Gaetano Immè

Gaetano Immè

martedì 27 settembre 2011

RISPOSTA AL PROFESSOR GALLI DELLA LOGGIA


Ernesto Galli Della Loggia, grande professore ed editorialista del Corriere della Sera che ieri nel mio blog avevo un poco trascurato, oltre che la canzone “ Ernesto, fa presto, non posso più aspettar..!!” cantata dal famoso Trio Lescano, con il suo aplomb , con la seriosità con cui scrive sul giornale di quei poteri forti (che pretendono di prendere il potere sul Paese eliminando chi glielo impedisce democraticamente) mi ricorda un’altra famosa canzone degli anni passati, quella “ E Pippo, Pippo non lo sa, ma quando passa ride tutta la città!! Si crede bello, come un Apollo e sorride come un pollo!” Definito dissacrativamente da Bettino Craxi come “ l’intellettuale dei miei stivali”, EGdL resta nel campo degli “ scarpari” essendo oggi a libro retribuzione ( libro paga è volgare ! ) del Corriere della Sera di Della Valle, sempre di uno scarparo si tratta. La sua sconfinata cultura politologica infatti si limita a seguire l’andazzo di una Repubblica, di un Vendola, di un Di Pietro, di un P.D., di una Bindi: ribaltare il governo quello eletto dai cittadini per piazzarci, con la cortese complicità di Napolitano, uno qualsiasi purché composto da loro fidati famigli. Quello che dicono tutti gli altri, quello ripete Galli della Loggia. Insomma come una comare pettegola, anche Galli della Loggia ripete “ il sentito dire”, cerca di imbellettarlo con la carta del Corriere della Sera ma il suo sforzo mistificatore alla fine precipita nel ridicolo più assoluto . Per due semplici motivi che vi spiego.

In primo luogo, perché , qualora – come gufa il “ nostro” – venisse meno Berlusconi, per qualsivoglia causa, non scompare certo l’area elettorale del suo consenso. Il grande politologo si limita a fare scomparire qualcosa come venti milioni di italiani che votano PdL. Neanche se lo pone il problema vero che è: se venisse meno Berlusconi, cosa accadrebbe alla sua maggioritaria area di consenso? Forse il “ nostro” ha confuso Berlusconi ed il PdL con Martinazzoli, la vecchia DC e gente come Rosi Bindi. Quella parte dell’elettorato che ha votato dal 1994 in poi sempre per il PdL considera le ricette della sinistra stucchevoli ed esiziali per il Paese e mai darà il voto a costoro.

In secondo luogo , leggo con stupore che Galli Della Loggia scrive che “ anche i suoi dicono male di Berlusconi e vorrebbero che se ne andasse “. E il Principe degli editorialisti, il grande politologo del Corriere della Sera i che fa ? Si fa portavoce delle maldicenze, come un portiere degli anni cinquanta . Sta tutta qui la sua critica politologica e la sua sapienza storica? Se quei signori non osano dire in faccia a Berlusconi che se ne deve andare, non potrebbe per caso essere che questo è contro i loro interessi e di gran lunga al di là dei loro poteri? Se sono privi di consenso personale perché dovrebbero spegnere il motore che li tiene in aria? Si lasciano andare al piacere della maldicenza come comari, è vero: ma non sono i soli, perché chi spaccia per verità i loro miasmi pettegoli è un millantatore.

Non tutti disponiamo della preveggenza dell’editorialista del “Corriere”. Ma considero sbagliata la sua analisi. Non ci vuole molto tempo per svergognarlo. Basta osservare che se fosse vero quanto lui sostiene ( che fino ad ora le decisioni sono state prese solo “dal capo e dai suoi fidi”) come mai non sono state fatte le leggi e le riforme che avrebbero messo lui e tutti noi al riparo dagli abusi della magistratura? L’opposizione, continua della Loggia nelle sue maldicenze da portineria, accusa Berlusconi di avere fatto solo leggi ad personam: e come mai, di grazia, come mai non avrebbe varato quelle che l’avrebbero fatto vivere in pace definitivamente, come si otterrebbe – solo per dirne una, solo per ricordare al grande editorialista un problema vero – ripristinando l’art.68 della Costituzione com’era prima del 1993?

