Gaetano Immè

Gaetano Immè

domenica 12 giugno 2011

SE VOLETE LA VERA DEMOCRAZIA BASATA SUI DIRITTI INALIENABILI DEL POPOLO SOVRANO, NON ANDATE A VOTARE AL REFERENDUM, NON FATEVI COGLIONARE DALLA SOLITA SINISTRA INAFFIDABILE E BUGIARDA.



Questo blog invita e non votare, né oggi, né domani per i referenda di oggi e di lunedì prossimo, perché si tratta di una doppia “ truffa aggravata e continuata ”, ordita dai soliti noti con varie complicità istituzionali e mediatiche , non solo sugli singoli argomenti dei referenda, ma soprattutto, tenuto conto allo sbandierato fine dei promotori di scippare ( sarebbe meglio dire “derubare”, renderebbe meglio l’idea della loro “ cultura della legalità” della quale costoro si riempiono sfacciatamente la bocca e le tasche ma della quale se ne fregano altamente ) la sovranità politica del popolo e distruggere quindi l’essenza della democrazia vera, sull’essenza stessa del risultato referendario. Le complicità istituzionali e mediatiche sono note, avendole questo Blog già stigmatizzate nei giorni scorsi, inutile tornarci sopra. Esse passano dal Quirinale alla Corte Costituzionale, dagli “ avanzi” di quel che fu il Corriere della Sera alla greppia debenedettiana di Largo Fochetti, dai truffatori referendari agli speculatori sulle pelle dell’ignoranza altrui. Andiamo oltre a queste miserie.

UNA PRIMA TRUFFA

La prima truffa consiste nel fatto che questi referenda sono organizzati, a spese di tutti gli italiani, su menzogne , su argomenti inesistenti e su bugie.

Quello sul nucleare , organizzato per trarre vantaggio dalla paura e dall’ignoranza della popolazione - tenuta all’oscuro da serie ed approfonditi studi scientifici che potessero rendere edotti tutti sui veri rischi e sui veri vantaggi della scelta nucleare - ed indetto non ostante che il Governo abbia già tempestivamente “ congelato, per anni” ( non per qualche mese o giorno) ogni iniziativa sull’energia nucleare, iniziata – è bene ricordarlo – con il precedente Governo Prodi Unione e proseguito dal presente Governo - dopo la tremenda sciagura del Giappone. Si chiamano dunque gli italiani per “eliminare qualcosa che non esiste”.

Impossibile privatizzare l’acqua, come ridicolmente mentono i sostenitori del “ sì”, perché l’acqua è un “ bene indisponibile” e “ pubblico” e nessuno può acquistarlo. La rete idrica italiana , sotto le storiche grinfie delle municipalizzate , che sono degli stipendifici a disposizione della sinistra per pagare con soldi di tutti noi le loro belle “ clientele” che poi la votano, fa acqua da tutte le parti. Mantenere, come vogliono coloro che incitano a votare “ sì” questo “ stato di cose”, che fra l’altro, consente a tutta la malavita organizzata ( Sacra Corona in Puglia, ‘Ndrangheta in Calabria ed in Basilicata, Camorra in Campania e nel Lazio, Mafia in Sicilia, ecc) di schiacciare agricoltura ed industria sotto i loro ricatti, vuol dire non solo “ favorire” la malavita organizzata, ma sopra tutto ,da parte della sinistra, pretendere di continuare a pagare i suoi “ mantenuti e le sue clientele” con soldi pubblici .

Il Legittimo impedimento, poi, che avrebbe permesso solo un semplice “ rinvio delle udienze”, per motivi di improcrastinabili impegni istituzionali per processi aventi come imputati Ministri e Premier con relativa sospensione dei termini di prescrizione, è stato già praticamente annullato dalla Corte Costituzionale la quale ha rimesso ogni singola decisione e valutazione, da farsi non più in via generale, come avrebbe voluto la Legge, ma caso per caso , alla Magistratura stessa. Quindi anche in questo caso si è chiamati a votare su qualcosa che è stata già annullata.

LA SECONDA TRUFFA

Ma c’è anche un’altra truffa, la seconda e la peggiore, ordita dalla solita elite oligarchica , stalinista ed antidemocratica della sinistra , che pretende di spacciare questi referenda , su quei tre pseudo argomenti, come una sorta di “ fiducia del popolo sul governo attuale”. Qui la truffa è semplicemente ridicola e coloro che ci credono oltre che stolti fanno anche la figura di coloro che sono stati piantati nelle vigne dei coglioni.

