Gaetano Immè

Gaetano Immè

lunedì 4 aprile 2011

UNA RISATA SEPPELLIRA’ IL SIGNOR GIANNINI E REPUBBLICA

Democrazia stuprata, l’ultimo strappo, atto di forza, tecnicamente eversivo , politicamente distruttivo, la sessantesima ( buuum!) legge ad personam dell’era berlusconiana, queste le ricorrenti parole d’ordine dei potenti formatori della pubblica opinione. Al centro dei comizianti , il vicedirettore del quotidiano “La Repubblica” ( e quale sennò?) , al secolo Massimo Giannini, un nome che è una garanzia di sconcia parzialità, di abissale e sfacciata ignoranza, di miserabile povertà. Sostiene , questo vero “ maestro del pensiero idiota “che la riduzione dei termini prescrizionali per gli incensurati è una legge tagliata solo per i bisogni di un solo imputato e non per tutelare quelli di tutti i cittadini “. Forse il vicedirettore de “La Repubblica” conosce la prescrizione giusto per aver letto qualche idiozia scritta sull’argomento da Scalfari o da Ingroia o da De Pasquale . Da quello che scrive, il Massimo nostro ed il Giannini invece tutto vostro, si capisce che neanche sa di cosa scrive. Mi permetto di ricordarglielo a questo luminare delle scemenze.

Vediamo, prima di tutto, che cosa è questa benedetta prescrizione. La prescrizione è un istituto giuridico che penalizza l’inerzia nell’esercizio di un diritto. Essa ha valenza sia civile che penale. In diritto penale determina l’estinzione di un reato a seguito del trascorrere di un determinato periodo di tempo. La “ ratio “ della norma è che, a distanza di molto tempo dal fatto, viene meno sia l’interesse dello Stato a punire la relativa condotta, sia la necessità di un processo di reinserimento sociale del reo, ma soprattutto garantisce l’effettivo diritto di difesa all’imputato e funge da stimolo affinché l’azione dello Stato sia rapida e puntuale, in favore del principio di ragionevole durata del processo ( sancito non da Berlusconi, ma – sorpresa ! – dalla stessa Costituzione all’articolo 111). Secondo l’art. 157 del codice penale italiano, il tempo necessario a prescrivere un reato varia in considerazione della pena stabilita ( edittale). I reati per i quali è prevista la pena dell’ergastolo non sono prescrittibili. Lo stesso articolo del codice penale, modificato dalla legge 5 dicembre 2005 n. 251, prevede che la prescrizione estingua il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge, con un minimo di sei anni, per i delitti e quattro anni per le contravvenzioni, ancorché puniti con la sola pena pecuniaria. Se intercorre un atto interruttivo della prescrizione (art.160) per gli incensurati aumenta di ¼ e per i recidivi ½. Per una semplice diffamazione la prescrizione è di 7 anni e mezzo (6 + 1,5). La “ scandalosa legge ad personam “ di cui Massimo Giannini si riempie bocca , penna e cervello dei suoi fans – fermo il termine per la prescrizione -, non vuole ridurre la prescrizione, ma fissare per gli incensurati l’aumento ad 1/6 (6+1), anziché ad ¼ (1,5). Capito il grande scandalo? Una distinzione che premia l’onestà e che quindi riduce l’aumento dei termini della prescrizione per gli incensurati di sei mesi ( fatevi i calcoli) per questo grande pensatore , per questo novello Proust o Francois Marie Arouet anziché una misura di “ civiltà del diritto “ è una Legge ad personam. Signori e Signore lettori di Repubblica che vi fate prendere per il culo ogni giorno da questo “ gazzettino delle Procure “ gestito da quel gran burattinaio che è “ er padrone”( cioè quel finanziere italo svizzero al quale Romano Prodi nel 1986 voleva “regalare” la SME) permettetemi di suggerirvi di dire a quel gran cialtrone di Giannini - facendo la parodia di un film del 1944 “I promessi sposi “ che mio padre mi obbligava a vedere ( come diceva Lucia Mondella riferendosi a Renzo Tramaglino) – “ diteglielo voi al quel poveretto……”( che dice e scrive una serie di fregnacce !) ecco, diteglielo voi a Massimo Giannini. Chi di spada ferisce di spada perisce. Ergo, applicandolo al grande pensatore Giannini: chi di fregnacce ferisce, di fregnacce perisce.