Galli Della Loggia scrive che “la storia ha voluto prendersi la vendetta di questa bizzarra anomalia”. Forse il nostro sta ancora sognando e non si è accorto che Silvio Berlusconi è ancora il Primo Ministro, che non se n’è andato via, che il Governo conta su una maggioranza parlamentare sempre solida ed accertata più volte, che i sogni finiscono all’alba e che la storia potrebbe invece vendicarsi di chi non guarda ai fatti. Se poi qualcuno, con la smania del primo della classe, come certi editorialisti del Corriere della Sera, dà per avvenuto un fatto che non si è ancora verificato, cade nel ridicolo. Anche se si esprime in modo pomposo, saccente ed arrogantemente ultimativo. Bettino Craxi definiva Galli della Loggia, come dicevo, “l’intellettuale dei miei stivali”. Che avesse  ragione?


PARLIAMO DI SOLUZIONI PER L’ARTICOLO 18 DELLO STATUTO DEI LAVORATORI

Qualche anno fa (nel 2000) venne proposto un referendum per abrogare l’art. 18. Il referendum fallì e la norma si salvò. E dire che – così come è formulata – ha contribuito non poco all’incremento del lavoro irregolare , del sommerso e dell’evasione fiscale e contributiva. Poiché, per chi non lo sapesse, l’art. 18 di fatto «blinda» il posto di lavoro e obbliga il datore di lavoro che licenzia senza giusta causa o giustificato motivo a reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro.

La norma di per sé è fondamentale, e personalmente non ritengo saggia una sua totale abrogazione. Tra una tutela eccessiva e l’assenza di qualsiasi tutela, c’è sempre la strada di mezzo, adeguata ai tempi che cambiano e al contesto economico e sociale in cui si vive. Pretendere pertanto una legislazione di tutela rigida e immutabile come quella difesa dalla CGIL, è attaccarsi pervicacemente a una visione ideologica del lavoro; visione decisamente anacronistica e antistorica Nello stesso tempo , però, chiedere un completo riordino delle tutele sociali (anche attraverso una possibile deroga nella contrattazione aziendale) potrebbe produrre effetti peggiori per l’economia e l’occupazione, poiché il precariato la farebbe da padrone e verrebbe meno la sicurezza economica: ergo minori consumi e più (insano) risparmio. Ecco dunque che sarebbe opportuno valutare una via di mezzo.Ma prima di parlarne dobbiamo tenere presente che in sé questo articolo 18 non ha una formulazione malvagia. Il problema primario infatti non sta tanto nell’obbligo del datore di lavoro di riassumere il lavoratore ingiustamente licenziato, quanto nella definizione di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo su cui ruota l’obbligo di reintegrazione. La giurisprudenza lavoristica, via via, ha talmente ampliato i concetti di licenziamento senza giusta causa e/o giustificato motivo, che oggi è facile per il lavoratore ottenere il reintegro nel posto di lavoro. Soprattutto nei settori dove la legislazione sulle tutele nel lavoro è rigidamente applicata e contemporaneamente sono bassi i livelli di efficienza, competenza e operatività dei lavoratori, come nel settore pubblico.

Se dunque non è opportuno né conveniente cancellare l’art. 18, è comunque necessario rivederlo e adeguarlo ai tempi moderni.

Come? Le soluzioni sono diverse.

Sarebbe per prima cosa opportuno che il legislatore, ancor prima che la giurisprudenza, definisse meglio questi due concetti giuridici ( mancanza di giusta causa e o mancanza di giustificato motivo ), affinché il giudice non abbia grandi spazi di manovra quando deve decidere sull’applicazione della norma. Di fatto, sarebbe opportuno che si rendessero tassativi i casi di giusta causa e giustificato motivo, o venissero comunque fissati dei criteri più restrittivi per definirli in rapporto al caso concreto.

