Gaetano Immè

Gaetano Immè

martedì 26 aprile 2011

CIANCIMINO Jr., INGROIA, , TRAVAGLIO, REPUBBLICA,ECC: ECCOLI I PROFESSIONISTI DELL’ANTIMAFIA CHE CAMPANO DI MAFIA.



Ora vi spiego come e perché le solite ghenghe truffaldine e squadriste, quali Repubblica , Il Fatto Quotidiano, L’Unità, Travaglio , Santoro ecc - per confondere ed intorbidire le acque rese limacciose e fetide dall’accertamento della totale e completa falsità del “ pizzino” di Massimo Ciancimino sulla famosa “trattativa Stato-Mafia” - non trovano di meglio che tirare manganellate altamente fasciste sulla testa dell’ex Procuratore di Palermo, Pietro Grasso.

Certo che tenere della dinamite nel giardino è stato il “ coup de teatre “, una botta di vita. Ma che diavolo? Ad ogni piè sospinto,fino a ora, anche per la prima moto sospetta, anche solo per qualche faccia poco raccomandabile, Massimo Ciancimino, chiamava, nell’ordine ( numeri di telefono già evidenziati nei suoi cellulari e dunque pronti all’uso) , il 113, quella cara amica della Procura di Palermo , l’amico P.M. Ingroia , tutti i giornalisti amici uno per uno, per evidenziare ed avvertire tutti che le oscure minacce “ di certi poteri” ( senza aver mai accennato a chi si riferisse, ma detto ben bene alla sicula: mai specificare con nomi, con cognomi, ma tenersi sempre sul generico ) erano sul punto di concretizzarsi. Ebbene, uno così preciso, uno così circospetto, uno così deciso a cambiar vita, a disconoscere la “ mafiosità” , uno che con le armi non vuole avere mai a che fare, che ti combina quando gli recapitano a casa una cassa dove invece delle uova pasquali ci sono una decina di candelotti di dinamite, un numero doppio di detonatori e un paio di micce? Sta zitto, tace, non chiama nessuno,prende la cassa, se ne va in bagno, la mette sotto il piatto della doccia e fa scorrere l’acqua. Poi si munisce di vanga e sotterra il tutto nel giardino di casa. E non solo, perché ultimato il rischioso interramento, se ne parte – sempre senza dire niente a nessuno dei suoi fedelissimi amici - insieme alla famiglia, verso quel di Saint-Tropez per passarci la santa pasqua. Che invece ha passato in galera, per un fastidioso arresto, come ormai tutti sanno. Suvvia, diciamocelo apertamente, è proprio su quei candelotti di dinamite che bisognerebbe interrogarsi. Indubbiamente è un genere di merce che si non si trova né dal macellaio sotto casa, né al supermarket, né si trova in commercio facilmente. Allora ,delle due l’una, difficilmente “ tertium datur”: o Ciancimino Jr non ha contatti con chi maneggia roba del genere - e allora non si vede perché non abbia subito dato l’allarme a chi di dovere -; oppure qualche contatto mafioso , camorrioso, malavitoso gli permane e come, visto che ha ritenuto che la faccenda, con qualche accorgimento da dilettante, potesse essere aggiornata a dopo il viaggio in Francia. In parole povere il suo comportamento, per come lui stesso l’ha raccontato è quello di chi ha capito benissimo da dove il , chiamiamolo così, messaggio arrivava e - al contrario di altre volte - poco se ne è preoccupato. A meno di sposare la tesi che i candelotti in giardino Ciancimino junior se li sia messi da solo. Ipotesi da respingere, fino a che non sia provata, ma che chi lo ha interrogato dopo il fermo si è sentito proporre. Infatti, una volta tanto, le cose sono state semplici e lineari. I candelotti erano davvero dove il giovanotto sosteneva di averli sotterrati. La storia è senza capo né coda. Come quella che ha determinato il fermo sulla strada di Saint-Tropez. «Mi dite che è provato che il nome di De Gennaro è ritagliato e fotocopiato da un altro foglio per inserirlo in un elenco di funzionari infedeli? E io che ne so? Io vi ho dato le carte di mio padre, se invece di scrivere nove vocali e consonanti le ha fotocopiate e aggiunte, io che posso farci?». Uno che si difende così non può essere definito in altro modo che un suicida, uno scriteriato, uno votato a sicuro disastro giudiziario. E come si può concepire una condotta del genere? Come spiegarsela da un Ciancimino, cioè da uno nato a casa di Don Vito, cresciuto a pane e mafia e soprattutto a “ mascariamenti” a quantità industriali?

