Gaetano Immè

Gaetano Immè

martedì 6 settembre 2011

 HAI VOLUTO LA BICICLETTA? ADESSO PEDALARE!!!!!!!!!!!!


Non che mi interessi o che me ne freghi più di tanto. Il Corriere della Sera, negli ultimi anni, è scivolato sempre più a sinistra, sempre più verso le posizioni del Partito Democratico e sempre più vicino ai “cretinetti di sinistra “ d’ogni tipo, perdendo autorevolezza e credito. Basta pensare che ne è stato Direttore un Paolo Mieli, quello che sottomise , complici i poteri forti proprietari e le maestranze tutte inzuppate di ideologia comunista, quel glorioso giornale alla dittatura del CdR e che lo trasformò da “ giornale indipendente” a “ giornale organico all’Ulivo prodiano”. E basta aggiungere un dato di fatto: molti fans di Repubblica , per darsi una sbianchettata di appariscente “ kultura” – quella in vendita dall’ edicolante a due euro al quintale – comprano pure il Corriere. Figuratevi voi che mix  letale di acume, che sopraffino senso politico, che onestà e che correttezza intellettuale! Peggio per il Corriere e per quel suo Direttore che è capace ora solo di lamentarsi ( ora lo soprannomino “ De Brontolis”, vi piace?). Troppo tardi De Bortoli, troppo tardi. Chi è colpa del suo mal pianga se stesso. L’hai voluta la bicicletta? Mo’ pedala. Ti è “garbato” recitare la parte del “ democratico amico dei radical-schic”, hai voluto sostenere la candidatura di Pisapia, hai voluto fare “ il politicamente corretto” con la FIOM ai tempi del contratto aziendale della FIAT, hai voluto recitare la parte del Tettamanzi laico ( non possedendo però dietro le candide e mosce chiappette  né un Vaticano né un inesistente movimento musulmano laico) , bè, ora non scassare i gabbasisi , non piagnucolare come un bambino, assumiti dignitosamente , se ne sei capace, le” tue “ ( e sono solo “ tue”) responsabilità e non nasconderti dietro alla Camusso. Coloro che hai voluto farti amici e che hai sempre difeso in un modo o nell’altro, ora ti piantano un bel coltellaccio da cucina nella schiena e tutto in nome di uno sciopero smaccatamente politico. Bella figura di m….. che ci fai ! Il signorino De Bortoli , un Direttore che non conta un cavolo, un cicisbeo cortigiano settecentesco, tutto ben vestito, tutto ben rimpannucciato, mani e viso curati come un efebo, piagnucola in televisione lamentando che i suoi tipografi ( iscritti al sindacato rosso ) oggi – al guinzaglio della CGIL – incrocino le braccia, e non facciano uscire il giornale. Questa è l’Italia , quella “ meravigliosa” del suo compagno Bersani, quella di “merda” di quell’intruso , rozzo, incolto, inadatto, allupato , puzzolente , emarginato centrodestra . Questa è la CGIL. Questo è il sindacato che a parole difende lavoratori , i salari, e la libertà di stampa mentre nei fatti difende solo il suo potere, i suoi secolari ed immondi privilegi : avere l’ultima parola su tutto e, sopra tutto, tenere “soggiogata, imbavagliata e, togliattianamente, organica” la stampa. Come , appunto, insegnava tale “Ercole Ercoli” ,  cioè Togliatti buon’anima.

Avessi mai letto, caro De Bortoli, sul Corriere della Sera , da cinquanta anni a questa parte, uno, dico solo un articolo, magari anche “ non indignato” , che abbia mai espresso il profondo rammarico per il fatto che nessuno mai proponga, per il doveroso rispetto della sacra Costituzione Repubblicana, di obbligare i sindacati a registrarsi e dotarsi di strutture trasparenti e dando così attuazione dell’articolo 39 della Carta. O, che so, uno, dico anche solo un articolo, negli ultimi settanta anni ( Piero Ostellino escluso ) che si sia posto il sacrosanto problema , anch’esso profondamente costituzionale ( perché coinvolge “ le libertà personali inviolabili ed irrinunciabili previste dalla Costituzione più bella del mondo “) della regolamentazione del diritto di sciopero; per carità, diritto sacrosanto quanto si vuole, Direttore, ma comunque sempre misura straordinaria ed eccezionale che invece, in questa “ Italia, meravigliosa ( ma solo per Bersani ) ” è diventata la regola.

