Gaetano Immè

Gaetano Immè

lunedì 18 ottobre 2010

GLI UNTORI E GLI APPESTATI

Il nostro Paese ha un quarto potere malato, insano, insano fin dalle sue radici, insano nelle sue ramificazioni, malato ed infetto nei suoi uomini, che produce un frutto ben più malato della pianta dalla quale nasce  e che contagia il lettore come una sorta di peste bubbonica di manzoniana memoria. La libertà di stampa non è mai stata tanto ampia in Italia, ma anche così tanto circuita per inconfessabili interessi totalitari e lobbistici. Basta leggere giornali non dell'Italia, basta aver girato un pochino il mondo per sapere che nei grandi Paesi occidentali democratici i giornali non sono identici e contrapposti, non sono faziosi e speculari fra di loro, non si fanno la guerra fra di loro, non provano - facendone una professione - a creare melma o qualcosa di peggio ( in Inghilterra chi fa questo mestiere viene definito con il tgermine dispregiativo di " shithandler" che significa " maneggiatore di escrementi umani" non giornalista) da spargere poi sui giornali avversi, come avviene malauguratamente in Italia. I grandi giornali di questi Paesi non parlano fra di loro, non si offendono vicendevolmente. Parlano invece al loro pubblico, parlano ai loro lettori, "parlano e raccontano" senza piegare  la realtà dei fatti al loro tornaconto personale ( politico, editoriale, viscerale,ecc), parlano alle loro elite, parlano al loro popolo. Parlano anche ai loro Governi, usando linguaggi discreti e decisi, da noi ormai completamente sconosciuti ed ignorati, con toni anche decisamente critici ( ciro solo il Watergate come esempio) , ma senza mai permettersi l'offesa persobnale , la delegittimazione altrui. Ecco, in Italia è  successo qualcosa che ha fatto superare ogni umano limite, ogni misura nell'informazione ed ovviamente anche nella televisione. Ciò è accaduto in Italia con maggiore evidenza proprio dalla fine , traumatica e tragica, della Prima Repubblica, da Tangentopoli. Con la stampa di sinistra  asserragliata in forma di lobby editoriale-mediatica-politica che , completamente rintronata e sbigottita dalla vittoria di Forza Italia del 1994, da quel momento non ha trovato di meglio che reagire come un pugile suonato, usando ogni mezzo lecito ed illecito per sbarazzarsi dell' "invasore" ( non a caso, il " Bella ciao!" santoriano). Sono ormai diciassette anni, dicasi diciassette anni, che la stampa di sinistra non studia altro che come creare fango da gettare addosso all'invasore, a Berlusconi. Ha usato tutto, ha usato la Magistratura , ha usato le ragazze, ha usato l'alopecia, ha usato le scarpe con tacco, ha usato l'altezza fisica , ha usato i difetti fisici, ha usato le malattie, ha speculato sulla prostata, una bionda direttora ha addirittura spiegato come si fanno le iniezioni al pene per ottenere l'erezione ( cosa che ho trovato disgustosa  ) , ha usato i fatti privati come  la moglie infedele ed interessata, ha usato le donne consenzienti, ha usato le mignotte fotografanti, ha usato i terremoti, ha usato i rifiuti, ha usato solo la delegittimazione . Ottenendo, non poteva essere diverso, adeguata e speculare risposta dalla opposta stampa. Non arrecano alcun vantaggio intellettuale a questo incivile stato di cose tutti quegli omuncoli che sguazzano in questa mota senza un'idea dignitosa che faccia superare  al popolo lettore queste liti da comari isteriche, da cortile. Anzi, questi omuncoli affossano ancora di più la dignità culturale italiana , la dignità del popolo italiano, rendendolo schiavo delle rispettive menzogne, invece che culturalmente in grado di giudicare i fatti senza altro ausilio che il proprio cervello. Non credo che aumentando il numero dei "monatti" aumenti la libertà di stampa, nè aumenti il tasso di democrazia di un Paese, anzi. E allora, cos'altro sono se non dei veri monatti, dei veri untori di peste mediatica i vari Santoro, D'Avanzo, Gabanelli, Mannoni, Camilleri, ecc ai quali non possono non replicare adeguatamente - almeno per controbattere la verità dei fatti - i vari Feltri, Sallusti, Porro, Paragone, ecc. Cacciare via chi per meschino tornaconto sfrutta la credulità dei lettori trascinandoli in un'ignobile guerra ideologica non è " attentare alla democrazia", ma, al contrario,  costruire una  corretta democrazia informativa.


