Gaetano Immè

Gaetano Immè

martedì 8 marzo 2011

ANCORA SULLA GIUSTIZIA

Mentre l'altra sera su La7 ho  assistito a quale mortificante livello può arrivare la politica, con un impresentabile Italo Bocchino schiumeggiante bile, rancore e insulti, nella sua veste di vicepresidente del FLI , un partito che evidentemente non ha di meglio da proporre se non offese ed insulti personali , già si annuncia una manifestazione di sciopero della potente casta dei magistrati per opporsi alla riforma della giustizia preannunciata dal governo, necessaria e urgente per il bene del Paese. All’iniziativa dei magistrati è pronta ad affiancarsi tutta l’opposizione, stando alle dichiarazioni ascoltate in questi giorni. Tutto secondo copione, nulla di nuovo, ne ho già parlato su questo blog, proprio ieri, in tempi non sospetti. Il governo ha deciso di affrontare direttamente le metastasi che sfigurano  il bel Paese: una invadenza  della magistratura nel campo della politica che è arrivata a mettere perfino in discussione, dal 1993 in poi, financo  le prerogative costituzionali del parlamento. E la casta, anzi la lobby piratesca e gaglioffa,  subito si arrocca in difesa dei propri medioevali privilegi. Assicurano che lo ufficializzeranno a tempo debito, ma già se lo dicono tra loro.  “Se questi vanno avanti, altro che sciopero faremo”. E la magica parola, sciopero, corre nelle mailing list delle toghe per un intero pomeriggio, rimpalla nelle telefonate, assieme all’ormai famoso, forse abusato, ma pur sempre valido slogan “se non ora, quando?” Per dirla con un P.M.di Milano molto noto , Armando Spataro: “Se vengono annunciate riforme epocali, occorrono risposte altrettanto epocali…”. Cos'é , questo dire,  se non una minaccia alle istituzioni? Meriterebbe, come adeguata replica al suo arrogante parlare minaccioso, un più che adatto e meritato " a brigante, brigante e mezzo!".Cerco di capire quel che infastidisce i magistrati. I quali temono, sopratutto i P.M. ,  la separazione delle carriere, al punto che si minacciano dimissioni in massa. Non lo si dice chiaramente che questo è il punto dolente e non ci vuole molto a capirlo.

