Gaetano Immè

Gaetano Immè

giovedì 13 gennaio 2011

MA DOVE VANNO I SINDACATI ?

Se lo chiedono in molti, sia in Italia che in Europa ed anche " all over the word", come dicono i democrats americani, ma nessuno sa rispondere. Non spiega nulla nè fornisce esegesi con sex appeal  le  "Monde diplomatique", rivista radical-chic di oltr'alpe della gauche-caviar nè il pressocchè mitico The  Economist che pure sbatte in prima pagina le locali Union. Intanto quì a casa nostra gli ultimi romantici epigoni del sindacalismo romantico ed ottocentesco tipo dipinti di Pelizza da Volpedo sono andati k.o.davanti ad una semplice " proposta"  di Marchionne che loro, per salvarsi anima e portafoglio , amano definire " ricatto", dimostrando di non conoscere bene i signifcati delle parole che usano a sproposito. In tutto il mondo occidentale il sindacalismo è andato in tilt, è miseramente crollato: basti pensare che in Germania, dove pure le fabbriche e il carbonaie sono state le locomotive della loro rinascita, negli ultimi cinquanta anni - dico 50 anni - si sono avuti solo tre scioperi generali. Inchieste della Commissione Europea ha accertato che ormai nella media OCSE il sindacalismo tiene ostaggio un solo operaio su cinque, il venti per cento; e quì da noi questa media va divisa fra una triplice ormai frantumata dal terrificante montante che Marchionne ha sferrato al mento del movimento sindacale italiano. Così tramonta una sorta di mito in Paesi come la G.B. , come gli USA, come la Germania , le cui economie trainano " le monde intiére " e non a caso, non a caso, restano in campo- come isolette sindacalmente ancora resistenti - paesi come Francia, Spagna, Grecia ed Italia, le cui economie e industrie sono, al contrario,  in estremo affanno a voler essere teneri , paesi ormai considerati più come aree di ottusa resistenza alla globalizzazione. Però, a ben guardare, anche in questi Paesi dove il militantismo duro , puro e ottuso ancora miete minoritari e violenti nconsensi, segnali di cedimento sindacale non mancano. In Francia, per esempio, la riforma delle pensioni attuata dal Governo di Sarkozy ha prodotto una profonda crisi di identità nella Cgt filocomunista, che ancora seguita a curarsi le ferite; dove anche i cambiamenti strutturali nel settore pubblico , un tempo avanguardia del movimento, hanno inferto colpi mortali e micidiali al sindacalismo ottocentesco ed irragionevole. Sempre in Francia poi non è da sottovalutare che Renault  si è consociata con la Nissan e che dovrà dunque adeguarsi alla loro filofosia " du travaile" assai lontana da quella attuale. In Francia, come in Italia, come in Grecia, come in Spagna, come in Portogallo, resta la Scuola- inferiore, media e superiore - lo zoccolo duro di un sindacalismo che non vuol tener conto che i tempi cambiano . Se poi si guarda ben bene dentro lo scontro di casa nostra ci si avvede che il nocciolo del problema non è più la " paga " ma i " benefici". Infatti le ferie sono più lunghe , gli stipendi crescono, le pensioni più generose. Perchè nessuno, dico proprio nessuno, si periti di ricordare e di rinfacciare alla sinistra tutta di averci messo molto di suo in questa sconfitta che la FIOM incassa dalla FIAT, corrisponde poi al clima menzognero e putrido, maleodorante ed ingannevole della nostra stampa. Non voglio  riandare alla marcia dei quaratamila, non voglio riaprire ferite putride che ancora fanno male, ma come non ricordare -come questo blog ha già fatto nei giorni scorsi - che è stato proprio l'esito del referendum del 1995 che ha permesso a Marchionne di buttar fuori legittimamente  la CGIL dal suo relazionismo aziendale? Ancora ricordo la cocciutaggine di Cofferati, allora capo della CGIL, su quel referendum che segnò praticamente la fine del presenzialismo aziendale della CGIL indipendentemente dalla sua sottoscrizione del contratto di lavoro.  Chi è colpa del suo mal pianga se stesso, dice il detto. L'uscita della FIAT da Confindustria poi è stata la ciliegina sulla torta, perchè ha permesso alla FIAT di sottrarsi legittimamente al protocollo Ciampi-Giugni del 1993. La speranza è che questo stato di cose sbatta  finalmente il sindacalismo ottocentesco contro il muro della necessità, una volta per tutte.

