Gaetano Immè

Gaetano Immè

giovedì 2 dicembre 2010

                                        PER NON DIMENTICARE
                                  IL NOSTRO MANIFESTO PER LA PRIVACY


LA PRIVATEZZA E' UN NOSTRO DIRITTO INVIOLABILE SANCITO DALL'ARTICOLO 15 DELLA COSTITUZIONE. DIFENDIAMOLO DA TUTTI COLORO CHE VOGLIONO SOTTOMETTERE LA DIGNITA' PERSONALE E LE REGOLE DELLA CIVILE CONVIVENZA AGLI SPIONI DI STILE STALINISTA, NAZISTA , CUBANO E FASCISTA.
Il dibattito intorno alla legge sulle intercettazioni telefoniche ( che fine avrà fatto?)  non deve servire a far scivolare sotto silenzio o a marginalizzare il nostro irrinunciabile ed indisponibile diritto alla privatezza, statuito inoltre come inviolabile dall'articolo 15 della Costituzione Italiana. Accettare di essere intercettati senza che sussista un reato significa: 1. aver dimenticato le immani catastrofi, i massacri, tutte le guerre che il secolo scorso ha patito per essersi sottomesso alla pretesa delle dittature comuniste, hitleriane , cubane e fasciste di spiare continuamente nella vita privata degli altri . Alle anime belle ed ipocrite che sbandierano l'ipocrita slogan " chi non ha niente da nascondere non teme le intercettazioni" rinfaccio con la massima violenza possibile  il loro qualunquismo ipocrita e totalitarista, perchè proprio con questo concetto nacquero il KGB in URSS, la Stasi nei Paesi dell'impero Comunista, la Gestapo in Germania sotto il regime Hitleriano e l'Ovra , con il suo "caposcala" nel regime di Mussolini. Indebolire il sistema immunitario democratico facendosi irresponsabile untore di quella peste totalitaria ed incivile che è il giustizialismo alla Di Pietro, contribuire così all' indebolimento del garantismo è una pericolosa china totalitaria e spesso teocratica che, come i regimi del secolo scorso ci dovrebbero avere insegnato, non si sa dove possa condurre; 2. non avere nessun rispetto per la persona, sia per se stesso che per gli altri, ritenere che lo Stato possa avere sull'individuo ogni potere, dalla nascita alla sua morte, ritenere che lo Stato possa scrutare nei luoghi più nascosti e sacri del privato, ritenere che lo Stato abbia il diritto di calpestare la dignità dell'essere umano, insomma significa negare che leggi e regole della convivenza siano fondate sul dovuto rispetto dell'individuo; 3. non sapere o fingere di non sapere che l'articolo 15 della Costituzione assicura la nostra privatezza come diritto inviolabile, anche per la corrispondenza e per ogni altra forma di comunicazione, considerata dai padri costituenti, un diritto basilare , portante ed indisponibile ed alla base di ogni società libera e democratica;4. NOI VOGLIAMO SALVAGUARDARE LE INDAGINI PENALI CONTRO OGNI FORMA DI CRIMINALITA' E DI ILLEGALITA' E VOGLIAMO ANCHE DIFENDERE LA LIBERTA' DELLA STAMPA E DEGLI ALTRI MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA. MA NON VOGLIAMO CHE L'INFORMAZIONE SI SOSTITUISCA AD UN GIUSTO PROCESSO, NOI NON SIAMO DEI VOLGARI E MEDIOEVALI BOIA O DELATORI PREZZOLATI , NOI VOGLIAMO CHE L'INFORMAZIONE RITROVI LA SUA DIGNITA', CHE ESPELLA DAL SUO SENO GLI SPUTTANATORI SIANO ESSI PSEUDOGIORNALISTI CHE NEGLIGENTI O INTERESSATI MAGISTRATI, MA NON INTENDIAMO CERTO PER QUESTO NEMMENO IN PARTE SACRIFICARE IL NOSTRO INVIOLABILE DIRITTO COSTITUZIONALE SANCITO NELL'ARTICOLO 15 DELLA COSTITUZIONE .


