Gaetano Immè

Gaetano Immè

mercoledì 5 gennaio 2011

UN PO' DI CONFUSIONE SULLE PAROLE DI NAPOLITANO E SULLA FIAT. CHIARIAMO.

Con quel poco di sensibilità mdiatica che mi sono conquistato annusando l'aria che tira, già venerdì scorso, il 31 dicembre 2010, augurando a tutti di poter digerire , oltre al cotechino con lenticchie, anche il discorso del Presidente Napolitano, questo blog aveva sollevato e posto  il problema della " rappresentanza sindacale" che veniva  pretesa dalla FIOM,  ed in parte anche dalla CGIL , anche per Mirafiori, posto che  nessuna delle due istituzioni sindacali avesse  sottoscrittoquel contratto di lavoro . Ed ecco che, seppur con qualche giorno di ritardo, sapientamente speso dal Quirinale non tanto  per rimetersi dalla sindrome influenzale  , quanto  -  io dico soprautto - per vedere le altrui reazioni sull'argomento, anche il Presidente ha volto dire la sua. Rispondendo ai giornalisti  sul fatto che il piano Marchionne sia stato ben accolto dal mercato e dalla Borsa, il Presidente ha rimarcato come lo stesso piano sia stato dibattuto e discusso dai lavoratori. Secondo il Presidente " ci deve essere un confronto" ma " tutte le parti devono riconoscere 'essenzialità di questo impegno ad aumentare la produttività del lavoro ai fini della competitività internazionale della nostra economia". Riferendosi poi alle parole del Ministrao Sacconi - secono il quale vi sarebbero dei  diritti dell'accordo interconfederale del 1993 che devono essere salvaguardati - Napolitano ha commentato "credo che questo sia un aspetto importante . Per quanto le cose siano cambiate e si possa vedere quanto dell'accordo del 1993 resti valido, però vi sono dei punti importanti che riguardano senza dubbio il diritto di rappresentanza , tutta una materia che ormai va affrontata"." Mi auguro - ha poi concluso il Presidente - che sulle relazioni industriali, oggetto del contenzioso Fiat, si trovi un modulo più costruttivo di discorso".  Siccome questo blog ha già espresso, fin dallo scorso 31 dicembre 2010 , il proprio punto di vista , che nega alla CGIL ed alla FIOM il diritto ad essere rappresentata a Mirafiori  (per il fatto di non aver sottoscritto il contratto che l'azienda applicherà allo stabilmento)  credo sia importante riportare di seguito le disposizioni legislative alle quali riferirsi per una corretta discussione del problema. Si tratta sia dell'accordo interconfederale del 1993 che del referendum abrogativo svoltosi in data 11 Giugno 1995. Per completezza ne riporto i testi salienti.

ACCORDO INTERCONFEDERALE 20 DICEMBRE 1993 TRA CONFINDUSTRIA E CGIL,

CISL E UIL - COSTITUZIONE DELLE RAPPRESENTANZE SINDACALI UNITARIE.

Parte prima
                                                                      Premessa
Il presente accordo assume la disciplina generale in materia di rappresentanze sindacali unitarie, contenuta nel Protocollo stipulato fra Governo e parti sociali il 23 luglio 1993.
                                      Modalità di costituzione e di funzionamento

1. Ambito ed iniziativa per la costituzione

Rappresentanze sindacali unitarie possono essere costituite nelle unità produttive nelle quali l'azienda occupi più di 15 dipendenti, ad iniziativa delle associazioni sindacali firmatarie del Protocollo 23 luglio 1993.Hanno potere di iniziativa anche le associazioni sindacali firmatarie del c.c.n.l. applicato nell'unità produttiva ovvero le associazioni sindacali abilitate alla presentazione delle liste elettorali ai sensi del punto 4, parte seconda, a condizione che abbiano comunque espresso adesione formale al contenuto del presente accordo.L'iniziativa di cui al primo comma deve essere esercitata, congiuntamente o disgiuntamente,da parte delle associazioni sindacali come sopra individuate, entro tre mesi dalla stipula del presente accordo.In caso di oggettive difficoltà per l'esercizio dell'iniziativa entro il termine di cui sopra, l'iniziativa stessa potrà avere luogo anche dopo detto termine.La stessa iniziativa, per i successivi rinnovi, potrà essere assunta anche dalla r.s.u.e dovrà essere esercitata almeno tre mesi prima della scadenza del mandato.

8. Clausola di salvaguardia

Le organizzazioni sindacali, dotate dei requisiti di cui all'art. 19, l. 20 maggio 1970, n. 300, che siano firmatarie del presente accordo o, comunque, aderiscano alla disciplina in esso contenuta, partecipando alla procedura di elezione della r.s.u., rinunciano formalmente ed espressamente a costituire r.s.a. ai sensi della norma sopra menzionata.