UN ADDIO AL BIPOLARISMO O UNA CRISI PASSEGGERA?


A prescindere da quanto ancora durerà la legislatura, l’attuale sistema elettorale e la nascita di questo terzo Polo rappresentano una bomba ad orologeria tale da rimettere in discussione l’assetto politico scaturito dalla nascita della famosa Seconda Repubblica. Tutto questo a causa della grave anomalia che differenzia la Camera dal Senato sotto il profilo dell’elezione dei relativi rappresentanti. Mentre infatti il collegio unico nazionale a Montecitorio tende a rafforzare la governabilità, dall’altro lato, al Senato, il premio di maggioranza circoscritto ad ogni Regione rende molto più instabile il sistema. E dato che appare assai remota la possibilità di trovare un ampio accordo per modificare l’attuale legge elettorale si è innescata una evidente dinamica politica che spinge alcune forze a svolgere il ruolo che nella cosiddetta prima Repubblica assumeva il vecchio Psi di Bettino Craxi: l’ago della bilancia. Tutto ciò, e cioè la ricerca di un difficile equilibrio numerico tra i due rami del Parlamento, stimola i succhi gastrici di formazioni politiche relativamente esigue e talvolta neanche dotate di consenso popolare, spingendole a proporre arcaiche fughe verso forme istituzionali del secolo scorso. Queste forze centriste e centripete vorrebbero quindi far rivivere quella logica che costringerebbe la coalizione vincente alla Camera a scendere a patti con un raggruppamenti elettorale dell’ uno virgola o giù di lì. Un raggruppamento elettorale come l’attuale terzo polo, il quale la prima questione che porrebbe, una volta eletto un Parlamento zoppo, sarebbe quella di accaparrarsi il massimo profitto in termini di potere ancorchè non giustificato dal suo proprio relativo consenso elettorale. Sarebbe un riproporre la vecchia storia della Prima Repubblica, quando i vari partitini dell’unovirgolaqualcosa per cento rendevano ingovernabile il Paese. In questo fosco ma pragmatico scenario, un ruolo decisivo potrebbe costruirselo la Lega Nord, soprattutto se Silvio Berlusconi dovesse chiudere la sua formidabile stagione storica che ha realizzato finalmente la funzione di raccordo per le forze di centrodestra. Difatti un partito come quello di Bossi, sempre più presente nelle regioni settentrionali ed ora anche in quelle del Sud, potrebbe diventare un formidabile ago della bilancia nella futura governabilità del Paese. Un ago della bilancia che, grazie alle sue caratteristiche federalistiche, avrebbe ancor meno vantaggi ad allearsi “ ‘ndo cojo cojo”, perché pretenderebbe comunque che questo alleato, chiunque esso possa essere, garantisca il rafforzamento dell’attuale progetto federalista. Nessun futuro perciò per il Terzo Polo, anzi. Aspettiamoci un futuro politico piuttosto movimentato, con la probabile fine di un lungo equilibrio politico basato, nel bene e nel male, su Berlusconi da una parte e da un nulla dall’altra sponda.

DAHLIA TV E’ GIA’ FINITA…..

