Gaetano Immè

Gaetano Immè

lunedì 3 gennaio 2011

PARLIAMO ED APPROFONDIAMO IL CASO DI CESARE BATTISTI

Più leggo quello che scrivono i giornali, pù ascolto quello che dicono le televisioni, le radio, la gente comune e più mi rendo conto di come, in Italia, i fatti sono quelli " raccontati" dai giornali e dalle TV , non quelli accaduti in realtà. Il caso Battisti è emblematico e la dice proprio tutta , ma proprio tutta tutta sulla correttezza dell'informazione e della stampa in Italia. Tutti a dar la colpa a Lula, a Berlusconi, al Brasile, agli affari che l'Italia dovrebbe fare con il Brasile, magari anche al fatto che Ronaldino torna in Brasile, ai trans che il Brasile ci manda per la gioia degli amanti dell'orrido, ma nessuno che punti il dito nella direzione giusta. Hai voglia a puntare il dito verso il colpevole, loro si limitano a guardare la punta del dito. Per vederci chiaro ricostruiamo  la storia di questo criminale

Battisti , nato nel 1954, fu per la prima volta arrestato nel 1972, per una rapina compiuta a Frascati. Nel 1974 venne nuovamente tratto in arresto per una rapina con sequestro di persona compiuta a Sabaudia e, successivamente, denunciato (ma non condannato) per aver commesso atti di libidine su una persona che i verbali definiscono "incapace". Dopo aver raggiunta la maggiore età, nel 1977 fu arrestato, sempre per rapina, e rinchiuso nel carcere di Udine dove entrò in contatto con Arrigo Cavallina, ideologo dei PAC, che lo accolse nell'organizzazione terroristica. Trasferitosi a Milano, iniziò a partecipare alle azioni del gruppo eversivo, responsabile prima di varie rapine a banche e supermercati nel quadro di quelli che venivano definiti "espropri proletari  (come ammise anche lo stesso Battisti in una lettera del 2009 indirizzata ai giudici della Corte suprema del Brasile ) e successivamente anche di alcuni omicidi di commercianti e appartenenti alle forze dell'ordine (Battisti tuttavia, pur riconoscendo la sua militanza nei PAC all'epoca di tali omicidi, nel 2009 dichiarò la sua estraneità ad essi ).In Italia Cesare Battisti è stato condannato come responsabile di quattro omicidi - tre come concorrente nell'esecuzione, uno co-ideato ed eseguito da altri: 1. il 6 giugno 1978 a Udine, Antonio Santoro, maresciallo della Polizia penitenziaria; a sparare, secondo gli inquirenti, furono Battisti e una complice ;2. 16 febbraio 1979 a Santa Maria di Sala, Lino Sabbadin, macellaio di Mestre; Battisti fu complice facendo da "copertura armata" all'esecutore materiale Diego Giacomin; 3. 16 febbraio 1979 a Milano, Pierluigi Torregiani, gioielliere; Battisti fu condannato come co-ideatore e co-organizzatore; 4.19 aprile 1979 a Milano, Andrea Campagna, agente della DIGOS, un  omicidio, eseguito con diversi colpi d'arma da fuoco al volto, di cui fu riconosciuto come l'esecutore materiale. Nel 1979 Battisti venne arrestato nell'ambito di un'operazione antiterrorismo di vaste proporzioni e detenuto nel carcere di Frosinone, a seguito di un'istruttoria che si basava, in buona  parte ,  su dichiarazioni di alcuni pentiti. Ecco, al riguardo, le motivazioni del Consiglio di Stato  francese circa la richiesta di estradizione presentata dall'Italia: "Considérant que la circonstance que certaines des charges retenues contre M. Battisti, et qui ont donné lieu aux condamnations précitées, reposent pour partie sur des déclarations de témoins
" repentis ", n'est pas contraire à l'ordre public français et ne constitue pas une réconnaissance, par les autorités italiennes, des stipulations de l'article 6 de la convention européenne de sauvegarde des droits de l'homme et des libertés fondamentales (...)". Conseil d'Etat, Assemblée du contentieux N° 273714, Séance du 11 mars 2005  . Il 4 ottobre 1981 Battisti riuscì ad evadere e a fuggire in Francia. Per circa un anno visse da clandestino a Parigi, poi si trasferì in Messico e fu proprio durante la sua latitanza messicana che  i giudici italiani lo condannarono in contumacia all'ergastolo perché giudicato responsabile dei quattro omicidi e di varie rapine. I sostenitori di Cesare Battisti contestano le modalità con cui si è svolto il processo contumaciale a carico dell'ex militante dei PAC, in particolare sostengono che le accuse si basino sulle dichiarazioni del pentito Pietro Mutti, anch'esso appartenente ai PAC, che avrebbe accusato il compagno per garantirsi gli sconti di pena concessi dalla legge speciale antiterrorismo italiana.