                                                             Parte Seconda
Disciplina della elezione della r.s.u.
.........................................................
4. Presentazione delle liste

All'elezione della r.s.u. possono concorrere liste elettorali presentate dalle:
a) associazioni sindacali firmatarie del presente accordo e del contratto collettivo nazionale
    di lavoro applicato nell'unità produttiva;
b) associazioni sindacali formalmente costituite con un proprio statuto ed atto costitutivo
    a condizione che:
    1) accettino espressamente e formalmente la presente regolamentazione;
    2) la lista sia corredata da un numero di firme di lavoratori dipendenti dall'unità produttiva
        pari al 5% degli aventi diritto al voto.
............................................................

Ricordo ancora che  successivamente all'accordo interconfederale del 1993 , con  il Referendum dell'11 giugno 1995, quello denominato " Rappresentanze sindacali 2" , si votò  per ottenere una modifica dei criteri di rappresentanza sindacale nelle rsu , ma nella sola contrattazione pubblica, in modo che questa potesse essere attribuita   anche alle organizzazioni di base. Fu raggiunto il quorum del 57,20% e con una maggioranza del 62,10% il referendum ottenne l'approvazione della richiesta. Ma risultato limitato, appunto, alla contrattazione pubblica, non quindi a Mirafiori, dove siamo nel privato.


Non vedo dunque motivo di discutere ancora di un problema che la CGIL e la FIOM  pongono surrettiziamente per tentare di rientrare in extremis nell'ambito delle nuove relazioni sindacali che , da ora in poi , assisteranno i lavoratori nel loro contrattare con l'azienda in questione. Ci si lascia dietro le spalle  una concertazione che è stato uno strumento per assicurare una sorta di pacificazione nell'economia assistita dello Stato italiano. Ora però  l'economia sociale, quella dell'assistenza pubblica, quella del mantenimento produttivo col " deficit spending" senza mercato e magari con lavori pubblici, quello dei piani quinquennali, quello dell'IRI, quello delle aziende private  a carico dello Stato centrale,  è stato seppellito dalle macerie del suo stesso tracollo , in seguito  al terremoto prodotto della globalizzazione. Basta, si gira pagina, verso nuove relazioni industriali non più solo " operaistiche ", ma decisamente " produttivistiche". Spiace che Luigi Manconi non voglia aprire gli occhi davanti a questa  realtà inconfutabile e faccia una sorta di " apologia operaistica-sindacale" su Il Foglio di oggi, senza accorgersi che attribuire agli altri epiteti , quali " sciocchini", quali " asinerie sesquipedali",o ancora battere ancora sul tasto ipocrita e populista  del compenso di Marchionne- che vale quello di 435 operai-  altro non è che una battaglia illusionistica e di pura ed inutile retroguardia, anzi anche vagamente rimpiangitiva di una sistema molto illiberale ( nessun mercato, contratto unico, ecc) che è stato sventrato non da una volontà politica, non da un imprenditore singolo, non dalla volontà di vedere finalmente applicato anche l'articolo 49 della Costituzione anzichè solo l'articolo 48, insomma che è stato letteralmente  frantumato non da un disegno economico-politico di stampo lobbistico od affaristico, ma dalla stessa globalizzazione mondiale. Se può confortare, Manconi continui pure a piangere ritenendo quel mondo ormai sepolto come " la cosa più bella del mondo": ognuno ha i propri dogmi  cui soggiace per cecità o per religione o per ideologia. Ma non getti nessuna croce su chi ha opinioni diverse dalle sue . Perchè, forse Manconi lo ha dimenticato, l'Italia è ancora un Paese libero, dove deve regnare la politica votata dal popolo, non i sepolcri costruiti nel secolo scorso per imprigionare  popolo e Paese e tenerli in pugno , nella loro morsa  mortale. Capisco che vedere andare in frantumi un altro muro di Berlino eretto in Italia dispiaccia a Manconi ed a molti altri. Ma la politica ed il sindacalismo dei muri, dei veti, degli ordini, dei ricatti è fi - ni - to, è morto. Chiari segnali premonitori si potevano scorgere dal fatto che la FIAT  ha seguito, nel suo percorso, una nuova via, senza farsi attrarre dalle sirene o farsi intimorire dai Caronte,  che pretendevano, le prime con lusinghe pacifiste, i secondi con i minacciati  sfracelli di uno sciopero canagliesco e questo sì ricattatorio,  di guidare la trattativa fino ad una sperata ed invocata  trinagolazione di sapore consociativo  fra FIAT, Stato e Sindacati. Tanto è nuova e dissacrante  questa operazione per l'Italia , ormai soggiogata dalla " concertazione" e dal " collettivismo operaistico" del passato, che neanche la Confindustria ha saputo decidere, anche essa sbarella. C'è da capirli: Confindustria, PD, sinistra estrema, IDV, FLI, CGIL, FIOM, sono andati letteralmente Know Out davanti all'uppercut al mento di Rochy Balboa Marchionne: come successe anche alla Tachter in Inghilterra nei suoi anni, come successe ancor prima negli USA, con le Trade Unions sbarellate dai nuovi sistemi produttivi, anche l'Italia perde per strada chi è nato, chi è vissuto solo grazie all'economia aziendale assistita e comandata dallo Stato centrale. Ora hanno davanti l'ignoto del mercato e ne hanno paura, ma fingono di essere preoccupati non per loro,  ma per gli operai. In effetti devo darsi una svegliata alla grande e subito, perchè se scappa quest'opportunità la libertà - non il ricatto Rinaldini, non il ricatto - di cui tutti godono nel nostro Paese consente alla FIAT di sbaraccare dall'Italia e di delocalizzare altrove. Rendersi conto che non si ha più in mano il comando del " freno a mano" dell'Italia fa bene ad un sindacato che voglia stare accanto ai suoi iscritti, fa invece molto ma molto male ad un sindacato che credeva di avere in mano il bottone del ricatto perenne.Certo, quello della FIAT non sarà il modello americano, ma un poco ci somiglia. E' dunque ora che anche il ceto sindacale e quello confindustriale si riorganizzino, come anche quello politico di sinistra rimasto inebetito  e rinchiuso dentro il palazzo senza profferire verbo. E' ora che questi ceti - anzi, meglio - queste " caste" alzino il culo dalla poltrona, si sposatino dove c'è il problema , cioè escano dal palazxzo e vadano dove non sono più andati dal lontano 1980: in fabbrica. E' lì che ci si deve confrontare per aumentare produttività e salari, tutele e occupazione. Per fare gli interessi dei lavoratori, per dimenticarsi " la classe operaia" che ormai non esiste nemmeno più.