Dahlia tv sarà messa in liquidazione. Lo hanno deciso i soci riuniti in assemblea “preso atto - si legge in una nota - che è intervenuta una causa di scioglimento della società”.L’assemblea “conseguentemente ha deliberato la nomina di un liquidatore con il compito di elaborare a breve un piano di liquidazione”. La famiglia Wallenberg, che attraverso Air Plus controlla il gruppo televisivo, ha quindi detto basta. Decisivi i risultati negativi degli abbonamenti (circa 300.000, quando per raggiungere almeno il pareggio ne erano necessari almeno 350.000). La tv, che era in realtà un consorzio al quale partecipava anche Telecom Italia, avrebbe dovuto rappresentare un terzo polo nel panorama della pay tv italiana, ma il progetto sembra essere fallito miseramente.“È l´epilogo di una vicenda gestita male”, commenta amaro Filippo Chiusano, azionista al 7% e numero uno di Made, la società che al canale fornisce giornalisti e contenuti sportivi. E che adesso rischia di essere ridimensionata. Così come rischiano il black out otto squadre di Serie A. Non è servito neanche l´intervento del ministro dello sviluppo economico, Paolo Romani, che però prova a essere ottimista: “È una situazione che riguarda 150 lavoratori che vanno tutelati, come la pluralità della nascente industria digitale”. Perché senza Dahlia sulla pay terrestre resterebbe solo Mediaset. Meno di due anni di vita, perciò, per il progetto iniziato nella primavera 2009 dopo aver acquisito da Telecom Italia Media un pacchetto di diritti Tv per otto squadre di serie A e per tutta la serie B. Quindi, con la sua programmazione a pagamento, Dahlia tv rappresentava un concorrente per l’offerta Mediaset ed era riuscita a raccogliere un folto numero di abbonati.Ma il meccanismo si è rotto all’inizio della scorsa estate quando si è cominciato a discutere con la Lega Calcio dei diritti “collettivi” delle squadre per gli anni 2010-2012. La sola presenza di Dahlia fino a quel momento ha fatto molto comodo a Mediaset, in quanto le ha permesso di presentarsi alla gara non da monopolista sul digitale, al contrario di Sky sul satellitare. Uno status che ha comportato uno sconto di 150-180 milioni sul totale degli incassi da diritti (circa 800 milioni) che la Lega aveva deciso di ottenere. Per i diritti, quindi, che ritornano alla Lega,  il gruppo Mediaset, per il momento, sta a guardare.

CI SONO SPUTTANATORI E SPUTTANATORI

Sulla carta potrebbero sembrare uguali. Si parla del presente “metodo Boffo” e del passato “metodo Cederna”. Ma nel fatti c’è una bella differenza tra i due sperimentati modi di sputtanamento usati in epoche diverse dalla stampa italiana. Nel primo caso lo sputtanato si è dimesso ma lo sputtanatore, Vittorio Feltri, non solo è stato sospeso per alcuni mesi dalla professione giornalistica ma ha anche chiesto scusa per il proprio operato. Nel secondo lo sputtanato Giovanni Leone si dimise da Presidente della Repubblica abbandonando la vita pubblica e rinserrandosi in quella privata, ma la sputtanatrice Camilla Cederna ( non solo Lei, in verità!Chiedere lumi ai suoi amichetti, tipo Napolitano!) non solo non chiese mai scusa ma, benché condannata in tre grandi di giudizio per  diffamazione nei confronti dell’ex Capo dello Stato- contenuta nel libro “Giovanni Leone, la carriera di un presidente” - finché rimase in vita si vantò di aver contribuito a defenestrare il povero Leone dalla scena politica nazionale. Come l’altro ieri ricordava anche sul Corriere della Sera tale Raniero Polese. Compagnuccio di menzogne e di sputtanamenti. Che volete fare ? C'è gente, in Italia, che vive di sputtanamenti altrui, falsi e bugiardi. Impresa che la sua editrice di allora, Inge Feltrinelli continua a rinnovare sostenendo che “perdemmo tutti i processi… ma che soddisfazione! Il libro vendette seicentomila copie!”. Traduzione in italiano non cederniano: italiano, sei uno stronzo da fregare.

CASO RUBY. LA LETTERA DELLA P.M. FIORILLO SARA’ ARCHIVIATA DAL C.S.M.

Il Csm archivia la lettera-esposto presentata dal pm del tribunale per i minorenni di Milano Annamaria Fiorillo, che si era occupata di Ruby, la ragazza marocchina portata in Questura a Milano per un furto e poi rilasciata e affidata al consigliere regionale Nicole Minetti dopo una telefonata del presidente del Consiglio Berlusconi. E’ questa la richiesta avanzata al plenum dalla Prima Commissione di Palazzo dei marescialli. Nella sua nota Fiorillo aveva segnalato discrepanze tra quanto accaduto e quanto riferito in Parlamento dal ministro Maroni. E, in particolare, aveva evidenziato di non aver mai autorizzato l’affidamento di Ruby alla Minetti, a differenza di quanto detto dal titolare del Viminale, chiedendo al Csm di chiarire la situazione. Sono accertamenti che esulano dalla competenza del Csm, ha stabilito all’unanimità la Commissione, che ha anche escluso che ci siano i presupposti per l’apertura di una pratica a tutela del magistrato: la sua credibilità non è stata messa in pericolo o danneggiata dalle parole del ministro dell’Interno, che si è limitato a difendere i suoi uomini e a esprimere una posizione diversa dal pm di Milano.


