Gaetano Immè

Gaetano Immè

venerdì 29 luglio 2011

 SPARARE SU BERSANI E SULLA SINISTRA ORMAI  E’ COME SPARARE SULLA CROCE ROSSA


Fa ridere il “ veterocomunismo” viscerale, ridicolo, incancellabile di P.L. Bersani, quando, minacciando querele invece che rispondere su Penati, su Pronzato, su Tedesco, su Degli Esposti, su Donegaglia, ecc – abitudine tutta di sinistra ( vedi D’Alema ) – tira fuori nel 2011 la stessa logica che vigeva nel PCI del secolo scorso. Il ladro è un borghese farabutto che agisce per pura cupidigia, mentre chi contribuisce a finanziare il PCI ruba per finanziare una ragione sociale superiore. Sbagliato, compagno Bersani, sbagliato! Perché il ladro borghese sarà isolato e pecca sovente in modo malamente umano, mentre chi ruba per finanziare un partito non rischia mai in proprio, non ci mette quasi mai la faccia, conta sempre sulla complicità sistemica della rete economica che abbraccia il partito, conta sulla complicità di tantissimi individui accomunati e cementati dall’appartenenza ideologica. Il ladro sfida - da solo ed erga omnes - la Legge, l’altro sempre ladro è, ma protetto dallo scudo dell’omertà ideologica: insomma una sorta di “picciotto” di mafia. Da Bersani, che è stato anche Presidente della Lega delle Cooperative e che meglio di tutti conosce tutte le interiezioni, tutte le “ drittate” che da una secolo consentono al PCI di essere finanziato dalle cooperative stesse , dall’Unione sovietica e dagli ignari contribuenti italiani ( Legge Mosca e doppio incarico “ Cooperativa e istituzioni”), ci si aspettava qualcosa di meglio e di più dignitoso. La sua difesa – una sorta di attacco contro “ nescio nomen” – vale un soldo di cacio e fa ridere chi ha cervello per ragionar in proprio. La sua non è altro che la solita, trita e ritrita, stantia riproposizione del mitologico suprematismo berlingueriano, che ha conosciuto momenti di schizofrenica autodistruzione con lo sciagurato autoammanettamento del P.D., del Segretario Veltroni , all’IDV. Bersani è talmente “comunista dentro ” secondo lo schema classico , da non riconoscere agli eletti dal popolo il loro diritto/dovere di tutelare la sovranità della loro prerogativa, che certamente non prevede la libera facoltà di delinquere, ma nemmeno – come invece fa Bersani – una immediata “ presunzione di colpevolezza” . Il vero problema del PD non è quello che Bersani non ha scritto sul Corriere della Sera, ma proprio quello che Bersani ha scritto e detto. “ Lasciamo lavorare i Magistrati “ dice lui, mentre nello stesso momento i suoi sgherri parlamentari urlano per reclamare l’abolizione del voto vincolante dell’Aula sulla richiesta di arresto di un Parlamentare. Cos’è questo, Bersani? Perché ti mortifichi e denigri il Parlamento con tale ridicola pervicacia? Non sarà il terrore di essere accusato di intendersela con il nemico, per farsi salvare dal Berlusconi stesso, come avvenuto con D’Alema all’Europarlamento e con Tedesco al Senato ?


Brutta bestia da gestire la questione morale, una clava che da decenni la sinistra agita sopra il cranio dei malcapitati. Uno strumento per fare politica, da parte di PCI, poi PDS, poi Ds, poi Pd. Certo, funziona, ma fino a quando? Fino a quando se ne scopre la mala fede o cattiva coscienza. Il che non avviene con facilità e di frequente. Perché, secondo un parere abbastanza diffuso, le cosiddette “toghe amiche”, servendosi di quella sponda politica gauchista, la contraccambiano con trattamenti privilegiati, quando non è la stessa politica ad intervenire salvandoli. So’ Diego e mi spiego. In nome dell’orgoglio di partito, Bersani ha lanciato la sua campagna d’estate per difendersi dal “caso Penati” e dall’accusa del “non poteva non sapere”, attaccando la stampa, non soltanto di destra, con la sua macchina del fango, intesa a sfigurare la loro immagine, virtuosa e ligia alle toghe. Dimentica il poveretto tra l’altro, che della macchina del fango “ anti Cav “ si sono serviti loro stessi a iosa, cavalcando, per di più, tutte le occasioni di smerdamento mediatico del Premier senza distinguersi dal giustizialismo forcaiolo esterno e interno. Che appariva sulla cresta dell’onda anche per le disgrazie giudiziarie del Cav, e su cui si è abbattuto il caso Penati. Una storia trattata da troppi, del Pd, alla stregua della vicenda Del Turco, con poche espressioni di solidarietà, preferendo, purtroppo, alla costituzionale presunzione d’innocenza, una totale fiducia ( o paura fottuta?) nei giudici La minaccia di querele da parte di Bersani ricorda troppo l’agitare delle mani di Occhetto, nel 1992-94.