E’ dunque  bene ricordare che a Cesare Battisti fu concesso,  in Francia ,   asilo politico solo dopo che un magistrato francese ebbe vagliato le “prove a suo carico”, e le ebbe giudicate contraddittorie e “degne di una giustizia militare”. A Battisti erano stati addossati tutti gli omicidi commessi da un’organizzazione clandestina a cui era appartenuto negli anni ’70, anche quando circostanze di fatto e temporali escludevano una sua partecipazione, scrive il Magistrato francese.

Se le vestali del culturame francese e i governanti brasiliani, che la dittatura conobbero per davvero, hanno potuto aggrapparsi al filo sottilissimo dell’ambiguità sul caso Battisti è perché la  sua figura non è ancora uscita totalmente dall’ombra protettiva della “narrazione” che ha dominato nelle casematte di quella stessa falange culturale e politica che allevò il terrorismo nel suo seno prima di staccarsene facendo finta di niente: il falso storico del “regime” democristiano, di un paese sull’orlo, un giorno sì e l’altro anche, del “golpe”; il falso storico di una deriva cilena o argentina di cui non si vide nemmeno l’ombra, tanto che erano  i loro esuli a venire a svernare da noi, e le nostre primule nere andavano da loro; di libertà conculcate quando esse invece si ampliavano. Da ridere!!! All’inizio degli anni settanta la Spagna era ancora franchista, il Portogallo e la Grecia giacevano sottola sferza di regimi militari, mezza Europa gemeva sotto il tallone della dittatura comunista. La Gran Bretagna, la Francia, la Germania Ovest e l’Italia erano i quattro grandi paesi dell’Europa Occidentale. Tranne la prima, tutti conobbero la piaga del terrorismo. Se l’Italia ebbe le Brigate Rosse, la Germania ebbe la Rote Armee Fraktion e la Francia Action directe. Nei confronti dei quattro gatti di Action Directe, nel silenzio tombale dei suoi chiacchieroni engagé, il paese dei diritti umani si è mosso con un’ostinazione e una spietatezza incredibili, almeno per i nostri standard, tanto per mettere i punti sulle i; il suicidio collettivo dei componenti della Baader-Meihnof nelle carceri di sicurezza teutoniche ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro: ma nessuno di questi paesi è stato messo storicamente sotto “processo”. L’Italia, invece, sì. La “narrazione” si è propagata fuori dei nostri confini, veicolata non solo dai nostri fuoriusciti parigini, ma da intellettuali, istituzioni, partiti, gentaglia dedita più a discreditare il proprio Paese che ad amarlo. Questa mistificazione è il vero cordone sanitario che ha protetto e protegge ancora Battisti. E quelli che l’hanno costruito, e che ora hanno il fegato e la faccia di prendersela col dilettantismo del governo sono gli stessi invasati che, mutatis mutandis, oggi “narrano” al mondo la leggenda del tiranno Berlusconi, con ciò riuscendo solo a mostrare la stessa forma mentis dei dissennati di allora. Dissennati, di allora e di adesso, il “caso Battisti” è vostro degno figlio e fratello.


Settanta Magistrati, settanta, si sono occupati del proceso Battisti, molti dei quali ancora in attività: ricordo il  Maurizio Grigo, il Sostituto Procuratore Alfonso Marra, Armando Spataro, Corrado Carnevale, Pietro Forno. Tutti promossi, tutti grandi Magistrati. Ma certo che se Battisti, come appare, è stato condannato senza che siano state fornite " prove sufficienti oltre ogni ragionevole dubbio" , il mio rispetto per il garantismo mi obbliga ad urlare che " è sempre meglio un reo libero che un innocente in carcere".  Non dimentichiamo che Armando Spataro ha cominciato a fornire dettagli – per meglio dire, un certo numero di dettagli – solo quando ha visto che la campagna a favore di Cesare Battisti rischiava di rimettere in discussione il modo in cui lui e gli altri magistrati coinvolti avevano condotto istruttoria e processo
 
Duemilacinquecento firme, raccolte e apposte nel lontano 2004. Firme di scrittori, vignettisti, parlamentari, giornalisti, docenti universitari. Firme a sostegno di un pezzo di carta, anzi un “appello” dove si leggeva che Cesare Battisti era “uomo arguto e profondo, anticorfomista” che in Francia aveva vissuto “vita modesta, retta da una eccezionale forza intellettuale”. Dove il suo arresto in Francia veniva definito “un delitto” e dove si poteva apprendere che i processi in Italia a carico di Battisti erano stati celebrati da Tribunali “emergenziali parafascisti”. Firme italiane, non francesi o brasiliane, firme raccolte allora in pochi giorni dalla rivista on line Carmilla. E'  inutile avercela con i francesi prima e con i brasiliani poi, da Carla Bruni a Fred Vargas e poi a Lula, che hanno creduto e propalato la favola bugiarda del Battisti perseguitato, sarebbe meglio avercela con chi in Italia questa favola triste ha inventato, ha incartato con la  carta intestata della così detta Magistratura   e ricordarsi almeno che questa catena di bugie vede i suoi primi anelli rigorosamente made in Italy.