Parliamo allora del progetto di riforma di Andrea Orlando , attuale responsabile del Pd per la giustizia - esposto  il 9 aprile 2010 - del quale ormai non si parla più. Meglio: nessuno ne deve parlarne. Pena essere coperto di insulti, contumelie e sospetti di “intelligenza” con il nemico. Eppure se recupero quell’intervento, almeno due o tre punti, sia pure filtrati dall’eufemismo politico e terminologico dei democratici (che sconfina con l’ipocrisia allo stato puro) quando si parla di toghe, non è molto dissimile dalla proposta che giovedì il Governo porterà ,verosimilmente,  in Consiglio dei ministri per la cosiddetta “riforma epocale” della giustizia. Scriveva Orlando all’epoca infatti che “una rivoluzione vera e possibile sarebbe una razionalizzazione delle circoscrizioni giudiziarie: 165 tribunali, di cui 88 con meno di 20 magistrati, 7 tipologie di uffici giudiziarie, una distribuzione degli uffici assolutamente anacronistica ed irrazionale, producono un quadro di inefficienza complessiva insostenibile”.E fin qui un accordo con il centro destra sarebbe quasi ovvio, proprio  dietro l’angolo. D’altronde il
" frazionamento "  fu l’errore delle riforma del ministro Flick, quella del " giudice monocratico ", miseramente fallita,  anche se il suo autore venne premiato con un bel posto alla Corte Contituzionale. Era l'anno 2000, Presidentre della Repubblica C.A. Ciampi, ca va sans dire! Fra le proteste del centrodestra che strepitavano sull'inopportunità del Capo dello Stato di nominare un altro Giudice cotituzionale di sinistra quando la Corte ne era già zeppa.  Paole al vento! Quindi il Pd è ben conscio di dover porre rimedio a una propria idiozia per far sì che qualcuno per caso non se ne ricordi alle prossime elezioni. Ma Orlando all’epoca andava oltre, sostenendo che “la questione dei tempi del processo o meglio della la sua ragionevole durata andrebbe affrontata riferendola sia all’ambito penale che a quello civile”. E dava questa cura: “Si possono ipotizzare tempi massimi per la durata del procedimento, ma questi dovrebbero essere parametrati distretto per distretto in rapporto alle risorse disponibili, al numero di magistrati in ruolo, al personale amministrativo e al numero dei procedimenti." Incredibile, le stesse proposte avanzate poi dal centrodestra. E ancora: “rispetto al testo approvata dal Senato sul cosiddetto ”processo breve“ significherebbe eliminare le norme retroattive e legare i termini massimi indicati per i gradi di giudizio alla concreta situazione degli uffici giudiziari e ad un serio piano di investimenti sulle strutture e sul personale”.Non basta, secondo Orlandoc’è infine il tema dell’organizzazione della magistratura e dell’azione penale, vera ossessione della maggioranza”. Ma dopo questo proclama veniva infranto un altro tabù: “C’è una proposta di legge concernente l’elezione dl Csm a firma del senatore Ceccanti dalla quale si potrebbe partire dal giorno dopo del rinnovo del consiglio, che prevede un sistema elettorale basato su collegi uninominali con ripartizione maggioritaria, in grado di ridurre il peso delle correnti della magistratura associata”.E sulla separazione delle carriere? “Non ci sarebbe molto da fare in proposito di separazione delle carriere essendo già stata realizzata una sostanziale e sufficientemente rigida distinzione dei ruoli con la riforma ordinamentale, varata soltanto due anni fa. Tuttavia sono ipotizzabili norme che rafforzino il criterio della distinzione dei ruoli, precisino le incompatibilità e i limiti temporali di permanenza nei diversi uffici”. Orlando si spinge anche a una norma di deterrenza per la politicizzazione delle toghe: “una specifica disciplina meriterebbe la limitazione all’elettorato passivo dei magistrati, di quelli che hanno svolto funzioni requirenti in particolare”. Non mancava nel ragionamento di Orlando una proposta per superare gradualmente l“obbligatorietà dell’azione penale”: “sull’esercizio dell’azione penale sarebbe matura una riflessione sul superamento dell’obbligatorietà, sull’individuazione di priorità che non limitino l’indipendenza dei pm; ci sono diverse ipotesi in proposito ed una proposta di legge depositata dal Pd."” Da ultimo, ma non per ultimo, l’azione disciplinare e la responsabilità del magistrato: “infine si potrebbe affrontare quello che ha mio avviso è la questione centrale del sistema: l’efficacia dell’azione disciplinare. La linea d’azione, credo dovrebbe essere quella di una distinzione maggiore di chi esercita questo tipo di giustizia domestica dal Csm con una sezione distinta o attribuendo il ruolo alla Cassazione,accrescendo così l’autonomia di chi è chiamato a valutare dei colleghi”.


