Gaetano Immè

Gaetano Immè

giovedì 28 luglio 2011

SE ANCHE IL COLLE RACCONTA SCIOCCHEZZE….


Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Alla fine, però, poi vinci. Parole di Gandhi , utili per togliere ogni partigianeria , ogni cenno di ideologia al discorso che segue e che riguarda la lettera che il Presidente della Repubblica Napolitano ha inviato al Presidente del Consiglio Berlusconi riguardo alla decisione di aprire al Nord alcuni uffici di rappresentanza dello Stato. Il dibattito, come sempre, si sporca e si insozza con le prese di posizione, con il tifo, con la smaccata partigianeria di bassa politica, ma il nocciolo del problema è costituzionale e come tale va affrontato, senza quindi, prender partito per questioni politiche. Il dibattito si incentra sull’articolo 114 della Costituzione, articolo fra l’altro recentemente modificato dal centrosinistra con la famosa “ riforma del titolo V° della Costituzione “ che, occorre ricordarlo per tutti coloro che parlano di necessità di “ riforme condivise”, fu approvata con soli quattro voti di maggioranza. Dove era andata a finire , quella volta, la oggi tanto sbandierata ed auspicata “ condivisione” Dio solo lo sa. Comunque, oggi come oggi , l’articolo 114 afferma : Roma è la capitale della Repubblica. La legge dello Stato disciplina il suo ordinamento. Il testo cosi definito viene approvato in prima deliberazione dalla Camera dei deputati il 26 settembre 2000 e dal Senato della Repubblica il 17 novembre dello stesso anno.L’ultimo comma dell’articolo in commento costituzionalizza la peculiare posizione della Città di Roma in quanto capitale della Repubblica e prescrive una legge speciale di ordinamento della capitale che dovrà anche regolare i rapporti con la Regione Lazio. Si tratta della prima applicazione in Italia di un modello già sperimentato in altre capitali europee e americane, fondato sulla consapevolezza della peculiarità del governo delle aree metropolitane. Basti semplicemente ricordare il modello londinese fondato sullo statuto speciale della città di Londra, quello spagnolo con Madrid Comunidad autonoma, quello tedesco con Berlino che dopo l’unificazione diventa Land. Il modello italiano risponde ad esigenze non solamente economico finanziarie ma anche
legate al ruolo di Roma capitale della Repubblica plurale. In tal senso si giustifica la peculiarità di affidare, in deroga alla potestà normativa regionale, la possibilità di una legge-provvedimento che disciplina direttamente “il suo ordinamento”, pur nell’ambito territoriale nella quale ha competenza laRegione Lazio. Come è stato efficacemente scritto “con l’espressione Roma-capitale…si trovano a coesistere una dimensione caratterizzata, tanto da interessi della comunità generale, quanto di quella locale”. Da ciò si evince che la scelta costituzionale fissa una volta per tutte la peculiarità storica acquisita dalla Capitale e pone le premesse per uno sviluppo normativo capace di dare alla città un proprio “ordinamento” differenziato da quello di altri comuni, anche metropolitani. Dagli studi costituzionali degli ultimi trenta anni, le alternative interpretative che si sono affacciate in diritto sono sostanzialmente due. La prima tende ad attribuire un rapporto diretto tra Roma e lo Stato in una sorta di derivazione verticale; la seconda, tendenzialmente orizzontale, che riconosce l’esistenza di motivi costituzionali che giustificano una disciplina speciale per una Città rispetto al contesto territoriale in cui è inserita; ossia i comuni limitrofi, la Provincia di Roma, la Regione Lazio. Disciplina speciale da attribuire , peraltro, non con legge ordinaria come attualmente previsto, ma con legge costituzionale in modo da poter derogare a quanto stabilito dall’art. 114, comma 162.