Ma dove sta scritto che un referendum, ammesso che trovi il quorum, valga come abrogazione del governo eletto dal popolo? Non sanno questi mistificatori che esiste un luogo chiamato Parlamento dove si dibattono fiducie e sfiducie politiche ? Incredibile che ci possa essere gente che creda a queste corbellerie della sinistra. Non ostante la loro deleteria presenza, in Italia vige ancora la democrazia parlamentare e le sfiducie popolari via referendum non esistono nella nostra Costituzione e quindi rincorrerle we cercarle significa compiere azioni anticostituzionali, significa tentare un golpe costituzionale, significa attentare con la violenza al funzionamento degli organi e del sistema democratico e costituzionale italiano. A meno che questa elite di oligarchi, questo venti/ venticinque per cento del popolo italiano che pretende di arrogarsi il diritto forse divino di decidere per gli altri non abbia in mente tutta un’altra cosa, una sorta di insurrezione popolare, un golpe militar-popolare innescato per provocare il maggior numero di vittime, come successe ai tempi di Tambroni. In quel caso saremmo su un altro pianeta, quello della rivolta contro il sistema democratico, reato che prevede contromisure giudiziarie e non certo politiche. Insomma ammesso pure che si raggiunga il quorum e che vincano i “ sì” abrogativi non è dato, dalla Costituzione stessa, distruggere una maggioranza politica eletta dal popolo con alcune patacche referendarie riciclate miserabilmente come strumento – a spese di “ tutti” i contribuenti – per dire si o no alla continuazione di un Governo eletto costituzionalmente dal popolo sovrano. Lor signori dimenticano che per abbattere un Governo ci vuole, contando sui giochetti di palazzo, come minimo una maggioranza politica alternativa ma ancora più democraticamente è necessario presentare un programma politico credibile, che siano indette nuone elezioni politiche e, alla fine, avere anche i numeri per vincerle. Troppo per questa elite di sinistra che crede che gli elettori siano tutti degli emeriti idioti e che crede di rivoltare la democrazia come meglio le aggrada. Non bisogna andare a votare: è un DIRITTO di ciascuno di noi, non fatevi coglionare non solo dalla sinistra e da quella parodia di Presidente della Repubblica che è Napolitano o da tutti quei farabutti, vigliacchi ed ipocriti che dicono di andare a votare ma di votare “ no”: solo un imbecille non capisce che andando a votare , anche a votare un “ no” , significa contribuire alla formazione del “ quorum” e dunque significa spianare la strada ai truffatori facendo la figura del coglionazzo. La storia è zeppa di tanti delinquenti che , prima di questo manipolo di gaglioffi oligarchi, conquistarono il potere con la forza instaurando orribili dittature . Si chiamavano Stalin¸ Hitler, Mussolini, Pol Pot, Castro, Mao Tse Dung ed hanno fatto la fine che hanno fatto. Un fallimento storico. Insomma, in caso di vittoria dei “ sì” e di validità dei referenda l’unico che ci rimetterà sarà solo il Paese che si troverà per altri cinquanta anni ancora con acquedotti bucherellati e con malavita che fa affari d’oro con l’acqua “pubblica” e con le sinistre contente perché continueranno a sistemare, come da sempre fanno, tutte le loro pletoriche “ clientele” nelle varie municipalizzate e negli ATO scaricando sul sistema Paese una incredibile massa di “papponi” da mantenere.


SE GLI ITALIANI SONO TUTTI COME MARIO CALABRESI…..


Se gli italiani sono tutti della stessa risma di un Mario Calabresi, che ha venduto la propria anima, per brama di potere, a quella sinistra che negli anni settanta sosteneva ed aizzava chi voleva uccidere, senza motivo, suo padre Luigi, allora è bene che Battisti ( sul quale Pisapia si è rifiutato di rispondere per non disturbare coloro che lo hanno votato , cominciamo bene!) se ne resti libero in Brasile. Il rischio, con italiani del genere, è che non solo Battisti, ma anche tutti gli altri delinquenti scappati all’estero ( Giorgio Pietrostefani,Marina Petrella,Sergio Tornaghi, Enrico Villimburgo, Roberta Cappelli rifugiati in Francia e quelli sparsi tra Brasile e Giappone come Zorzi ) una volta rientrati o fatti rientrare in Italia , non vengano tramutate in “ icone” culturali e politiche con tanto di appannaggio a nostro carico, vuoi in Parlamento, vuoi nella televisione, vuoi nei giornali, vuoi nelle Università, ecc.

