Gaetano Immè

Gaetano Immè

lunedì 19 settembre 2011

RICORDIAMO LA VERA STORIA DELLA VERA ANOMALIA ITALIANA.


Pochi storici e politologi si sono resi conto che dalla metà degli anni ’70 la vita politica italiana non è stata diretta dai partiti e dai loro leader, ma da tre giornali, amici e complici : il Corriere, la Repubblica e la Stampa. Tre giornali legati insieme da un enorme conflitto di interesse che nessuno dei più battaglieri giornalisti contro Berlusconi ha mai rivelato. Pensate : la famiglia Agnelli era proprietaria della Stampa e, a metà anni ’70, divenne anche azionista di maggioranza di Rcs mentre Antonio Caracciolo, azionista di maggioranza del gruppo Espresso (da cui nacque nel 1976 Repubblica, diretta da Scalfari) era il fratello maggiore di Marella Caracciolo, la moglie di Gianni Agnelli. Insomma, tutto era nelle mani di casa reale Agnelli la quale dominava anche l classe industriale italiana di quei tempi. Inoltre in RCS erano anche rappresentanti le grandi Banche, i grandi gruppi assicurativi italiani sotto la guida di Enrico Cuccia . Da allora l’Italia è stata dominata da questo grumo imperialista, da questa lobby dei così detti poteri forti, che dominava la politica, che influenzava il “ parlamento degli eletti” spingendo , per motivi coercitivi facilmente immaginabili, il Parlamento dei proporzionalisti a creare quelle alleanze politiche( che poi avrebbero governato spesso anche al di là del voto popolare) che concedevano agli stessi poteri forti indicati lo sfruttamento economico e culturale del Paese. E’ questa la storia d’Italia di questi ultimi quarantenni, signori cari. Altro che Berlusconi! Altro che conflitto di interessi! Noi siamo cresciuti sotto il dominio di questa oligarchia sostenuta essenzialmente da tre partiti politici: la DC, il PCI ed il PSI. E dalla casa reale Agnelli, intorno alla quale si coagulavano – con la corresponsabilità di Mediobanca – tutti i poteri forti così che tutti costoro hanno vissuto e si sono arricchiti grazie a questa gaglioffa consorteria di pirati.

Sulla lobby responsabile di questo gigantesco conflitto, che con un solo articolo faceva dimettere un governo durante la prima repubblica (Craxi resistette e fu subito disegnato come Mussolini da Forattini) e ha decapitato la prima repubblica, nessuno dei più inflessibili giornalisti del Corriere ha mai scritto una parola. Sergio Romano, che pure lanciò la campagna sul conflitto di interessi di Berlusconi , sapeva bene cos’era un conflitto di interesse e scrisse una serie di articoli indignati contro il tycoon televisivo che voleva farsi premier, ma non ha mai scritto un rigo sul conflitto Agnelli-Caracciolo, al cui confronto quello del Cavaliere era ed è del tutto insignificante. Un conflitto che non è solo politico, ma economico, finanziario, per i rapporti del gruppo Fiat con la finanza internazionale.

Questo conflitto rappresenta una potente Lobby economica-finanziaria e politico-culturale, i cui interessi hanno poco a che fare col bene del “Paese” come il Corriere, la Stampa e Repubblica chiamano l’Italia. E’ una Lobby senza preferenze politiche e ideologiche: usa indifferentemente come camerieri e maggiordomi partiti e politici diversi per i propri interessi. Agnelli ha avuto un ottimo rapporto col Pci, perché era nell’interesse della Fiat ottenere finanziamenti pubblici dallo Stato italiano e quindi qualsiasi attacco del Pci ai vari governi democristiani e di centrosinistra era benvenuto per le casse della Ditta. Il Pci non si è neppure accorto di essere stato espropriato dell’egemonia culturale da Repubblica, un vero e proprio partito, che ha sostituito l’Unità tra i militanti della sinistra come l’Espresso ha sostituto Rinascita. Dopo il ’92-93 la linea all’ex Pci la dettano Repubblica e il Corriere. Nessun partito socialista europeo è stato condizionato come la sinistra italiana da una lobby estranea al partito e i più forti paesi europei hanno democrazie solide, dove i governi durano cinque anni e dove a nessun giornale verrebbe in mente di far dimettere un premier o un cancelliere con una campagna giornalistica: non sarebbe possibile. Qui sta l’anomalia italiana, non l’elezione democratiche di Silvio Berlusconi.