Oggi dunque non avremo il Corriere in edicola, me ne dolgo pochissimo. Anche perché, a quanto pare, la Susy ha già «minacciato un ulteriore sciopero nel caso si tenti di far uscire ugualmente il giornale con le maestranze presenti " che costituirebbe un atto grave e discriminatorio »(denuncia per “intimidazione” fatta in televisione dallo stesso Ferruccio De Bortoli, con tutti i magistrati d’Italia distratti o voltati dall’altra parte, come le tre scimmiette di Agata Christie quelle che “ non vedono, non sentono, non parlano”). E i lettori ? E il diritto all’informazione? E la libertà di stampa? E il diritto a lavorare di chi non sciopera? Tutte fregnaccette per la CGIL. Una sfida : domani comprate subito un quotidiano fra “ Repubblica”, “ Il Corriere della Sera”, “ Il Fatto”, “ La Stampa”, “ Il Secolo XIX “, “L’Unità”, eccetera e vediamo se quei giornaloni, che ogni volta che possono sbattono se sulle loro prime pagine le grandi carrellate di foto che mostrano stuoli di persone intente ad imbavagliarsi la bocca con fazzoletti variamente colorati per denunciare le solite ridicole minacce alla libertà di stampa , avranno il coraggio e la dignità di denunciare, con la dovuta intransigente fermezza, il modo stalinista, villano, prepotente ed arrogante con il quale la Camusso ha deciso di imbavagliare per un giorno il “ Corriere della Sera”. Secondo questo sindacato, la sua dirigenza, i suoi iscritti e secondo i partiti politici che lo sostengono - P.D. in prima fila - noi non viviamo nella nostra bella e “ meravigliosa” Italia democratica , ma in un paese a dittatura marxista, Stasi e KGB non stop origlianti, occhieggianti e dominanti , tra grigie case del popolo, riunioni dei soviet, miti della rivoluzione , canzoni bolsceviche, quadri di Pelizza da Volpedo e “ nomenclature straricche- tipo Santoro, Binigni, Fazio per capirci - che canticchiano, col pugno chiuso “ Bella ciao”, in dacie solitarie ed isolate: perché il popolaccio puzza.

LA MISURA CAUTELARE E’ “CAUTELARE” O E’ DIVENTATA UNA ANTICIPAZIONE DELLA PENA ? E DA QUANDO IN QUA IN UNO STATO DI DIRITTO LE SENTENZE LE SCRIVONO I PARENTI DELLE VITTIME ?

Oggigiorno, l’applicazione della misura cautelare – la custodia cautelare -, pensata dal legislatore come provvedimento del tutto eccezionale – finalizzato cioè a soddisfare determinate esigenze, che nello specifico sono il pericolo di fuga, di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove – è diventata sempre più una misura ordinaria, quasi obbligatoria. Una forma di anticipazione della sentenza di condanna e dunque della pena in assenza di previo processo. E’ di tutta evidenza come non sia giuridicamente sano che un istituto, nato con presupposti e finalità differenti (garantire che il reo non commetta altri reati o si sottragga alla giustizia o inquini le prove ), poi venga distorto in modo così palese. Eppure accade, anzi specie nel periodo di Tangentopoli il Pool lo usò, nell’infame silenzio complice della sinistra italiana, come una “ forma di tortura”, per estorcere liberatorie anche se false confessioni. Ne seguirono anche alcuni suicidi eccellenti . Anche quando è evidente che il reo non sfuggirà alla giustizia oppure non commetterà altri reati, i giudici e i pm fanno presto ad applicare una misura cautelare, salvo i casi in cui la legge lo vieti. Insomma, solo quando è la legge a dire «no», la magistratura si ferma. Nelle altre ipotesi, quando vi è un margine di libertà dell’autorità giudiziaria, la misura cautelare diventa una consuetudine ordinaria. Un’anticipazione anomala della condanna con forti connotazioni punitive. Emblematico il caso di Silvio Scaglia, l’ex A.D. di Fasteweb che ha scontato quasi un anno i carcere per poi essere prosciolto. La nostra Costituzione, quella “ più bella del mondo” per i cretinetti di sinistra, in teoria non permetterebbe simili abusi. Già sancendo il principio che la libertà personale è inviolabile (art. 13 Cost.), stabilisce l’eccezionalità delle misure restrittive della libertà medesima. E seppure è vero che poi precisa che solo con provvedimento dell’autorità giudiziaria questa può essere limitata, è anche vero che la restrizione deve trovare la propria ratio nella legge. La quale però trova applicazione solo e se l’autorità giudiziaria la interpreta. La conseguenza ovvia e scontata è che al fin fine la legge lascia ai giudici e ai pm ampia discrezionalità sulla valutazione se sia opportuno o meno porre un limite alla libertà dell’individuo davanti a determinate situazioni. Il che non è proprio opportuno, o comunque non lo è più. Soprattutto quando il fenomeno assume elementi preoccupanti di pressione psicologica sull’indagato.

