Gaetano Immè

Gaetano Immè

mercoledì 3 agosto 2011

TRENTUNO ANNI SONO UN’ETERNITA’: VOGLIAMO LA VERITA’ VERA SU BOLOGNA !!!



Il due agosto del 1980 era trentuno anni fa, un’eternità. Alla stazione ferroviaria di Bologna, nella sala d’aspetto di seconda classe , esplose una bomba. Furono ottantacinque i morti e duecento i feriti. Come ogni anno, il governo è stato assente alla commemorazione, rinverdendo la sfiducia che ormai è completa nei confronti in primis della Magistratura et in secundis delle Istituzioni , che per la bellezza di trentuno anni hanno giocato con i morti ed i feriti , fabbricando ridicole sentenze politiche e baloccandosi con teoremi ideologici che non hanno ancora reso la minima giustizia ai defunti, ai feriti, ai loro parenti.

E’ giusto che la parola vada ai parenti delle vittime, colpiti due volte, una negli affetti e una nella loro dignità di persone. Come loro, da sempre, anche noi vogliamo sapere la verità. “Arrivare ai mandanti dell’attentato alla stazione di Bologna è possibile, basta mettere in fila i fatti e analizzarli con onestà e buon senso”, ha detto il presidente dell’associazione dei familiari delle vittime, Paolo Bolognesi, “e per farlo occorre porre finalmente fine al segreto di Stato facendo sì che il carteggio relativo alla strage giacente presso tutti i servizi segreti, negli archivi dei vari ministeri e dei carabinieri sia messo a disposizione dei giudici; sarebbe indice della volontà del Parlamento tutto di colpire i mandanti e tutti coloro che hanno favorito il terrorismo anche con la loro colpevole inerzia. “

Il dolore e la vergogna per il nostro Paese , che appare un paese senza rispetto per la verità e per i diritti umani, come una DDR o una URSS, dove si nascondevano i massacri ideologici ed i gulag sotto la “ ragione di Stato”, non hanno colore politico e le parole di Bolognesi – parole civili ed umane e non più solo politiche – sono , da sempre, le nostre parole. Questo misurerà nei fatti la volontà politica di far cadere ogni complicità istituzionale e affermare compiutamente la democrazia nel nostro Paese.

SALVATE IL SOLDATO GIUSEPPE D’AVANZO

Quando vinci una partita, quando muore un uomo, viene fuori proprio quello che sei. Se hai la forza d’animo, se ne hai il coraggio, non maramaldeggi o deridi i vinti, alla Brenno,. ma rendi loro onore, che è anche renderlo a te stesso. Giuseppe D’Avanzo era un mio avversario, non ne condividevo né idee, né modi di lavoro, né giornali di riferimento, né valori, nulla ; ma lo combattevo con la stessa sincerità con la quale lui combatteva per le sue idee, giuste o sbagliate che fossero, contro le mie. Non c’è nulla di più ancestralmente nobile che la lotta a viso aperto, leale, come quella di due pugili che si sfidano sul ring e che danno l’anima ed il cuore per vincere. Non per niente la boxe è anche detta “ la noble art”. Giuseppe D’Avanzo è mancato due giorni orsono, all’improvviso, troppo giovane, troppo presto, troppo improvvisamente. Mi manca l’avversario a viso aperto, che non si arrende e che mi rende la vita difficile e che quindi mi esalta . Non chiedetemi di rimpannucciarmi nell’ipocrisia, nell’odioso ditirambo elegiaco che ho letto e sentito in questi giorni, nelle frasi idiote da sacrestia stantia come “ era tanto solare” o “ era così buono”! Ma , come fosse il soldato Ryan, rendo volentieri a Giuseppe D’Avanzo l’onore che si riserva ai veri combattenti, quello delle armi. Con tutto il cuore, con tutta l’anima mia.



RIPASSIAMO UN POCO DI STORIA SULLA QUESTIONE MORALE DELLA SINISTRA.

