il laboratorio di Kabul dove si producono gli arti artificiali - gambe e braccia personalizzabili e numerati - che vengono adattati al fisico di chi dovrà poi indossarli per vivere in maniera più dignitosa. Un centro nel quale lavorano a turno 160 dipendenti ( su un totale di oltre 350 in tutto il paese, di cui 45 donne ), uomini e donne afgani legati da una particolarità: sono tutti ex pazienti portatori di handicap. Uomo schivo e concreto, è da sempre al centro di interviste - addirittura soggetto di film, come quello di O´ Rourke presentato e premiato a Locarno - risponde ai tanti giornalisti che negli anni lo hanno intervistato che "in lui la disperazione che prende nel vedere tanta gente soffrire viene immediatamente scalzata dal realismo dell´aiutare chi ha bisogno: quando vedo uno senza gambe arrivare da noi ho imparato a non pensare "poveretto" ma a calcolare rapidamente quanti giorni serviranno per rimetterlo in piedi". Molti operai che lavorano in questo suo laboratorio a Kabul , sono soprattutto senza le gambe, lavorano letteralmente appoggiati sui vari banchi e a fine turno "recuperano" la carrozzella per tornare a casa. C´è poi un settore dedicato al recupero e al riciclaggio di materiale come camere d´aria e copertoni d´auto, che una volta fusi vengono modellati e ricoperti di fogli di plastica rosa e morbida, per rassomigliare alla carne. In un altro reparto, poi, le fisioterapiste fanno esercitare i pazienti per insegnare loro ad usare una mano artificiale o a camminare con la protesi o a manovrare la carrozzina, ma anche a far esercitare pazienti sdraiati sui lettini perché colpiti da malformazioni più gravi, alla spina dorsale.
IL PROGETTO "CROCE ROSSA"In Afghanistan sono stati installati già sei laboratori - il coordinamento è affidato al Dottor Alberto Cairo, ma sono diretti da altrettanti operatori internazionali inviati dalla "centrale" CRI di Ginevra - che hanno già soccorso oltre 70mila pazienti, il 70% dei quali amputati a causa delle mine. In questi centri si fabbricano tutori, scarpe ortopediche, sedie a rotelle, carrozzine e stampelle e sono state effettuate oltre 500mila sedute di fisioterapia. E da quasi 10 anni è attivo anche un programma "Home care teams" per la riabilitazione dei paraplegici che non possono muoversi: oltre 3mila visite domiciliari annue nella sola Kabul, per soccorrere centinaia di persone. L´aiuto del governo Afgano è, infatti, irrisorio: la pensione di disabilità equivale a poco più di 5 euro al mese! Un dramma che provocherebbe crisi psicologiche su chiunque. "Ma non sugli afgani - spiega Cairo - gente "tosta" che non conosce la depressione. Certo hanno bisogno di fiducia: la prima cosa che ci chiedono i nostri pazienti è di lavorare". Ma come conferma Cairo la situazione "è peggiore per le donne, che non trovando più marito a causa della loro menomazione quando perdono il sostegno della famiglia sono destinate a stare molto male. E non sono rari i suicidi ". Non ci sono alternative: o le donne si sposano o nessuno penserà al loro sostentamento e la fine è quella di mendicare. Ecco perché molte donne, in queste condizioni, scelgono una morte atroce: si danno fuoco. "Ma noi cerchiamo di aiutarle in ogni modo - aggiunge Cairo - anche con il ricorso ad una sorta di microcredito, senza interessi, perché la gente possa avviare piccole attività commerciali". Alcune donne, che qui non lavorano fuori casa, hanno provato a comperare galline e capre che però morivano molto presto per le frequenti epidemie. Allora abbiamo provato, con più successo, ad avviarle ad attività quali la sartoria o il lavoro artigianale. Oltre alle varie mine - anche italiane, vi sono le famigerate PFM-1 di fabbricazione russa, i cosiddetti "pappagalli verdi"- in Afghanistan i sovietici hanno lanciato bombe a mano a migliaia dagli elicotteri; grazie alle "ali" di cui sono dotate, queste mine anziché cadere a grappolo in un unico punto si disperdevano come volantini su un´ampia superficie. I militari sovietici affermano che quelle mine sono fatte in quel modo per sole ragioni tecniche e non per assomigliare a un giocattolo. Cioè, precisano indignati i progettisti, non sono fatte "apposta" per attirare i bambini. Però li attirano. E i bambini se le portano a casa, se le scambiano come se fossero figurine, finchè sulle ali viene esercitata un po´ di pressione e si verifica l´esplosione. Negli ultimi giorni di gennaio è stata inviata, distintamente dall’Università Roma 3 e dal Senato della Repubblica a firma degli