ASPETTANDO IL 14 DICEMBRE PROSSIMO

Quando ci lamentiamo dello strapotere e dell’irresponsabilità della partitocrazia dovremmo ricordare che questo strapotere è‘sancito’ in Costituzione. Sembra un paradosso, ma è così. L’articolo 67 della Costituzione, infatti,  un testo breve di sedici parole,  detta ‘Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato’. E’ proprio il caso di dire che il diavolo si nasconde in un minimo particolare, dentro un testo di ben 139 articoli, più 18 disposizioni transitorie e finali.L’idealismo dei nostri padri costituenti ha stabilito, nella prima parte dell’articolo citato, che i deputati e i senatori non rappresentano coloro che li hanno eletti nei singoli collegi, ma un’astratta entità, la Nazione (sempre più evanescente in tempi di globalizzazione e multiculturalismo), e nella seconda parte ha statuito il divieto di mandato imperativo per gli eletti. Questo vuol dire che per i cinque anni della legislatura gli eletti sono svincolati dalla volontà e dagli interessi dei deleganti, sono liberi di votare anche in contrasto con quanto promesso nei comizi e nel progranna elettorale e di migrare da un gruppo parlamentare all’altro senza rendere conto a nessuno. Si dirà che gli elettori potranno ‘punirli’ non rinnovando il mandato: sì, ma dovranno aspettare cinque anni, e nessuno si fiderebbe di un  " amministratore dei propri  interessi "  che presenta il rendiconto solo al termine del quinquennio. Sa dunque di  moralismo condannare i voltagabbana, i ribaltonisti, i doppiofornisti quando la Costituzione li assolve, e li legittima nel rappresentare tutti nel  non rendere conto a nessuno in corso d’opera del loro operato. Alla base della sfiducia motivata nei partiti e negli uomini politici, nella cos' detta " casta",  sta proprio questa impossibilità codificata e costituzionalizzata,  di controllo popolare sulla ‘casta’. Il nostro sistema costituzionale,  nella Parte Seconda – Ordinamento della Repubblica -  non ha previsto i vincoli di constituency del modello anglosassone. Constituency è il collegio elettorale, e gli elettori un corpo di constituents che non si accontentano di dare un mandato in bianco per cinque anni, ma vogliono esercitare i diritti politici anche tra un’elezione e l’altra, e su issues determinanti; e lo vogliono fare in quanto cittadini, senza passare attraverso il filtro di un partito politico. Questi elettori non si limitano a segnalare, protestare o esprimere desideri, esercitando il classico right of petition (previsto anche nel nostro Art. 50 Cost.), ma tematizzano gli issues ( questioni, faccende, ndr) di loro interesse ed elaborano ipotesi di soluzione.