Ora però possiamo chiudere questo cahier des doleances,  il libro dei sogni del Pd e aprire quello degli incubi dipietreschi. Se si potesse oggi discutere con un Pd su queste posizioni, e con un Pdl su quelle anticipate ieri dai giornali, l’accordo si troverebbe, per quasi tutte le riforme, entro tre mesi. E sarebbe veramente epocale. Ma un partito senza identità e senza leader come ormai da anni è il Pd, è obbligato alla sudditanza psicologica ai partiti giustizialisti da una parte e all’Anm dall’altra. E non può avanzare nessuna contro proposta costruttiva come quella di Andrea Orlando. Fine del sogno.
La separazione delle carriere tra pm e giudice, romperà finalmente una congiunzione che ha generato molti dubbi nell’opinione pubblica, e metterà indiscutibilmente sullo stesso piano accusa e difesa nobilitando e assicurando la terzietà effettiva del giudicante. E' una norma che civilizza la nostra Giustizia, che inizia a metterla  sul piano di tutti gli altri Paesi a democrazia occidentale avanzata . Perché questo timore, anzi questa ribellione dei P.M.? Inutile perder tempo con le solite apodittiche cretinate di " perdita di autonomia dei P.M." perché l'autonomia della Magistratura dal potere politico è sacra e costituzionale e dunque nessuno la toccherà mai. Se pensiamo bene alla minaccia che proviene dalle mailing list - quelle che i P.M. dovrebbero dare le dimissioni - essendo assolutamente impensabile che la sinistra possa rendere tutti i dimissionari  degli " onorevoli parlamentari"  ( come Maritati, come Emiliano, come Di Pietro, come Colombo, ecc) mi pare impensabile e dunque non resterebbe altro da pensare se non che la minaccia serva a paralizzare la riforma imminente. E' un timore da tenere in considerazione, ma che avrebbe l'enorme difetto di favorire la malavita ed il terrorismo , che vedranno  le proprie responsabilità procedere verso la prescrizione per colpa della difesa della casta dei propri privilegi. Non resta altro, dunque, che  individuare nel  previsto " doppio CSM" la norma che fa infuriare i Magistrati. Lo si capisce molto bene quando si consideri che , negli ultimi sette anni, l'unico attuale CSM è stato investito di 1020 cause contro Magistrati che hanno visto  solo sei, dico sei, condanne . Cioè qualcosa come il 5 per mille.! Roba da
" Alons enfants de la Patrie..les jours heureux sont'arrivé !" Piuttosto esprimo qualche riserva sulla possibilità che il rimedio ( la divisione delle carriere ) non si tramuti in un male peggiore, nel senso che ciascun enclave diventerà una sorta di nuova lobby. Pericolo da evitare, un modo ci sarà pure.

Ma lo scontro sarà durissimo perciò, e da esso dipenderà il riscatto del potere legislativo (il parlamento) contro un potere giudiziario che lo sta sfacciatamente ed arrogantemente prevaricando fin dal 1993, fin da quando, cioè, la Magistratura di Milano ricattò un Parlamento di corrotti ( e di imbelli ed impotenti corrotti ) , truffò  la credulità popolare irretita e rincretinita dall'emergere del sistema delle corruttele che aveva ormai pervaso tutto il Parlamento,  facendo cancellare dalla Costituzione l'unico argine, voluto dai padri costituenti del 1948, che consentiva al "potere eletto dal popolo" ( il Parlamento) di essere immune da eventuali e proditori  attacchi di un altro ordine dello Stato ( la Magistratura),  che non ha alcuna valenza democratica per il semplice fatto che nessuno l'ha eletta . Gli scontri a cui abbiamo assistito finora sono niente a paragone di ciò viene minacciato. Tutti i poteri che si sono coagulati nell’antiberlusconismo e che si sono posti l’obiettivo di intralciare ogni riforma al fine di mantenere i privilegi della prima Repubblica  ( come " Il gattopardo" famoso ) si scaglieranno a difesa della magistratura, accampando ogni sorta di astruseria, per soddisfare il  Magistrato sultano onde averne protezione ed aiuti. Non si  deve cedere perché  questa è la madre " di tutte le riforme " delle quali l'Italia ha assoluto bisogno. La stragrande maggioranza dei cittadini vuole , pretende, invoca questa riforma. Il referendum che approvò nel 1987 la responsabilità civile dei giudici che sbagliano non fu per caso che ebbe un esito plebiscitario. Fu una scelta convinta e suffragata dall’esperienza. La famigerata Legge Vassalli va eliminata per dare la giusta e corretta attuazione all’esito referendario, ovviamente non correndo il rischio che il tutto si trasformi in una norma che paralizzi il funzionamento della macchina giudiziaria. D’altra parte, lo stesso problema si pone anche per tutte le altre professoni ed attività: basta pensare ai  medici bersagliati ormai da un'incessante richiesta penale di responsabilità che potrebbe in teoria portare alla paralisi del servizio medico; stesso discorso vale anche per gli ingegneri , per gli avvocati, per i Commercialisti, per i Geometri, per i Professori, ecc. Dunque un rischio generalizzato del quale non occorre però avere paura. Perché una volta che venga accertato , da chi di dovere ( Alta Corte prevista e formata da laici e non da Magistrati) , che trattasi di un errore " senza dolo" provvederà l'apposita assicurazione, mentre se trattasi di " errore con dolo" si andrà dritti dritti all'espulsione  del colpevole ed al suo  licenziamento, visto che un Magistrato può distruggere con un suo " atto doloso" una persona per tutta la vita.