LA PIAZZA DI SABATO SCORSO A ROMA:   SIAMO NEL 2000 O A ROCCALUMERA NEL 1950 ?


Finlmente una manifestazione sindacale ben riuscita. Nessun incidente, come si temeva, molte esagerazioni come si sapeva. Pazienza, perchè non è un gioco, ma una tragedia, perchè non è semplice per nessuno  capire come stanno oggi veramente  le cose in Italia e nel mondo, senza utilizzare inutilmente l'alibi dell'antiberlusconismo viscerale, per una moltitudine  di persone che è nata, che è cresciuta e che è stata illusa dal " posto fisso " per tutti, dal moloch del " posto fisso per D.L.". I numeri dei presenti non interessano, perchè, fatta eccezione per i ricchi scemi ( tipo ricchi attori che cercano visibilità sfruttando la disgrazia di chi ha perso il pavoro - che miseria umana!) , fatta eccezione per i soliti politici che invece il posto ed il sedere lo tengono ed anche ben caldo nella casta, fatta eccezione per i segretari confederali che si sono trovati spiazzati dalla manifestazione e che hanno tentato di salvare la loro faccia aizzando ancor di più gli animi ululando di un prossimo sciopero generale ( che non produce certo posti di lavoro, nè tanto meno posti fissi) , a questa gente bisogna non opporsi, ma spiegare, fino all'esaurimentio del fiato. Cominciando dal motto " Sì ai diritti, no ai ricatti", che non fa certo onore alla FIOM/CGIL. Nel piano della FIAT di proporre un " contratto locale" superando il " contratto nazionale di lavoro " non esiste un ricatto, ma solo una proposta: uno stabilimento resta in esercizio se accetta queste condizioni , peraltro sindacalmente accettate dagli altri sindacati, altrimenti la globalizzazione e la delocalizzazione mi consente di produrre altrove nel mondo. Dov'è il ricatto? Chi vede in questa scelta un ricatto ha in mente una sorta di fascismo produttivo, un protezionismo d'antan, un interventismo dello Stato che finanzia tutti a pioggia, senza alcun riguardo al lavoro. Il lavoro, signori, è un elemento della produzione, non la produzione. Eccome gli altri elementi della produzione, anche il lavoro deve adattarsi al momento ed al luogo, come accade in ogni altra parte del mondo. Allo stesso modo occorre ricordare algli organizzatori che dire " sì ai diritti" è null'altro che la politica sociale che l'Italia ha sempre seguito e che continua a seguire. La chiamano welfare ma è la stessa cosa. Ci sono forse diritti che l'accordo di Pomigliano ha cancellato? La risposta è : no!  Vi è solo una " frazione" del diritto di sciopero che viene contrattata contro una serie ndi investimenti sul territorio da parte della FIAT, esattamente in questi termini: c'è la rinuncia al diritto di sciopero nel turno di sabato, contro gli investimenti noti. Dunque, alle strette: siccome il diritto di sciopero vige per sei giorni su sei ( lavorativi), rinunciare ad un sesto di un diritto contro la sicurezza del domani non credo sia iniquo, ma favorevole. E non solo per Pomigliano, ma per tutto il Paese, come segnale positivo per gli investitori. Quali messaggi, alla fine, sono venuti dalla piazza? Sostanzialmente due;  