Si tratta di un emendamento sul ddl sul “processo breve (art. 4-bis) “, una distinzione fra chi è recidivo e chi non lo è, toccando esclusivamente il termine di aumento della prescrizione non certo il termine della prescrizione. Certo che questa norma può applicarsi anche al Signor Silvio Berlusconi: e perché mai “ non dovrebbe”? Non è forse costui un cittadino italiano come Franco Barbieri ? ( Fremerete dalla curiosità di sapere chi diavolo sia questo “ Franco Barbieri “ e per quale motivo lo stia citando? Chiedete a Repubblica, a Scalfari, a D’Avanzo, a Giannini, ad Emiliano, a Maritati, a D’Alema, andate ad informarvi, Signori, studiate, studiate invece di leggere Repubblica!). Che forse ho mai detto che questa norma non va bene perché potrebbe favorire Franco Barbieri e così andrebbe in prescrizione tutta l’inchiesta sulla “ Missione Arcobaleno” ? Dei processi a carico di Silvio Berlusconi poi, solo uno, quello così detto “ Mills” corre il rischio di andare in soffitta per la prescrizione. Ma questo non per colpa di qualche legge ad personam, signori miei, ma per i fatti. Un P.M. di Milano che si chiama di nome Fabio e di cognome De Pasquale, il quale , davanti ad un “ presunto reato” mai “provato” ma per giunta anche “ prescritto “ , vorrebbe farsi beffe della Legge italiana pur di tenere in piedi questo processo farsa a carico di Silvio Berlusconi. La prescrizione di questo presunto reato è spirato da tantissimo tempo ma il processo è proseguito solo perché questo P.M. interpreta la legge – facendo una grande pernacchia alla Costituzione – secondo i suoi comodi politici , anziché – come lo obbligherebbe appunto la Costituzione - in nome del popolo. Sostiene il P.M. che la “la prescrizione della corruzione decorre da quando il soggetto corrotto spende il prezzo della corruzione”. Non vi arrovellate, non ridete, siate seri: pensate che per questo P.M. se un corrotto ( p.e. Balsamo o Citaristi o Moroni ) non spende le tangenti non potrà mai essere indagato. Oppure che se il corrotto non spende quei soldi e poi muore e li lascia al figlio, bè, l’ha fatta franca. Capito che meraviglia? Che giustizia? Inoltre, il famigerato processo breve non prevede più l’estinzione dei processi che durano oltre i limiti fissati, ci sarà solo una segnalazione sullo “sforamento” dei tempi al ministro della Giustizia e al PG della Cassazione. Non ci sarà la cancellazione, secondo le accuse di opposizioni e Anm, di centinaia di migliaia di processi.



I vertici della Anm si dovrebbero dimettere per procurata disinformazione e perché no, per “procurato allarme”. I processi conclusi con sentenza di non luogo a procedere per prescrizione dei termini furono 56.486 nel 1996, la bellezza di 206.000 nel 2003. Ad oggi sono circa 300.000, una cifra di quasi mille reati al giorno . In Francia i termini di prescrizione del reato variano da 10 anni per i crimini, 3 anni per i delitti e 1 anno per le contravvenzioni. In Francia la prescrizione non viene mai applicata, in quanto i processi terminano prima. Esistono anche termini più brevi rispetto a quelli di diritto comune, così i reati commessi a mezzo stampa, come la diffamazione, si prescrivono in tre mesi ad eccezione dei delitti di provocazione alla discriminazione e all’odio razziale, di diffamazione e ingiuria razziale e di contestazione di un crimine contro l’umanità per cui è previsto il termine di un anno. Sei mesi sono poi previsti per alcuni illeciti elettorali, quali, ad esempio, la sottrazione o alterazione di schede e la frode nello scrutinio. In Germania la prescrizione è regolata dal codice penale, che distingue tra prescrizione della perseguibilità e prescrizione dell’esecuzione. I termini di prescrizione della perseguibilità, esclusa nei casi di genocidio e di assassinio, sono di 30 anni per i reati con l’ergastolo, 20 anni per i reati puniti con una pena detentiva massima superiore a 10 anni, 10 anni per i reati puniti con una pena detentiva tra i 5 e i 10 anni, 5 anni per i reati con pene detentive tra 1 e 5 anni, 3 anni per gli altri reati.

L’ordinamento del Regno Unito, com’è tipico della tradizione giuridica di common law, non contempla l’istituto della prescrizione nella forma nota ai Paesi di diritto continentale, ma un limite temporale riferito all’estinzione dell’azione, e non del reato. I time limits posti dalla legislazione penale per il perseguimento dei reati si applicano, infatti, all’esercizio del potere di proporre l’azione in giudizio; essi rispondono all’esigenza processuale di assicurare, entro un termine ragionevole, l’acquisizione di prove genuine e di garantire all’accusato un “giusto processo” a non eccessiva distanza di tempo rispetto ai fatti contestati. I limiti temporali, così intesi, si articolano diversamente a seconda della categoria di reato e dei correlati criteri di competenza processuale (dettati dal Magistrates’ Court Act del 1980). L’azione penale deve essere avviata entro sei mesi dalla perpetrazione del reato. E’ evidente che il Giannini non è mai entrato in un tribunale, non si è mai peritato di leggere qualche libro sul pianeta Giustizia. E’ il classico figurante da mercato rionale che lamenta la discrasia qualità e prezzo. Per Giannini & Co basta gridare vergogna, secondo i canoni di Bersani e Bindi ed il problema si risolve da solo. Il giovin Signore della carta stampata colora l’indignazione con altri termini di difficile cognizione: deriva antipolitica, berlusconismo, torna il Caimano, scorciatoie populiste ed altri condimenti di incerto etimo. La critica gianniniana non si limita alla Giustizia, di cui sa poco o niente , ma discetta anche sulla guerra in Libia. Non va bene che il governo Berlusconi sia un pò pacifista, il piccolo principe dell’informazione al servizio di De Benedetti lamenta che l’Italia abbia armato mal volentieri ( per Giannini avremmo dovuto fare una bella festa) ,i nostri caccia in volo per Tripoli e parimenti segnala che Berlusconi militarizza la sua maggioranza contro la procura di Milano, anche se i tre chierichetti ex Dc, Enrico Letta, Franceschini e Bindi, ci ripetono che la maggioranza è allo sbando, non esiste più. Capirli richiede uno sforzo talmente grande che alla fine ci rinunci. Forse questi signori hanno bisogno della badante e dell’assegno per l’accompagno.