Perchè funzioni un rapporto di corretta rappresentanza tra l’eletto e gli elettori occorre che l’eletto non sia il delegato di un apparato partitico, che abbia invece una biografia accreditata presso gli elettori del collegio in cui si presenta, che risieda nel collegio durante tutto il periodo di mandato e sia al servizio dei cittadini, raggiungibile tramite indirizzo, telefono, email; ancora, che prima dell’elezione formalizzi il programma da attuare e lo sottoponga agli elettori, che in corso di legislatura mantenga un rapporto costante con il suo elettorato, che argomenti prima, e giustifichi dopo, eventuali sue decisioni in contrasto con il mandato e con il concordato programma e , a metà della legislatura ,  sottoponga a verifica il modo in cui lo sta esercitando. Va da sè che occorre un sistema elettorale maggioritario: il contentino del voto di preferenza nel sistema proporzionale non costituisce un potere reale dell’elettore, dal momento che le liste le compilano i partiti .Quanto detto va oltre il collegio elettorale, e riguarda any body of constituents, gruppi di cittadini che si sentono attori di una democrazia degli interessi, le cui armi sono una dialettica politica permanente con gli organi di rappresentanza e di governo, al di fuori dei partiti, che hanno dato cattiva prova nell’interpretare e tutelare i diritti di cittadinanza.
L’Art 67 Costituzione italiana,  al di là dei suoi effetti perversi , riflette un modello di democrazia rappresentativa di cui conosciamo molto bene e dal 1948 il cattivo funzionamento e la corruzione ( do you remeber Affittopoli, Tangentopoli and so, please?). Proporre la sua soppressione, o la  sua modifica,  implica la revisione del modello: operazione complessa, ma vista la situazione, ormai ineludibile. Venne , poi , il maggioritario, che trovò in Oscar Luigi Scalfaro il massimo oppositore, il quale, infischiandosene di essere tra gli estensori della Costituzione e godendo delle anomalie e dei privilegi della prima Repubblica, rispedì con una bella pedata il maggioritario al mittente, permettendosi nel 1994 di far governare una maggioranza diversa e contraria a quella uscita dalle urne. Per la precisione: quella che uscì sconfitta dalle urne divenne la maggioranza che sostenne il governo di Lamberto Dini. Una schifezza, un obbrobrio.Ci se ne rese conto, ci si vergognò forse, e fu varata la nuova legge 270 del 2005, che ha consegnato finalmente alla sovranità popolare la scelta della maggioranza e del premier. Che avesse questa portata lo ammise anche l’attuale capo dello Stato Napolitano, che nel 2006 nominò Prodi in quanto capo dell'Unione, la coalizione vincente.
 Ma oggi il clima è cambiato. Le vergogne sono state dimenticate. L’elezione diretta del premier da parte del corpo elettorale  viene messa in discussione con argomentazioni futili e costituzionalmente addirittura risibili. Tutte le volte che il capo dello Stato, Fini e l’opposizione ricordano che siamo in una “ repubblica democratica” vogliono significare che la sovranità non appartiene al popolo ma al parlamento. Insomma ci rubano un nostro diritto.


Vediamo allora insieme questo articolo 1 della Costituzione che recita: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”
Mi pare di poter ritenere pacifico che quando la Costituzione usa il sostantivo " sovranità ", parli di una sovranità effettiva, la quale deve essere esercitata certo nei limiti e nelle forme da essa stessa stabiliti, ma deve essere, prima e sopra tutto,  piena e completa.
Cosa succede quando l’elettore esercita la sua sovranità?  Lo strumento principe che ha a disposizione per farlo è rappresentato dal suffragio universale, ossia dal voto espresso all’interno di una cabina elettorale.
L’attuale sistema elettorale, voluto dalla legge 270 del 2005 , consente che dalle urne esca una maggioranza ed anche un premier (interpretazione pacifica e condivisa nel 2006 pure da Napolitano per l'On. Romano Prodi), e successivamente anche da Fini (“Nel nostro sistema, la maggioranza è quella che esce dalle urne. Non a caso gli elettori che hanno votato nelle ultime Politiche hanno trovato sulla scheda il nome del candidato premier.”), sue testuali affermazioni.
La maggioranza, perciò, e il premier, sono diretta espressione della sovranità popolare esercitata con lo strumento elettorale. Ossia, quando ci si domandasse: come si è espressa la sovranità popolare ?  la risposta sarebbe una sola: Si è espressa mandando al governo la tale maggioranza  X e indicando chi debba essere  anche  il presidente del Consiglio.
Nel momento in cui tutti i giuramenti sono fatti e si apre la legislatura, quella maggioranza e quel governo diventano intoccabili poiché sono diretta espressione della sovranità popolare.
Se poi la  maggioranza X  e il governo dovessero decidere,  essi stessi , di interrompere la legislatura, nessuno  è autorizzato dalla Costituzione a trasferire su di sé la sovranità popolare e ad esercitarla in sostituzione  del popolo. Nessuno. Neanche  il Capo dello Stato. Tanto meno una nuova e diversa coalizione di partiti che , insieme, raggiungessero la maggioranza politica , in quanto non legittimati dal voto popolare.Poiché la sovranità popolare ha scelto quella maggioranza, nessun’altra maggioranza può arrogarsi il diritto di appropriarsi della sovranità popolare e sentirsene legittimata. E’ semplicemente un abuso ed una violazione della Costituzione. E chi prestasse fianco a tali manovre, sarebbe colpevole di un reato simile al " furto ed al riciclaggio dil voto popolare". Da respingere e combattere. Sarebbe la fine della democrazia , sarebbe il trionfo della " partitocrazia".

