Gaetano Immè

Gaetano Immè

lunedì 21 marzo 2011

STELLA E IL CORRIERE DELLA SERA, OVVERO LA FINTA DEMOCRAZIA

Ho letto  quanto scritto da Gian Antonio Stella sul giornalone dei poteri forti italiani. A suo parere , le celebrazioni hanno permesso alla Patria di ritrovarsi nella persona di Giorgio Napolitano che ha espresso un “ patriottismo mite”, “ assolutamente lontano dalla retorica fascista”, “arricchito da una nuova fierezza”, “capace di ricucire pezzo “per pezzo la nostra storia senza veli sugli errori e le delusioni ma senza cedimenti di revisionismo demolitorio di tutto e di tutti”. Mica male come slinguazzamento politicamente corretto. Quando si dice " una vera schiena dritta", questo Stella.  Se "l'ipocrisia" avesse preso il posto della  "logica " e sopra tutto  della " coerenza" Stella potrebbe forse avere ragione. Il Presidente della Repubblica non si è infatti  limitato a pronunciare un ottimo discorso, ma ha anche sguazzato da par suo nella nuova ridondanza ipocrita di una unità nazionale solo geografica  e del tutto apparente , come in una bella  vasca Jacuzzi, compiendo anche tutta  una serie di gesti simbolici  per cercare di ricucire non solo eventi storici ma anche l’unità del paese attorno a valori comuni. E infatti, Napolitano ripete sempre lo stesso "refrain", come un mantra: " si devono valorizzare le cose che ci uniscono e non ingigantire quelle che ci dividono". Se questa frase ha un senso, specie se detta da una persona che "dovrebbe" rappresentare "tutti gli italiani", essa non può avere altro significato che quello di una "autenticazione presidenziale o notarile " , ovvero di una presa d'atto arrendevole che il Paese è ofondamente diviso. Altro che festeggiare l'unità d'Italia, ma ...contento lui........

Ma, fuori da scenari fantastici ed ipocriti , al di là di incoerenti ed agiografiche rappresentazioni deamicisiane , in verità  Stella non credo abbia avuto nessuna intenzione di esaltare l'On. Napolitano, piuttosto quella di  utilizzarlo come strumento politico , agitando la  sua carica istituzionale  e la sua storia personale come una clava per dare addosso a chi la veda diversamente, insomma, per compiere una ulteriore e più profonda operazione politica di  spaccatura del paese. Quella che gli torna utile per distingue , a giudizio tutto suo sia chiaro, tra  “italiani di serie A” ed “italiani di serie B”.  I primi  ( e te pareva!, Stella! Stella!) sono loro, i bravi nuovi patrioti, quelli che oggi adorano il tricolore - dopo averci pisciato sopra per cinquanta e passa anni - quelli che lo rimpiazzavano con una insulsa bandiera della pace ,  quelli che hanno tramato per imporci come vessillo nazionale ma una bella bandiera rossa, loro, gli eredi di quella sinistra che ha completamente rimosso cento anni di feroce sentimento antinazionale, da Gramsci a quel Togliatti di cui Napolitano è stato allievo ed servile "compagno " e che ha scoperto il valore dell’unità non certo con una "dichiarata conversione" ma più come " mossa politica" per poter legittimare  ( come se bastesse una finzione !) agli occhi ( ritenuti occhi di fessi ) della maggioranza degli italiani -  che mai l'avrebbe mandato al Colle se in Italia vi fosse l'elezione democratica e diretta del Capo di Stato -  l'incarico istituzionale offertogli dai soli suoi amici politici.

I secondi, gli italiani di serie B, secondo l'aedo del giornalone pagato dai banchieri e dagli industriali ,  sono gli eredi di tutti quelli che,  non potendo contare sull’album di famiglia della sinistra,  non fanno parte dell’aristocrazia repubblicana e sono antropologicamente diversi ed inferiori ( per " editto " regale  di questi moderni " ottimati") agli italiani di serie A. Tesi ormai noiosa e profondamente incivile e razzista già sbandierata da un Palasharp elitario classista , da uno Zagrebelsky mascherato da Magistrato italiano, da un buffone di corte che si ricicla come pensatore come  Dario Fò - della serie " premi Nobel per sbaglio " - Stella ed i suoi colleghi di un Corriere della Sera che scimmiotta i giornali-partito del resto della sinistra, da “La Repubblica” a “Il Fatto”, non compiono una operazione di grande spessore culturale e politico ma portano avanti un disegno di pura e becera nostalgia. Alla faccia dell'unità del Paese. Quella che - ignorando beffardamente la volontà espressa dallo stesso Napolitano di storicizzare la patria uscendo dallo schema manicheo dei buoni e dei cattivi ma riconoscendo che l’Italia di oggi è il frutto delle tante Italie diverse e conflittuali di ieri -  punta a perpetuare all’infinito lo schema della distinzione tra le caste privilegiate ed i paria, quello schema che risale agli anni settanta dello scorso secolo e che ha come modello il consociativismo dei presunti “migliori” fondato sull’emarginazione e sulla esclusione dei cosiddetti “peggiori”.