Se alzi quel lenzuolaccio lercio e consunto, se riesci a sollevare il velo di un’opinione pubblica improvvisamente sedotta da un moralismo che non l’aveva in precedenza mai abbagliata , si va a sbattere di nuovo contro di loro: i cantori mediatici della moralizzazione, e le loro truppe, la borghesia che grida “al ladro” per dire quanto sia morale lei stessa, accomunati tutti dallo stesso passato che da mezzo secolo affligge tutti noi . Sono le stesse persone che ce ci hanno inflitto con arrogante dispotismo gli ultimi trent’anni della nostra vita . E’ la stessa generazione che ha mantenuto il suo tratto distintivo, l’unico probabilmente vero e costante nel mutare delle circostanze e delle rappresentazioni: l’autoconvinzione di essere “ la meglio gioventù ”. Ha solo modificato il richiamo per oche di cui ha bisogno per riconoscersi: non più il ritornello per le cause operaie o terzomondiste, ma la dirittura morale, l’incorruttibilità, con un piglio da sacrestia odorosa d’incenso che ai tempi belli quella stessa generazione avrebbe bollato con una parola semplice semplice, urlata tante volte a sproposito, ma in questo caso no : sono dei puri fascisti.

E c’è poco da mostrarsi sorpresi, perché, del fascismo,quello vero e tirannico, il popolo di Mani pulite e i suoi tristi epigoni odierni condividono tutto: sono dei piccoli-borghesi, con incorporate relative frustrazioni , odiano visceralmente regole e procedure istituzionali , si innamorano per quelli che vanno per le spicce. Stalin, Castro, Pol Pot, Tito, ecc. Non sarebbe del resto una novità. Quanti di quegli studenti, così uguali ai nostri eroi, che presero d’assedio Montecitorio nelle radiose giornate del maggio 1915 per invocare l’ingresso dell’Italia nella grande guerra, si ritrovarono di lì a qualche anno ( sette per l’esattezza ) di nuovo a Roma a fare un’altra ridicola e famosa marcia? Com’è potuto accadere che gente tanto profondamente ideologizzata, e tanto indifferente a una legalità tacciata infinite volte di essere borghese e tanto indulgente verso fenomeni d’illegalità ben più violenti e gravi, abbia trovato il proprio ultimo segno di identità di gruppo in qualcosa di così lontano dai suoi presupposti ideologici?

Anche in questo caso ci sono una data, un luogo e dei protagonisti: la data è il 28 luglio 1981; il luogo sono le pagine di Repubblica, il quotidiano che si è incaricato di accompagnarli dalla rivoluzione sognata alla parodia d’insurrezione del 1992-1993; i protagonisti sono due, l’intervistatore è Eugenio Scalfari, l’intervistato, Enrico Berlinguer, il peggiore dei due. “Penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C’è da averne paura?”, domanda il primo. E il secondo risponde: “Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?”.

Post it: Enrico Berlinguer, il Segretario del PCI che incassò vagonate e vagonate di rubli dall’URSS, nemica del nostro Paese, che si costruì, con la complicità dei compagnucci democristiani, una bella “ Legge ad Partitum” , l’ amnistia per eliminare ogni traccia dei loro reati, che sistemò, con piglio ed arroganza baronale, fratelli, figlie, nipoti, amici ovunque. Chiedere in RAI, al Ministero della P.i., ovunque. Dimenticavo: il segretario del PCI che distrusse la scala mobile insieme alla CGIL di Lama, che subì l’onta e l’umiliazione della marcia dei colletti bianchi di Torino, alla FIAT, che frantumò il sogno del PCI di vedersi realizzato il sogno del “ compromesso storico” abbattuto dalla cecità sua e del suo PCI nonché dai “ compagni che sbagliano”. E che uccisero la gallina dalle uova d’oro: Moro. Ecco chi è stato Enrico Bwerlinguer. Il massacratore del più grande partito comunista occidentale.


