Gaetano Immè

Gaetano Immè

domenica 20 marzo 2011

LA VERA STORIA CHE NESSUNO, PERO', DEVE SAPERE

Se qualcuno si presentasse a “ Ballarò “ o ad “ Anno zero “ e leggesse il testo che riporto in corsivo qui sotto, dovrebbe sicuramente temere per la propria personale incolumità, per le prevedibili e scomposte reazioni di tutti quei “ fumatori di estasis “ ideologico che partecipano, come claque, , a quelle “ sommarie inquisizioni”. Tutti protesterebbero contro il malcapitato perché sospettato di possedere una bozza di disegno di legge, ancora ignoto - ma che sicuramente favorirebbe solo Berlusconi - a cui starebbe lavorando il
“ servo del nano di Arcore“ Angelino Alfano, allo scopo di massacrare la Corte Costituzionale, impedendole di svolgere il suo compito di giudice delle leggi. Ecco, per informazione doverosa, il testo:

«La decisione della Suprema Corte costituzionale a sezioni unite, che accoglie l'impugnazione , ha efficacia meramente dichiarativa della incostituzionalità della legge, ma non può abrogarne né sospenderne l'efficacia.«Il Governo, appena informato della dichiarazione di incostituzionalità, prende l'iniziativa di proporre alle Assemblee legislative con procedura di urgenza una legge abrogativa o modificativa della legge dichiarata incostituzionale; la stessa iniziativa può essere presa direttamente dalle Assemblee.«Qualora tale proposta non sia approvata, le stesse Assemblee legislative dichiarano sospesa l'efficacia della legge dichiarata incostituzionale, la quale da quel momento ha lo stesso valore di una proposta di modificazione della Costituzione, da sottoporsi in via di urgenza al procedimento stabilito per l'approvazione di tali proposte».

Si tratta, invece e soltanto, di un testo antico , un testo che è riportato nel resoconto ufficiale del dibattito avvenuto a suo tempo all’Assemblea costituente, nella Sottocommissione incaricata di redigere, appunto, il testo della norma sulla Corte Costituzionale. E a proporre quel testo non fu certo un padre costituente conservatore, ma addirittura proprio l’On. Piero Calamandrei, esponente azionista, grande giurista, oratore e scrittore fecondo, uno dei protagonisti principali di quella bella pagina di storia italiana, che è rappresentata dalla attenta predisposizione della Carta fondamentale della Repubblica. Calamandrei, in sostanza, proponeva una soluzione diversa da quella che poi fu varata (e che è attualmente in vigore). A suo avviso, nel caso in cui la Corte avesse giudicato incostituzionale una legge, sarebbe toccato al Parlamento prendere l’iniziativa per modificarne il contenuto o addirittura per abrogarla, proponendo, con procedura di urgenza, un nuovo testo. Se la nuova legge non fosse stata approvata, quella dichiarata incostituzionale sarebbe stata ugualmente inefficace, mentre era prevista una particolare procedura per regolare nuovamente la materia. Calamandrei aveva profondo rispetto per il Parlamento, come d’altra parte lo nutriva anche lo stesso Togliatti , che aveva visto sempre di cattivo occhio il potere della Magistratura della quale temeva eventuali sconfinamenti sul terreno politico memore di quanto avvenne durante il ventennio. Calamandrei riteneva che spettasse solo alle Camere esercitare il potere legislativo, anche in senso correttivo. Perché attribuendo direttamente alla Corte Costituzionale il potere di abrogare direttamente le leggi si sarebbe investita la Corte stessa , secondo Piero Calamandrei, di un potere legislativo – pericoloso in ragione della sua mancata investitura popolare – sovrapposto a quello genuino e supremo – perché proveniente da investitura popolare - del Parlamento. In particolare, scriveva Calamandrei, “ questo controllo di costituzionalità che il giudice potrà esercitare sulle leggi non sarà soltanto giuridico ma diventerà anche politico”. Sembrano le parole ripetute da Berlusconi sulla Corte, sembrano , ma non lo sono. Così la proposta di Calamandrei – relatore insieme a Giovanni Leone – era rivolta almeno ad “attenuare il carattere politico del controllo” perché “in questi conflitti tra la Suprema Corte costituzionale e l’organo legislativo l’ultima parola rimane sempre a quest’ultimo, cioè al popolo sovrano”. Le osservazioni dell’azionista Calamandrei non erano solo corrette, ma avevano anche un contenuto rivelatosi addirittura profetico. Si può opinare che si trattava solo di opinioni che, alla fine, non hanno neppure prevalso; ma sono opinioni comunque autorevoli, serie, meritevoli del rispetto dovuto ad un grande giurista democratico che ha lasciato scritte pagine mirabili sulla Costituzione. Quello che né Ballarò, né Annozero, né simili “corride di spicciola politica da bottega”sanno spiegare è il motivo culturale, intellettuale per il quale opinioni similari, oggi , devono essere considerate di stampo golpista. E’ il mantra che i “ sedicenti difensori della sacralità della Costituzione”, le persone di sinistra insomma, quelle che vogliono perpetuare sine die l’attuale stortura della Costituzione perché convinti di trarne giovamento, ripetono e recitano per evitare ogni sorta di dibattito sul merito sui necessari cambiamenti dei quali la nostra Costituzione ha assoluto bisogno. Nonostante che i fatti riportati, usciti da Padri costituenti peraltro anche di sinistra, come lo stesso Calamandrei e – ca va sans dire – Palmiro Togliatti, abbiano dimostrato la fondatezza di quelle opinioni e dunque la necessità che tali disfunzioni della Corte Costituzionale vadano espunte dalla Carta.