Settanta e più di settanta sono i magistrati italiani che in vari processi, dal 1981 al 1993, hanno giudicato Cesare Battisti. Settanta e più di settanta magistrati tutti “parafascisti”? Battisti vittima e incastrato da un pentito che, incastrando Battisti, se la sarebbe cavata, insomma avrebbe venduto, lui il vero colpevole, l’innocente o quasi Battisti? Il pentito Pietro Mutti si è fatto otto anni di galera. Giustizia “militare” e impietosa quella italiana? Tutti i complici dei quattro omicidi attribuiti a Battisti, condannati, sono fuori di galera da tempo. Paolo Persichetti, ex brigatista, condannato a 22 anni di reclusione per l’omicidio del generale Licio Giorgieri, fuggito in Francia e poi di lì estradato nel 2002, dal 2009 è in regime di semilibertà. Lavora a “Liberazione” e rilascia interviste a Repubblica  in cui festeggia la mancata estradizione di Battisti. E che dire poi di Sergio D'Elia , altro ex brigatista,  che rilascia oggi interviste a Il Riformista? Sostenere che lo Stato italiano è (testuale) "un delinquente abituale perchè le carceri italine sono elementi di tortura...." è il solito trito e scontato giustificazionismo vigliacco . Cialtroneschi tentativi di agevolare l'archiviazione degli anni di piombo con una generale amnistia. Che idea grandiosa! E i morti ammazzati? E i parenti delle vittime? E la responsabilità penale personale dettata dalla Costituzione? Tutti uguali, poliziotti e terroristi ? E, torno al Tribunale , sette anni di reclusione per un omicidio sono giustizia “militare” e “parafascista”?

Bugie, favole: di questo è composta la “narrazione” italiana della storia di Cesare Battisti. Bugie, favole e una sola ossessiva richiesta, quella di “una soluzione politica degli anni di piombo”. Cioè un’amnistia generale per chiunque sparò, uccise, fece la lotta armata. Un’amnistia fatta non di clemenza, che la clemenza quì da noi già c’è nelle pene erogate e nella loro applicazione. Un’amnistia ipocritamente chiamata “soluzione politica” che riconosca a chiunque sparò, uccise e fece la lotta armata il rango di combattenti in una guerra. Insomma, tutti uguali: i poliziotti, gli ammazzati e i terroristi. Erano tutti “soldati”, anche se di opposti eserciti. Questo ha sempre voluto la sinistra,  il “sindacato” del terroristi italiani e questa è la menzogna storica raccontata e sottesa in quegli “appelli”. Una richiesta oscena perché bugiarda. Che fa il paio purtroppo con quella, ormai quasi sdoganata, di considerare “combattenti” allo stesso titolo sia gli italiani che si arruolarono nelle SS sia quelli che combatterono nell’esercito regio o nelle formazioni partigiane.

Ecco, andarselo a rileggere quell’elenco, andare a ritrovare quelle 2.500 firme. Non per farne una “colonna infame”. Quei nomi non li riportiamo, anche se vivono  insieme a noi. Ma così, tanto per regolarsi, magari la prossima volta, ognuno può utilmente ripescarli dal web. Utilmente per capire perché i francesi e i brasiliani…Perché in Italia si firmava contro il “delitto” di arrestare Battisti e si mentiva, forse anche a se stessi o almeno lo speriamo, sui delitti commessi da Battisti Cesare che, non fosse fuggito, la tremenda e vendicativa giustizia italiana avrebbe messo fuori dopo sei, sette anni di galera, neanche un paio a morto ammazzato per sua mano o complicità.


Dopo la messa in libertà vigilata di Cesare Battisti, in quel di Parigi, i media italiani si sono scatenati, rovesciando sull'opinione pubblica tutto il metallo fuso per anni negli altiforni del rancore, della vendetta, dell'ossessione securitaria. E' impossibile fare un resoconto di tutte le distorsioni e le falsità scritte e trasmesse nell'ultima settimana. Non c'è articolo, per quanto breve, che non ne contenga decine. Persino i dettagli apparentemente insignificanti sono sbagliati. Episodi e personaggi che nulla c'entrano col caso in oggetto vengono gettati nel calderone per intorbidire la brodazza, scatenare il panico morale, impedire ad ogni costo l'uso della ragione. Un killeraggio mediatico come non  ne conoscevo l'uso , al quale è faticosissimo opporre argomenti ed elementi concreti, ricostruzioni storiche minimamente approfondite.  Eppure non si può rinunciare a esercitare la ragione, non ci si può chinare e coprire la testa con le mani in attesa che passi la burrasca. Fosse anche un'impresa disperata, occorre esercitare sempre  la ragione contro il fanatismo.