E in Italia la restrizione anticipatoria della libertà personale – la cosiddetta misura cautelare in carcere o presso il proprio domicilio – assume proprio questo connotato: è uno strumento di pressione psicologia, che spesso rasenta la violenza morale sull’individuo indagato, vietata dalla Costituzione. In altre parole, in sede giudiziaria, viene spesso forzato il dato letterale della norma, che si arriva a prevedere l’arresto cautelare anche quando oggettivamente e soggettivamente non è necessario. È un fenomeno preoccupante che misura il livello di inciviltà della nostra giustizia. E certo non ci può difendere, sostenendo che si tratta di persone indagate per reati gravi, o che la legge prevede comunque a garanzia il criterio del fumus dei gravi indizi di colpevolezza (art. 273 c.p.p.). Se è vero questo, è anche vero che il fumus è solo un pre-parametro in un iter logico-giuridico che deve portare il giudice a valutare i presupposti che poi giustificano l’applicazione della misura (art. 274 c.p.p.). L’impressione invece è che il giudice utilizzi solo questo pre-paramentro per valutare l’applicazione. Nei fatti, è sufficiente il fumus per disporre l’applicazione di una misura cautelare restrittiva della libertà personale.Credo che il legislatore debba rimettere mano all’intera disciplina. Non tanto per attenuarla, quanto per erodere ancor più la discrezionalità del giudice. Magari ancorando l’applicazione di una misura restrittiva della libertà personale a presupposti ancor più precisi e inderogabili. Magari riservando la misura cautelare più pesante (come la custodia in carcere) ai reati davvero importanti e pericolosi per la società, come per esempio, i reati di omicidio volontario, i reati di terrorismo e mafia, violenza sessuale e pedofilia.

D’altro canto sono anche consapevole che la lentezza della giustizia italiana trova spesso sfogo nell’applicazione di una misura cautelare, e che i cittadini – vittime, o parenti delle vittime di determinati reati – trovano nella custodia cautelare in carcere (più che negli arresti domiciliari del reo), un’anticipazione della loro legittima «giustizia». E sono consapevole che forse questo è uno dei motivi che hanno nel tempo snaturato la funzione della misura cautelare. E allora, sarebbe altrettanto opportuno che il legislatore velocizzasse ancor più l’iter processuale penale: l’anticipazione della condanna o della pena è innaturale, come è innaturale che la giustizia venga soddisfatta da uno strumento che di per sé ha altri obiettivi e presupposti.