Chiarito questo, vediamo che cosa può significare che la sovranità popolare deve esercitarsi “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. C’è un solo articolo a cui si può fare riferimento, il 67, al quale si sono liberamente e disinvoltamente appellati Oscar Luigi Scalfaro nel 1994 e si appellano ancora oggi tutti coloro che intendono dare all’espressione “democrazia parlamentare” un significato pro domo sua, illecito e quindi anticostituzionale. Questo articolo recita:Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato  ” La norma sancisce il così detto divieto del mandato imperativo, per il quale il parlamentare non può accettare alcuna istruzione o direttiva circa l’esercizio delle sue funzioni e ciò a tutela della sua indipendenza da qualsiasi potere , politico, economico o sociale. Ne consegue che ciascun parlamentare, nello svolgimento della sua attività, può agire liberamente, non sussistendo alcun mezzo giuridico per costringerlo al rispetto di eventuali accordi o per chiamarlo in giudizio a rispondere del modo in cui ha esercitato il proprio mandato.


La mancanza di una responsabilità giuridica  del parlamentare nei confronti dei propri elettori non esclude, però, una sua responsabilità politica , che il corpo elettorale può far valere solo in sede di nuove elezioni, allorquando avrà la possibilità di esprimere un giudizio sull’operato del parlamentare che si ripresenta candidato, confermandogli o negandogli (nel caso la condotta del parlamentare non abbia risposto alle aspettative) la propria preferenza. Il problema del vincolo di mandato si propone in tutta la sua complessità in relazione ai rapporti che si instaurano tra membro del Parlamento e partito politico di appartenenza .  La linea politica adottata dal partito, infatti, si sovrappone il più delle volte agli orientamenti personali del parlamentare, così che questi viene ritenuto un mero portavoce del partito in seno al Parlamento: i casi di «ribellione» alle direttive del partito sono puniti con severe sanzioni disciplinari, che possono giungere fino all’espulsione dal partito. Talvolta, in passato, i partiti subordinavano l’inclusione di un candidato nella propria lista alla preventiva consegna di una domanda di dimissioni con data in bianco, diretta alla Presidenza della Camera, per cautelarsi contro eventuali dissensi del parlamentare eletto nelle loro liste (dimissioni rilasciate in bianco). Altra tecnica adottata era quella della deposizione anticipata del mandato: i partiti esigevano che il parlamentare si obbligasse ad abbandonare la carica in qualunque momento, su semplice loro richiesta (es.: la rotazione prevista dal partito radicale a metà mandato).
La questione dei rapporti fra parlamentare e partito di appartenenza si è riproposta nel nostro paese in occasione della fuoriuscita dei parlamentari della Lega Nord dalla coalizione di governo (Polo delle libertà) nella quale si erano presentati alle elezioni del 27 marzo 1994 (il famoso «ribaltone»). In quell’occasione fu affermato che il meccanismo elettorale maggioritario, allora vigente, spingendo l’elettore a votare anche il candidato di un partito diverso dal proprio, ma pur sempre appartenente alla stessa coalizione, imporrebbe agli eletti che volessero uscire da quella coalizione di ripresentarsi davanti agli elettori per ottenere un nuovo mandato.
Questo articolo, dunque, attiene non ad una collettività di parlamentari, ma al comportamento di singoli parlamentari, nell’ambito tuttavia invalicabile che il parlamento resti rispettoso della sovranità popolare, ossia dell’articolo 1 della Costituzione italiana.
Ossia ancora: maggioranza e premier devono restare quelli scelti dagli elettori e anche il parlamento è tenuto al rispetto della sovranità popolare. Essa viene prima di ogni altra volontà. E’ la norma superiore, è la prima, è la fondamentale . E' infatti posta al numero 1 della nostra Costituzione e non è certo un caso. Altrimenti non si potrebbe chiamarla sovranità popolare ed essa varrebbe un niente.
Perciò, quando si cambiano le maggioranze è sbagliato invocare a loro giustificazione l’art. 67, poiché esso, utilizzato in questo modo, contrasterebbe con l’articolo 1, posto a fondamento della nostra Costituzione, non a caso sotto il titolo significativo di “Principi fondamentali” e quindi " irrinunciabili  ed inalienabili" .


