Gaetano Immè

Gaetano Immè

venerdì 5 agosto 2011

 PROCESSO LUNGO? NO! SOLO L’APPLICAZIONE ( ERA ORA !) DELL’ARTICOLO 111 DELLA COSTITUZIONE!!!!



Fornisco , prima d’ogni commento, tre sintetiche notizie: 1) il cosiddetto «processo lungo» è solo un’invenzione e non esiste; 2) le modifiche apportate al codice di procedura penale non favoriscono la criminalità organizzata, al contrario introducono discipline più rigide e severe contro di essa; 3) le misure introdotte non si applicano ai processi in corso o in quelli in cui si è già chiusa la fase del dibattimento di primo grado. Così svergogno la stampa di sinistra che si attacca soprattutto alla presa per il sedere dei suoi lobotomizzati lettori per costruire un caso che di fatto non esiste, senza addurre nessuna motivazione giuridica, ma solo coniando belluine frasi apodittiche e false dichiarazioni di stampo meramente ideologico.

Le innovazioni introdotte riguardano ben cinque punti fondamentali del Codice di Procedura Penale , dei quali occorre premettere il senso, onde evitare eccessivi tecnicismi. La prima incide sull’art. 190 (Diritto alla prova) del Codice di Procedura Penale, stabilendo l’importante facoltà per l’imputato di «interrogare o fare interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e l’interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni dell’accusa e l’acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore». Come è già facile intuire anche per chi non è aduso agli strumentari giuridici, il novellato art. 190 CPP tenta di bilanciare i poteri fra l’accusa e la difesa , orientando maggiormente il processo verso un modello di stampo accusatorio, quello fondato sulla totale parità tra accusa e difesa; dall’altro lato rende maggiormente tutelata la posizione dell’imputato, sottintendendo che il processo non si celebra contro di lui, ma in suo favore, in perfetta aderenza a tutti i principi processuali e penalistici tipici di uno Stato di diritto e dell’articolo 111 della nostra Costituzione . Si viene inoltre a modificare il terzo comma dell’art. 190 inserendo la seguente formula «nei casi consentiti dalla legge». Il vecchio modello del terzo comma, infatti, così recitava: «I provvedimenti sull’ammissione della prova possono essere revocati sentite le parti in contraddittorio »; la nuova formula invece prevede che «possono essere revocati nei casi consentiti dalla legge»; si sottrae cioè alla discrezionalità (spesso abusata mutandosi in arbitrarietà) del giudice e delle parti la possibilità di revocare prove precedentemente ammesse, subordinando questa eventualità alla riserva di legge, cioè alla possibilità del legislatore di scegliere i casi e le modalità della eventuale revoca.

La seconda importante modifica interviene sul comma 4 dell’art. 495 CPP che così viene innovato:«Il giudice, sentite le parti, può revocare con ordinanza l’ammissione di prove che risultano superflue e manifestamente non pertinenti, salvo che siano state richieste a prova contraria in relazione a prove già assunte »; non si fa altro, insomma, che garantire maggiormente il diritto di difesa dell’imputato in rispettoso ossequio del comma 2 dell’art. 24 della Costituzione («La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento»); del resto se sono state ammesse prove contro l’imputato non si comprende come possa essere possibile la revocabilità di prove contrarie a quelle assunte; la nuova disciplina consente, dunque, una più efficiente e più pregnante efficacia dei principi costituzionali a copertura del diritto di difesa.

La terza innovazione riguarda l’art. 238-bis CPP sancendo il diritto delle parti, tranne nei casi particolare gravità del reato come il terrorismo, di « ottenere, a norma dell’art. 190, l’esame delle persone le cui dichiarazioni sono state utilizzate per la motivazione della sentenza »; si crea la possibilità, dunque, di un confronto in cui le parti possono direttamente controbattere a quei soggetti che con le loro dichiarazioni hanno contribuito alla formazione della sentenza.

La quarta disposizione riguarda l’articolo 442 CPP per cui si irrigidisce il sistema penale sottraendo al beneficio del giudizio abbreviato, che comporta sempre una diminuzione di pena, coloro che si rendono responsabili di reati per cui è prevista la pena dell’ergastolo, cioè i delitti più gravi, odiosi e socialmente pericolosi.