Non va taciuto che, in questo Paese, chi continua a opporsi agli scoppi di emergenze strumentali è destinato a sentirsi solo: è una di quelle campagne in cui devi coprirti su entrambi i fianchi. La cosa non deve sorprendere: parlare di emergenza-terrorismo significa tornare su storture giuridiche, strappi costituzionali e prassi inquisitorie che il PCI di fine anni Settanta (quello del "compromesso storico" e della "solidarietà nazionale" per intenderci ) sostenne con entusiasmo e abnegazione. La stessa gente che , oggi, dirige il centrosinistra per essere chiari. La stessa gente che  ha , da tempo,  appaltato ad una frangia  della Magistratura inquirente , grazie ad un accordo scandaloso nel quale questa gente ha ricevuto immonde impunità giudiziatrie contro il corrispettivo politico di introdurre la falange magistratocratica nel Parlamento italiano, le fatiche di un'opposizione al governo Berlusconi  che in Parlamento non  è stata più in grado di condurre . Molte "toghe rosse" sono le stesse che istruirono e condussero i grandi processi contro il terrorismo (vero e presunto: nel tritacarne ci finirono anche i movimenti di quegli anni). A sinistra è tuttora egemone la visione della storia di chi scrisse e approvò le leggi d'emergenza, e di chi rappresentava l'accusa ai processi che ne derivarono. Non è sorprendente che chi prese e difese posizioni tanto drastiche allora sia poco disposto a tornarci sopra oggi per riconoscere i propri errori, o almeno rimettere nella giusta caratura le proprie fallite ragioni. Con l'arma dell'emozione incontrollata e del ricatto morale, si richiama all'ordine la sinistra "riformista", la si induce  a condannare la sinistra "radicale"; in questo modo, però, si rende la sinistra prigioniera da un lato del dipietrismo e dall'altro del terzopolismo. Insomma, si condanna il Paese all'eterna paura dei fantasmi del passato, passato che in realtà non passa ed è evocato per motivi di bassa politica.