Dunque il riferimento che fa il Capo dello Stato all’articolo 114 della Carta, il quale verrebbe “ violato” o “ sminuito” – secondo le parole del Colle - dall’apertura di sedi statali anche in altre città, è del tutto fuori luogo. Devo però , per rispetto, osservare che il Colle non è solo “ Napolitano”, ma tutta una serie di suoi consiglieri che non possono non essere condizionati, provenendo dalla carriera politica, dal virus dell’appartenenza. Ma , a parte questa umana considerazione che comunque non sposta il problema della responsabilità istituzionale di Napolitano per quanto scritto e detto, da ciò deriva che l’intervento di Napolitano è stato un voler intervenire su scelte politiche mascherandole, peraltro con grossolano errore, con rilievi costituzionali che , come dimostrato, sono assolutamente inesistenti. Dunque questo di Napolitano altro non è che l’ennesimo anticostituzionale intervento del Presidente nel campo della politica, una esondazione del Colle nei poteri del Governo, che rappresenta un vero e proprio insulto alla Costituzione. Non si capisce dunque come e perché, se non per squallidi motivi di meschino tornaconto da botteguccia politica, alcune forze politiche non si ribellino a tali iniziative illecite del Colle, in nome non solo della dignità e dell’autonomia del potere legislativo “ eletto” rispetto ad una semplice carica maturata “ nei palazzi” e come tale puramente “ castale” e non certo evangelizzata dal voto popolare, ma anche per quel fondamentale rispetto per la Costituzione che – ma solo a parole – gli stessi partiti dicono ( a chiacchiere) di avere.

In questo contesto si pone la proposta di legge costituzionale che - come hanno spiegato Italo Bocchino e altri deputati finiani - eviti “ogni equivoco” sul tema sollevato dall’iniziativa del Carroccio a Monza. Il provvedimento di Fli prevede che nella Carta Costituzionale, all’articolo 114, alle parole “Roma è la capitale della Repubblica” seguano “è sede del Parlamento, del presidente della Repubblica, della Corte Costituzionale, del Governo e dei Ministri”. Una proposta senza capo ( costituzionale ), senza logica e senza alcuna seria coda politica, perché mai , nella sua storia complessiva, l’articolo 114 si è occupato “ anche” dell’ubicazione di Ministeri o uffici dello Stato. Dunque una proposta “ ad clientelam suam” ovvero la sfacciata pretesa di ex fascisti di legittimarsi come rappresentanti del peggior grumo di potere romano centrico, allo scopo di acquisire rendite di posizione ( assunzioni pubbliche, ecc) e conseguenziali voti , ovviamente per togliere, alla faccia della democrazia , una qualsiasi autonomia culturale, politica, organizzativa alle altre città. Nessuno, insomma, vuole modificare l’articolo 114 della Costituzione, né mettere in dubbio che Roma sia la capitale della nostra Repubblica. Spiace che il Capo dello Stato si sia prestato a questa squallida farsa , a questa sciatta buffonata, ma questa è la pura verità. Ancora di più delude poi che il Capo dello Stato abbia avuto anche la spudoratezza e la sfrontatezza di lamentarsi anche per i “ costi di questi uffici di rappresentanza”, proprio lui il cui ufficio e le sue prerogative ci costano una enormità, il doppio della Casa Bianca, il triplo dell’Eliseo ed il quadruplo di quello tedesco. Potrebbe forse cominciare a dare l’esempio. Senza vergogna,


Non credo di offendere Napolitano affermando, come affermo e  confermo, che il Capo dello Stato si sta intromettendo troppo ovunque , specie dove non gli compete, anzi, dove gli è espressamente vietato dalla Costituzione della quale “si dice” tutore. Presto ci dira' dove sarebbe meglio facessimo le vacanze e che cosa dobbiamo mangiare. Roma e' capitale e nessuno dice il contrario. Gli uffici di rappresentanza al Nord non interferiscono con l’articolo 114 della Carta. Egli sta difendendo quei partiti che ignorano la Costituzione e che vogliono che nulla cambi per il semplice fatto che la mangiatoia deve restare a Roma. Del potere locale, delle autonomie, della loro affermazione democratica, insomma della gente comune , a chi frega qualcosa?