“Noi abbiamo le mani pulite!”, squittiva l’allora Segretario del PCI , rivendicando la diversità etica, storica, berlingueriana del suo partito. L’inchiesta del secolo, come Lourdes, li miracolò, ma non per avere le mani pulite nei costi della politica coinvolti com’erano nel sistema di allora (ricordate il compagno G. Greganti, un nome che ritorna ancora oggi di striscio?) ma perché le inchieste, nei loro confronti, non procedettero allo stesso modo riservato agli altri. Grazie ai Di Pietro, ai Colombo che hanno poi riscosso i tredici denari del lavoro sporco fatto per il PCI. Il caso più clamoroso riguardò l’Enimont, la “madre di tutte le tangenti” per dirla con Di Pietro dove tutti i responsabili dei partiti di governo andarono in tribunale e, a parte Craxi che rubò la scena all’accusa, si mostrarono a capo chino. Tutti i partiti, anche la Lega, all’infuori del PCI ( che pure avevano ricevuto a Botteghe Oscure una valigetta portatavi da Gardini in persona con dentro 1 miliardo (di allora)). Dopo aver chiacchierato con Occhetto e D’Alema, sempre con la valigetta in mano, Gardini entrò in un ascensore, salì al terzo piano dove fu avvicinato da un funzionario che gli disse: questa deve essere la mia valigetta. Consegnata. Perché se la cavarono i compagni di Botteghe Oscure, in quella come in altre vicende, sopravvivendo, unici, al crollo epocale? Anche perché, al di là delle simpatie procuratizie, non fu loro applicato, dai Di Pietro e dai Colombo, il teorema del “ non potevano non sapere”. Teorema che fece di Craxi, di Citaristi, di Moroni i capri espiatori di quella falsificazione storica che fu Mani Pulite . Falsa perché, appunto, non uguale per tutti. In altri casi, come in quello simbolizzato dall’ineffabile battuta intercettata nel 2005: “Abbiamo una banca!”, la Procura non poté procedere contro i parlamentari diessini. Ancora una volta non finirono in tribunale perché il Parlamento Europeo fece scattare l’immunità, la stessa che la sinistra non vuole nel Parlamento di Roma. Dove, tuttavia, e quando è necessario, scattano, nel segreto dell’urna, i voti amici di Berlusconi, Lega ecc., vedi il caso Tedesco. Furbizie, cattiva coscienza, aiuti vari, toghe amiche e sventolamento della diversità, predicando di tanto in tanto il character assassination altrui, il colpevolismo a priori del Premier e, ovviamente, la sistematica condivisione delle tesi dell’accusa. Su questo humus merdaiolo è cresciuta la mala pianta del giustizialismo, mai contrastata seriamente dal Pd, salvo alcune eccezionali e meritorie posizioni garantiste, come quella de “Il Riformista”. Una deriva forcaiola che ha corrotto la politica, commissariandola, eliminando la sovranità parlamentare e le sue prerogative, non contemplando la sacra presunzione d’innocenza ma anzi, votando l’arresto del parlamentare nemico secondo il rito della vittima sacrificale al Moloch giudiziario. E adesso, “ ma che stai a di?” povero Bersani?


VENTI ANNI DOPO

Come Dumas, venti anni dopo. Non è il passato che ritorna, è invece la politica, questa politica, che non ha futuro. Le inchieste penali, il coinvolgimento di politici, la consegna dei parlamentari alle patrie galere, non è la riedizione del vergognoso triennio del Terrore (1992-1994), perché tutto è diverso. Allora le forze politiche vincitrici, quelle che s’erano opposte al blocco sovietico, furono prese d’assalto dagli sconfitti, bestiali e vandaliche orde di briganti da valico . Oggi la scena è popolata ancora dagli sconfitti di allora, privi di un disegno o progetto capace di proiettarsi nel futuro. In quel triennio vennero a galla i problemi del finanziamento illecito dei partiti, reso necessario dalla competizione con il più grande, ricco, organizzato e più “ criminalmente finanziato “ partito comunista d’occidente. Ora quello cui assistiamo ha un tratto diverso: c’è chi fa politica appositamente per arricchirsi, personalmente e direttamente, mentre i partiti non esistono e le loro strutture burocratiche campano a spese del finanziamento pubblico. Infine: allora ci fu un comitato politico giudiziario, che agiva secondo logiche di schieramento e in continuo accordo con il Quirinale, oggi ci sono Procure che vanno ciascuna per i fatti propri, mentre la giustizia ha smesso (da tempo) di funzionare.