ANCORA SULLA RAPPRESENTANZA NELLA COSTITUZIONE ITALIANA. RICOSTRUZIONE STORICO GIURIDICA.

La rappresentanza politica è la rappresentanza di uno Stato di democrazia classica. Il concetto moderno-occidentale della rappresentanza politica richiede preliminarmente l'analisi di due ulteriori concetti, quello della rappresentanza, da cui esso è derivato e ha ereditato gli aspetti fondamentali, e quello della rappresentanza politica, di cui esso è la specie prevalente. La rappresentanza è la conclusione di un negozio giuridico (la manifestazione cosciente e volontaria di un proprio intento, a cui l’ordinamento giuridico riconnette quegli effetti ritenuti necessari o convenienti alla sua miglior realizzazione in forma giuridica), da parte di un soggetto (il "rappresentante"), "per conto" (nell'interesse) di un altro soggetto (il "rappresentato") e nei confronti di un terzo, e si distingue in: individuale e collettiva, di interessi e di volontà, organica e soggettiva nonché legale e volontaria. La "rappresentanza individuale" è la rappresentanza il cui interesse è "individuale", cioè appartenente a un individuo.La "rappresentanza collettiva" è la rappresentanza il cui interesse è "collettivo", cioè appartenente a una molteplicità di individui, e si distingue in
• "generale", che è quella il cui interesse è "universale", cioè appartenente alla totalità dei componenti della collettività, e

• "speciale", che è quella il cui interesse è "particolare", cioè appartenente a una parte – maggioritaria (l'"interesse maggioritario") o minoritaria (l'"interesse minoritario") – dei componenti della collettività.

La "rappresentanza di interessi" è la rappresentanza il cui interesse è "oggettivo", cioè interpretato dal rappresentante. La "rappresentanza di volontà" è la rappresentanza il cui interesse è "soggettivo", cioè interpretato dal rappresentato. La "rappresentanza organica" è la rappresentanza il cui rappresentante è un organo di una persona giuridica e il cui rappresentato è tale persona giuridica. La "rappresentanza soggettiva" è la rappresentanza il cui rappresentante è un soggetto giuridico e il cui rappresentato è un altro soggetto giuridico e si distingue in:

• "diretta", che è quella il cui rappresentante agisce "in nome altrui" (con immediata destinazione degli effetti giuridici sul patrimonio del rappresentato - il potere di spendere il nome altrui"), e

• "indiretta", che è quella il cui rappresentante agisce "in nome proprio" (con immediata destinazione degli effetti giuridici sul patrimonio del rappresentante e con obbligo di successivo ritrasferimento degli stessi sul patrimonio del rappresentato).

La "rappresentanza legale" è la rappresentanza il cui potere è conferito e regolato dalla Legge.

La "rappresentanza volontaria" è la rappresentanza il cui potere è conferito e regolato dal rappresentato.

La rappresentanza politica

La "rappresentanza politica" è la rappresentanza di uno Stato di democrazia classica e si distingue in autoritaria, democratica e mista.

La "rappresentanza politica autoritaria" è la rappresentanza politica, sul piano sostanziale, "generale" e "di interessi" nonché, sul piano formale, "organica" e "legale". Da quanto s’è detto, discendono i seguenti corollari:
• sul piano sostanziale, che il rappresentante e il rappresentato consistono, rispettivamente, nel "governante" e nella "totalità dei governati" e che l'atto rappresentativo può prescindere dall'elezione;

• sul piano formale, che il rappresentante e il rappresentato costituiscono un unico soggetto giuridico e che il rapporto rappresentativo è disciplinato da un accordo "morale" (regolato cioè da norma morali - il "mandato non imperativo"): sicché il precetto rappresentativo ha un carattere "morale" e la sanzione rappresentativa non può superare la "mancata conferma".