Diversamente, anche l’abolizione dell’obbligo non sarebbe una cattiva soluzione, se il lavoratore comunque venisse adeguatamente rimborsato. Perciò, ipotizzando la possibilità di scelta del datore all’esito del processo a lui non favorevole di reintegrare il lavoratore oppure no, in tal ultimo caso, il datore di lavoro dovrebbe pagare una somma sostanziosa , ben oltre le 15 mensilità previste dalla norma, nel caso però in cui sia il lavoratore a non scegliere la reintegrazione. In altre parole, la disposizione potrebbe essere formulata nel seguente modo: se a scegliere la non reintegrazione è il datore di lavoro, egli dovrà ristorare il lavoratore con una somma pari a 24 mensilità. Se invece a scegliere di non essere reintegrato è il lavoratore, la somma dovrà essere pari a 12 mensilità.

Inoltre incrementerei anche il tetto per l’applicazione della norma, lasciando invariato quello per le imprese agricole a 50 dipendenti. Forse oggi sarebbe opportuno fissare il limite per le aziende diverse da quelle agricole a un tetto di 30 dipendenti.

Vi chiederete, ma per i datori di lavoro che hanno meno di 15 dipendenti (se imprenditori commerciali) e 50 dipendenti (se imprenditori agricoli) si applica o no l’art. 18? La risposa è no. Non si applica. Ma questo non vuol dire che i lavoratori non siano tutelati. Solo che la loro tutela non è reale (cioè con l’obbligo di reintegro), ma obbligatoria, secondo l’art. 2 della legge 108 del 1990. Di fatto, il datore di lavoro può scegliere se riassumere il lavoratore entro 3 giorni, oppure pagare un’indennità che va da un minimo di 2,5 mensilità a un massimo di 6 mensilità. I giuslavoristi parlano di una tutela più blanda. Forse. Ma certamente più rispondente ai tempi moderni.


MA CHI SONO QUESTI FALSI PURITANI

Non è un assillo della Chiesa e del Vaticano quello di abbattere il Governo in carica per motivi etici che attengono alla disinvoltura con la quale Silvio Berlusconi magheggia con le donne. Sono tre anni che una tale campagna è in atto da parte della sinistra politica con la collaborazione interessata dei “poteri forti” utilizzando, come arma contundente , come pistola fumante, come killer prezzolato, la Magistratura. Per sinistra politica, Magistratura e poteri forti abbattere Silvio Berlusconi , magari con metodi meschini, è il loro vero problema che resta irrisolto dal 1994 ad oggi. Certo i componenti di questa “ banda di gaglioffi golpisti” fanno finta di essere fedeli cristiani ed anche bacchettoni moralisti, dopo una intera vita passata ad esaltare il sesso libero e il relativismo culturale . Non vedo cos’altro possono fare e dire gli ecclesiali se non ribadire che certe cosette non si fanno e , se proprio si devono fare, emendarsene con la confessione e con la penitenza e risponderne dunque alla propria fede, alla propria coscienza. Ma è semplicemente ridicolo che a portare la bandiera papalina di tali stili di vita di stampo grettamente cattolico siano oggi coloro che hanno voluto bandire il preservativo, coloro che hanno inneggiato al libero amore in libero stato, coloro che inneggiano all’aborto facile , alla selezione eugenetica di bimbi costruiti in magazzino invece che attesi per madre natura, coloro che partecipano ad una quantità industriale di “ marce” per l’abolizione della pena di morte ma che non si rendono conto che ignorare l’aiuto alla madre incinta invogliandola al solo aborto non è altro che una “ pena di morte”.



Roma martedì 27 settembre 2011

Gaetano Immè

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