Chi dice, come sostiene la sinistra per evitare di fare i conti con il proprio passato,  che il terrorismo fu combattuto senza rinunciare alla Costituzione e alle garanzie per l'imputato è disinformato oppure mente. La Costituzione e la civiltà giuridica furono fatte a pezzi, decreto dopo decreto, istruttoria dopo istruttoria.
Il decreto-legge n.99 dell'11/4/1974 aumentò a otto anni la carcerazione preventiva, vera e propria "pena anticipata" contraria alla presunzione d'innocenza (art.27 comma 2 della Costituzione).
La legge n.497 del 14/10/1974 reintrodusse l'interrogatorio del fermato da parte della polizia giudiziaria, abolito nel 1969.
La legge n.152 del 22/5/1975 ("Legge Reale") all'art.8 rese possibile la perquisizione personale sul posto senza l'autorizzazione di un magistrato, nonostante la Costituzione (art.13, comma 2) non ammetta "alcuna forma di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge".
Da quel momento le forze dell'ordine poterono (e possono tuttora) perquisire persone il cui "atteggiamento" o la cui presenza in un dato posto non apparissero "giustificabili", anche se la Costituzione (art.16) dice che il cittadino è libero di "circolare liberamente" dove gli pare. La "legge Reale" conteneva molti altre innovazioni liberticide, ma non è questa la sede per esaminarle.Un decreto interministeriale del 4/5/1977 istituì le "carceri speciali". Per chi ci finiva dentro non valeva la riforma carceraria di due anni prima. Il trasferimento in una di quelle strutture era a totale discrezione dell'amministrazione carceraria, non c'era bisogno del parere del giudice di sorveglianza. Altro che regolamento carcerario fascista! La rete delle carceri speciali divenne presto una zona franca, di arbitrio e negazione dei diritti dei detenuti: lontananza dalla residenza delle famiglie; visite e colloqui a discrezione della direzione; trasferimenti improvvisi per impedire socializzazioni, divieto di possedere francobolli ( vedi l'Asinara); isolamento totale in celle insonorizzate, ciascuna con un cortiletto per l'ora d'aria separato dagli altri ( vai a visitare Fossombrone); quattro minuti per fare la doccia ( vai ancora all'Asinara), sorveglianza continua e perquisizioni corporali quotidiane; privazione di ogni contatto umano anche visivo tramite citofoni e completa automazione di porte e cancelli etc. Questi erano i posti in cui gli inquisiti, a norma di legge ancora innocenti, scontavano la carcerazione preventiva. La Costituzione, all'art. 27 comma 3, recita: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Verso quale rieducazione tendeva il trattamento appena descritto?
La legge n.534 dell'8/8/1977, art.6, limitò le possibilità da parte della difesa di dichiarare nullo un processo per violazione delle garanzie dell'imputato, e rendendo più sbrigativo il sistema delle notifiche facilitò l'avvio di processi in contumacia (in contrasto con il diritto di difesa e contro la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che è del 1954).
Il "decreto Moro" del 21/3/1978, oltre ad autorizzare il fermo di polizia di ventiquattro ore a fini di identificazione, eliminò il limite di durata delle intercettazioni telefoniche, rese le intercettazioni legali anche senza permesso scritto del magistrato, le ammise come prove anche in processi diversi da quello per cui le si era autorizzate, infine rese autorizzabili intercettazioni "preventive", anche in assenza di indizi di reato. Inutile ricordare che la Costituzione (art.15) definisce inviolabile la corrispondenza "e ogni altra forma di comunicazione" se non per "atto motivato" dell'autorità giudiziaria "con le garanzie stabilite dalla legge".
Il 30/8/1978 il governo (violando l'art.77 della Costituzione) emanò un decreto segreto, che non fu trasmesso al Parlamento, e venne pubblicato sulla "Gazzetta ufficiale" soltanto un anno dopo. Il decreto dava al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa - senza togliergli l'incarico di garantire l'ordine nelle carceri - poteri speciali per combattere il terrorismo.
Il decreto del 15/12/1979 (divenuto poi la "legge Cossiga", n.15 del 6/2/1980), oltre a introdurre nel codice penale il famoso art. 270bis [1], autorizzò, per i reati di "cospirazione politica mediante associazione" e di "associazione per delinquere", il fermo di polizia preventivo della durata di 48 ore, più altre 48 ore a disposizione per giustificare il provvedimento. Per quattro lunghi giorni un cittadino - sospettato di essere in procinto di cospirare - poteva rimanere in balìa della polizia giudiziaria senza l'obbligo di informare il suo avvocato. Durante quel periodo poteva essere interrogato e perquisito, e in molti casi si è parlato di violenze fisiche e psicologiche (Amnesty International protestò diverse volte). Tutto questo all'art.6, una norma straordinaria della durata di un anno. All'art.9 la legge rendeva possibili le perquisizione "per causa d'urgenza" anche senza mandato. La Costituzione, art.14, recita: "Il domicilio è inviolabile. Non vi si possono eseguire ispezioni o perquisizioni o sequestri, se non nei casi e nei modi stabiliti dalla legge secondo le garanzie prescritte per la tutela della libertà personale". Che tutela della libertà c'è in un sistema dove viene legalizzato l'arbitrio, il "tiramento di culo" del poliziotto, la facoltà di decidere sul momento se per una perquisizione sia necessario o meno un mandato? All'art.10, i termini della carcerazione preventiva per reati di terrorismo venivano estesi di un terzo per ogni grado di giudizio. In quel modo, fino alla Cassazione, si poteva arrivare a dieci anni e otto mesi di detenzione in attesa di giudizio! All'art.11, si introduceva un grave elemento di retroattività della legge, ordinando di applicare i nuovi termini della carcerazione preventiva anche ai procedimenti già in corso. Il fine era chiaro: impedire che decorressero i termini, e che centinaia di sepolti vivi attendessero il giudizio a piede libero.
La "legge sui pentiti" (n.304 del 29/5/1982) coronò la legislazione d'emergenza concedendo sconti di pena ai "pentiti". Il testo parlava di "ravvedimento".


"E' proprio lo stato d'animo, il pensiero nascosto e non espresso, la interna disobbedienza che divengono oggetto di indagine, in quanto è all'accertamento di essi che il giudice tende a risalire… Ecco che in processi di questi ultimi anni sono sottoposti al vaglio del giudice penale comportamenti quali la creazione di un collettivo di lavoratori contrapposto al sindacato, l'organizzazione dei seminari autogestiti, la collaborazione, mediante un articolo dal contenuto lecito, a un periodico riconducibile ad una struttura associativa ritenuta illecita; l'intervento in un'assemblea universitaria, e, in genere, rapporti interpersonali manifestatisi attraverso scambi di documenti politici, lettere, telefonate, ecc., tutti dal contenuto penalmente irrilevante." Leggetevi "Processo penale e delitto politico, ovvero della moltiplicazione e dell'anticipazione delle pene",  di Antonio Bevere, in Critica del diritto n.29-30, Sapere 2000, aprile-settembre 1983