La rappresentanza politica autoritaria pertanto è caratterizzata dal potere del rappresentante politico di disattendere le promesse elettorali.
La "rappresentanza politica democratica" è la rappresentanza politica, sul piano sostanziale, speciale e di volontà nonché, sul piano formale, soggettiva e volontaria. Da quanto s'è detto, discendono i seguenti corollari:
• sul piano sostanziale, che il rappresentante e il rappresentato consistono, rispettivamente, nell'eletto e nella maggioranza degli elettori e che l'atto rappresentativo non può prescindere dall'elezione;

• sul piano formale, che il rappresentante e il rappresentato costituiscono due soggetti giuridici distinti e che il rapporto rappresentativo è disciplinato da un accordo giuridico (regolato da norme giuridiche - il "mandato imperativo"): sicché, il precetto rappresentativo ha un carattere giuridico e la sanzione rappresentativa non può superare la revoca.

La rappresentanza politica democratica, pertanto, è caratterizzata dal dovere del rappresentante politico di rispettare le promesse elettorali. La "rappresentanza politica mista" è la rappresentanza politica, in tutto o in parte, autoritaria o democratica. La rappresentanza politica mista pertanto è caratterizzata dalla libertà del rappresentante politico di obbligarsi o meno a rispettare, in tutto o in parte, le promesse elettorali. La rappresentanza politica normalmente vigente nelle democrazie moderne e occidentali ha un carattere essenzialmente autoritario.

LA CRITICA

La critica del concetto moderno-occidentale della rappresentanza politica si è sviluppata essenzialmente secondo due contrapposte teorie, quella per cui la rappresentanza politica vigente nelle democrazie moderne e occidentali dovrebbe avere un carattere autoritario (la "teoria autoritaria") e quella per cui tale rappresentanza dovrebbe avere un carattere "democratico" (la "teoria democratica").

La teoria autoritaria

Gli autori principali della teoria autoritaria sono G. Jellinek, V.E. Orlando, S. Romano. e V. Miceli, vissuti tra la seconda metà dell’ottocento e la prima metà del secolo scorso .La tesi fondamentale della teoria autoritaria è che la rappresentanza politica dovrebbe essere, sul piano sostanziale, generale e di interessi, poiché il massimo bene pubblico possibile consiste nella cura degli interessi universali e oggettivi dello Stato nonché, sul piano formale, organica e legale, poiché la complessità e l'imparzialità di tali interessi richiedono che il rappresentante abbia, rispetto al rappresentato, la titolarità diretta della sovranità (che, di conseguenza, dovrebbe essere unica e indivisibile).

La teoria democratica

L'autore principale della teoria democratica è H. Kelsen, vissuto tra il 1881 ed il 1973. La tesi fondamentale della teoria democratica è che la rappresentanza politica dovrebbe essere, sul piano sostanziale, speciale e di volontà, poiché il massimo bene pubblico possibile consiste nella cura degli interessi maggioritari e soggettivi dello Stato nonché, sul piano formale, soggettiva e volontaria, poiché la semplicità e la parzialità di tali interessi richiedono che il rappresentante abbia, rispetto al rappresentato, la titolarità indiretta della sovranità (che, di conseguenza, dovrebbe essere molteplice e divisibile).
La teoria preferibile

La teoria preferibile, tra l'autoritaria e la democratica, potrebbe essere la mista, poiché la rappresentanza politica autoritaria, rispetto alla democratica, ha il vantaggio di garantire un'amministrazione più flessibile, comportando una maggiore libertà del rappresentante, mentre la rappresentanza politica democratica, rispetto all'autoritaria, ha il vantaggio di garantire un’amministrazione più rappresentativa, comportando la cura degli interessi della maggioranza degli elettori anziché quella degli interessi personali del rappresentante. Con le parole di P. Ardant pertanto si potrebbe dire che la rappresentanza politica vigente nelle democrazie moderne e occidentali è una "rappresentanza snaturata", come, tra l'altro, risulterebbe dai seguenti fatti:
• che i partiti politici mirano al potere piuttosto che alla rappresentanza;
• che i partiti non sono organizzati in modo pienamente democratico;
• che gli eletti dipendono dai partiti piuttosto che dagli elettori (e, di conseguenza, rappresentano i partiti più che gli elettori);
• che gli eletti sembrano essere meno capaci e competenti del possibile;
• la diminuzione dei partiti fortemente caratterizzati e dei partiti generalisti;
• l'aumento dei partiti "pigliatutto", de-ideologizzati o dai programmi vaghi e poco differenziati gli uni dagli altri e dei partiti regionali, ecologisti o corporativistici;
• la moltiplicazione degli elettori fluttuanti.