È comprensibile che Berlusconi sia stato visto dalla Lobby che decideva i destini dell’Italia come un contropotere e sia stato combattuto fin dall’inizio, incastrandolo col quel suo minimale conflitto di interesse e col famoso avviso di garanzia pubblicato da Mieli sul Corriere, mentre il Cavaliere presiedeva il G8 a Napoli nel novembre ’94. Berlusconi tornò al governo nel 2001, perse nel 2006, rivinse le elezioni nel 2008, ma la Lobby di Repubblica, il Corriere e la Stampa si ostina a parlare di ventennio berlusconiano. È comprensibile che si sia tentato di fare fuori Berlusconi: per la prima volta in Italia è nato un contropotere deciso a fare funzionare la democrazia rappresentativa e a governare cinque anni, come in tutte le democrazie occidentali.

Per eliminare Berlusconi si è creato un nuovo ariete: i magistrati. Erano serviti per fare fuori con una campagna giudiziaria-mediatica i partiti della prima repubblica e i magistrati sono rimasti gli alleati più fedeli della Lobby, mai scalfita da un’indagine e alla quale sono sempre stati serviti su un vassoio di argento avvisi di garanzia e intercettazioni contro destra e sinistra, quando fa comodo agli interessi della Ditta. La Lobby si definisce anglofila, addita l’Inghilterra come modello, ma Murdoch è stato travolto dalle intercettazioni dei suoi tabloid e la polizia inglese adesso vuole anche sapere come il Guardian è entrato in possesso delle intercettazioni di News of the World.

I giornali della Lobby danno all’estero l’immagine dell’Italia e hanno un complesso serraglio di grandi firme, ognuna delle quali ha un diverso referente politico, e ognuna ha il suo posto nell’orchestra: chi strizza l’occhio alla destra postfascista pubblicando quotidianamente qualche dettaglio della storia del fascismo, perché, si sa, niente è più inedito dell’edito, chi fa il paladino della destra liberale e ci ricorda con gli economisti classici messi in soffitta da Schumpeter l’importanza dell’egoismo per il capitalismo, chi si batte il petto disperato perché in Italia, ahimè, non c’è né la destra, né la sinistra e la colpa è tutta dei falsi invalidi, naturalmente. Poi c’è Sartorius che se la prende col sultano, Stella e Rizzo che incalzano contro la Casta (dagli idraulici ai taxisti ai politici) e Magris, ma per Magris basta il nome, no? Tutte quelle figurine Panini che aveva tanto bene descritto Edmondo Berselli. Quante cose aveva capito Edmondo, che qualcuno all’Occidentale considera un nemico: averne di nemici come Edmondo! Aveva capito che Dagospia, da cui oggi attingono a piene mani Mauro, Flebuccio, Marione e le procure – ormai un’appendice di Dago (e chissà quanto si divertirà Cossiga dall’al di là a vedere i magistrati affannarsi a consultare Dagospia, la sua creatura) – era il teatrino più adatto per inquadrare Marchionne, ribattezzato Marpionne, che “gioca certe sue indecifrabili strategie all’interno della famiglia Agnelli, e potendo dà una gomitatina a Montezemolo”.