Infine, ultimo punto, la riforma rende più aspro il regime detentivo per coloro che hanno commesso particolari gravi reati come il sequestro di persona avendo cagionato la morte del sequestrato: costoro non potranno beneficiare dei benefici del trattamento carcerario previsti dalla legge 354/1975 qualora non abbiano «espiato almeno i due terzi della pena irrogata, o, nel caso dell’ergastolo, almeno ventisei anni»; si cerca di porre un freno, insomma, alle cosiddette «carceri con le porte girevoli», garantendo all’un tempo la certezza della pena e dunque la certezza del diritto.

Non si comprende davvero ove risieda, se non nel puro pregiudizio ideologico e nel meschino interesse di bottega che anche in questa occasione da tutta la sinistra ha messo in mostra anche a costo di affossare norme di civiltà giuridica che consentono all’Italia di avviarsi verso un più equo Stato di Diritto , la caratteristica del “ preteso” allungamento dei processi; l’intera riforma sembra invece ispirata dai principi del giusto processo, della parità tra le parti e dall’inasprimento di trattamento processuale e detentivo nei confronti dei reati più efferati (mafia, terrorismo, omicidio, sequestro ecc). Quanti dell’opposizione dovessero protestare, mentendo spudoratamente sulla vera natura della riforma approvata, si renderebbero complici di un attentato all’articolo 111 della Costituzione e protettori di quella lentezza della giustizia, che si trasforma spesso in ingiustizia tanto per i tempi che per il merito delle decisioni, che tanto, ahinoi, contraddistingue il sistema giudiziario italiano.


IL GIP DI TERAMO AVREBBE SCRITTO CENTOTTANTACINQUE “MEDITATE” PAGINE PER LASCIARE IN CARCERE PAROLISI IN TRE GIORNI??????

A detta dei giornali e delle televisioni, un GIP del Tribunale di Teramo avrebbe scritto la bellezza di 185 pagine di ordinanza ( aggiungono le fonti citate “ meditata e scritta in tempi da primato”) in tre giorni per confermare lo stato di carcerazione preventiva dell’indagato Parolisi. Sfido quel GIP, sfido chiunque, sfido anche domineddio a scrivere centoottantacinque pagine “ per giunta meditate “ in tre giorni. Neanche Vittorio Alfieri, che pure si faceva legare alla sedia per scrivere, ci sarebbe riuscito, figurarsi un Magistrato che dovrebbe dovuto peraltro assai “ ben meditare” su quello che scriveva dato che si trattava non di un romanzetto d’amore e corna, ma di tenere un uomo in carcere. Aspetto tra poco l’encomio pubblico da parte di Frontespaziosa , alias “ L’uomo chiamato tonno”, la secolo Luca Palamara, Presidente di quel grumo fascista che è l’ANM. E, perché no?, anche una bella e pomposa dichiarazione stromboliana di quel “ comunista dentro” che si trova, sotto un cappello di paglia vacanziero, in vacanza , a spese nostre a Stromboli. Ma chi se la beve????



LA NOSTRA REPUBBLICA E’ PARLAMENTARE SULLA CARTA MA PRESIDENZIALE NEI FATTI


E’ strano e curioso che molti di coloro che accusano Berlusconi di coltivare progetti anti-democratici ed eversivi sol perché egli insiste sulla necessità di dare al governo italiano gli stessi poteri che agli esecutivi sono garantiti in tutti i regimi parlamentari classici, difendano poi a spada tratta i grandi poteri di un'istituzione che, così com'è costituzionalmente strutturata, fa assomigliare il nostro sistema alle «monarchie costituzionali dell'Ottocento, quando il re aveva l'ultima parola e la democrazia rappresentativa faceva i primi passi». Parlo della presidenza della Repubblica, un'istituzione che solo qualche ideologo in malafede o qualche sprovveduto in diritto costituzionale può definire ancora come «notarile», e che invece gode di poteri ben più ampi di quelli che la Carta del '48 riserva allo stesso governo.