SAVIANO

Roberto Saviano ormai è finito. Altra cosa quando, poco conosciuto, conduceva le sue inchieste sulla camorra (non certo il solo, devo dire) e rischiava la pelle pur di mettere a nudo gli intrecci della malavita del suo povero Paese ( Casal di Principe). Oggi " i sinistri" che contano ne hanno fatto un divo, con tutti i difetti che hanno i divi. I quali, nel momento che diventano tali, affievoliscono le loro qualità, per mettere in luce le proprie debolezze. E la debolezza principale di Saviano è quella di essere entrato nel circolo mediatico , di esservi stato imposto come un santone e di essersi dovuto prostrare ad una delle trasmissioni meno democratiche ( senza pluralismo) e più faziose di RAI3. Da quel momento è cominciata a prevalere in lui una sconfortante mediocrità che lo porta alla sua omologazione al pensiero dominante. Il quale , fondato sull’ antiberlusconismo, si è trasformato, nelle menti eccitate di chi vuol solo sentir parlare male del Cavaliere, in ripetitività ossessiva. E così Saviano si è illuso di essere l’uomo della Provvidenza, colui che libererà l’Italia dalle grinfie del Cavaliere. È penoso starlo a sentire e più penoso è vedere che siamo di fronte ad un uomo, peraltro giovane, che è stato soggiogato, prezzolato, vinto e strumentalizzato dalla sinistra . Un altro forse inconsapevole " utile idiota" . Entrato nel circuito mediatico, ottenuto l’appoggio e il favore dei quotidiani e delle lobby che contano, vi si è adagiato senza più rendersi conto della vulnerabilità del suo successo. Ciò che è successo prima a Follini, poi a  Guzzanti, poi a Fini, e ad altri prima di lui, sta succedendo a Saviano. L’usa e getta praticato dalla sinistra ( vedi Repubblicae L'Espresso  con Noemi, con la D’Addario, con le foto mai esistite, ecc) si rovescerà presto anche su di lui, lasciandolo solo, stordito ,  incredulo e solo. Sarà un pessimo  risveglio. Ora, per compiacere il circo nel quale si è voluto arruolare come “ santone” , ha sparato qualche “ fregnaccetta “ contro la Mondadori affermando, su RAI3 ( e dove sennò?) da Fazio ( e con chi sennò?) incautamente che “ Marina Berlusconi ha paura di me, per questo non mi sopporta " . “La libertà di pensiero e di espressione è un diritto universale che a nessuno, e sottolineo nessuno – ribatte la numero uno della Mondadori – può essere negato: tutti hanno il diritto di criticare e tutti possono essere criticati. Ma criticare non vuol dire censurare”. Saviano è stato così distrutto . Non sa nemmeno distinguere tra critica e censura, e ha scambiato  per censure le critiche che gli vengono rivolte .E’ diventato proprio uno della sinistra, come Santoro, come Floris, come Lerner, come Fazio, come Mannoni, come Annunziata, ecc..... La quale sinistra pretende con arroganza di criticare come dove e quando chiunque le capiti a tiro, ma non ammette che si critichi il suo operato. Altrimenti si definiscono
“ martiri”! Peccato: Saviano ha perso , per ingordigia di soldi e di potere, l'unica sua virtù: quella di essere uno scrittore che non prende ordini da nessun partito e da nessuna ideologia. Insomma, Saviano, per soldi si è venduto, oltre che bevuto la testa. Anche Saviano, come la sinistra, vorrebbe mettere il bavaglio a chi non è d’accordo con lui e si permette di criticarlo. Povero Saviano, finito pure lui nella ragnatela dell’antiberlusconismo: come Eco, come Camilleri…Come tanti, troppi, inutili quaquaracquà. Leonardo mio, quanto, maquanto mi manchi.