aderenti, la candidatura di Alberto Cairo per il Premio Nobel per la Pace 2010 al Comitato per il Nobel di Oslo. Alberto Cairo fisioterapista è impegnato da circa 20 anni in Afganistan, dove dirige un programma a favore delle vittime degli ordigni inesplosi. Dal suo arrivo il dott. Cairo ha supervisionato l’apertura di altre cinque centri di riabilitazione fisica afghani in cui hanno trovato cure e attenzioni oltre 95.000 pazienti. All’interno di questi centri sono impiegate circa 320 persone, disabili come i pazienti, attuando quella che lo stesso Cairo definisce “discriminazione positiva”. In occasione dell’undicesimo anniversario dell’entrata in vigore del Trattato di Ottawa per la messa al bando delle mine antipersona (1 marzo 1999) di cui ad oggi sono parte 156 paesi, la International Campaign to ban landmines (ICBL) lancia un appello rivolto agli Stati Uniti affinché aderiscano alla Convenzione di Ottawa dando seguito alla politica di revisione sul problema delle mine annunciata a novembre u.s. Per celebrare una giornata di così grande valore simbolico la Campagna Italiana contro le mine annuncia che l’Università degli Studi Roma Tre attraverso la prof.ssa Maria Luisa Maniscalco docente di Sociologia dei Processi di Pace ed alcuni suoi colleghi, il Senato della Repubblica attraverso la Senatrice Silvana Amati, membro della Commissione sui diritti umani e diversi altri parlamentari, hanno raccolto con entusiasmo l’invito della Campagna Italiana Contro le Mine a sostenere la candidatura di Alberto Cairo per il Premio Nobel per la Pace 2010.

Come Caino, Adriano Sofri, pretende anche di essere intoccabile....

Adriano Sofri, come Caino che parla male di Abele, sfoggia in un suo editoriale su la Repubblica una violenza verbale , esasperata dall’invidia e dal rancore, nei confronti di Berlusconi da far sorridere di pena. Lo definisce lupo spelacchiato, lo accusa di non pensare, gioca come un bambino con le parole e gli attribuisce una visione “ cosmetica “ del mondo, lo tira per i capelli che non ha , così come io potrei sfottere Sofri camminando sulle ginocchia per sottolineare sprezzantemente il suo essere un tappo pieno di boria, insomma mentre io invecchio e mi ritrovo sempre più sereno, Sofri più invecchia, più rimedia sonore sconfitte, più si sente un fallito socialmente e politicamente e più, ovviamente, si scaglia senza un minimo lume di ragione contro Berlusconi, colpevole, per lui , non tanto di tutte le sciocchezze che gli oppone, quanto di avere ridotto la sua parte ideologica politica, da quasi venti anni a questa parte, una vera e propria nullità ormai fuori da qualsiasi arco costituzionale europeo e mondiale. Siccome Sofri ancora non ha capito che gli italiani lo giudicano solo un miserabile e codardo assassino che ha indotto altri ad uccidere – e quindi anche un vile codardo – oppure non se ne sa dare pace essendo , bontà sua, intriso – vista la sua bassa statura la cosa è fattuale, come direbbe lui stesso - da un’autostima immotivata e senza fine , si masturba la mente , non avendo altra scelta, contrapponendo a Berlusconi , in un corpo a corpo che ricorda gli anni di piombo, l’immagine e la persona di Saviano, l’autore di Gomorra. Giochetto puerile e certamente molto , molto fascista, perché oppone miserabilmente la gagliarda giovinezza di uno con «l’età grave e assai provata del secondo. Fu un suo compagno, tale Pier Paolo Pasolini – chissà se Sofri, questo, se lo ricorda? - a vedere in Sofri stesso ed in Lotta continua- di cui Sofri era leader- qualcosa che somigliava moltissimo al primo squadrismo fascista. Berlusconi ha criticato - com’è suo diritto , se ne facciano pace Sofri e La Repubblica– la riduzione del nostro Paese alla stregua della criminalità organizzata. La malavita è una delle facce dell’Italia, faccia tra l’altro storica , cresciuta negli ultimi centocinquantanni non certo negli ultimi venti anni , ma non si identifica con l’Italia. E invece da qualche tempo si tende a vendere , nei giornali, nelle televisioni, l’immagine di un Paese dominato, anzi governato dalla malavita. Anche questo blog , quasi un anno fa , aveva criticato che l’Italia fosse rappresentata con un solo film a Hollywood, il Gomorra tratto appunto da Saviano. È chiaro anche ai minus abens che non facevo solo una questione d’immagine . Ma contestavo una falsa rappresentazione dell’Italia, che non corrisponde alla realtà e nuoce agli italiani, soprattutto a coloro che lavorano e studiano all’estero. Invece Sofri riduce la