La debolezza italiana, l’anomalia italiana sta proprio in questa Lobby che impedisce alla politica italiana di comportarsi come quella inglese, francese, tedesca e spagnola, che ultimamente ha riscritto la Costituzione insieme, destra e sinistra. La Lobby sempre indignata con il “Paese”, perché non ci sono gli “Italians”, è riuscita perfino a dare lezioni di patriottismo con i 150 anni sbandierati ogni giorno (signora mia, non c’è più un Cavour! Se ci fosse lui!) per tenere l’Italia sotto e farla diventare il fanalino di coda dell’Occidente, diffamarla, tenerla sospesa, perché, cavolo!, non è l’Inghilterra e gli italiani sono così cialtroni, mafiosi, ladri e puttanieri, a cominciare da Berlusconi, così arcitaliano…. Per questo, non solo Berlusconi, ma anche il centrodestra va abbattuto, la sinistra basta un tozzo di pane per tenerla al guinzaglio.

Questa è l’Italia della Lobby, sbeffeggiata dall’Economist, la Bibbia della Lobby. Davvero ci vorrebbe un Principe, come chiedeva Machiavelli: ci vorrebbe la politica, tutta, di destra e di sinistra, che alzasse la testa e decidesse di riscrivere il patto per l’Italia.. Chissà se la politica italiana riuscirà mai ad alzare la testa e a prendere in mano il destino del paese. Se non lo farà sarà decapitata tutta, perché la Lobby è uno stato nello Stato, un governo ombra con i suoi ministeri e ministri, i suoi ambasciatori, le sue spie, e ha il suo esercito di magistrati che quando vuole e come vuole scaglia contro la destra e la sinistra. Ci sono momenti in cui nella vita di uno Stato la classe politica deve decidere se farsi annientare o alzare la testa e decidere se è capace di esistere. È il caso di dirlo: se non ora, quando?

MA LA LEGGE E’ VERAMENTE UGUALE PER TUTTI ?

Non posso fare a meno di fare una riflessione sulla recente vicenda che ha tenuto banco nel nostro paese: l’autorizzazione all’arresto di Papa. Per carità, chi sbaglia deve pagare. È un principio costituzionale e di civiltà che non può essere in alcun modo contestato. Ma, mi domando per l’ennesima volta: è questo il modo corretto di procedere nei confronti di chi rappresenta o dovrebbe rappresentare il popolo italiano? Mi spiego (seppure troppo spesso l’abbia già fatto da queste pagine). È vero che i cittadini sono tutti uguali dinanzi alla legge. Ed è vero che chi commette un reato deve pagare. Ma, l’uguaglianza e la retribuzione penale se possono essere considerati principi supremi inderogabili devono comunque essere calati nel contesto. La cieca giustizia è ingiustizia. Come lo è l’atteggiamento forcaiolo e rabbioso di tutti coloro che in un modo o nell’altro, ottenebrati dall’odio politico o anche semplicemente da un moralismo ridicolo e puerile, vedono in una qualsivoglia indagine penale, la sentenza di condanna senz’appello. Abbiamo impiegato secoli per costruire una giustizia, equa, umana e vicina ai cittadini, una giustizia sottoposta al controllo del popolo e non già promanazione del potere dominate o autonoma rispetto alle strutture democratiche, eppure oggi la stiamo demolendo, rendendola espressione di un potere autocratico e auto legittimante. Capace finanche di decidere chi ci deve governare e chi non. Certo, è anche vero che qualcuno potrebbe obiettare che se un governante non commette reati ed è onesto non avrà mai nulla da temere. Rispondo: e chi ci garantisce che quel governante, pur non commettendo reati, poi non possa essere comunque indagato, processato e condannato?