Un'ipotesi di applicazione della teoria preferibile potrebbe essere l'istituzione di un "mandato costituzionale di rappresentanza politica", cioè un Mandato il cui accordo consisterebbe nella candidatura e intercorrerebbe tra lo Stato e il candidato, la cui causa consisterebbe nella rappresentanza politica, il cui oggetto consisterebbe nel nucleo essenziale del programma elettorale e sarebbe sospensivamente
condizionato all'elezione e la cui forma consisterebbe in una Legge costituzionale. Il mandato suddetto metterebbe in concorrenza i partiti politici, oltre che sui programmi elettorali, anche sulle conseguenze della mancata realizzazione degli stessi, vincolando maggiormente i rappresentanti politici al rispetto delle promesse elettorali.

La storia

Per comprendere meglio l'analisi e la critica del concetto moderno-occidentale della rappresentanza politica è, in fine, opportuno ricorrere all'esame delle cause storiche e sociali che l'hanno preparato e generato e seguire come dal medioevo a poco a poco si è applicato e diffuso nelle moderne istituzioni; ma, poiché un tale studio è stato già ampiamente svolto e divulgato, non occorre entrare nei particolari della narrazione storica e basta accennare a grandi linee i risultati a cui si è giunti.

Nell'età classica, greca e romana, il concetto della rappresentanza politica non esisteva. A causa della ristrettezza numerica dei cittadini che avevano il diritto e l'agio di dedicarsi alla cosa pubblica infatti il popolo normalmente, in materia legislativa e giudiziaria, partecipava direttamente al governo dello Stato mentre, in materia esecutiva, delegava il potere pubblico a cittadini (i "magistrati"), affinché lo esercitassero secondo la volontà popolare. Ciò è tanto vero che, nell'età classica, mancava una chiara determinazione delle funzioni di ogni organo pubblico, il legislatore costituiva un'eccezione e appariva rivestito di un carattere divino o semi-divino e l'evoluzione del diritto non dipendeva quasi mai da creazioni improvvise ed ex novo, ma da consuetudini lentamente consolidatesi nella convivenza e dall'accumularsi e dall’espandersi della giurisprudenza propriamente detta. La rappresentanza, nell'età classica, aveva pertanto un carattere privatistico.

Nell'età medievale il concetto della rappresentanza politica fu preparato dal contatto tra i popoli barbari e i popoli dell'Impero, dei quali i primi erano organizzati in gruppi, sotto-gruppi e divisioni di ogni genere, con una svariata quantità di costumi e di diritti, presentavano una cooperazione politica vigorosa e attiva, ma slegata e individualistica, ed erano dominati a preferenza dal sentimento dell'autonomia e dell'indipendenza personale, mentre i secondi erano organizzati in un vasto aggregato politico, nel momento di massima unificazione politica e sociale, presentavano una cooperazione politica coordinata ed estesa, ma fiacca e passiva, ed erano dominati a preferenza dalla tendenza all'accentramento e al rispetto dell'autorità.
La lenta e costante fusione di questi opposti caratteri, il germanico e il latino, produsse la tendenza all'autonomia del gruppo (la tendenza di ogni aggregato sociale a trasformarsi in organismo politico) e si manifestò nella sostituzione dello Stato propriamente detto con numerosi e diversi gruppi sociali semi-autonomi (dotati ciascuno di una propria frazione di sovranità). I gruppi suddetti, presentando al proprio interno un elevato livello di omogeneità, avevano un mandatario, che agiva in loro vece ogni volta che non potevano agire da sé, e man mano si organizzarono, prima nel feudo e poi nel comune. D. Nocilla e L. Ciaurro scrivono: «Si ritiene che i componenti di consigli, stati, curie, assemblee, parlamenti e diete medievali sarebbero stati legati ai rispettivi ceti, borghi, città e corporazioni da un rapporto di tipo privatistico, configurandosi come mandatari di questi ultimi, per rappresentarne interessi, volontà, desideri e richieste presso il sovrano. In altri termini le istituzioni rappresentative del Medioevo sarebbero state caratterizzate da tutti gli elementi propri del rapporto rappresentativo di diritto privato: i tre soggetti investiti (monarca, rappresentante e rappresentato), il vincolo del mandatario verso il mandante, le istruzioni specifiche di quest'ultimo al primo (i cahiers de doléance) e la conseguente necessità che i mandatari chiedessero ai propri mandanti istruzioni di fronte a questioni impreviste (i "mandati" ad audiendum et referendum), la revocabilità del mandato conferito, la sua onerosità.» La rappresentanza nell'età medievale continuava ad avere pertanto un carattere privatistico.