L’ECONOMIST E IL VIZIO ANTICO DELLA SINISTRA MANEGGIONA

John Prideaux, un giornalista di soli 32 anni , che in passato ha visitato il nostro paese solo un paio di volte come turista e che è stato per due anni corrispondente dell’Economist dal Brasile, è l’autore del reportage sull’Italia dell’Economist. Costui arriva nel Bel Paese e nel giro di un mese intervista un ministro ( la Gelmini) , il Presidente di Confindustria ( Marcegaglia), il numero uno di Fiat (Marchionne), assiste ad un comizio (di Niki Vendola) , visita Roma e Milano, partecipa a Treviso ad una delle manifestazioni del 150° anniversario dell'unità nazionale ( quella alla quale il sindaco leghista non presenzia). Tutto qui. Il risultato di questi trenta giorni di lavoro è un reportage di 14 pagine dell'autorevole settimanale inglese in cui Prideaux non si limita a descrivere il volo d'uccello compiuto su un paese del tutto sconosciuto, ma si permette di emettere una sentenza di condanna irreversibile del paese stesso e, naturalmente, di chi lo governa in questo momento. Di fronte ad un servizio giornalistico del genere , oltre a dimostrare la più totale indifferenza, altro non si dovrebbe fare che considerare sconsolatamente come sia caduto in basso il livello del giornalismo considerato una volta per tradizione uno dei più autorevoli del mondo.

Quello che invece non mi ha stupito affatto, conoscendo i soggetti, è la reazione di grande attenzione, di grande considerazione, di grande compiacimento alla emissione della sentenza da parte di uno pressocchè neofita .Grande considerazione, da parte della sinistra solita, non tanto per la condanna al declino, ma per l'ennesima bocciatura che attraverso Prideaux “L'Economist” fa del governo di centro destra e del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi definito sprezzantemente e volgarmente come l'uomo “che ha fregato un intero paese”.

Il comportamento del settimanale inglese non è solo un esempio di giornalismo di infimo livello ma è soprattutto un esempio di giornalismo al servizio di un precisi interesso economici. Non è cosa nuova come sia dall'inizio degli anni '90 che molti banchieri e molti finanzieri della City sono interessati a favorire la destabilizzazione del nostro paese perché decisi a giocare partite speculative sulle nostre disgrazie o ad acquistare a prezzi di saldo alcuni delle nostre migliori aziende.Ed è sempre dall'inizio di quegli anni novanta che “L'Economist” si fa portavoce di questi interessi colpendo in qualsiasi maniera chi si oppone alle manovre dei poteri forti della City e sostenendo chi li vuole favorire. Insomma “L'Economist” che fa il solito killer economico anche se questa volta lo fa anche in maniera ridicola, giovanilistica e grossolana.

E’ invece la rancorosa soddisfazione con cui gli ambienti politici e culturali della sinistra italiana reagiscono a queste sberle mediatiche che fa cadere le braccia. Non si tratta solo di inguaribile provincialismo e di sudditanza psicologica nei confronti di chi viene considerato l'espressione massima ed inarrivabile del potere finanziario europeo. Si tratta di molto peggio, di una tragica ricaduta, proprio nell'anno di celebrazione del 150° anniversario dell'unità nazionale, di quell'antico vizio degli italiani preunitari di non esitare ad allearsi con qualsiasi potere straniero, pur di colpire il proprio avversario cittadino o regionale.

Sarà il caso di riflettere su questo punto. Sempre e soprattutto in questo anno di celebrazione e di ricordo di chi nell'Ottocento ha dovuto battersi innanzi tutto contro questo vizio prima di pensare a costruire politicamente l'unità del paese. Qual è, infatti, il vero germe della malattia che minaccia di sfarinare l'Italia? È il secessionismo latente del sindaco leghista di Treviso raccontato dall'inviato de “L'Economist” o lo spirito di fazione che spinge la sinistra politica e culturale a prostrarsi anche di fronte ad una puttanata pur di danneggiare il proprio nemico? Che me pensa di questo vizio preunitario, di questo ceffone in faccia da parte proprio di chi lo ha depositato sul Colle, il sedicente garante dell'Unità Nazionale , la parodia di Capo di Stato, cioè Giorgio Napolitano?

MARCHIONNE, BASTA CON LE LAMENTALE ORA. PASSARE AI FATTI.