che il " lavoro è solo un diritto" e che " il contratto di lavoro deve essere nazionale e vincolante per tutti". Sono principi che valevano ai tempi di Checco e Nina, quando l'Italia si ricostruiva, quando in Italia esistevanio ancora i latifondisti. Sono rimasugli archeologici nella società del 2010, non esiste nè è mai esistito un " lavoro-diritto" che poi il sindacato ( o lo Stato) fraziona fra tutti i soggetti. Il lavoro non è " una risorsa " del Paese, ma è " la forza " del Paese. Non si genera da solo, ma deve essere sollecitato, deve essere prodotto anche da altre entità.  Se le altre entità non trovano che ostacoli, il Paese non vive di " diritto -. lavoro" che non lavora e che non incassa, ma muore dilaniato dalla crisi. Il contratto, poi, valido erga omnes ha fatto il suo tempo, ha difeso troppi indifendibili, ha premiato la cultura dell'inefficienza, ha aiutato molti imprenditori incapaci ,  sorretti da sovvenzioni di Stato ( vedi Agnelli e la prima FIAT), ha punito il merito, ha premiato l'improduttività.  Il compito odierno di un Sindacato serio è quello di coniugare la ricerca della competitività con la tutela dei diritti dei lavoratori e dei disoccupati. Ma sbraitare ai precari che essi hanno diritto ad essere assunti in un mondo che non dispone di produttività e di occasioni produttive non è fare la loro difesa, ma prenderli per i fondelli, illuderli, spingerli all'esasperazione. E poi, forse , anche più in là. Ricordiamo sempre Guido Rossa, l'origine degli anni di piombo, le esasperazioni ideologiche sono le stesse, fate i conti con la realtà, perchè la realtà non è un'imposizione di Berlusconi, non è un diktat di nessuno, è solo il mondo peroduttivo di oggi, rendiamocene conto, il mondo nel quale dobbiamo vivere tutti: impiegati, operai, tute blu, intellettuale, sindacalisti, politici. Anche gli " attori" se ne devono rendere conto. Se la FIOM/CGIL vuole testardamente rimanere prigioniera di una cultura tardosessantottina, negatrice di ogni merito, difenditrice di inetti indifendibili, negatrice di ogni accordo che non sia il totem dittatoriale del contratto unico, si condanna da sola alla sua marginalizzazione. In tutta Europa, ma anche nel mondo intero, i Sindacati perdono potere ed iscritti. Un declino inevitabile e definitivo? Non credo, credo piuttosto che il sindacato sia chiamato ad una grande prova di maturità e di saggezza, credo ad una metamorfosi delle relazioni industriali, credo, questo certamente, alla fine di ogni sogno centralistico e collettivistico. Che la FIOM / CGIL si adegui, se vuole salvarsi dal naufragio. Ricordo che usare simili parole  nel lontano ottobre del 1980 quando i famosi 40 mila quadri e capireparto sconfissero la CGIL a Torino ( Mirafiori) era considerato una eresia e fu invece la sacrosanta verità.Non è mostrando i muscoli, non è mostrando i ricchi gioielli di famiglia tipo Scamarcio, che la FIOM/CGIL avrà vita. Fare i conti con la storia non è soggiacere ai ricatti, ma avere il cervello a posto e non sognare illusioni tardoottocentglesche sconfitte da vita e storia.

