Gaetano Immè

Gaetano Immè

martedì 11 ottobre 2011

PICCOLI UOMINI, GRANDI CONSIGLI


Fini e Scajola, il duo delle meraviglie” altro che “ Riva-Rivera “ degli anni settanta , fortunatamente per l’Italia contate quasi niente, altrimenti la nostra credibilità all’estero sarebbe seriamente e definitivamente compromessa e sai i rating e sai lo spread. Siete solo dei cattivi maestri del nulla, andate a nascondervi nell’ombra come ogni Giuda o Bruto che si rispetti, il tempo ( forse lo sapete ) è la migliore medicina, come la lontananza, che è come il vento e che fa dimenticare chi non si ama e chi non conta nulla. Come voi due..Siete talmente ridicoli da suscitare in me una infantile forma di tenerezza che non sentivo da quando i miei due figli erano bambini ed iniziavano a scimmiottare i grandi, proprio come fate voi .

Scajola era pure un Ministro e aveva, da fervente cristiano, una fede ferrea: credeva che le case le donasse Gesù Bambino, gratis. E non appena gli si presentò l’occasione, devotamente inginocchiato, si propose per beneficiare del dono divino. E quando poi gli umani gli chiesero come avesse pagato quel quartierino romano a due passi dal Colosseo, non se la sentì di confessare ai miscredenti umani di averla avuta in dono dal Figlio di Dio e rispose, bagnascamente parlando, di non sapere chi glielo avesse pagato e per dare forza contundente all'affermazione aggiunse che una volta scoperto l’incauto benefattore lo avrebbe addirittura denunciato. L’ignara anziana venditrice, che invece aveva incassato un bel mucchietto di milioni di Euro dalle mani di questi benefattori che di Divino non avevano proprio niente, se non la prontezza nel fare emettere dalla Banca assegni circolari intestati alla venditrice di importi inimmaginabili per noi poveri laici rispettosi, fu colta da malore sentendosi minacciata dal “ Pio ( nel senso romano di “ pjo, acchiappo tutto quello che me regalate ”) di Oneglia “ di aver compiuto un reato avendo concorso in quell’incauto beneficio.Ora dopo la fase miracolistica da santuario, Scajola pare  abbia avuto , come fosse passato per i Pirenei del Sud Ovest della Francia, dalle parti di Lourdes, la “ visione di D’Alema che , quale Sibilla “ alle orecchiette alle cime di rapa” , preconizzava la scossa “ , si è sentito “ un unto “ – come la toscanaccia “ fetta unta” - e vada così teorizzando un nuovo modo di agire politico: “la scossa”. Non quella dei fantini del Palio di Siena, ma quella degli arraffoni democristiani per di più anche liguri.

L’altro, il Fini in Tulliani , di case rubate ai proprietari e poi fraudolentemente svendute sottocosto ai suoi famigli se ne intende, come anche di vendite a compagnie panamensi o caraibiche , insomma a società sempre e rigorosamente off shore, molto di più di quanto conosca la Costituzione italiana. Occupa infatti , proditoriamente ed anticostituzionalmente, sbeffeggiando così un Capo dello Stato impotente e silente , una poltrona dove per essere nominato ci vogliono molto consensi. Per acchiappare quella carica , si narra che un tempo i necessari consensi li abbia trovati genuflettendosi , implorante e questuante, davanti a quelli che frequentava da oltre un decennio, gentaccia rozza intendiamoci, una caterva irriguardosa di puzzolenti longobardi guidati da un Liutprando di Ponte di Legno, una consorteria “ tutta soperchieria , tutta menzogna, ove ognuno è più ricco di un cencioso “ ma un esercito senza gli scrupoli ipocriti dei cattocomunismi, gente – diciamo la verità - che lo aveva tirato fuori dalla fogna nella quale era costretto a vivere fin dalla sua nascita, come una creatura di Victor Hugo, gente che lo aveva anche ripulito e che ne aveva fatto, insomma, sempre un topo di fogna , ma almeno ripulito. Poi, folgorato dalla minigonna pelo fica di una pulzella storicamente molto propensa a soddisfare , per tornaconto proprio e familiare, le voglie umane di anziani purché arricchiti anche se condannati penalmente , gli fu imposto dalla sua “ padrona” e dal sordo rancore contro chi osasse ricordare la storia di tale Elisabetta, di far crescere le fila degli oppositori dei suoi salvatori ed anche lui fu inserito nel coro dei devoti cantori dello “scandalo” e dei teorizzatore del “passo indietro”. Anche costui non ha avuto fortuna perché è finito rovinato, gli sono rimasti quattro portaborse a fargli da reggicoda ed è finito a fare la ruota di scorta di un peccaminoso figlio della Chiesa, un noto portaborse di Basaglia e di Forlani, che va predicando sia la devozione papale – ma convive senza matrimonio con una ricca progenie di razza padrona - sia l’esistenza di un terzo polo , quando da Copernico in poi è noto, nella Chiesa cattolica, che di poli ne esistono solo due.