La Costituzione, all'art. 27, comma 1, dice che "la responsabilità penale è personale". Eppure il nostro codice penale è zeppo di reati " commessi in più persone " come il "concorso morale" nel reato o la "adesione psichica" allo stesso; addirittura è previsto come specifica forma di reato, proprio il fatto di commettere un reato in due o più persone ( reato di concorso in...) per arrivare al massimo dei massimi, quell'inesistente reato denominato di " concorso esterno in associazione mafiosa" capace di tradurre in reato associativo ogni forma di connessione con terzi che si possa immaginare tra cielo e terra. Gran parte delle istruttorie sul terrorismo lavorarono soprattutto su questi elementi, oltreché sui sospetti e le intenzioni (il famoso "essere in procinto di"), su un'idea oltremodo estesa del concorso, del favoreggiamento, delle contiguità. Si arrivò a teorizzare il "fine terroristico" come sussistente "al di là dello scopo immediatamente perseguito dall'agente (omicidio, danneggiamento ecc.)" e di definirlo "reato a forma libera" il cui specifico dolo "offre l'elemento unificatore e l'essenza dei delitti terroristici" . In parole povere, terrorista è lo scopo, il fine ultimo, anche a prescindere da fatti concreti. Non c'è quindi da stupirsi se in molti casi si finirono per processare la personalità degli imputati e la loro ideologia.
Terroristi si è, anche a prescindere da ciò che si fa. Terrorista è l'intenzione, contro la quale va combattuta una "guerra preventiva" che è tipica della società dittatoriali, del comunismo, del nazismo, del fsascismo, del controllo. La "cospirazione" c'è, anche se non ha portato a niente. Si può essere processati per "insurrezione" anche se l'insurrezione non c'è stata: come disse Pietro Calogero, si tratta di un "reato a consumazione anticipata", cioè - in parole poverissime - il vero reato è volerla, l'insurrezione. Tribunali della coscienza, estratto di santa inquisizione. Sia subito chiaro che non sto assolutamente difendendo i difensori di Cesare Battisti, ma sto solo - e con dolore - sviscerando la verità rendendomi conto , con orrore, che la ragione illuminista non può che disperarsi  non per la sorte di Battisti - delinquente - ma per il baratro giuridico, civile, politico e sociale in cui " siamo stati gettati".  E sia anche ben chiaro che non sto dicendo che tutti gli imputati di processi per terrorismo erano estranei a fatti concreti, ci mancherebbe altro. Tuttavia, molte persone furono processate e condannate non per atti specifici bensì in nome di un'idea astratta di "fattispecie terroristica". Il proverbiale "processo alle intenzioni" divenne un sacrificio pagano per il Dio della  Ragion di Stato.Gli effetti di quella distorsione sull'opinione pubblica perdurano a tutt'oggi.

Non è un caso se quello che maggiormente si rimprovera a Cesare Battisti è il fatto di "non essersi pentito".
Non è un caso se la crescente mostrificazione mediatica di costui prescinde ormai dai reati per cui fu condannato, e s'incentra sulla sua personalità e il suo stile di vita (di adesso, non di allora): lo si accusa di essere un "vigliacco" perché è fuggito, di essere "un furbo" perché lo protegge "la lobby degli scrittori di sinistra", lo si aggredisce coi flash all'uscita di prigione per rubare l'immagine "strana", congelare la smorfia fugace e sbatterla in prima pagina per far vedere che è "brutto, sporco e cattivo". Un giornalista de L'Unità arriva a  chiedere : "Ma Cesare Battisti sarà ancora convinto che sia stato un atto rivoluzionario ammazzare il macellaio Lino Sabbadin o il gioielliere di periferia Pierluigi Torreggiani?". In un Paese laico, dove realmente vigesse una cultura del diritto e delle garanzie costituzionali , la "convinzione" di Battisti, la pseudo-indagine psichica sul suo "pentimento", sarebbe un elemento del tutto ininfluente.


Il mio scopo non è dimostrare che Cesare Battisti è innocente. Giudicare non spetta a me né all'opinione pubblica. Disgraziatamente sappiamo bene a chi spetta. Ciò che mi preme far capire è che il modo dominante di affrontare questa vicenda soffre di tutte le storture, i vizi di procedura e i nodi irrisolti del periodo dell'emergenza. Sono questi elementi, di cui non si vuol fare piazza pulita, a impedire un confronto razionale, laico e costruttivo. Niente amnistie, vera storia, veri processi rapidi e giusti, condanne basate su prove certe oltre ogni ragionevole dubbio. Sempre meglio un ex delinquente libero che un innocente in galera, mai più Tortora, mai più Mannino, mai più Greganti.  Le frettolose ricostruzioni della vicenda giudiziaria di Cesare Battisti apparse sulla stampa italiana sono molto lontane dalla realtà dei fatti, e addirittura in contrasto con gli atti delle istruttorie e dei processi. Se addirittura uno dei PM di allora infila nella sua lettera aperta errori grossolani, scrivendo ad esempio che il gioielliere Torregiani aveva ucciso un rapinatore nel proprio negozio , invece che  al ristorante "Transatlantico" , figurarsi i semplici commentatori di versioni di quinta o sesta mano. Tutti, ma proprio tutti, ripetono che Cesare Battisti sparò a Torregiani e a suo figlio tredicenne, costringendo quest'ultimo sulla sedia a rotelle. Alberto Torregiani è stato anche intervistato dalle televisioni, che lo hanno presentato come "vittima di Cesare Battisti". Eppure, a detta dello stesso ex-PM di cui sopra, Battisti non faceva parte del commando che uccise Torregiani . Battisti è stato condannato per aver "ideato" e/o "organizzato" quel delitto, conclusione molto difficile da dimostrare, interamente basata su prove indiziarie e testimonianze di "pentiti". Questa è una delle cose che mi fa storcere- e di brutto proprio! -  il naso . Battisti viene indicato da "pentiti" come ugualmente responsabile per due omicidi avvenuti lo stesso giorno alla stessa ora. Di fronte all'evidente impossibilità logica, il quadro si modifica sì da farlo risultare esecutore materiale di uno (delitto Sabbadin) e "ideatore" dell'altro (delitto Torregiani). Inoltre è ritenuto ugualmente responsabile di decine e decine di rapine, e in generale di tutti i reati compiuti dall'organizzazione di cui faceva parte, i Proletari Armati per il Comunismo (gruppo che ebbe vita piuttosto breve ed anche politicamente e culturalmente irrilevante).