LA GRANDE PRESA PER I FONDELLI DEL P.D.

Mentre il segretario Pd Bersani s’affanna a sostenere che la macchina del fango si starebbe abbattendo sul Pd, il vicesegretario Enrico Letta grida all’Italia che “il Pd è un partito di gente pulita, in cui la militanza e la partecipazione sono i valori di un impegno a servizio del Paese”. In effetti, manca solo una bella pernacchia alla Totò. Ma a chi credete di fare fessi? Dichiarazioni, atteggiamenti, invocazioni che ci rammentano gli ultimi giorni delle più fameliche dittature comuniste. Frasi come “si cercano solo contributi per il partito” non incantano più. Anche il più disinformato ha visto “Le vite degli altri” o “Good Bye Lenin”. Nessun soffre di nostalgia veterocomunista per la “vita onesta e giusta” nella vecchia Germania Est. E la Rai, per quanto rete di stato comunista, mai provvederà ad informare i telespettatori di tutte le camarille del P.D.. Insomma,, o Bersani e Letta recitano o (ed è più grave) credono davvero il Pd sia una conventicola di uomini buoni. Macchina del fango troppe volte fermata per evitare schizzi sui vecchi Pci-Pds. Come faccio a dimenticare la cronaca omertosa del ’93, quando Mani Pulite inciampava nelle cosiddette “tangenti rosse”. Tutti allineati quando D’Alema definiva il pool come “quel soviet di Milano”. Per evitare che gli uomini buoni venissero infangati, il governo Amato del ’93 s’arrabattava per una soluzione politica a Tangentopoli: la politica del due pesi due misure è vecchia come il cucco, e mentre per i comunisti s’è sempre invocata la soluzione politica, per tutti gli altri schiavettoni e carcere preventivo. Dettagli ben noti al senatore Tedesco (socialista passato nel partito di D’Alema) che sedeva come consigliere in Regione Puglia nel 1985, quando Massimo D’Alema (allora segretario regionale del Pci pugliese) intascava 20 milioni di lire (ma per il partito) da Francesco Cavallari (re dell’allora sanità privata, antesignano degli Angelucci). Episodio ammesso da D’Alema in sede processuale: il giudice barese , tale P.M. Russi, scrisse, bontà sua, nel decreto di archiviazione “Uno degli episodi di illecito finanziario, e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema...”. La macchina del fango non toccava D’Alema nemmeno per le telefonate con Consorte (quelle delle scalate). S’inceppava anche sulle stecche intascate da Luigi Carnevale (Pci-Pds), Soave, Cervetti e Guido Caporali da ferrovie, metropolitane, teatri. E se oggi un imprenditore puntasse la macchina del fango verso il Pd, su di lui piomberebbe l’anatema che ebbe a colpire Lorenzo Panzavolta (presidente della Calcestruzzi, gruppo Ferruzzi) che pagò il Pds per ottenere appalti Enel. E che per questo fu crocefisso. Difficile orientare la macchina del fango verso chi l’ha inventata e finanziata, con quei fiumi di denaro (come ebbe a dire Greganti) che hanno alimentato, scommetto che pochi lo ricordano, anche l’azienda torinese Eumit (di proprietà del Pci) creata dalla Ddr con i finanziamenti illeciti della Stasi al partito che era sempre di Bersani , di D’Alema, di Berlinguer , di Veltroni, di Paietta , di Occhetto, ecc. Eccola la vera e vecchia macchina del fango, caro Bersani, caro Letta, che ancora oggi ben oliata, ben funziona, istituzionalmente orientata solo verso il “ nemico”, ieri verso Craxi, oggi verso Berlusconi. Comunque e sempre e solo, contro chi introduce innovazioni e modernizzazioni nel sistema istituzionale italiano, mettendo così in pericolo chi da una vita vive alle nostre spalle, da magnaccia e da  mantenuto.

Roma giovedì 28 luglio 2011

Gaetano Immè

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