Mi è sembrato necessario riappropriarci , tutti noi cittadini, di quanto ci ha consegnato la nostra Costituzione, che ci ha posto ,con il suo primo articolo - che non può che riverberarsi sugli altri, - a capo di tutto il sistema democratico costituzionale. Ripeto: ha messo noi a capo del sistema democratico; noi ne siamo i custodi e non il parlamento, che deve operare nel rispetto della nostra sovranità, e quindi delle nostre scelte.

Sono in corso operazioni malvagie di disinformazione,di mistificazione del dettatto Coastituzionale, condotte con ragionamenti subdoli e traditori. Dobbiamo dire basta. Tutti devono capire che il tempo degli inganni e della doppiezza è finito.


ESORDIO DELLA SIGNORA CAMUSSO ALLA SEGRETERIA DELLA CGIL

Brutto esordio per il nuovo Segretario Generale dell CGIL, la Signora Camusso. Leggo il suo discorso e mi sono ritrovato molto, ma molto più giovane, diciamo all'epoca degli anni ottanta. Certo, un Segretario sindacale è libero di segliersi la propria linea sinacale e politica, ci mancherebbe come altrettanto libero è un cittadino qualsiasi di criticare, di bollare quella linea come "romantica", come "desueta", come "illusoria", come " avulsa dalla realtà". Ma su questo diamo al nuovo Segretario il tempo di riflettere sul mondo italiano di oggi, sul mondo di oggi di tutto il mondo, sperando che sappia darne una lettura adeguata. Se però mi tirate per il bavero e mi chiedete che ne penso di questo suo discorso, allora devo confessarvi che mi sono sentito riportato indietro nel tempo, come fossi a Brescello, com quando, giovincello, leggevo i libri di Giovanni Guareschi, come " Peppone e Don Camillo". E poi, sincerità per sincerità, devo confessarvi che sono rimasto anche allibito dall'approssimativo italiano della Camusso. Va bene che ormai grammatica e congiuntivi sono stati di fatto aboliti dalla lingua italiana a causa di  Di Pietro, ma sentire la Camusso esclamare "...un Paese reale , che vorrebbe un futuro, a cui questo Governo non lo sta dando..." è stato come ricevere una coltellata nella schiena!!!!


PREDICANO BENE MA RAZZOLANO DA SCIACALLI
Quando si discuteva delle " ronde" a proposito di legalità e di sicurezza, ricordo che tutti biasimavano e criticavano queste ronde, le bollarono come " squadracce fasciste", come " giustizieri della notte" ed al cielo arrivavano i lamenti prefichiani degli intelligentoni democratici nostrani. Poi, come troppo spesso accade a questi saccentoni, a questi servitori della liturgia falsamente democratica che opprime l'Italia dalla fine della seconda guerra mondiale, troppo spesso predica benino ma razzola malissimo. Allora deprecava la semplice " ronda disarmata", oggi invece, organizza e plaude una ronda che si attribuisce il potere di condannare a morte un diverso. Parlo di quella squadraccia immonda, falsa, ributtante, ideologicamente schifosa delle così dette " Iene". Si sono date al linciaggio di un sacerdote accusato di pedofilia, ne hanno sconvolto la vita con accuse, pedinamenti, processi sommari, roba da Mastro Titta. E lo hanno spinto al suicidio. Altro che " Iene", sono dei veri e propri sciacalli che guadagnano facendo morire persone prima del giusto e doverso processo. Ma in quale porco mondo ci fa vivere questa spazzatura  intellettuale?