Basta leggere il testo costituzionale per rendersene conto: il presidente della Repubblica è «capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale» (art. 86); «autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del governo» (art. 87); «promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti» (art. 87); «prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione» (art. 74). E ancora: «Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere» (art. 87); «presiede il Consiglio superiore della magistratura»; «può concedere grazia e commutare le pene» (art. 87). E infine, ma non ultimo: «Può, sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse» (art. 88); «nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri» (art. 92). Può convocare le Camere in via straordinaria (art. 62). Nomina un terzo dei giudici della Corte costituzionale (art. 135). Praticamente , fa tutto lui.

Se a questi poteri codificati dalla Costituzione si aggiungono quelli che col tempo si sono stratificati nella prassi, ne esce un quadro che ancor più difficilmente può essere definito «notarile». Si prenda, ad esempio, la consuetudine - non prevista dalla Carta - delle consultazioni in vista della nomina del governo. Come osserva Fausto Cuocolo nel suo Principi di diritto costituzionale, «il ruolo delle consultazioni ha assunto talora significati più ampi» di quelli iniziali, «non limitandosi il capo dello Stato ad ascoltare leaders di partito o capigruppo parlamentari, ma estendendo la sua attività ricognitiva a personalità tecniche, particolarmente in campo economico-finanziario... Il che sembra indicare che nella fase preparatoria del procedimento formativo del governo il ruolo del capo dello Stato non è meramente di registrazione, ma si spinge nel merito dei problemi». Per non parlare dell'altro istituto consuetudinario dell'incarico, dove la discrezionalità delle scelte del presidente è ancor più evidente: «La libertà di scelta - scrive ancora Cuocolo - è tanto più ampia quanto più variabili possono essere le maggioranze alternative eventualmente realizzabili in sede parlamentare». Ricordiamo che qui stiamo parlando di prassi e di atti non delineati dal testo del '48: ne dovrebbero tener conto tutti coloro che storcono il naso e gridano al regime ogni qual volta gli esponenti del centrodestra invocano la «Costituzione materiale» a proposito dei poteri del governo, e che tacciono compiaciuti quando invece la stessa «Costituzione materiale» riguarda l'ampliamento delle «prerogative» del presidente della Repubblica. Uno strabismo sospetto, quando non ipocrita ed interessato.

La verità che in molti stentano ad ammettere, per motivi vuoi ideologici e culturali, vuoi più spesso di botteguzza politica, è che un inquilino del Quirinale che esercitasse fino in fondo ed incisivamente i poteri previsti dalla Costituzione, e restasse fedele alle prassi che si sono affermate col tempo, non potrebbe non essere riconosciuto a tutti gli effetti come il principale protagonista della vita politica del paese, come il decisore ultimo, sopra le parti non nel senso della terzietà, ma nel senso della superiorità. E' già accaduto in passato, può accadere ancora a Costituzione invariata. Ora, questa dotazione di poteri e prerogative non rappresenterebbe un problema se fossimo in un regime presidenziale o semi-presidenziale, nel quale il presidente viene eletto direttamente dal popolo e gode quindi dell'investitura dei cittadini. Ma così non è in Italia, dove vige ancora un sistema parlamentare (assembleare?) ed il capo dello Stato viene votato non dal popolo, ma dai suoi rappresentanti. I quali, tra l'altro, non avendo «vincolo di mandato», possono al limite muoversi anche contro la stessa volontà di chi li ha eletti.

Delle due l'una: o si sceglie di evolvere anche formalmente verso il presidenzialismo o il semi-presidenzialismo, sul modello americano o francese, oppure si realizza un vero e classico regime parlamentare sul modello inglese, dove - come ha osservato ancora Ostellino - il capo dello Stato (la Corona) «non mette naso nelle leggi che il primo ministro gli porta a firmare. Tanto meno va alla ricerca, in parlamento, di un'altra maggioranza se il primo ministro ha perso la sua, perché l'ipotesi di un governo non eletto dal popolo non è neppure prevedibile». L'attuale sistema italiano è un ibrido mal riuscito, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Meno che della sinistra, della stampa ad essa asservita e degli scribi registrati nei loro estesissimi “ libri paga”.


Roma venerdì 5 agosto 2011

Gaetano Immè

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