Ecco, qui le “ consorterie squadriste “ mostrano tutta la loro cultura democratica e se ne vanno subito sul pirandellismo, una forma meschina di sicilianismo. Una, nessuna, centomila spiegazioni . Eppure abbiamo letto qualcosa di simile a commento del discusso fermo. Da chi? Leggete il resto e vi sarà chiaro come acqua di fonte. Del resto che cosa si può dire quando si è scritto un libro insieme al giovanotto e lo si è portato in un giro delle principali librerie di sinistra , dove ragazzotti , forse in assoluta buona fede, si facevano firmare - orgogliosi dal nuovo eroe dell’antimafia - la copia del libro sulle sue gesta appena comprato? E ti pare che sia passato per la testa di qualcuno , di uno di quei baldi giovanotti siculi , di chiedergli : «Ma tuo padre ( patri) degli omicidi dei Michele Reina, Piersanti Mattarella, Giuseppe Insalaco non ti ha mai detto niente, “ nenti ti disse “? E dell’omicidio del procuratore Costa? E della bella faccenda di Michele Sindona, a parte le cose che sappiamo tutti perché ce le vogliono raccontare in quel modo come si legge su La Repubblica e come ci fanno vedere a “ La storia siamo noi?». E perché, chiedo io che sono siculo, qualcuno di quei bravi ragazzotti avrebbero dovuto chiedergli cose di questo genere, visto che neanche un Magistratone come il P.M. Ingroia ci aveva mai pensato ? Se nemmeno ci hanno mai pensato tanti bravi giornalisti – che pure sono l’orgoglio del “ giornalismo d’inchiesta” - nelle loro articolesse , nei loro tanti libri sul giovane eroe? Non bastava il libro su cui si è fondato il “Ciancimino tour”. Fresco di stampa, scritto da Torrealta, è arrivata così in libreria anche «la prima inchiesta sul livello più alto della trattativa fra Stato e mafia. Da un elenco firmato da Vito Ciancimino, che li accusa di essere i grandi burattinai italiani, uomini delle istituzioni e dei Servizi sui cui atti nessuno aveva ancora fatto chiarezza». Presentato così il libro è intitolato Il quarto livello, quello dei funzionari infedeli. Sul terzo livello, quello dei politici, ci sono pareri contrastanti e nell’introduzione viene ammesso. Il P.M. Ingroia , che ne ha scritto una appassionata introduzione, scrive fra l’altro: «...Le ricostruzioni e interpretazioni sul Quarto livello derivano tutte dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino e da un appunto presentato da lui stesso, e che nulla di tutto ciò, secondo le sue stesse dichiarazioni è frutto di sua conoscenza diretta, bensì derivata dal padre Vito (...) Il che rende ardua, se non impossibile, la verifica giudiziale dell’attendibilità di tali convincimenti attribuiti a Vito Ciancimino».In parole povere, se le parole hanno un senso, il procuratore aggiunto Ingroia ci dice che tutto ciò che Ciancimino Jr ha prodotto delle carte attribuite al padre dal punto di vista giudiziario è impossibile estrarne qualcosa.