Volevo ricordare ai due , in truffaldina società come “ il gatto e la volpe” della canzone di Bennato, che solo allocchi come Pinocchio potevano credere che i soldi nascessero sugli alberi, come le pere. Anche questi due ridicoli maestrini del nulla  ancora non hanno capito che prima si conquistano i consensi e poi si può chiedere di governare un Paese.

LA PAURA FA CENTOOTTANTA

Il P.D. è sconvolto dalla paura delle elezioni , specie fra i veltroniani che, in caso di elezioni anticipate, non avrebbero il tempo e i mezzi per mettere su una campagna elettorale degna di essere chiamata tale. Nel 2008 Veltroni e il suo neonato Partito democratico hanno sancito uno spartiacque epocale nella storia della sinistra italiana. Non era previsto, però, che il partito di Veltroni avrebbe avuto un risultato sull'orlo del risibile visti gli ingenti investimenti in persone e denaro che erano stati messi sul tavolo per battere Berlusconi. Alla fine, come in ogni partito che si "rispetti", il peso della sconfitta è ricaduto solo su chi aveva tentato il colpaccio. Ed ecco che Veltroni è stato additato,specie da D’Alema, come l'artefice di un clamoroso flop del nuovo soggetto politico del centro sinistra. All'indomani dell'elezione dei parlamentari ( molti veltroniani ovviamente) scelti rigorosamente a tavolino nel rispetto del tanto vituperato "porcellum" delle liste chiuse e compilate nelle segrete stanze delle segreterie di partito ( che coerenza, Bersani!), le cose sono cambiate radicalmente, ed è iniziata la sotterranea lotta al Walter. Soprattutto in vista di un'eventuale modifica della legge e della, ancora più vicina, eventualità di elezioni anticipate, i veltroniani sono coscienti che usciranno, per la gran parte dalle stanze del Potere, per tornare ad essere degli illustri ignoti della politica della strada e dei Circoli democratici. A richiamare all'ordine Veltroni, a metterlo dietro la lavagna , ci ha pensato ieri un suo collega senatore, in risposta alla proposta di Veltroni di aprire una fase di passaggio con un governo di transizione, per poi arrivare a nuove elezioni in un clima di ritrovata democrazia. "So benissimo che la prerogativa di sciogliere le Camere spetta al presidente della Repubblica ma sono assolutamente convinto che in questo Parlamento non ci sono i margini minimi per una svolta".

Lo dice Nicola Latorre, vicepresidente del Gruppo Pd al Senato, in un'intervista all'Unità. "Con il rispetto e la gratitudine dovuti a uno dei fondatori del Pd come Veltroni che evoca un governo alla Ciampi", ha aggiunto, "ricordo che l'elemento fondamentale che caratterizzò quell'esecutivo fu la ricostruzione di un patto sociale, l'elemento forte fu l'accordo del '93. Mi chiedo, allora, per fare solo un esempio: un'ipotesi di governo di transizione, in questo Parlamento avrebbe la maggioranza per abrogare immediatamente, come primo atto, l'articolo 8 della manovra?". La verità è che il Partito democratico non sarebbe pronto ad andare a elezioni anticipate, soprattutto perché al suo interno non c'è ancora una linea politica ben definita, che chiarisca una volta per tutte da che parte sta tutto il partito.

Ma la verità, l'unica per ora non confutabile, è che la leadership di Pier Luigi Bersani è messa in discussione, da Veltroni, dalla Bindi e da Parisi, per paura dell'alleanza a sinistra, che li potrebbe mettere in "imbarazzo".


UN PRIGIONIERO POLITICO, COME A TEHERAN.