Va perciò urlato, con forza e con violenza allora,  che  questa Italia descritta da Stella e dal suo giornalone dei poteri forti, questa specie di Italia  che usa il Quirinale come un badile per darlo in testa ai " diversi" da loro, questa Italia  che sobbilla le masse per poter contare su un paese lacerato e diviso dalla propria storia, questa Italia che Stella ed i  suoicompagni di consorteria vorrebbero così divisa per potervisi affermare imperialmente pur essendo minoranza nel Paese, così  come facevano gli antichi romani con le colonie ove vigeva il principio del "  divide et impera", noi non la vogliamo! E’ l’Italia dell'arrogante  prevaricazione, del medioevale privilegio, della negazione dello stato di diritto e della democrazia liberale ed il trionfo di una  formale democrazia -autoritaria  ed elitaria - e di una sostanziale "oligarchia".


DISCORSO SULLA LEGA

In questo 17 marzo centocinquantenario  brillavano le contestazioni/assenze della Lega. Certo, Bossi vi ha messo una pezza spendendo parole buone per  Napolitano. Il Quirinale va tenuto buono, e non soltanto dal Senatur, se davvero si vuole portare casa il mitico federalismo. La Lega ha tentato e tenta una duplice operazione: accattivarsi il Colle e non perdere lo zoccolo duro nordista, guidare il  Viminale e distinguersi sempre da Roma ladrona, non deludere le aspettative di riforme ma puntare essenzialmente su una sola, quella federalista.E intanto godendo e ingrassandosi con il  potere e sottopotere. Uno sdoppiamento continuo o, se si vuole , un partito con la lingua biforcuta, con accentuazioni nei suoi cenni più aspri non appena si avvicinano scadenze elettorali. Elettoralismo? Populismo nordico? Fare ammuina? Doppiogiochismo? La Lega è , come tutti i partiti, una e da sempre , specialmente dal 1994 anche se la sua vocazione sono le piccole patrie comunali, le valli pedemontante e infine la Padania. Mancando di un ideologo vero e proprio ( dopo l’allontanamento di Miglio ), l’apparato  è costituito dal bagaglio di Bossi e di qualche serio studioso, come Oneto. Ragion per cui il Carroccio tende sempre più a identificarsi con il suo Bossi ,  anche se, crescendo di potere locale, regionale e nazionale, sono cominciate le prime beghe, i distinguo, le divisioni, anche in previsione del dopo-Bossi. l quale è il miglior alleato del PDL certo, ma è sempre e comunque il leader del suo popolo, del suo Carroccio, della sua Padania. La Padania, dunque. Dire che la Lega è passata dalla secessione sbandierata e giurata negli anni 90 al federalismo è, secondo alcuni, una presa d’atto di un percorso per dir così obbligato.Un percorso comune a non pochi partiti, scivolati dalle fasi massimalisto-rivoluzionarie, come i comunisti, ai più miti e fruttuosi approdi riformisti. Anche perchè, per i postcomunisti, c’erano davanti gli spettacoli devastanti e improponibili delle macerie del socialismo realizzato. La Lega non ha avuto questi problemi, anzi. Ed è diventata, insieme ai Radicali di Pannella, il più vecchio partito italiano, mantenendo una guida unica, forte, indiscussa. Ma non basta. La Lega ha un qualcosa di più e di diverso, ha un suo riferimento imprescindibile, un marchio di fabbrica, un richiamo eccezionale.Esattamente come per il vecchio Pci  la vocazione irresistibile era il comunismo, così per la Lega di ieri e di oggi risuona e avvince il mito della Padania. Non un sogno impossibile, non una indicazione vaga ma un obbiettivo concreto, un anelito, una mission politica, storica, esistenziale. Dalla potente connotazione identitaria. Poco importa che la Padania, in sè, non esista. Poco o nulla contano le differenze vistose fra un Valellinese e uno dell’Oltrepo’, fra un bergamasco e un ligure. Ciò che li unisce, li affratella, è l’appartenenza ad un’ideale patria del Nord nella quale rifugiarsi e indignarsi contro i parassitismi meridionali. La colpa del Risorgimento è l’aver unito le due Italie. Un’analisi ovviamente impropria , storicamente da discutere ,  economicamente fasulla: senza il Meridone, il Nord d’Italia non esisterebbe, il Sud è il grande bacino commerciale delle industrie private della Padania. Eppure questa Padania irreale è la carta d’identità dei leghisti. Legittimamente dunque la Lega reclama la propria indipendenza ed autonomia nei confronti della guerra in Libia. Fanno sorridere di pena tutte quelle anime belle della sinistra che , come sciacalli,  si sono buttati a bocca spalancata sui cadaveri dei morti libici pur di attaccare " il Governo diviso e la Lega che è contraria alla missione di guerra" dimentichi poverini dello spettacolo miserevole che il precedente loro Governo aveva dato a proposito di divergenze
" dentro" il Governo Prodi, sperando di  di raccattare qualche voto senza il minimo senso del pudore. Il ridicolo è nelle cose della sinistra: il dissenso è " una risorsa" se si trova a sinistra, è una "jattura che dovrebbe portare alla caduta del Governo"se il dissenso si trova invece a destra. Polemiche miserabili e da poveretti.