Le somiglianze sono altre: il giustizialismo, di cui s’è infettata la società e che ha corrotto la sinistra; una politica vile, che consegna al macello parti di sé nella speranza di non essere collettivamente macellata.

Dice Andrea Orlando, responsabile giustizia del Pd: noi siamo diversi, non chiediamo alla magistratura di fermarsi, semmai chiediamo ai nostri inquisiti di farsi da parte. Per sua fortuna Togliatti è morto, altrimenti lo inseguirebbe con gli scarponi chiodati e lo prenderebbe a calci nel sedere. Dovrebbe ricordarsi, l’ Orlando, d’essere stato commissario del suo partito in quel di Napoli, e dovrebbe essersi accorto del disastro, plebeo e giustizialista ,cui conduce la sua apparente ragionevolezza. La via che gli piace è quella che segna la fine della politica, la resa senza condizioni. Saranno le procure a stabilire chi governa, quando non saranno loro stesse a governare. A Napoli è già successo. Anche in Italia, due volte in diciotto anni.

Non siamo geneticamente diversi, dice ora Pier Luigi Bersani (complimenti per la prontezza di riflessi), ma vogliamo esserlo politicamente. Bravo, e come? Consegnando i parlamentari alle manette? Semmai dovrebbero accorgersi che per inchieste di quel tipo non si giustifica l’arresto per nessuno. Dovrebbero avere gli attributi per denunciare che il codice di procedura, circa la custodia cautelare, è costantemente tradito. Ma ci vuole coraggio. Loro , coraggiosamente e con alto senso dell’onore, preferiscono consegnare gli ostaggi.
Per essere politicamente migliori ci si dovrebbe accorgere che lo Stato deve togliere le mani da gran parte dell’economia, sicché non ci sia più un esercito di partitocrati che campano di spesa pubblica, come magnaccia. Lui, invece, Bersani, è a capo di un partito che chiede ai propri amministratori e nominati di contribuire alle spese. Perché? Se gli emolumenti sono troppo alti abbassiamoli, così si risparmia. Se sono adeguati al lavoro che si svolge non si chieda il pizzo. Ma se si batte cassa in ragione di una nomina si è nel pieno della corruzione. Il fatto che non se ne rendano conto è segno di quanto sia calata la sensibilità.

Anche Chiamparino (che delusione) insegue la demagogia dicendo: togliamo l’autorizzazione all’arresto dei parlamentari. Ma sì, sbattiamoli direttamente  in galera  poi  processiamoli con comodo, in dieci anni, così avremo consegnato l’Italia a un potere che i costituenti non vollero tale, per una semplicissima ragione: quello giudiziario non è un ordine democratico. Sono ani che mi sgolo. Ed è giusto (nel nostro sistema) che non lo sia, ma proprio per questo non deve essere un potere. Venti anni dopo, peggio di Dumas, la differenza può essere così riassunta: allora si volle abbattere, con la forza, un sistema democratico malato, oggi se ne seppellisce uno composto da un corpo putrefatto  proveniente dalla Prima Repubblica. Se ancora c’è qualcuno che ha testa per la politica, si metta mano alle istituzioni della terza Repubblica.

NECESSARIA COME L’ARIA UNA RIFORMA ISTITUZIONALE



Mentre la sindrome «nimby» (acronimo di «Not In My Back Yard»), cioè «Non nel mio cortile», si impossessa ancora una volta di sparuti gruppuscoli di guerriglieri urbani in Val di Susa; mentre si scopre, per il tramite delle cronache giudiziarie, che la superiorità morale e giuridica del PD è tutta una menzogna con il coinvolgimento di uomini di spicco (Penati , Pronzato, Tedesco, ecc) del partito dei moralisti in torbide storie di tangenti e potere; mentre il terzo polo, scontando una sorta di pena del contrappasso, si costituisce per la terza volta (sic!); mentre il Presidente della Repubblica è molto severo contro la politicizzazione ed i protagonismi delle toghe e il Presidente del CSM (lo stesso Napolitano) è ancor più severo contro la politica , il Governo tenta di ammodernare il pigro, sonnolento e burocraticamente obeso pachiderma sdraiato su un fianco nel bel mezzo del Mediterraneo, cioè l’Italia.