La sua introduzione a questo libro si conclude con una arzigogolazione sul di lui concetto di «ragion di Stato» e sui limiti della giurisdizione. I misteri , secondo Ingroia, iniziano dalla lontana strage di Portella della ginestra e dalla tragica fine del famoso bandito Giuliano – anni cinquanta - , la cui salma Ingroia ha fatto recentemente riesumare. Tutto questo basandosi solo su quanto afferma Ciancimino Jr. mi pare un azzardo per chiunque, figurarsi per un P.M. Dunque, meglio avvicinarsi ai nostri giorni , alle stragi del ’92 e ‘93. Le carte di Ciancimino Jr. , par di capire, servono comunque a fornire un retroterra per quell’oscuro periodo. E pur avendo a disposizione solo 12 pagine della prefazione, il P.M. Ingroia riesce a stupire il lettore attento e informato. La presunta trattativa ha un testo che tutto potrebbe spiegare se solo venisse ritrovato: eccola l’agenda rossa, la famosa agenda rossa del giudice Borsellino. L’ipotesi che di fronte a una così grave deviazione delle istituzioni le contromisure di Borsellino possano essersi limitate a qualche appunto su una agenda dicono non sia offensiva nei confronti della memoria del giudice e dell’intelligenza nostra. L’agenda non si trova, forse non esiste, ma scrive Ingroia: «È certo che sparì nelle mani di un uomo delle istituzioni». Da dove tanta certezza? Bohhh! Lo sa solo lui, il P.M. Ingroia, ma non lo dice da nessuna parte. Se lo inventa? Bohhhh! Lui intanto prende per il culo l’ignaro lettore e gli indica il quarto livello. Ma Ingroia dimentica troppe cose, è forse troppo distratto: dimentica che c’è stato un processo, dimentica che c’è stata una sentenza della Cassazione che non solo ha assolto «l’uomo delle istituzioni» accusato dell’appropriazione indebita, ma ha addirittura messo nero su bianco che Borsellino, il giorno della sua morte, avesse con sé la famosa agenda. Ma quali certezze ! Pensare che basti una prova di falsificazione di una carta per mettere un punto sulla questione Ciancimino Jr, quando per l’agenda non è bastata la Corte di Cassazione, è decisamente da ingenui. Non si tratta nemmeno di gelosie fra le procure siciliane di Palermo e di Caltanissetta, che in qualche modo un’istanza superiore potrebbe risolvere.

L’unico articolo importante, perché rivelatore, su tutta la questione l’ha scritto Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano il giorno di Pasqua. La tesi prospettata al lettore non fa fare a Ciancimino junior la figura dell’eroe, anzi è rappresentato come uno che, di fronte a stringenti domande, «sbianca, piange, trema, mente, poi è costretto a vuotare il sacco». Ma gli inflessibili indagatori sono quelli della nuova Procura di Palermo, retta da Messineo con Ingroia fra gli aggiunti. Perché la precedente gestione del procuratore Pietro Grasso (attuale procuratore nazionale antimafia), secondo la ricostruzione di Travaglio, aveva accuratamente evitato di fare a Ciancimino Jr le domande giuste, e addirittura fatto scomparire dagli atti documenti importanti. Per Travaglio e per Ingroia, per loro. Così, i maneggi col copia-incolla del figlio del sindaco mafioso finiscono per essere piccola cosa rispetto all’enormità del problema che è messo all’ordine del giorno dall’articolo di Travaglio: la Procura Nazionale Antimafia è stata, per Travaglio e per Ingroia, l’inquinatore vero dell’indagine scaturita dalle carte Ciancimino Jr. La questione è roba antica e nasce dalla polemica sul processo Cuffaro. A quei tempi il procuratore di Palermo Piero Grasso venne messo in croce da Travaglio e altri giornalisti sull’Unità e su La Repubblica perché non intendeva contestare all’allora governatore siciliano il reato di concorso esterno con la mafia e intendeva circoscrivere il capo di imputazione al favoreggiamento aggravato dal fatto che era commesso a vantaggio di mafiosi.