tesi di Berlusconi a una pura questione di ipocrisia formale, dicendo che il premier avrebbe esortato Saviano a dire il falso. È vero proprio il contrario, ha respinto la falsa riduzione dell’Italia alla cruda e semplice criminalità. Insomma, anche per Sofri, Berlusconi , esprimendo una sua libera idea, ha censurato Saviano e la verità! Le pare corretto tutto questo Signor Sofri ? Insomma, anche e sopratutto per Caino Sofri la libertà di pensiero consiste nel poter raccontare una montagna di menzogne e di bugie senza poter essere contraddetto. Da premio Nobel. Ma Roberto Saviano sa che l’altro, che sta contro di lui , si chiama Simone Di Meo, ma ne tace. Il primo ha sbancato con Gomorra edita dalla berlusconiana Mondadori, il secondo è rimasto un free lance dopo l’esperienza a Cronache di Napoli. Saviano è diventato una star, si concede a pagamento a comprsate televisive, è diventato un'icona firmaiolo, Di Meo è rimasto un giornalista di nera. In apparenza hanno in comune solo una cosa: la camorra. In realtà uno (Di Meo) accusa l’altro (Saviano) d’averlo turlupinato, fingendosi amico e copiando i suoi articoli sui clan senza nemmeno degnarsi di una citazione a pie’ di pagina. Per questo il cronista ha prima riempito di richieste di rettifiche la casa editrice di Gomorra (Mondadori) eppoi è passato alle vie di fatto citando per danni l’autore del best seller: 500mila euro. Di Meo ha già imputato a Saviano, sulle pagine del «Roma», di aver preso pezzi di suoi articoli sulla faida di Secondigliano e sul clan Di Lauro, di averli riportati pari pari nel libro (oppure di averli riassunti e rielaborati) omettendo di citare la fonte. In più lo accusa di aver appreso direttamente da lui notizie poi confluite nel libro (indiscrezioni giudiziarie, atti investigativi e processuali) come fossero farina del suo sacco. Ora si dà il caso che Saviano abbia pubblicato il suo Gomorra proprio da Mondatori di Berlusconi. Non mi pare che Mondadori abbia soppresso il libro o esortato a boicottarlo. Berlusconi ha solo criticato l’uso improprio di una piaga verissima del nostro Paese. Non è suo diritto divergere dall’opinione di Saviano o questo costituisce una sorta di vilipendio ? Mi pare legittimo dire che la malavita alberga dentro l’Italia a partire dal sud, ma mi pare falso dire che l’Italia sia dentro la malavita. Berlusconi peraltro non ha invocato o minacciato killeraggi, come accadeva con Sofri, negli anni ’70, ma ha dissentito da una tesi, e lo ha fatto alla luce del sole. Tanto quanto Lei, caro Sofri, gettava invece il sasso armato e nascondeva la manina. Saviano ha scritto un libro coraggioso e forte, e perciò vive pericolosamente. E anche se non sopporto il suo uso e abuso da Madonna dei Miracoli nei manifesti, in tv, in politica e nei giornali, a cui peraltro lui si concede a pagamento e quindi volentieri, so distinguere il grano dal loglio. Ma Sofri chiacchiera di Berlusconi , che dileggia, solo a parole , vacue e sciocche, ma non sui fatti e sulle azioni di governo del medesimo: ma è proprio qui che va giudicato un uomo di governo, non sulle parole al vento e sulle opinioni personali. Sofri può fare tutti i paragoni di questo mondo, può prendere per il sedere chi ci si lascia prendere dalle sue parolone, ma non ce la fa a mistificare, a
“ mascariare” la verità. Il governo Berlusconi ha fatto di più contro la malavita rispetto ai governi precedenti. Ha messo in galera più mafiosi e camorristi, ha sgominato più bande, ha minato i racket della monnezza e fermato appalti alla malavita, ha confiscato beni rilevanti. Da una parte ci sono gli ideologi dell’antimafia, dall’altra ci sono arresti, espropri, confische. Se tutto questo per Sofri non conta, allora è Sofri a ritenere che conti più la chiacchiera , la vetrina, il pregiudizio ideologico, la retorica, piuttosto che la realtà dei fatti. E questo non è un caso, perché Sofri proviene da un radicalismo che opponeva l’immagine di un mondo migliore alla realtà della storia, che ha sempre anteposto l’utopia ai fatti, che ha sempre preferito i parolai e i professionisti dell’antimafia a chi sul serio l’ha combattuta e magari è morto. E i Borsellino , che Sofri sfacciatamente si permette di ricordare, erano della stessa pasta dei Calabresi, che Sofri, invece, non ricorda più: ambedue furono uccisi , perché servitori dello Stato, da criminali comuni o da criminali ideologici – identici sul piano degli effetti; sul piano delle intenzioni concedo ai secondi l’aggravante di un perverso idealismo-. Così