In un Paese qualunque vi sarebbero le fisiologiche, e per quanto aspre pur sempre naturali, contrapposizioni politiche necessarie alla costruzione di una dialettica democratica; in un Paese come l’Italia, stretto da un lato dalla morsa dell’ideologia ambientalista (per cui diventa impossibile costruire discariche, centrali nucleari, rigassificatori, termovalorizzatori, autostrade, ferrovie e ponti), da un altro lato castrato dallo spirito di conservazione che contraddistingue le diverse categorie e i centri di potere ad esse afferenti (per cui diventa difficile l’eliminazione degli ordini professionali come la concreta responsabilizzazione giuridica della magistratura), ogni tentativo di seria riforma inciampa in ostacoli insormontabili, che solo la determinazione ed il coraggio di un Silvio Berlusconi o di qualche spirito libero e liberale possono arditamente superare.

Ecco allora che la riforma istituzionale si presenta non solo e non tanto come un punto del programma elettorale di una qualunque parte politica, ma come la terapia d’urto che consenta al sistema Italia di non morire d’inedia, soprattutto nel periodo di carestia dei mercati internazionali e degli assalti pirateschi degli speculatori. Ecco quindi che occorre abbandonare il bicameralismo perfetto (cioè, per i non addetti ai lavori ed in parole molto semplificanti, la circostanza per cui ogni disegno di legge deve essere approvato in ciascun ramo del Parlamento; Camera dei Deputati e Senatori, senza apportare modifiche, altrimenti deve essere riapprovata da quella Camera che non aveva deliberato sulle modificazioni apportate, con sperpero di tempo, danari e risorse d’ogni genere), trasformando il Senato in un Senato federale delle regioni, cioè costituito dai rappresentanti delle regioni, come il Senato statunitense è composto dai rappresentanti dei singoli Stati. Il secondo passo dovrebbe consistere in una decisa virata verso una forma di Premierato, cioè di rimodulazione dei poteri e delle prerogative (allargati in taluni casi, diminuiti in tal’altri) del Presidente del Consiglio in particolare e del Governo in generale. Dalle prime indiscrezioni sul progetto di riforma sarebbe certo questo punto, con la possibilità, per il Capo del Governo, di nominare e revocare i ministri, sottraendo così l’azione di Governo alle logiche particolaristiche e campanilistiche delle varie fazioni politiche chiamate a comporre l’Esecutivo, garantendo all’un tempo una migliore efficacia nell’azione di Governo e una più seria e stabile forma di rappresentanza politica nei confronti dei cittadini che hanno votato una determinata maggioranza sperando di vederla operare per il bene del Paese, e non per assistere al pietoso spettacolo del mercato delle poltrone (esperienza quest’ultima in cui le coalizioni di centro-sinistra hanno sempre dato tragi-comiche prove di insuperata maestria ed impareggiabile eccellenza). Un'altra priorità per il sistema Italia, oltre alla riforma istituzionale, è la riforma del regime delle imposte e delle tasse per garantire una reale boccata di ossigeno a tutti i soggetti (imprenditori, artigiani e liberi professionisti) che subiscono quella che Pascal Salin ha brillantemente definito come «tirannia fiscale» e che è causa primaria del freno alla crescita ed allo sviluppo, come ben sa non solo chi mastica qualche principio di economia liberale, ma soprattutto chi si trova ogni giorno a dover guadagnare una somma della quale quasi il 60% è sottratta dallo Stato. La quarta ed ultima urgenza dovrebbe riguardare l’ordinamento giudiziario, causa anch’esso di risentimento sociale ( a causa della ingiustizia e del pressappochismo delle decisioni assunte ), e dei ritardi nella soddisfazione degli interessi e dei diritti dei cittadini, con ulteriore ingolfamento dell’intero Paese. La riforma delleistituzioni, allora, si presenta come la più urgente per evitare che l’Italia si suicidi con le proprie stesse mani. Come vorrebbero tutti coloro che sono sempre a gridare “ no” ad ogni pur timido tentativo di ricucitura dell’assetto istituzionale italiano.

Roma venerdì 29 luglio 2011

Gaetano Immè

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