TORNA LA VOGLIA DI PIAZZALE LORETO, DELL’HOTEL RAPHAEL, DI IMPICCARE E DI LAPIDARE LA REPROBA, LA PUTTANA. E SENZA TRIBUNALE



Il linciaggio morale, cui un peripatetico e gaglioffo Tribunale degno della peggiore Inquisizione papalina - della peraltro civilissima città di Maglie - ha sottoposto , giorni orsono , Ruby, come fosse una moderna strega o una peccatrice capro espiatorio dell’Italia neopuritana ha , “ all’intrasatta” ( all’improvviso ) , spalancato davanti ai miei occhi la rivelazione di ciò che stiamo per diventare , noi civilissimi italiani, noi dopo secoli e secoli di civiltà cristiana e di illuminato umanesimo laico. Un popolo di guardoni, come quello del Palasharp di Milano e del giornalismo in cui si identifica una rumorosa minoranza di improvvisati forcaioli, di giustizialisti di fresca estrazione, di bardi inquisitori d’antica memoria, di altrui censori del comune senso del pudore. Insomma , un popolo di fanatici, che arriva persino ad immolare un bambino di dodici anni sul palco/ ara” del Palasharp facendogli recitare, come viatico del suo sacrificio a quel Dio sconosciuto ed immondo che protegge gli accidiosi ed i biliosi, la solita litania dell’odio contro “ un nemico assoluto”, davanti ad adoranti idolatri , soavemente rapiti dal rito sacrificale, ex presidenti della Corte costituzionale, giornalisti, scrittori da salotto e terrazze romane con flut di frizzantino ghiacciato incorporato e giovani conoscitori dell’ovvio e del nulla relativistico.