DOPO UNDICI NNI, ANCORA SIAMO A PARLARE DELL'ARTICOLO 18

Anche i bambini sanno che la disciplina dei licenziamenti in Italia è una degli imbuti più stretti che rendono praticamente impossibile ridurre il personale assunto a tempo indeterminato, anche quando sarebbe strettamente necessario. Così sono decenni che quello stretto “ manipolo” di riformisti di sinistra indica in questo blocco dei licenziamenti la causa del nanismo delle imprese ( per stare sotto i 15 dipendenti) e la principale causa del blocco delle assunzioni e, con il centrodestra, ne propongono soluzioni alternative. Dalla proposta di aumento dell’indennità di licenziamento, a quella della sospensione “ solo temporanea” del famoso articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori ( che risale al 20 maggio 1970!) , tutti i tentativi di “ allargare quella strettoia” almeno durante un periodo di crisi onde consentire maggiori assunzioni sono state rigettate. Oggi che questo Governo, nel quadro delle misure necessarie per rilanciare l’economia, tenta una “ proposta di riforma” di questo articolo 18 , del tutto rispettosa del ruolo dei sindacati (alle cui RSU verrebbe correttamente lasciato il compito di decidere nel merito dei singoli licenziamenti), la voce dei riformisti di sinistra brilla per la sua totale assenza. Pure sarebbe ovvio , davanti ad una CGIL che ridicola ormai nella sua ritualità da primo novecento rifiuta aprioristicamente qualsivoglia discussione nel merito ribadendo ancora la sua natura da “ capobranco” dei dinosauri rinchiusi nei recinti archeologici del più becero protestatarismo d’antan, aspettarsi una qualche assunzione di dignitosa responsabilità da parte di un P.D. che peraltro non manca occasione per proclamarsi “affidabile e capace di governare il Paese “. Sorprende , sgomenta e fa cascare le braccia quindi, che uno Stefano Fassina, non un Pisquano qualsiasi ma il responsabile economico del P.D. ed “ once” apprezzato esponente del sedicente “ riformismo di sinistra”, abbia improvvisamente invertito la rotta della sua coerenza non solo tacendo colpevolmente contro lo sciopero della CGIL di oggi ma addirittura , con una delle solite piroette acrobatiche del cervello alle quali la sinistra italiana da sempre ci ha abituati, ne avalli la portata con l’adesione allo sciopero da parte del P.D. I pochi “ democratici “ che sono contrari allo sciopero camussiano potrebbero dare un contributo culturale molto più significativo se si sganciassero dal “ pensiero debole” bersaniano che si limita all’equazione propria del peggior antagonismo antidiluviano che “ chiunque attacchi il Governo va sostenuto”. Una base culturale e politica assolutamente “inesistente” . Insomma si possono assumere posizioni diverse, proporre diverse modalità ma limitarsi, come da il P.D. in questo momento, a criticare il metodo per evitare di discutere nel merito è qualcosa di irresponsabile in questo momento storico. Un atteggiamento di così completa chiusura in un passato civile, sociale ed ideologico che ormai appartiene solo agli archivi storici riporta il P.D. al PCI quando questo era completamente succube di quella visione antistorica dell’attuale società. Un errore fatale .

Non mi sorprende quall’aria un po’ così ( parafrasando “ noi che abbiamo visto Genova ") da parte del solito establishment giornalistico-mediatico davanti all’articolo 8 della manovra predisposta dal Governo che attua una riforma che definire “ epocale” mi sembra riduttivo del mercato del lavoro, in Italia custodito dentro il catafalco del protezionismo statalista fin dal 1948. Un atteggiamento freddo e distaccato che potrebbe lasciare stupiti gli osservatori italiani tanto più che queste misure ivi previste sono state adottate seguendo ispirazioni ed auspici espressi da Banca d’Italia , dalla BCE e dalla stessa Unione Europea. Un establishment storicamente aduso a ritenere che nessun governo osi sfidare lobby sindacali potentissime in vicinanza di elezioni per evitare facili crolli vendicativi di consensi necessari all’arricchimento di partito e personali. Abituato ai governi cattocomunismi succedutisi dal 1948 fino al 1994 devo riconoscere all’establishment una certa intuizione. Ma il 1994 è lontano ormai diciassette anni e l’Italia politica, solo grazie al centrodestra ed all’irresponsabile stoltezza di Silvio Berlusconi è anche riuscita ad assaggiare anche se in forma ancora grezza, un bipolarismo ancora rozzo ma ormai abbastanza lontano dal clientelismo malavitoso di DC e di PCI degli anni della Prima Repubblica. Pertanto la speranza dell’establishment che arrivi il “ governo tecnico” si sta dimostrando una utopia visto che un tale simil governo – come hanno dimostrato le ultime vicende sull’introduzione dei contratti, p.e., “ alla Marchionne” – dovrebbe sempre chiedere, sui temi indicati dall’articolo 8 della manovra, l’ aiuto alla sinistra e quindi non avrebbe la neppur minima possibilità di attuare quelle riforme che , invece, sbattendosene altamente, per il bene supremo del Paese, di soccombere alle prossime elezioni per vendette clientelari , questo Governo sta coraggiosamente almeno tentando.

Roma martedì 6 settembre 2011

Gaetano Immè

Nessun commento:

Posta un commento