Diversità. Ci mise qualche anno in più del suo volpesco intervistatore, ma alla fine anche il segretario del PCI trovò la parolina magica che gli avrebbe permesso di mettersi in combutta con le schiere degli anni settanta, con gli “untorelli” come li definiva con disprezzo fino a qualche anno prima e di spalancare loro le porte della Cattedrale rossa che avevano fino ad allora guardato in cagnesco.

Uscito clamorosamente sconfitto , cornuto e mazziato dall’ agognato “ compromesso storico “ che il terrorismo rosso condusse al suicidio , Berlinguer è in quel momento pronto per infilare clamorosi nuovi sbagli. Intona, perciò, il proprio parlare alla melodia che gli ex untorelli vogliono ascoltare e spiega loro che il comunismo è “ roba bona” , è roba anche per borghesi, macché dittatura, macché Stasi, non deve far paura. Il Pci non è più il partito della classe operaia, quella semmai è la ciurmaglia . E' invece il partito di quelli che non rubano, che non occupano lo stato, che non spartiscono poltrone. E' il partito della parte migliore del paese. E' il loro partito.

E così, quella conversione dalla questione sociale a quella morale, quella marcia verso l’orgoglio antropologico iniziata dal suo intervistatore, trovò il suo corifeo. Se il PSI era uscito con un anno di anticipo, nel ’79, dagli anni settanta guardando in avanti ed incarnandosi nel PSI delle grandi riforme, il PCI ne usciva con un anno di ritardo nell’81 e con lo sguardo rivolto, tanto per cambiare, nella direzione sbagliata. Nasce allora , in quel brodo di cultura, quella classe dirigente alternativa, che si attribuisce un’onestà e una competenza a loro del tutto ignote , una classe dirigente che merita il potere a prescindere dai contenuti, la supponenza ed il superomismo che gli eredi di Berlinguer non sono ancora riusciti a scrollarsi i di dosso. Il tracollo intellettuale e culturale è terrificante : dalla missione della democrazia progressiva di Togliatti, ( che aveva il fine di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini , causa nobile e vera ) al compito di approfittare delle grandi correnti d’opinione per occupare e  controllare le istituzioni.

Non è un caso che il tratto distintivo, che la cifra d’identità generazionale, l’ansia di diversità antropologica, ha assunto ai giorni nostri quella di una idolatria della Costituzione, elevata al rango metafisico di misura di tutte le cose, una sorta di eden perduto in cui ognuno poteva trovare il proprio “ giardino incantato” . Una Costituzione che non esiste nella realtà storica, nella quale c’è semmai un saggio compromesso tra forze diverse e nemiche ma capaci di unirsi, in virtù delle necessità storiche, contro un altro nemico più forte e feroce di ciascuna di loro. A patto, come fu, di rinunciare, anche grazie al compromesso costituzionale, all’eventualità di una sopraffazione reciproca nel futuro.

Ma questo non conta per chi, quando parla della Costituzione o della legalità, sta soltanto parlando di se stesso e a se stesso per raccontarsi, ancora una volta, della propria superiorità morale. E ha bisogno di ripeterselo così spesso, magari, perché di essere tanto diverso e migliore non è poi così certo.

Una Costituzione che appare in due forme che, come spesso accade, non possono essere entrambe vere e sono, invece, entrambe false: la Costituzione, in una sua accezione totalizzante, come programma politico che relega i partiti al ruolo subalterno di esecutori di un percorso scritto da altri una volta per tutte oltre sessant’anni fa e che ha conosciuto negli anni settanta il suo culmine. Un’impostazione che oggi serve soltanto a distinguere strumentalmente fra le culture politiche legittime e quelle che non lo sono, quasi che la legittimità non derivi dal consenso popolare ma da radici che affondano in un mondo che non c’è più. La schizofrenia pura.