DAT O TESTAMENTO BIOLOGICO? CUI PRODEST ?

Nel suo nuovo attacco sferrato dalle pagine di Repubblica contro la legge sul fine vita proposta dal centrodestra e già approvata in Senato, il professor Stefano Rodotà fa un inquietante passo in avanti nell'operazione ideologica di ribaltamento della realtà a cui stiamo assistendo da almeno due anni a questa parte. La materia del contendere è nota: una delle norme contenute nella legge prevede che non possa essere oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento ( DAT, impropriamente definita «testamento biologico») la sospensione della nutrizione e dell'idratazione, «in quanto forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze». Qui la normativa riprende, tra le altre cose, il Parere espresso il 30 settembre 2005 dal Comitato nazionale di bioetica, secondo cui la somministrazione di cibo e acqua, avvenga essa per vie naturali o artificiali, è il «sostentamento ordinario di base»: nutrizione ed idratazione «vanno considerati atti dovuti eticamente (oltre che deontologicamente e giuridicamente) in quanto indispensabili per garantire le condizioni fisiologiche di base per vivere». Non si può quindi parlare, in questo caso, di accanimento terapeutico. La convinzione di Rodotà e di Repubblica, invece, è che la citata disposizione legislativa sia niente meno che una violazione dei diritti dell'uomo e della sua libertà ad autodeterminarsi. La legge, inoltre, farebbe parte di un più generale «progetto autoritario» messo in atto da una «politica prepotente» che «si dichiara padrona dei corpi delle persone» e «pretende di impadronirsi delle vite degli altri».


Per argomentare questa tesi, il professore avanza un paragone che ha a dir poco dell'incredibile: quello con i totalitarismi del Novecento. Per Rodotà, infatti, la normativa votata dal centrodestra rappresenta «l'abbandono del lungo cammino che, partendo dalle esperienze tragiche delle tirannie del Novecento che si erano violentemente impadronite dei corpi delle persone, era approdato all'affermazione netta della essenzialità del consenso dell'interessato». Sancire per legge che dare da mangiare e da bere a una persona che si trova in stato vegetativo persistente rientra nei doveri minimi di umanità nei confronti dei deboli e degli indifesi, sarebbe quindi un atto degno di un regime come quello nazista. Che, come tutti gli studi storici hanno documentato, si è semmai adoperato per fare l'opposto: per sopprimere, calpestare e annientare la vita malata, per imporre la «dolce morte» a centinaia di migliaia di handicappati, storpi, malformati. Se c'è una verità inconfutabile, è che la pratica su larga scala dell'eutanasia di Stato ha rappresentato uno dei punti cardine dei totalitarismi e del loro progetto di dominio assoluto sulla persona, di cancellazione dei suoi diritti, di negazione della sua libertà.

Per questo niente è più anti-totalitario che dire con chiarezza che vi è, nell'uomo, una dimensione indisponibile ad ogni potere, ad ogni interpretazione giuridica di sorta, ad ogni abuso da parte di chiunque, persino da parte di se stessi. Eppure Rodotà, che tenta di accreditarsi come il paladino dei diritti umani e della libertà, nega che la vita sia «indisponibile». Scrive che semmai «è vero l'opposto, come dimostra l'ormai consolidato diritto al rifiuto e alla sospensione delle cure, che da tempo le persone già esercitano anche quando sono ben consapevoli che ciò può determinare la loro morte». Ne dobbiamo dedurre che la dignità umana non è un dato assoluto, ma trova un limite nell'autodeterminazione, e dunque il problema dei problemi non è come garantire che tale dignità sia sempre rispettata e tutelata, ma che vi sia il «consenso dell'interessato». Che tra l'altro, nel caso in discussione - e cioè, di fatto, il diritto all'eutanasia per chi si trova in coma persistente, anche se il professore non ha il coraggio di chiamare le cose con il loro nome - sarebbe un consenso messo per iscritto magari anni prima e non più riscontrabile nel momento della «dolce morte». Ciò darebbe comunque un carattere di arbitrarietà e di eterodeterminazione a questo gesto, in palese contrasto con le premesse esposte da Rodotà.