Chi ignora quanto il nostro diritto (soprattutto quello dell'emergenza- terrorismo) sia impastato di contiguità, complicità e "compartecipazioni" di varia natura, si stupisce e non può che trovare contraddittorio il quadro emerso dalla sentenza. Ma non sto facendo una controinchiesta, quello che mi preme chiedere è: perché, di fronte alle madornali idiozie dette dai media sul ruolo di Battisti nel delitto Torregiani, il dottor Spataro non ha agito nell'interesse di una corretta informazione e di una maggiore comprensione di quelle vicende, prendendo carta e penna e precisando: "Attenzione, questa cosa non è vera"? Perché, pur sapendo benissimo che Battisti non ha mai sparato a un ragazzino inerme, Spataro non ha smentito tutti gli sciacalli dell'informazione urlata ? E' convinto di aver reso onore alla funzione pubblica che esercita, comportandosi in modo tanto reticente? Il direttore di un giornale , in una trasmissione televisiva, ha gridato che "Battisti sparò alla schiena all'orefice Torregiani", premendo sull'acceleratore  dell'isteria, descrivendo l'agguato come ancor più vile di quanto ci si potesse immaginare. Ma Battisti non c'era, ce lo conferma il dottor Spataro. Inoltre, Torregiani - che indossava un giubbotto antiproiettile - affrontò il commando e rispose al fuoco. A rendere la tragedia più amara, fu proprio un suo proiettile a colpire il figlio Alberto. Qualche sera prima, Torregiani e un suo cliente di nome Lo Cascio stavano cenando al Transatlantico. Ad un certo punto entrarono due rapinatori armati, che puntando le pistole contro gli avventori cominciarono a derubarli di portafogli, gioielli etc. Comportandosi in modo che - eufemisticamente - definirei "poco cauto", Torregiani e Lo Cascio estrassero le loro pistole e scatenarono una sparatoria nella quale, oltre a un rapinatore, morì un cliente, che sarebbe ancora vivo se tutti avessero mantenuto i nervi saldi anziché cercare di imitare Charles Bronson ..Questo episodio non giustifica in alcun modo la giustizia sommaria dei PAC.

Ma appunto, proprio perché non c'è rischio di giustificare l'attentato, perché rimuovere l'episodio da tutte le ricostruzioni del contesto? Perché nascondere il primo anello della catena di eventi? Forse perché Pierluigi Torregiani non può essere descritto come un essere umano, con le sue contraddizioni e i suoi tragici sbagli, ma solo come un "eroe borghese", un santo difensore della proprietà, un cavaliere immacolato, in modo da far apparire Battisti ancor più sanguinario e mostruoso? E ancora: perché omettere di citare le proteste di Amnesty International per il modo in cui furono trattati i sospetti durante il fermo di polizia nell'istruttoria Torregiani? Amnesty International usò l'inequivoco termine "tortura". Aveva ragione? Aveva torto? Rimuovendo, non lo scopriremo mai.

L'opposizione all'estradizione va ben oltre Battisti e la sua vicenda umana .La campagna va ben oltre, per i francesi si tratta di difendere un principio, quello del diritto d'asilo, e un punto d'onore, quello della parola data da Mitterrand ai nostri connazionali rifugiati in Francia.