QUELLI CHE ODIANO IL FEDERALISMO SENZA UN PERCHE' E SPARANO MINCHIATE

Non sono un profondo conoscitore del federalismo, ma basta ragionare con i documenti ufficiali  e leggere poi la stampa di sinistra e dei fasciocomunisti per comprendere tante cose. Dopo un lungo esame, ho centrato otto menzogne otto, che comunque, sono quelle alle quali i nemici del federalismo leghista " per partito preso" si " attaccano" . Vediamole e smontiamole, una per una, con la pazienza che ci vuole con i bambini. In primo luogo una bugia sciocca, ripetuta anche da una sussieguosa , vanesia e ridicoola carica istituzionale dello Stato la quale, pur essendo brava a digerire anche i manici di scopa per mostrare  un portamento eretto ( confondendo forse  l'homo erectus con il politico, il che non è un complimento!) , trova molto indigesta la cultura e la storia. Ignora che la Padania esiste, eccome se esiste , esiste sul Vocabolario ( prego, controllate lo Zanichelli ) , esiste nelle radici popolari, esiste nella storia, esiste nelle tradizioni, esiste nella cultura. Come esiste, per esempio " la Ciociaria", come esiste, altro esempio, la " terra di lavori", come esiste, altro esempio, " la Brianza". Seconda menzogna: il federalismo fa aumentare i costi. Devo ricordare che nel 1998 ( con la riforma Bassanini) e nel 2001 ( con i famosi quattro voti di maggioranza) il centrosinistra ha già riformato il Titolo V della Costituzione. E' da quest e riforme del centrosinistra che scaturisce  l'assetto delle competenze regionali per il semplice fatto che il federalismo non ne prevede altre. Dunque non essendo previsti incrementi di competenze,  non può nemmeno esservi incremento di costi. Terza menzogna: il federalismo farà aumentare le tasse. E' la menzogna più becera, perchè conta sulla difficoltà di spiegazione del caso e sulla enorme ignoranza da parte del popolo dei meccanismi interessati. Provo a sintetizzare: regioni, provincie,  comuni, davanti a dissesti finanziari giocano a scaricabarile. Il Comune dà la colpa alla Procinvia, la Provincia alla Regione, la Regione allo Stato. Intanto le Regioni ( dopo le riforme del centrosinistra indicate) accumulano deficit spaventosi , deficit di cui alla fin fine nessuno è responsabile in questo gioco del cerino. Tanto lo pagano i contribuenti! Ricordo, per fare un esempio eclatante, che il Governo Prodi II stanziò nel 2007/2008 l'astronomica cifra di 12 miliardi di Euro  a favore di cinque regioni del Sud in extradeficit sanitario. Bene: oggi, anno 2010, le stesse cinque regioni del Sud sono ancora in deficit. E allora? E' bene, anche se superfluo , ricordare che quei 12 miliardi li abbiamo pagati tutti noi italiani. Con il federalismo si pone fine a queste perverse dinamiche , gli sprechi non saranno più coperti da ripiani statali. Da quando nel 2005 sono stati introdotti i piani di rientro  ed è scattato l'aumento automatico dell'addizionale regionale dell'IRPEF ( in caso di disavanzo ), la crescita annua della spesa sanitaria che fino al 2005 era cresciuta del 6% annuo è scesa al 3%.  L'introduzione dunque del principio del " chi rompe paga" ha avuto dunque un'influenza positiva anche perchè questo punto mette in essere anche percorsi istituzionali nuovi, quale quello del " fallimento politico" di quelle amministrazioni che non riescono a tenere i loro conti in ordine.  Terza menzogna: con il federalismo si crea una serie infinita di nuovi tributi. La situazione attuale, ante federalismo, si basa sulla bellezza di 45 fonti di gettito, delle quali solo quelle Comunali sono 18. Bene, credo che più giungla di questa attuale non vi sia. In federalismo in realtà con l'introduzione dell'imposta municipale unica e secondaria, elimina già 16 voci esistenti di tributi. Si va dunque verso una semplificazione dei tributi.
Quarta menzogna: il federalismo separa il Nord dal Sud.  Per capire la enorme portata della menzogna, basta pensare che la Sicilia ha un munero di dipendenti regionali 10 volte quelli del  Veneto, la Calabria ha assunto 25.000 guardie forestali, sei volte quelle del boscoso Canada, in Calabria non è stata mai tenuta una seria contabilità della sanità, in Puglia i dipendenti della Regione costano sei volte quelli della Lombardia. Potrei continuare, ma lo trovo ridicolo. Possiamo continuare così? Alcuni Governatori del Sud lo hanno capito. Basta con l'assistenzialismo e con i voti di scambio nel Sud. Altro che Nord contro Sud, semmai il Nord che cerca di istruire il Sud a non rubare più al Paese, come ha fatto fin'ora. Quinti menzogna: il federalismo distrugge la solidarietà ed il finanziamento della sanità pubblica.  Il Federalismo introduce, al contrario, un forte principio di solidarietà, perchè crea un asset costituito da cinque Regioni in equilibrio economico i cui sistemi sanitari abbia superato l'esame di qualità del Ministero. Tra queste cinque, la Conferenza Stato Regioni ( giudata da Vasco Errani, Governatore di sinistra dell'Emilia Romagna) ne sceglie tre che determinano i così detti " costi standard". Oggi, senza il federalismo, un parto cesareo, tanto per fare un esempio, costa 1,900,00 Euro in Calabria, 1.300,00 Euro in Abbruzzo, 1.000,00 Euro in Piemonte. C'è bisogno di continuare?  Sesta menzogna: il federaismo è una scatoletta vuota. La migliore replica  sta nella relazione presentata dal Governo al Parlamento il 30 giugno scorso. Prego leggere tutti i documenti.
Ultima menzogna: il federalismo demaniale cancella la garanzia del debito pubblico. Leggo dalla relazione della Corte dei Conti del 4 ottobre scorso:" ..il federalismo è un'occasione decisiva per migliorare l'utilizzo di un patrimonio spesso trascusato o messo a reddito in modo inadeguato...".


Roma 18 ottobre 2010

Gaetano Immè

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