Ma queste sono le contraddizioni in cui cade inevitabilmente la prospettiva relativista di cui il professor Rodotà è sostenitore. Una prospettiva che, negando l'esistenza di una verità universalmente valida e non prodotta dall'uomo, dalla società, dal potere (una verità in base alla quale, ferma restando la libertà dell'individuo di aderirvi o meno, si possa stabilire che cosa è bene e che cosa è male), ha come unico esito quello di rendere la dignità della persona un qualcosa di vago ed incerto, e, in ultima analisi, in balia delle mode intellettuali e delle ideologie di turno. E di quella forma culturale di totalitarismo che, con felice espressione, l'allora cardinale Ratzinger definì come «dittatura del relativismo».

Concludo ricordando al Dottor Rodotà come questo blog si è sempre battuto contro la sua pretesa della legge riguardante il cosiddetto «testamento biologico» . Ricordo a Rodotà un punto incontestabile: se non vi fosse stata la sentenza della magistratura su Eluana Englaro, non vi sarebbe stata la necessità di una normativa che disciplinasse un momento così delicato come quello del fine vita. Il dramma - ma di questo Rodotà neanche se ne accorge - è voler costringere lo Stato ad interessarsi dei problemi " etici" come un Afganistan o un Iran qualsiasi. Roba da " stato etico", roba da dittatura degli ottimati, robetta da medioevo, Rodotà, altro che " progressista"!.

CHE FARE CON LA LIBIA ?

  Le rivolte in Tunisia, Egitto, e ora anche in Libia, hanno avuto come effetto immediato quello di aumentare il numero di persone in partenza da quei luoghi e dirette verso l'Europa alla ricerca di un futuro migliore. A Lampedusa, dall'inizio del 2011, sono sbarcate quasi 6mila persone. Nello stesso periodo dello scorso anno gli sbarchi erano stati solamente una cinquantina e, se prendiamo in considerazione l'intero anno, gli arrivi avevano raggiunto quota 3mila. Negli ultimi anni il 2008 è stato quello più complicato, con 37mila arrivi. L'Italia era diventata il ventre molle d'Europa. L'accordo stretto dal nostro paese con la Libia, uno dei primi atti del governo in carica, una volta divenuto operativo (maggio 2009) aveva invertito questa dinamica e gli sbarchi erano drasticamente diminuiti. Questo è un dato di fatto e non certo una considerazione oggetto di speculazione politica.


La rivolta scoppiata ora in Libia, dopo quella in Tunisia, rischia di far aumentare gli arrivi sulle nostre coste in modo vertiginoso, visto che l'Italia è il paese più vicino ai due stati nord africani. Qualcuno, come Bersani ad esempio, si è rimesso a criticare l'accordo stretto dal nostro paese con la Libia nell'estate del 2008, definendolo una scelta sbagliata e affermando che, con le rivolte in corso in quel paese, il patto verrà meno. A queste persone bisogna rispondere che il solo controllo di polizia da parte del paese ospitante è un pannicello caldo, che può fare poco o nulla e che gli unici strumenti utili per combattere l'immigrazione clandestina sono proprio gli accordi bilaterali e i progetti di cooperazione allo sviluppo. Si tratta di una strategia che ha già dato i suoi frutti con l'Albania e che li stava dando anche con la Libia che, bisogna sempre ricordarlo, è la base delle partenze della maggior parte degli immigrati che arrivano clandestinamente via mare nel nostro paese. Con chi dovevamo firmare gli accordi se non con chi deteneva l'autorità nel paese e cioè con Gheddafi? Queste accuse sono davvero risibili. L'unica strada che andava intrapresa con coraggio per combattere efficacemente le direttrici della tratta degli esseri umani era proprio quella scelta dal governo Berlusconi. Quale, altrimenti, l'alternativa? Non certo continuare a far restare Lampedusa solo un «luogo di soccorso e primissima identificazione», come ad esempio chiesto da Amnesty International nel Rapporto Annuale 2009 sulla situazione dei diritti umani, e cioè un luogo dove chiunque possa sbarcare in sfregio alle leggi sull'ingresso legale nel nostro Paese.