E poi la Costituzione come pura forma, regole del gioco che surrogano una politica il cui solo ruolo residuo sarebbe solo quello di rispettare forme che prendono il posto dei contenuti , ma che si decidono altrove. Anche in questa seconda accezione la politica vede svanire la sua supremazia , si vede svilita, rinchiusa a forza, perciò prigioniera, costretta in un recinto in cui tutto ciò che può fare è sopravvivere senza mai poter decidere come dovrebbe fare per unzione popolare .

Ed è in nome di una Costituzione che non esiste , che li vediamo ancora oggi, quei ragazzi di Valle Giulia e i loro figli ed i loro nipotini , i nuovi untorelli del terzo millennio, scendere in piazza , tenersi per mano, calzare caschi, imbracciare ancora armi anche se improprie, organizzare week end di protesta per non annoiarsi con le discoteche e con le automobili , poveri stronzi borghesucci di merda che danno addosso al poliziotto che per milleduecento euro al mese si offre in olocausto ai figli di papà di tutta Europa, dotati di tanti di quei soldi che consentono loro di andare dove loro piaccia. L’eskimo è diventata la tuta firmata, il chiodo sarà pure diventato un giubbotto firmato, ma le facce sono quelle . E lì a raccontarsi fra di loro , a ricordarsi l’un l’altro – ecco la  vera lobby, ecco il vero  clan , ecco il vero branco , ecco lavera setta, signori Magistrati - di quanto alti fossero gli ideali dei loro “ padri / nonni / amici” e quanto siano ancora migliori della società che li circonda e gridare come forsennati mentre raccontano a Repubblica di fare la loro ennesima finta rivoluzione.

P.S. Cari i miei “diversi”, portate i miei più cari saluti, oltre che a  tutte le “ sorete”, anche a : Del Bono, a Marrazzo, a Tedesco, a Penati, a Greganti, a Del Turco, a Nicastro, a Emiliano, alla Sanità pugliese, a quella laziale di Marrazzo, a quella calabrese, a quella siciliana, a Loiero, a Pronzano, allo stupratore segretario del vostro circolo di Roma, lo scandalo Quadra che vede imputato l’ex capogruppo del P.D. al Consiglio Comunale e due ex assessori P.D. della precedente giunta di sinistra, a Bassolino, alla Jervolino, al Sindaco di Salerno inquisito con la moglie per truffa aggravata, alla Senatrice Anna Finocchiaro, ancora in aspettativa dal 1985 dalla Magistratura e moglie di u n Medico catanese indagato per appalti truffaldini con la ASL di Catania quando al Ministero della Salute c’era la compagna Livia Turco e mi fermo qui per mancanza di rotoli di carta e di voglia di sporcarmi la penna . E non rendetevi ancora più ridicoli di quanto già non lo siate con la storia dell’”autosospensione” che è una storia che solo gli imbecilli possono accettare. Con questa barzelletta dell’autosospensione del ladro di turno voi mettete in luce la vostra indegnità umana perché siete dei cialtroni lesti a buttare a mare il vostro compagno dal quale avete fin’ora preso a piene mani i soldi che costui rubava per voi. Voi siete miseramente “comunisti dentro “, perché avete ereditato l’ossessione del PCUS e del PCI di separare il destino dei singoli dal destino del Partito. Dalle fughe a Praga favorite da Togliatti stesso per salvare quel delinquente assassino di Moranino, allo spettacolo indecoroso di D’Alema e di Occhetto che davanti al Giudice dicevano di Primo Greganti “ ma chi l’ha mai visto e conosciuto?”, fino a quel bel tipetto senza faccia e senza ritegno che è la vostra degnissima Presidente Rosy Bindi, una creaturina nata fin dalla sua prima elezione con una tangente DC e da sempre vissuta grazie alle tangenti democristiane, che ora, con una faccia da sedere senza pari, osa anche affermare che “ Tedesco con il P.D. non c’entra, perché paga la sua tara di essere craxiano”.


Roma mercoledì 3 aosto 2011

Gaetano mmè

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