È un dilemma che non è facilmente risolvibile con il ragionamento troppo semplicistico del «se si è onesti non si ha nulla da temere». Questo è un concetto di comodo. È il concetto di chi si ferma solamente alla superficie delle cose, ai ragionamenti semplicistici del bianco e del nero, del male e del bene. E il concetto di chi si aggrappa tenacemente ai Savonarola di turno, agli Eymerich e ai Torquemada o ai Bellarmino, ai cappi al collo, ai piazzali Loreto, alle monetine e all’odio veemente e troppo spesso dettato dal pregiudizio (politico). È la più pericolosa delle subdole fregature, perché ogni giorno, tramite essa, barattiamo la nostra libertà politica per un giustizialismo militante, autocratico, intoccabile e non controllabile dai veri detentori del potere: i cittadini. Perché è la porta attraverso la quale è entrato il fascismo, il nazismo, il comunismo , tutte le dittature peggiori, con i loro “ caposcala”, con le loro “ Gestapo”, con le loro Stasi e le loro KGB. Perché quella frase imbecille e vile è un piano inclinato che sai da dove parte ma non sai dove può portarti. E allora qual è la risposta? La risposta è «equilibrio». La democrazia è equilibrio; un equilibrio nel quale è il popolo l’ago della bilancia: il dispensatore della giustizia. Ecco perché quando l’architettura democratica è solida, l’interazione tra giustizia e politica è frutto di un limite e di un rispetto reciproco che purtroppo (però) nel nostro paese è letteralmente scomparso (v. art. 68 Cost.). Il risultato è quello che si vede oggi: un paese nel quale la distruzione sistematica dell’azione politica è condotta non già tramite il dissenso politico e il confronto democratico, ma attraverso l’azione giudiziaria. State adorando il vostro futuro carnefice, state facendo rientrare la dittatura, state alimentando un mostro e non ve ne rendete conto…

RIFLETTIAMO SULLE INTERCETTAZIONI

Vorrei riflettere sulle ultime notizie che riguardano le intercettazioni telefoniche e ambientali. Qual è la funzione di questo (sicuramente) fondamentale mezzo di ricerca della prova ? Chi ha mai aperto o per lavoro o per studio un codice di procedura penale, o ha letto qualche autorevole monografia sa bene che la loro funzione non è certo quella di ledere la dignità delle persone o di metterle alla berlina mediatica, ovvero – che è peggio – di condannarle ancor prima che un processo (vero) venga eventualmente incardinato. La loro è una funzione delicata, e spesso residuale: aiutare l’investigatore (il PM) a confermare un’ipotesi di reato, che comunque è già sostenuta da altri elementi probatori. Le intercettazioni richiedono particolari (e rigidi) requisiti, e il loro utilizzo non dovrebbe mai essere pubblicizzato, né dovrebbe mai esserne pubblicizzato il contenuto. Invece oggi nella nostra «civiltà» giuridica, dove la dignità, la riservatezza e i diritti fondamentali delle persone dovrebbero essere tutelati con una certa rigidezza ( esiste ancora l’articolo 15 della Costituzione ?) anche perché spesso – nel processo penale – sono l’espressione speculare del diritto di difesa e del principio dell’innocenza fino a sentenza definitiva (entrambi diritti costituzionalmente garantiti), pare prevalga il cosiddetto diritto all’informazione. Quasi che il diritto a essere informati sia un diritto costituzionalmente più pregnante e più importante del princìpii giuridici che tutelano la dignità delle persone!

Direi che è inconcepibile! Il diritto all’informazione e il diritto alla libertà di stampa (che è presupposto e conseguenza del primo) sono sì diritti importanti, che trovano la loro giustificazione nella carta fondamentale, ma non lo sono fino al sacrificio acritico, irriguardoso, diffamante (e troppo spesso strumentalmente anticipatorio di una condanna giuridica che non necessariamente deve verificarsi) del diritto alla dignità delle persone, del diritto alla riservatezza, e del diritto a essere considerati innocenti fino a sentenza definitiva.