Sono ridicole le affermazioni di Franceschini e Veltroni, che chiedono al nostro governo di intervenire nella rivolta in corso in Libia lamentando l'inerzia del nostro paese. I due non sono scesi nel dettaglio, ma si sono limitati alle solite trite ed  apodittiche  dichiarazioni generiche; non si sono fatti certo portatori di una proposta concreta e realizzabile, non sia mai! Sarebbe chiedere troppo. L'unica cosa sensata da fare in questo momento nel brevissimo periodo è: tenere per quanto possibile la situazione sotto controllo con i pattugliamenti nel Mediterraneo, non solo con mezzi e uomini italiani, ma a anche con l'intervento europeo in toto e nello specifico di Frontex, l'agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell'Unione europea, e condannare le violenze in Libia con una sola voce per tutta l'Europa. La condanna deve essere forte e unanime.

Giusto, quindi, l'appello dei 27 ministri degli Esteri Ue, che hanno chiesto «a tutte le parti» di astenersi da ogni forma di violenza: spetterà al popolo libico scegliere il proprio futuro e tutti i governi europei dovranno rispettare questo processo con l'augurio che la stabilizzazione di quel paese avvenga in tempi rapidi e con modi meno cruenti possibili, cosa che, comunque, non sembra essere all'orizzonte visti gli scontri violenti e sanguinosi in corso. Ci aspettano giorni duri e situazioni complesse da affrontare.

Il ministro Frattini al momento si è mosso con la giusta e necessaria prudenza e in coordinamento con i suoi colleghi europei. La prudenza è d'obbligo, anche perché nessuno oggi è in grado dire come si evolverà la situazione. Nessuno, tra i governi europei, ha parteggiato ufficialmente solo per una parte nella crisi tunisina e in quella egiziana. E' stata solamente chiesta dapprima la cessazione delle violenze e, successivamente, è stata accettata quella che è stata l'evoluzione della situazione. Lo stesso avviene ora per la Libia. Secondo il ministro Frattini bisogna «rispettare la ownership nazionale della riconciliazione. Non possiamo pensare che alla fine del processo vi sia una divisione in due del Paese» (in una delle quali finisca per prevalere l'estermismo islamico). Un Paese che, ha sottolineato il capo della diplomazia italiana, «è sulla soglia di una guerra civile». Lo stesso ministro ha giustamente sottolineato che sulla situazione in Libia la posizione dell'Italia coincide con quella europea: «Sono il ministro degli Esteri di un paese europeo e le richieste alle autorità libiche le abbiamo fatte insieme, come Europa. Ora aspettiamo la risposta da Tripoli». «Il consiglio - si legge nelle conclusioni che anche Frattini ha riportato in conferenza stampa - chiede un'immediata fine dell'uso della forza contro i dimostranti, e moderazione da parte di tutte le parti in causa». Inoltre, «alle legittime aspirazioni e richieste di riforme da parte del popolo si deve rispondere attraverso un dialogo guidato dai libici» che sia «aperto, completo, significativo e nazionale, che porti a un futuro costruttivo per il paese e per la popolazione».


IL CLOWN

Assodato che il voto anticipato non ci sarà, almeno per i prossimi dodici mesi, Fini cambia registro e ‘scarica’ il Pd. Come? Con l’ultima trovata propagandistico-elettorale del ricco repertorio futurista: Pdl e Pd sono due partiti conservatori nel senso che non vogliono il cambiamento. C’è qualcosa che non torna nel ragionamento del presidente della Camera e a dirlo è la storia degli ultimi sedici anni che Fini ben conosce avendoli passati al fianco di colui che oggi bolla come ‘conservatore’. Eppoi non dice chi sono per lui i nuovi riformisti, tranne ovviamente lui e i suoi. Infine boccia Bersani e Di Pietro coi quali qualche mese fa si diceva disponibile a governi di salvezza nazionale, di emergenza nazionale e vai col valzer di sostantivi, perché a suo dire ancora e troppo ancorati all’antiberlusconismo che invece Fli vuole abbandonare definitivamente. Ah Fini, ma che stai a dì!


Roma martedì 8 marzo 2011


Gaetano Immè

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