CHE SI FA CON LA LIBIA ?

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha votato giovedì sera una risoluzione che autorizza l’uso di “tutte le misure necessarie” per proteggere i civili libici dalla repressione del regime. La risoluzione aggiorna la 1970 del 26 febbraio 2011, rinnova l’embargo sulle armi e l’azione umanitaria per salvare i profughi di guerra. Ma aggiunge anche la no-fly zone. L’aviazione fedele a Gheddafi, d’ora in poi, dovrà rimanere sulle piste, pena l’abbattimento. Ma il passaggio decisivo lo leggiamo nel paragrafo 4: gli Stati membri, singolarmente o tramite organizzazioni regionali, sono autorizzati a prendere “tutte le misure necessarie” a proteggere “i civili e le aree popolate da civili sotto minaccia di attacco”.Il documento esclude l’impiego di truppe di terra. Non di forze aeree. Per rimarcare che non si tratta di un’ingerenza occidentale negli affari arabi, la nuova risoluzione delle Nazioni Unite non nomina mai, nemmeno una sola volta, la Nato e l’Unione Europea. Le organizzazioni regionali che hanno richiesto l’intervento, regolarmente citate dal documento del Consiglio di Sicurezza, sono esclusivamente: Lega Araba, Organizzazione per la Conferenza Islamica e Unione Africana.

Intanto appare sempre più una certezza,  rispetto al precedente timore, di essere rimasti soggiogati o circuiti da una rivoluzione libica che non è stata una rivolta popolare, come quella in Tunisia o come quella in Egitto. Questo blog ritiene  a chiare lettere che sposare con tale trasporto questa pseudo rivolta di una minoranza contro Gheddafi è stato un grosso errore. In questo modo abbiamo fatto passare un pericoloso messaggio, basta una minoranza rumorosa e ben attrezzata ( ma da chi?) per spingere la comunità internazionale ad abbattere un Governo sul quale non spetta a nessuno mettere bocca.

Solo dopo il 12 marzo, il presidente francese Nicolas Sarkozy ( che si è precipitato a bombardare la Libia non certo per senso di umanità ma solo per assicurarsi il petrolio libico dopo aver perso tutte le risorse petrolifere Irachene a causa della sua marginalizzazione nella guerra a Saddam )  e il premier britannico David Cameron hanno premuto di nuovo per ottenere il via libera dal Consiglio di Sicurezza. Gli Stati Uniti, pur rimanendo defilati, hanno dato il loro appoggio ai due leader europei. E’ però Gheddafi che si è dato da solo il colpo di grazia: proprio mentre si riuniva il Consiglio di Sicurezza, ha minacciato rappresaglie “contro navi e aerei nel Mediterraneo” in caso di intervento. E poi ha promesso un bagno di sangue dopo la sua eventuale vittoria a Bengasi. A questo punto il Palazzo di Vetro è stato costretto a scegliere fra la resa di fronte all’arroganza di un dittatore e l’autorizzazione a intervenire. Nemmeno Russia, Cina, India, Brasile e Germania hanno potuto votare contro la risoluzione e hanno dovuto optare per l’astensione. Si è sempre sottolineata la prudenza italiana nell’affrontare la crisi libica. L’Italia, in caso di guerra, subirebbe le conseguenze più pericolose: siamo i più esposti all’ondata di profughi, alle eventuali rappresaglie di Gheddafi e, visti i nostri interessi in gioco, rischiamo di subire perdite economiche peggiori di tutti gli altri Paesi coinvolti. Per questa " realpolitik" la Lega ha osservato che avrebbe preferito una soluzione meno traumatica di quella adottata dalle organizzazioni internazionali. Dopo un vertice straordinario del governo e una riunione del Consiglio dei Ministri, ieri mattina il ministro degli Esteri Franco Frattini ha dichiarato la piena adesione del nostro Paese. L’Italia ha chiuso l’ambasciata a Tripoli. Potranno essere usate le basi di Amendola, Gioia del Colle, Sigonella, Aviano, Trapani, Decimomannu e Pantelleria. Per scongiurare l’intervento, il regime di Gheddafi ha proclamato subito un cessate il fuoco. Ma i ribelli avvertono: si tratta di un bluff, perché le azioni militari contro di loro sono proseguite fino alle prime ore del pomeriggio di ieri. Potrebbe essere, insomma, solo un espediente. Intanto si scaldano i motori. Anche quelli dei nostri aerei. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha dichiarato che non ci sarà, da parte nostra, “alcun limite restrittivo all’intervento, quando si ritenesse necessario per far rispettare la risoluzione”. E che: “L’Italia ha una forte capacità di neutralizzare i radar di ipotetici avversari.Possiamo intervenire in ogni modo con la sola tassativa esclusione di interventi via terra”. Ed è così che, a un mese esatto dall’inizio della crisi in Libia, l’intervento internazionale, da ipotesi che era, è diventato realtà.

Cannigione  Lunedì 21 marzo 2011

Gaetano Immè

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