In altre parole ci sono dei limiti oggettivi al diritto all’informazione e alla libertà di stampa, che nella pubblicazione delle intercettazioni (soprattutto di quelle irrilevanti ai fini delle indagini), vengono frequentemente superati, violati, elusi e calpestati. Un po’ perché le intercettazioni non costituiscono naturalmente elementi di prova in un processo (la prova si forma nel processo, nel contraddittorio tra le parti, e non fuori, come nel caso delle intercettazioni!), e un po’ perché la loro pubblicazione spesso viene attuata in modo strumentale (con finalità che sono ben diverse dalla riaffermazione della giustizia), poiché non tiene conto di quei fondamentali e ineludibili elementi che caratterizzano il tono dei discorsi umani, non riproducibile su carta, e la cui povertà può determinare significati diversi e spesso contrari a quelli realmente attribuiti dai colloquianti intercettati. Ma chiaramente è un discorso complesso, e certo non basta un post in un blog per esaurirlo. Quello che però qui mi meraviglia è l’opposizione dei Magistrati a una loro riforma, quanto meno nei limiti del divieto di pubblicazione. A tal proposito mi sovviene ricordare che il Pubblico Ministero, nel procedimento penale italiano non è la semplice accusa (la figura che sostiene la responsabilità penale dell’imputato sempre e comunque). Egli riveste anche il ruolo di «promotore di giustizia». Ciò significa che quando acquisisce elementi a favore dell’imputato/indagato, ha l’obbligo e il dovere di utilizzarli, anche per richiedere l’archiviazione del procedimento o addirittura il proscioglimento dell’imputato. Tale principio, sancito nel nostro codice di procedura, può (e deve) essere esteso alla tutela della dignità dell’indagato e alla tutela della sua riservatezza, e alla tutela del principio costituzionalmente garantito della innocenza fino a sentenza definitiva. Ergo, il PM dovrebbe essere la prima figura istituzionale che deve impedire che le intercettazioni siano strumentalizzate e/o diventino oggetto di pubblicazione giornalistica, proprio perché egli è consapevole che un’indagine penale, un’ipotesi di reato non è una condanna, ma solo un mezzo per ricercare elementi che confermino o escludano la responsabilità penale dell’indagato. Negarlo, è negare la funzione stessa del Pubblico Ministero, ed è negare la giustizia. Quella vera.

È davvero singolare: mentre la speculazione internazionale non sembra ancora paga dei provvedimenti assunti dal Governo, mentre tutta Europa sembra vicina a una nuova crisi della sua credibilità e della sua moneta – una moneta senza una testa politica e senza un futuro se non vorremo tornare a pensare seriamente a noi e al nostro continente frazionato in tanti Paesi anacronistici e troppo piccoli per reggere alla competizione – intere testate giornalistiche si dedicano alla "fuga di Berlusconi" dai giudici partenopei. Sui Tg3 non di parla d'altro, e si susseguono commenti imbecilli, secondo i quali risulterebbe evidente la prevalente, enorme importanza delle indagini-gossip napoletane rispetto alla crisi internazionale, ed alla necessità urgente e pressante di sostenere l'immagine e la politica economica del nostro Paese all'estero per evitare altri danni.

Indubbiamente abbiamo a che fare con commentatori dementi, ma è l'intero Paese che sprofonda nella stessa demenza, adeguandosi allo stile e all'andazzo. E nel caso auspicabile che sia vera la prima ipotesi, fino che punto dovremo tollerare che intere reti televisive pagate col denaro dei cittadini lavorino con tanto accanimento contro il Paese, magari pilotate da gruppi specialisti nelle macchinazioni politiche senza che alcuno intervenga in difesa della Paese e della sua immagine?

È in giorni come questo che i cittadini possono rendersi conto di quanto essenziale – e non certo secondario rispetto alle questioni di carattere esclusivamente economico – sia il problema della Giustizia in Italia. Un Paese nel quale questioni che a quanto pare non hanno, per il premier, alcuna rilevanza penale diventano uno strumento per bloccarne comunque l'attività e per squalificarne a priori l'operato. Senza che nessuno, o quasi, trovi nulla da ridire. Specie quella specie di sepolcro imbiancato che pur essendo il Capo della Magistratura se ne sbatte altamente che l’Italia abbia la giustizia degna di un Paese del quarto mondo. Egli altro non è che un elegante maggiordomo di quella gaglioffa lobby di cui parlo nel pezzo di apertura del numero di oggi.



Roma 19 settembre ’11

Gaetano Immè

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