Nell'età moderna il concetto della rappresentanza politica fu generato dal naturale sviluppo dei vincoli della comune tradizione, lingua, razza, indole e territorio, che determinano il carattere proprio di una nazionalità, nonché dalla coalizione delle grandi classi sociali (l'aristocrazia, il clero, la borghesia e, in alcune parti, il ceto dei contadini) contro il monarca, che era prevalso sugli altri elementi politici e aveva acquistato un potere assoluto. Il processo suddetto si manifestò nel rafforzamento della coesione sociale, nell'ingrandimento dello Stato, nell'accentramento dei poteri pubblici e nell'aumento del numero, delle funzioni e della specializzazione degli organi pubblici e si verificò, prima, in Inghilterra e, poi, nel continente.In Inghilterra infatti la corona fu subito molto potente poiché il re normanno Guglielmo I, dopo una breve lotta contro le popolazioni anglosassoni, fu signore dell'isola e vi impiantò un rigido sistema feudale, che vedeva al vertice il re e alla base gli uomini più fedeli del suo seguito. In quella regione inoltre, in conformità alle antiche leggi e consuetudini anglosassoni, gli elementi sociali si mostrarono più energici, più vitali e più tenaci e conservarono sempre vivo il sentimento della libertà. Ben presto quindi l'aristocrazia e la borghesia nascenti si coalizzarono e iniziarono una lunga lotta contro la corona per restringerne a poco a poco la potenza e riguadagnare man mano le perdute libertà. Nel continente invece l'elemento monarchico rimase a lungo debole, perché scosso dal frazionamento feudale successo all' Impero carolingio, sicché, per ogni gruppo, il nemico da temere e da combattere non era il monarca, il cui aiuto veniva anzi spesso invocato, ma il gruppo più vicino e più potente. In quella regione inoltre il concetto latino di uno stato potente e centralizzatore aveva messo più profonde radici e doveva certo esercitare un'azione più forte. Avvenne quindi che gli elementi sociali, in un primo tempo, persero ogni vigoria e si lasciarono assorbire dall'elemento monarchico mentre, in un secondo tempo, si coalizzarono contro di esso, avviando in tal modo anche nel continente, il lungo processo di trasformazione della monarchia da assoluta e feudale in rappresentativa . La rappresentanza nell'età moderna passò pertanto da un carattere privatistico a un carattere pubblicistico.

ANCORA FINI!!!!!BASTA!!!!!!!!!!!!

Ennesima intervista di G. Fini a Repubblica, tutto un " indietro tutta" su tutto semplicemente disgustoso e ridicolo. Una pena ! Repubblica , come d'uso, prima " regista" del tentativo di accreditare quest'uomo, imbarazzante nella sua nullità,  come l'uomo della provvidenza per un nuovo Governo che sbattesse fuori Berlusconi. Poi, come ai tempi della migliore Pravda, la stessa Repubblica si fa megafono del più classico e ritrito " Contrordine, Compagni, l'Unità non lo dice!". Dico apertamente che sono arcistufo di scrivere di questo inutile politico. Questo ricco magnaccia della politica italiana degli intrallazzi ( vedi RAI, vedi De Vito Piscicelli, vedi Poli Bortone, vedi la pretesa di cacciareTremonti, vedi invidia, vedi Paglia, vedi Montecarlo,vedi come si è ridotto,...) è tutto vostro.


Roma Giovedì 13 gennaio 2011

Gaetano Immè

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