UN DUO DI ARROGANTI, DI PREPOTENTI, DI SPOCCHIOSI: FAZIO E SAVIANO

Non c'è niente da fare, il potere dà l'arroganza, nessuno sfugge a questa regola umana. La ributtante arroganza di un Fazio e di u n Saviano che, sogghignando sotto i baffi , come chi sa di avere il potere di schiacciare l'oppositore, hanno anche la faccia tosta di dire
" chi non si è sentito rappresentato da questa trasmissione ne può fare un'altra" resterà sulla loro pelle come un marchio di infamia incancellabile, a vita, come degli animali. Arroganti, spocchiosi e vili, si trincerano dietro mamma RAI3 e provocano usando il potere di RAI3,  ben sapendo come sia impossibile  che RAI3 organizzi un'altra trasmissione per dare voce a tutta quella maggioranza di popolazione che non solo non si è sentita rappresentata da questo duo di briganti intellettuali ( ma sempre briganti sono) ma che desidera la vera libertà di parola, non la libertà di indottrinamento e di insulto che vogliono questi due.


MA GLI STUDENTI UNIVERSITARI  LO SANNO CHE LA LORO E' LA PAURA DEL NUOVO ?
Martedì scorso Roma, anzichè " Città aperta", come nel vecchissimo film italiano neorealista, è stata una " Città prigioniera": non è stato un film , ma una farsa, una vera farsa. E, com'è noto, spesso, le farse sono anche tragedie. Uan pioggia battente ha contribuito alla formazione del caos urbano, con il traffico letteralmente impazzito per tutta la giornata, con il Raccordo anulare intasato da una marea di lamiere, con un centro storio soffocato non solo dal traffico ma anche dalla così detta " protesta universitaria", organizzata contro la Riforma Gelmini dell'Università. Martedì scorso , quindi , giornata decisiva per la riforma universitaria che, non ostante tutte le avversità non solo politiche ma  anche atmosferiche, ormai superato lo scoglio della Camera, si avvicina ormai ai pacifici lidi del Senato. Ma sarebbe sbagliato non tentare di capire i motivi di questa sollevazione studentensca contro questa riforma, anche se sollevazione non è stata,  perchè era esigua, molto esigua nella partecipazione numerica, anche se chiassosa, anche se ben adusa ad organizzare il caos pubblico, è stata la effettiva partecipazione degli studenti. Insomma  una protesta che avrebbe aspirato ad  essere una sollevazione, ma che invece è stata solo una manifestazione  frangistica di movimenti minoritari non universitari ma politicizzati. Questo blog ritiene che la giornata di martedì scorso sia stata la giornata di massima opposizione alla riforma Gelmini, la giornata del massimo sforzo per tentare di bloccare la legge da parte di studenti che saranno pure una minoranza, ma che hanno comunque occupato la piazza almeno per un giorno. Mentre Berlusconi , sempre più sincretico al comune sentire affermava che " gli studenti veri sono a casa a studiare ", è doveroso chiederci se veramente questa protesta esprima una repulsione verso questa coalizione di Governo o se si tratti invece di una frangia aggressiva. Mi piacerebbe capire perchè, questi studenti, si battano, con tanto accanimento ed ardore, per difendere l'Università per quello che è, per come essa è, per come è stata negli ultimi decenni, quando è così evidente a tutti -  e quindi anche a loro  - che una Università così com'è serve solo a perpetuare un sistema assolutamente inadatto ed incapace  di fornire la formazione culturale e tecnica necessaria per un futuro che si profila sempre più difficile e competitivo. Quelli che protestano contro questa riforma , mi pare di capire, ne vorrebbero un'altra, una riforma, però, dove le risorse tratte dal fisco finanziassero gli enormi costi, sempre più crescenti, per mantenere questo meccanismo universitario orami corroso da baronie e decadenza e che produce precarietà a nessuna professionalità. Guardiamo come paradigmatico al caso dei così detti " precari": si sono fondate Facoltà ed indirizzi e corsi di Laurea, anche breve, senza studenti, recitato da una miriade di persone e personale che non è stato mai adeguatamente addestrato e preparato, che non viene mai sottoposto a qualche verifica magari per via di concorsi i quali, oggi come ieri, sono quasi tutti basati ed organizzati su basi familistiche, clientelari, nepotistiche. Il  " pezzo di carta " è ormai senza valore alcuno, che produce una diffusa difficoltà ad entrare efficacemente nel mondo del lavoro. E' dunque  questo il mondo Universitario al quale aspirano gli studenti? E' questo quello che desiderano? E' l'Università che li prepara ad un distacco drammatico con il mondo del lavoro circostante quella che gli universitari vogliono? Il fulcro della diatriba sta tutto nel profondo distacco che ormai separa la vecchia Università dal mondo reale del lavoro. Forse perchè maestri dai valori incerti fanno agitare gli studenti dietro  chimere effimere mascherate da cultura, dal sapere, dal governare  che non ci si accorge degli sforzi che questa riforma cerca di superare. Perchè questa riforma, certo perfettibile, non è che un tentativo, ma l'unico tentativo dal 1948 ad oggi, di riannodare , di ricollegare il mondo dello Studio, il mondo Universitario a quello reale, al mondo che gli studenti trovano quando lasciano l'Università. C'è paura. Dopo sessantadue anni di protezionismo, di voto politico, di egualitarismo claustrofobico, di assenza del merito, di sonnolenta tradizione che ha creato baronie, potentati, clientele, precari, assistenzialismo, dopo tanto tempo sotto le gonnelle di mamma/Stato che dava poco a tutti ed a tutti in egual misura senza un grande impegno nello studio, ora la prospettiva di doversi dare da fare,  di combattere,  di confrontarsi,  di competere con tanti,con entità globali,  fa paura. Specie ai giovani. Insomma quella del Ministro Gelmini non è certo il massimo della riforma, ma almeno, come sostiene anche il Prof. Giavazzi nell'editoriale di martedì 30 novembre 2010 sul Corriere della Sera, da difendere. Introduce nuove e condivisibili regole, non ndistribuisce soldi a pioggia: cominciamo da quì a rifondare la nostra Università.