E che pensare poi dei brasiliani? Ma pensiamo che sia stata solo una decisione presa da Lula per far dispetto al nostro Paese? E perchè mai dovrebbe fare questo dispetto? Per dare uno schiaffo al Governo Berlusconi che sarebbe poi dare uno schiaffo al diritto internazionale, ai rapporti internazionali? Ma davvero Lula è talmente gaglioffo da mettere a rischio - non solo i suoi riveriti calciatori - l'esercito dei suoi trans e tutti gli affari che legano il Brasile all'Italia per seguire le ignobili chimere della impresentabile sinistra al caviale di casa nostra? Forse è il caso di mettersi un attimo nei panni dei brasiliani. Poniamo che sia stato accolto da noi un brasiliano come rifugiato politico e che ci sia arrivata dal Brasile la richiesta di estradizione. Ma non credete che sia un nostro diritto giudicare se l'ordinamento brasiliano  sia compatibile con la nostra idea di ordinamento democratico, se non vi siano stati per costui eccessi di legislazione eccezionale o speciale, se i processi in Brasile avvengano in tempi accettabili, in tempi ragionevoli, se in Brasile concedano all'imputato tutte le loro garanzie costituzionali, se in Brasile le sentenze siano effettivamente prese sulla base di prove che rwstino tali oltre ogni ragionevole dubbio, se in Brasile quel rifugiato abbia goduto di una narrazione dei propri misfatti aderente alla realtà, se le carceri brasiliane consentano ai detenuti una accettabile vita? Non sarà, Signori miei, per le risposte che tali interrogativi sull'Italia meritano crudamente che Lula ha detto, al contrario del suo connazionale " uomo Del Monte", no?

Discende da questo esame la necessità di esercitare non solo il sacrosanto principio liberale e garantista " è meglio un colpevole libero che un innocente in carcere", ma anche di dare uno schiaffo, un manrovescio come Dio comanda al principale colpevole del caso Battisti: la Magistratura. Perchè siccome le cose ed i fatti stanno come questo blog li ha ricostruiti, devo chiedere a Spataro, a Carnevale, a Forno,  a Maurizio Grigo, ,a Alfonso Marra ed a tutti gli altri Magistrati che si sono occupati di Battisti: perchè lo avete condannato  se non avete mai trovato una prova una - se non tutta una serie di confessioni peraltro " de relato"  da parte di un assai interessato pentito -  che abbia avuto una validità , come vuole ed impone il diritto, " oltre ogni ragionevole dubbio?". Per fare carriera? Perchè così ve lo ordinava la vostra fede comunista o democristiana?

Allora cosa mai abbiamo da perdere se prendiamo il coraggio a due mani e rifacciamo il processo a Cesare Battisti? Nulla da perdere, tantissimo da guadagnare. Lo so come sia complicato, dopo tanti anni, ripristinare il processo, ma la Giustizia dovrebbe meritare sacrifici ed inventive coraggiose. Non mi è mai piaciuto Cesare Battisti, non ho proprio nulla che possa avvvicinarmi ai PAC. Ma ho troppo da perdere, anche il sonno e sopra tutto la dignità del mio Paese, solo a sentire qualcuno argomentare che Battisti " non ha avuto un processo giusto". Meglio la verità , qualunque essa sia , che fare di un rapinatore, di un ladruncolo, forse di un assassino , certamente di un irresponsabile una sorta di martire .Ci stanno rincoglionendo alla grande! Ci spingono contro i francesi, ci spingono contro i brasiliani, ma l'unico vero colpevole del caso, oltre a Cesare Battisti, è uno solo: è la nostra impresentabile Magistratura. Perchè tutti parlano di Battisti raccontando bugie e menzogne, perchè nessuno ricorda che in Francia vive libero e giocondo anche un tale Giorgio Pietrostefano, condannato,  per essere stato il " mandante" ( non l'esecutore) dellomicidio del Commissario Luigi Calabresi , a ventidue anni di galera, mai scontata?  Perchè dimentichiamo che , in Italia, circola libero e giocondo come il sol dell'avvenire, un pluriassassino al soldo dei servizi segreti dell'Est , tale Mario Moretti ? Pietrosefanio e Battisti hanno entrambi utilizzato la famosa " dottrina Mitterand", secondo la quale la Francia, oggi il Brasile, domani chissà anche l'Uganda - con ogni scusa per l'Uganda stessa - troverebbe immonda la nostra Magistratura perchè non è mai stata al servizio delle Leggi del nostro Paese, ma al servizio della politica.  Leggi speciali, arresti preventivi,  carcere come ricatto per fare parlare, alla Di Pietro, l'esempio inverecondo di Silvio Scaglia, da un anno agli arresti preventivi per reati finanziari pur essendo spontaneamente presentato ai giudici, appiccicare condanne per " concorso esterno in associazione mafiosa" a chi per essere nato a Palermo conosce e parla anche con Fogente che si scopre poi essere mafiosa, utilizzare cimici e pubblicare registrazioni di conversazioni telefoniche sperando di pescare nel torbido qualche reato o che sò, magari una preferenza sessuale, tutto questo non è sinonimo di giusta severità, ma di lampante ingiustizia . Forza e coraggio Signori, unitevi alla mia richiesta. Rifate il processo a Cesare Battisti, rifate i processi della vergogna. E sopra tutto, rifondate questa ignobile, impresentabile Magistratura. Mandate la vostra opinione sulla proposta all'indirizzo:i.gaetano@email.it.  .

Roma lunedì 3 gennaio 2010

Gaetano Immè

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