Un popolaccio di bardi papalini settecenteschi, persecutori viscerali di presunte streghe e di nemici della Costituzione pieni gonfi di odio umano e sociale , una consorteria truffaldina e piratesca che ascolta, estasiata come fosse un messia, invece che un eversore del nostro sistema democratico, un Magistrato in toga , pagato da noi tutti obbedire alla Legge, che arringa la folla contro una legge all’esame del Parlamento facendo così sfracelli della Costituzione di cui, sfacciatamente, si auto elegge “ custode” ( andatevi a vedere l’ articolo 101: i giudici sono – o dovrebbero essere ? - soggetti soltanto alla legge). E ora anche un popolo , di accertata passata nobiltà e fierezza e che oggi invece esibisce solo una rozza violenza talebana, un popolo perfettamente relativizzato che, come è successo nella città di Maglie, luogo di nascita di Aldo Moro, scaglia volentieri la prima pietra su Ruby per la sua lapidazione afghana cui l’adultera è stata condannata da questo consesso medioevale, la giovane ragazza marocchina dalla vita difficile, che non conosce i piani alti dell’establishment e ha partecipato, bella e desiderabile com’è, a qualche festa privata in casa di un uomo ricco e potente, che è a capo del governo e che ha la mania di fare regali. La P.M. dottoressa Boccassini ha scritto in atto pubblico, con l’alterigia e una dose di falso puritanesimo da vomito e da denuncia penale per diffamazione, che le ragazze come lei sono solo delle “prostitute” e una folla di italiani di Maglie si è inchinata a tale diffamazione arrogante ( come se le sue parole fossero una sentenza definitiva e non soltanto una semplice atto d’accusa tutta da provare oltre ogni ragionevole dubbio ) rimettendo in scena senza vergogna, contro una persona debole, indifesa e vilipesa, una sceneggiata , per uccidere, via lapidazione, una “ puttana” ma la vittima , altro che “nessuno tocchi Caino”! Come la Legge, neanche Caino è uguale per tutti dunque. Ecco: Magistrati e popolo, talebani d’animo, giustizialisti di viscere, bava alla bocca, convinti di essere dalla parte del bene contro quelli del male, feroci e pericolosi perché convinti di essere portatori di una futura civiltà etica la cui bussola viene da loro stessi e solo da loro stabilita e non per elezione ma per un ignoto “ diritto divino” noto solo ad essi, come fossero gli antichi oligarchi “ottimati”, una ciurma ululante che cerca di strappare una foto col cellulare, magari una coscia oppure il decolté della reproba, della “lapidanda” a futura memoria, a supporto del “ c’ero anch’io”…..Sono questi i nuovi mostri che abitano il nostro dilaniato paese, altro che Unità d’Italia! Una sceneggiata che ricorda , per violenza cieca e sorda, per ferocia animalesca, una Piazzale Loreto, un Hotel Raphael ma anche una nitida immagine che conservo nella mia mente di un Di Pietro che interrogava un Forlani con la bava alla bocca per la certezza che quel boia prezzolato non aveva altro scopo che quello di ucciderlo, non quello di applicare la giustizia in nome del popolo italiano. Uno schifo da far rivoltare lo stomaco, da far rovesciare il tavolo pieno di cose buone e di una montagna di ipocrisia, “cunzato” ( agghindato) per fingere di festeggiare un Paese che proprio non esiste, non esiste, non esiste.


ANCORA SU SAVIANO E SUL PALASHARP



Una gaffe può capitare anche al più puro dei puritani. Come soleva dire Pietro Nenni “ se fai il puro, trovi sempre qualcuno più puro di te che ti epura!” E’ capitata persino a quella compagnia di fanatici e forcaioli che un mese fa al Palasharp ha voluto impartire, a noi peccatori di terra ed anche di mare, una lezioncina talebana sul comune senso del pudore. A un certo punto, la gaffe. Travolti dal fervore della battaglia, scrittori da salotto e da terrazza romana e giureconsulti fuori legge hanno immolato sul palco un bambino di 13 anni e gli hanno fatto recitare la litania dell’odio contro il nemico assoluto. Poi però si sono accorti di averla fatta grossa e, in un sussulto di pudore, si sono affrettati a nascondere il filmato. Assistiti e confortati, va da sé, non solo dal giornale che aveva sponsorizzato la santa adunata ( La Repubblica, e chi sennò?) ma anche dai genitori del bambino che, per non correre rischi, hanno mobilitato gli avvocati: chiunque si azzardi a riproporre il faccino dell’innocente offerto in sacrificio sull’ara del Palasharp, sarà trascinato in un’aula di tribunale. Per Roberto Saviano, che della manifestazione di Milano ha preteso essere l’anima e la star, l’occultamento della gaffe è pure una pretesa. In una delle sue orazioni pubbliche contro i peccati del mondo, l’autore di “Gomorra” si è trovato a parlare di Benedetto Croce e ha combinato un casino. Aveva scambiato una chiacchiera per una fonte storica e, forte come sempre delle proprie certezze, aveva sostenuto che il filosofo, finito a Ischia sotto le macerie del terremoto, avesse chiesto disperatamente aiuto al padre; e che il padre, travolto pure lui dal crollo della casa, gli avesse risposto: “Offri centomila lire a chi ti salva”. Era il luglio del 1883. Saviano, nel suo libro, si è limitato ad aggiungere che don Benedetto, allora undicenne, fu il solo della famiglia a salvarsi. Una vera goccia di veleno lasciata cadere vigliaccamente sulla lingua e sulla testa di chi ti sente. Ma la goccia di veleno non è piaciuta alla nipote di Croce che, in una intervista al Tg1, ha denunciato con documenti alla mano la falsità della versione di Saviano. L’autore di “Gomorra” non ha gradito e se l’è presa in malo modo sia con chi l’aveva pescato in fallo sia con il telegiornale. Per gli eroi del Palasharp la libertà di stampa è sacra, ma a patto che vengano nascoste non solo le gaffe ma anche le nefandezze che la crociata neopuritana apparecchia giorno dopo giorno davanti ai nostri occhi.


Cannigione, domenica 20 marzo 2011

Gaetano Immè

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