MADAME SPINELLI' S'ARROVELLA PER SALVARSI DAL DISASTRO BATTISTI

Commuove invece M.me Barbarà Spinellì su La Repubblica , dove pubblica una articolessa nella quale  tutto è monnezza prodotta da Berlusconi,  solo Lei è stata ed è la purezza del pensiero.Non una parola per i brasiliani, ma tante contro i francesi, ma senza poi individuare con chi gli italiani dovrebbero protestare per la faccenda di Cesare Battisti , Berlusconi escluso , ca va sans dire! Non sapendo a chi addossare la responsabilità del caso, salvo la sua fissazione erotico-maniacale per  Berlusconi, M.me Spinellì conclude splendidamente con " Fa parte dell'astrattezza letteraria ( la più obbrobriosa forse) considerare gli ex teroristi come sconfitti, vinti dalla storia. Sconfitto nè chi esce battuto essendo stato un combatente, regolare o guerrigliero,o un vero enragé. Gli si deve rispetto: con lui si costruisce un ordine. Gli anni di piombo non sono stati una guerra civile. Sono stati una storia criminale, come gran parte della storia italiana" che è tutto un delirio, uno dei tanti onirismi spinelliani. Per M.me Spinellì  si deve rispetto a gente come Pietrostefani, a gente come Sofri, a gente come Scalzone, a gente come Mario Moretti, a gente come D'Elia, a gente come Persichetti. Con loro si costruisce qualcosa, ma non dice cosa. Il brigatismo è storia criminale, come la storia d'Italia. Per M.me. Ma M.me, ma non era proprio Lei che tifava per le leggi emergenziali, non era proprio Lei ed il suo caro PCI che proponevate queste leggi fasciste in combutta con la DC, che tifavate per le carceri dure, per teoremi giudiziari padovani , non era proprio Lei che puntava il dito contro il brigatismo perchè non doveva nuocere al suo partito, il PCI , che stava raccogliendo finalmente il frutto di tanto lavoro  sia con il " compromesso storico" che  con il " fronte nazionale" , perchè vedeva nel brigatismo una minaccia allaimminente  raccolta del grano? Abbia coraggio M.me, lasci stare Henry Levy, lasci stare Mitterand, lasci perdere la spocchia dei francesi, pensi alla sua di spocchia, che è già troppa. Visto che vive a Parigi, che credo sta in Franca, ci si mette pure Lei ad infangare il suo Paese. E veda di non provare a proporre una " soluzione politica" degli anni d piombo, un'amnistia vomitevole che metterebbe sullo stesso piano il terrorista, il delinquente comune ed il poliziotto e che ucciderebbe per la seconda o terza volta le vittime dei brigatisti. Si scagli contro il vero colpevole, quella Magistratura che ha accettato di " servire" la politica ( quella,appunto, del " compromesso storico", quella " dell'emergenza nazionale" ) anzichè applicare le leggi civili del nostro Paese. Verso copioso corrispettivo, M.me, in seggi ed in potere. Corrispettivo che state sonoramente pagando. Bastavano le leggi che c'erano  per giudicare brigatisti edelinquenti comuni, anche negli anni settanta-ottanta, M.me. Non c'era nessun bisogno, nè operativo nè tanto meno intellettuale,  che Lei ed il suo caro PCI propugnassero il pugno duro delle leggi speciali , leggi fasciste, pur di tentare di agguantare  il potere. Sempre senza elezioni, ovviamente.Com'è vostra abitudine da sempre. Ossequi da Roma, capitale d'Italia e del Mondo.


Roma mercoled' 5 gennaio 2011

Gaetano Immè

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