I conti in tasca a Sergio Marchionne, li ha fatti , molto bene, Massimo Mucchetti sulle colonne del Corriere della Sera. L’amministratore delegato di Fiat si è spesso e volentieri lagnato che, mentre oltreoceano gli fanno ponti d’oro, in Italia non vengono apprezzati i suoi sforzi per rilanciare la casa automobilistica torinese. Può anche darsi che gli italiani siano scettici nei confronti del piano denominato “Fabbrica Italia”, ma è italiano il detto “ è meglio aver paura che buscarle”. Questo blog è stato fra i primi a riconoscere che la svolta impressa dal manager e dalla nuova generazione ai vertici del Lingotto, almeno sulla carta, offre delle chances a un gruppo che altrimenti si sarebbe avviato verso un lento e progressivo declino. Ma la cura Marchionne fin dagli esordi è risultata impegnativa sia per le maestranze sia per gli istituti di credito che la finanziano. Agli operai è stato fatto digerire, attraverso un referendum, un accordo che ha modificato profondamente i tempi e i modi del lavoro. Modernizzandoli certamente, ma cancellando quelle che, forse un po’ pomposamente, i sindacati chiamano le conquiste della classe operaia. E non a caso Marchionne ha scelto, per cominciare, di chiudere il sito di Termini Imerese, e poi di mettere mano all’organizzazione del lavoro nello stabilimento di Pomigliano, ovvero in quello che era considerato l’anello debole. Forte dei primi due successi, ha portato il suo “attacco” al cuore storico dell’aristocrazia operaia e, anche qui, l’ha spuntata. Il fatto che ieri abbia ribadito ancora una volta e proprio a Torino che l’impegno del gruppo per l’Italia è immutato e che i vertici stanno cercando di fare del loro meglio non modifica la questione di fondo che è la seguente: ma quand’è caro Sergio che passerai dalle promesse ai fatti? Finora per quanto egli se ne dolga a parole, nessuno ha “disturbato il manovratore”. Non lo hanno fatto i sindacati, non ci ha provato fino in fondo la Confindustria, né tanto meno il governo che non è intervenuto nella questione. I sindacati hanno ritenuto che fosse meglio cercare di salvare il salvabile, cioè l’occupazione, anche a costo di qualche rinuncia sull’organizzazione del lavoro, dei turni, delle pause, degli straordinari.

Confindustria, con Emma Marcegaglia a fine mandato, ha fatto la voce grossa ma non può impedire a Fiat di uscire dall’organizzazione soprattutto se, invece che a Torino, le decisioni saranno prese a Detroit. Il trasloco della sede centrale oltreoceano è un’incognita che Marchionne si ostina a non voler sciogliere per ora, consapevole che la vaghezza è un asso nella manica.

Ma l’analisi svolta da Mucchetti si sintetizza nel concetto che “I governi americano e canadese, per capirci, sono stati rimborsati facendo nuovi debiti con le banche americane” e, si noti, prima di Natale le banche italiane “hanno aperto nuove linee di credito per 3,5 miliardi di euro, oltre a rifinanziarne di vecchie per un miliardo”. E allora, che facciamo? Debiti da una parte per tappare in buco dall’altra? Un giochetto da finanziere, da prestidigitatore di bilanci, non buono.

Insomma se la scommessa si regge su un debito gigantesco , potrebbe finire con un aumento di capitale in capo alla risorta società americana in grado poi di fagocitare quella italiana. Francamente di una difesa campanilistica dell’italianità del gruppo non ce ne frega granché.

Il punto non è disquisire dove stanno la testa o il cuore di un’azienda. Quello che importa è che produca dei beni che il mercato vuole comprare e che remuneri adeguatamente i suoi dipendenti. Il resto è pura retorica e confusione ideologica. Allora, visto che il comunismo non si rivelò il paradiso della classe operaia bensì un inferno e che il capitalismo ha sperimentato varie crisi non ultima quella che ci stiamo lasciando alle spalle, sarebbe preferibile affrontare “ laicamente” i problemi economici con un occhio sempre attento alla sostanza dei fatti invece che rincorrere ideali e ideologie.

E allora all’amministratore delegato di Fiat che si lagna della scarsa comprensione che gli si riserva in Italia si potrebbe suggerire di passare finalmente dalle lamentele ai fatti anche da noi. Gli abbiamo promesso veri applausi se manterrà le promesse.


Cannigione domenica 12 giugno 2011

Gaetano Immè

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