Disputa apparentemente bizantina che aveva però una ricaduta politica visto che alcuni settori della sinistra pensavano di poter chiedere le dimissioni di Cuffaro sulla base del semplice capo di imputazione. Pietro Grasso tenne duro e i fatti gli dettero ragione. La condanna di Cuffaro fu ottenuta e il governatore dovette comunque dimettersi. Ma dopo la condanna, non prima però, come pretendevano i grandi democratici dell’Unità, de Il Fatto, de La Repubblica, non prima. Vi sembrerà strano ma invece di scusarsi come dovrebbero , certi politici di infimo ordine e certi giornalisti “ molto bravi “ , al procuratore Grasso non l’hanno ancora perdonata. E nella vicenda di Ciancimino Jr. si scontrano ancora una volta due concezioni diverse della lotta alla mafia. Una è rappresentata dai Travaglio, dagli Ingroia, da La Repubblica, da Il Fatto , insomma dai “ professionisti dell’antimafia” come furono battezzati da Leonardo Sciascia. Quello che coniò anche la penta ripartizione degli uomini. E mise questa concezione nella quinta ed ultima categoria di uomini.


IL CENTRODESTRA DEVE RIFIUTARSI DI COMPARIRE CON MARCO TRAVAGLIO


Ritengo non sia dignitoso per un uomo politico, per un giornalista, per una persona che sia seria, che pensi al bene dell’Italia e non al suo bene e che abbia una propria dignità, non mischiarsi più con persone come Marco Travaglio. Le ragioni che mi hanno indotto a questa conclusione sono diverse. Ve le indico sommariamente.

La prima ragione è che Travaglio si maschera da sedicente combattente per la libertà di informazione , ma che sta facendo una campagna di stampa il cui obiettivo dichiarato è la chiusura di un giornale. Non si tratta di un giornale di area di centrodestra, ma , voglio precisare, di aerea di centrosinistra, ma di natura riformista e quindi assolutamente necessario affinché in Italia si realizzi finalmente la necessaria sinistra riformista che da secoli andiamo cercando invano. Marco Travaglio arriva a sostenere la necessità di abrogare , solo per quel giornale, i contributi all'editoria. Trovo la cosa assolutamente ributtante, arrogante, meschina, un’espressione di pura aggressione di tipo squadrista fascista, indegna di una persona civile e democratica. Del resto Travaglio è lo stesso miserabile che ha scritto l'altro giorno sul blog di Grillo un elogio dell'odio: «Chi l'ha detto che non posso odiare un uomo politico? Chi l'ha detto che non posso augurarmi che il Creatore se lo porti via al più presto?». Con uno così , non vorrei mai trovarmi, neanche all’ osteria.

Inoltre non ritengo che Marco Travaglio sia veramente un giornalista, visto che ormai recita apertamente con Santoro , leggendo, come un attore, testi le cui fonti sono a tutti ignote e che conosce solo lui e che mai svela e chiarisce. Incredibilmente questa inguardabile RAI pubblica continua a pagarlo come fosse un giornalista. Invito i rappresentanti del centrodestra ad evitare ogni contatto con questo individuo la cui dignità professionali è pari ad una Vanna Marchi della peggiore specie, un imbroglione , un imbonitore che recita invettive ed accuse mai suffragate da documenti certi. In più c'è un problema di civiltà; Travaglio non può essere considerato una persona civile, perché vive di insulti: uno che dice ai giornalisti - è successo ieri - di Speciale Tg1: «Chiunque ha avuto lo stomaco di vedere quella merda di trasmissione...» non dovrebbe neanche mettere piedi in una trasmissione pubblica.

Non ritengo che Marco Travaglio possa essere considerato un «terrorista mediatico», per il semplice fatto che le sue volgarità lasciano il tempo che trovano e , sopra tutto, non credo che faccia paura a chicchessia. Considero invece Marco Travaglio una sorta di parassita mediatico, uno che vive di bugie, di falsità, di dietrologie senza senso e senza prove, spilla denaro dallaRAI come la zecca ruba il sangue alla sua vittima. Ecco chi ritengo che sia il Signor Marco Travaglio:  una zecca fastidiosa . Ma anche le zecche – direbbe qualche anima bella – devono  pur vivere. Certo, ma non vedo perché il centrodestra debba offrire a questo parassita un poco del proprio sangue.


Roma martedì 26 aprile 2011

Gaetano Immè

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