Appena trascorsa alla Camera una settimana molto difficile (dove la maggioranza non ha dato sicuramente buona prova di sé, collezionando una serie impressionante di autogol) se ne apre, da domani, un’altra ancora più complessa, che inizierà con un voto sul conflitto di attribuzione (sul caso Ruby) e terminerà con la ripresa della discussione sul c.d. processo breve, finito al quinto posto di un ordine del giorno che contiene altri provvedimenti tra cui il progetto di legge sui piccoli comuni e la c.d. legge comunitaria. Sarà quindi una settimana calda, in Aula, sui media e nelle piazze. Il Governo (i ministri e i sottosegretari saranno costretti a rimanere inchiodati ai loro banchi per garantire una maggioranza altrimenti precaria) e la coalizione di centro destra saranno accusati di dare priorità alle solite leggi ad personam nell’interesse esclusivo del Cavaliere, il quale vuole ostinatamente sottrarsi ai suoi giudici naturali e ai processi nei quali vengono perseguite le sue malefatte. Il passaggio è stretto e difficile da spiegare agli italiani, perché non è priva di una certa dose di verità la circostanza per cui le nuove norme potranno servire anche al premier nella sua lunga lotta con quei settori della magistratura che lo hanno preso di mira per motivi che poco o nulla hanno a che fare con esigenze di giustizia. Pare di rivedere un vecchio film di Dino Risi , pare di essere ritornati al 1971 . Il titolo era : “In nome del popolo italiano” e descriveva la storia del giudice istruttore Mariano Bonifazi ( Ugo Tognazzi) che chiamato ad indagare sulla morte di una giovane escort (ce ne erano anche allora), tale Silvana Lazzorini, scopre tra i possibili sospettati un noto imprenditore romano, Renzo Santenocito (interpretato da Vittorio Gassman). Si tratta di uno spregiudicato e volgare palazzinaro, con tutti i difetti che la letteratura e la cronaca di quei tempi attribuivano ad un siffatto personaggio: evasore, inquinatore, corruttore di uomini politici, contestato dai figli, organizzatore di feste mondane e quant’altro sia riconducibile ad uno stile di vita discutibile. Il nocciolo: Santenocito è estraneo al fatto ma non ha un alibi. Avvertendo su di sé l’ostilità del giudice (che si reca al Palazzaccio esibendo l’Unità), dapprima prova a corrompere il magistrato poi tenta di costruirsi una serie di falsi alibi aggravando così, sempre più, la sua posizione, fino ad essere imputato dell’omicidio della ragazza ed arrestato. Quando tutto sembra chiarito, il giudice istruttore viene in possesso del diario della ragazza morta , dal quale emerge chiaramente che si era trattato di un suicidio in conseguenza di una delusione d’amore. Cosi il giudice Bonifazi decide la scarcerazione del Santenocito, ma , strada facendo, si imbatte in una manifestazione di tifosi . Nei protagonisti delle manifestazioni di becero nazionalismo - che allora erano ritenute di matrice fascista , oggi è la sinistra ad averle adottate - ed anche di talune violenze gratuite Bonifazi vede sempre riflessa l’immagine di Santenocito, come espressione di tutti i mali del Paese. Così decide di gettare il diario tra le fiamme di un falò. Molto attuale anche la sostanza culturale del film. Come allora per Dino Risi il Magistrato agisce in modo giusto, liberando il Paese di un personaggio negativo (, anche a costo di violare il principio fondamentale della giustizia), come dunque allora si usava la Magistratura per uccidere chi credeva in valori diversi da quelli dettati dal regista e si abbozzava dunque la dittatura della Magistratura, così : Santenocito non viene condannato per quello che ha fatto, che è nulla, ma per quello che è. Come Silvio Berlusconi o Dell’Utri o Mannino o Andreotti o Tortora I suoi giudici, invece, sono tutti gaglioffi, come Mariano Bonifazi.

lunedì 4 aprile 2011



Gaetano Immè

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