il governo che più degli altri ha colpito la malavita organizzata viene spacciato per un governo mafioso e di mafiosi. Perché l’immagine che si sono costruiti i vari Sofri e suoi compagni prevale sulla realtà, come è sempre accaduto negli ultimi cinquanta anni di storia d’Italia. Mi sento un uomo libero ed onesto, io Signor Sofri, rispetto a chi, come lei, ha scritto su una rivista «di Berlusconi», Panorama - senza peraltro subire mai alcuna censura - mentre lo detestava intimamente , ma accuratamente di nascosto. Come si vede, il coraggio delle proprie azioni non si compra in nessun negozio né lo si acquisisce scrivendo su La Repubblica. E adesso che Sofri non scrive più su Panorama, adesso che Sofri è un uomo maturo che dovrebbe essere stato migliorato dagli eventi della vita , Sofri, invece, ancora odia Berlusconi in questo modo plateale, infantile, misero, squallido, impotente e molto, molto volgare. Ma sono attrezzato allo snobismo incivile e razzista , versione aggiornata del vecchio radicalismo chic. A differenza di Sofri, che si sente un superuomo, io invece, esprimo a Sofri le mie congratulazioni per la sua pur discutibile qualità intellettuale , unita però al mio frontale, chiaro, aperto e totale disprezzo per la sua cecità ideologica e il suo torvo e minaccioso mafiosismo gruppettaro , che in altra epoca dettero ( come tutti ben ricordiamo l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei…. ) atroci lutti al nostro Paese.

Gino Strada e Gabriele Torsello, storia strana, ma non troppo.

Gabriele Torsello, fotoreporter, fu rapito in Afghanistan quattro anni fa, su un autobus afghano, vestito da afghano, con una barba afghana e molta partecipazione emotiva verso “i popoli in lotta per la libertà”. Aveva con sé il Corano, era amato dai talebani, che lanciarono un appello per la sua liberazione, conosceva Emergency (e con la mediazione di Emergency venne infine liberato, dopo un mese di prigionia dentro un buco nero, con la catena alle caviglie e una lattina per ogni necessità). Quando tornano a casa, gli ostaggi della guerra conservano a lungo una specie di fascinazione per i propri carcerieri, faticano a vestirsi da occidentali, tendono ad ammirare il coraggio e il rapporto carnale con le armi dei talebani e sono sempre follemente innamorati di Gino Strada, indiscutibile eroe e, nei loro casi, liberatore (“a Emergency posso soltanto dire: grazie”, ha detto Daniele Mastrogiacomo in un’intervista all’Unità). Si chiama, in altre parti, di “ Sindrome di Stoccolma”.Gli ex rapiti scrivono libri, sono dispiaciuti di tornare in Italia (“Lo vivo come un esilio, come un’emigrazione forzata”, disse la nota pensatrice Simona Torretta), sperano di poter rimettere presto piede nel luogo del sequestro, “ci manca così tanto”, sono felici di aver ricevuto in dono l’esegesi del Corano in dodici volumi, ringraziano “tutte le comunità musulmane” e la “gentilezza e premura” dei carcerieri, si dimenticano facilmente di Enzo Baldoni e di Fabrizio Quattrocchi, chiedono il ritiro delle truppe, restano malinconici e critici verso il governo che li ha salvati. Gabriele Torsello ha rovesciato questo misterioso cliché e si è trasformato in un occidentale (non si sa però se indossi ancora, per le strade di Londra dove ora vive, la tunica bianca). In un’intervista alla Stampa di qualche tempo fa, ha detto che Gino Strada dovrebbe spiegare molte cose, e che “la storia che l’ospedale di Lashkargah dia fastidio è ridicola. Bisogna ricordare, aggiunge concordando non noi, che la missione di Emergency in Afghanistan è curare i feriti e non informare il mondo su cosa accade nel paese”. Torsello contesta la partigianeria politica di Gino Strada e giudica irresponsabile il suo atteggiamento di allora, quando parlò del riscatto pagato per liberarlo (“pubblicità al prezzo dell’ostaggio”). “Va bene criticare la guerra, ma non nel contesto in cui operano loro”. Quattro anni fa Torsello sembrava un simpatico radical schick peace and love che se l’era vista brutta (e salire su un autobus afghano, nel 2004, non era stato proprio un colpo di genio), adesso dice: “Appena sento i cosiddetti pacifisti mi viene da ridere. Come si fa a pensare che basti il ritiro dei soldati occidentali per portare la pace in Afghanistan? Parlare di pace è facile, ma allora cominci Gino Strada chiarendo la situazione”. Dice perfino che non è mai più tornato in Afghanistan perché “non mi sembrerebbe giusto”.

Gaetano Immè

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