T'O VUO' METTE 'NDA CAPA, 'NDA CERVELLA, CHE SI MALATO ANCORA 'E FANTASIA? 'A MUORTE O SAI CHE E'? E' NA LIVELLA !!!!

Mi piacerebbe tanto sapere quanti sono i vecchietti soli, abbandonati in un ospedale da parenti, figli e amici distratti dalla loro impellente vita da vivere, senza una lira in tasca  e con alle spalle una intera di stenti e di miseria. Quale titolo, quale epopea, quale egloga vergherebbe L'Unità o Repubblica o Il Corriere della Sera se in una sera di pioggia e di triste uggia, con le luci accecanti di un  appropinquante Natale tutto da pagare e niente da  sentire, uno di loro, malato, cieco e solo , decidesse di suicidarsi? Ci sarebbero per costui mestizie pubbliche, canti fuori posto di ritornelli che puzzano di innocenti cadaveri , di sangue dei vinti, di rituali e divisorie belleciao, ci sarebbero, per questo assassino di se stesso, per questo vinto dalla vita , una prefica ce ne canti la vita vissuta, che ne onori i muri a secco tirati su nella sua vita da carpentiere, che ne scandisca i periodi di lavoro presso le varie ditte di costruzione come si fa per qualcun altro che, dopo una bella e soddisfacente vita, ha deciso lo stesso per se stesso? Ed il Parlamento, si sarebbe il Parlamento fermato per annunciare il suicidio der Sor Righetto, ex carpentiere cieco  pieno di metastasi fino agli occhi, sbandierandolo come un inno alla libera determinazione?


Roma 2 dicembre 2010

Gaetano Immè

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