Prigioniero politico. Alfonso Papa, il deputato su cui la Camera ha votato per l'autorizzazione a procedere (complice la Lega, ndr), ormai non ha motivo per rimanere in carcere. A parte che ancora non è stato definito in maniera puntuale il capo d'accusa per il quale è detenuto, la cosa che più fa indignare, è la completa mancanza di rispetto per la persona, il parlamentare e la Giustizia in genere. Fino a condanna definitiva, Alfonso Papa è ancora un Deputato della Repubblica, quindi meritevole, fino a prova contraria, del rispetto dovuto a chi ricopre incarichi di rappresentanza così alti nelle Istituzioni. In secondo luogo, l'atteggiamento dei pm napoletani ha tutto il sapore di una caccia senza quartiere al "nemico" politico. Papa ha reso noto inoltre di aver denunciato alla procura di Roma i pm napoletani che indagano su di lui. "Estorsioni, queste sì, vere e proprie nei confronti di un parlamentare sottoposto a custodia cautelare, presunto innocente, che si protesta innocente e rispetto al quale dovrebbe ripugnare a un magistrato serio la sola idea di attuare minacce o pressioni".È l'accusa che Papa, ha mosso ai pm napoletani in una lettera consegnata all'on. Silvano Moffa. Minacce e pressioni, aggiunge, "tendenti a barattare la libertà con compiacenti confessioni di cose false". Aspettiamo gli eventi nel merito, ma intanto, come per Silvio Scaglia, urliamo min faccia a questa Magistratura Napoletana: perché Papa è ancora in carcere? E perché Tedesco è libero?

PANEBIANCO E LE FALSE PREMESSE

Angelo Panebianco è un editorialista che merita la nostra stima. È pacato, è ragionevole, ciò che scrive è quanto meno plausibile se non del tutto condivisibile. Anche l’articolo di domenica scorsa non fa eccezione. Purtroppo sono discutibili le premesse. E da premesse infondate e false si ricavano solo conclusioni invalide. Come dicevano i romani, ex falso quodlibet, dal falso si può dedurre qualunque cosa. E se il “falso” di Panebianco appare , per essere buoni, in buona fede le sue evidenze sono assai discutibili.

Per cominciare, riguardo al referendum sulla legge elettorale, può darsi che ci si stia bagnando prima che piova. Il parere pressoché unanime dei maggiori costituzionalisti è che esso sia inammissibile, secondo tutta la giurisprudenza. Parlarne come di una certezza, se pure dopo avere accennato al giudizio della Consulta, è dunque fuor di luogo. Ma andiamo alle affermazioni più pregnanti. “Sappiamo che al governo non conviene il referendum”, scrive Panebianco. Ed è vero. Ma non è tutta la verità. Il referendum non conviene al Pdl, che è il maggior partito di centro-destra, perché vincendo perderebbe il vantaggio del premio di maggioranza; e non conviene al Pd, che è il maggior partito di centro-sinistra, perché vincendo perderebbe il vantaggio del premio di maggioranza. Ecco perché - al contrario di Di Pietro e di Vendola , che ne beneficerebbero - è stato così tiepido al momento di promuoverlo. Se alla fine il Pd si è piegato a sostenere l’iniziativa, è stato per ragioni di decenza: perché per anni ha sparato a zero su una legge che pure ha permesso a Prodi di non avere problemi alla Camera dei Deputati, con solo sei decimillesimi (0,06%) di voti in più rispetto al centro-destra ( 24.000 voti di maggioranza sui milioni di votanti, provare per credere). Il sì al referendum danneggerebbe il Pd almeno quanto il Pdl. Ed anzi, se si pensa che è dato per vincente alle prossime elezioni, il Pd più del Pdl.“L'insofferenza per l'attuale sistema elettorale è talmente diffusa nel Paese che la vittoria del «sì» sarebbe molto probabile”, scrive Panebianco. Perfetto. Ma è solo una colossale puttanata , un’insofferenza creata ad arte e dunque artificiale, alimentata da una campagna politica che dura da anni, costante e martellante. Si è voluto creare, nella nazione, l’idea falsa che una nuova legge elettorale chissà che cosa risolverebbe. Tanto che varrebbe la pena di buttare giù l’attuale governo e crearne uno diverso esclusivamente per varare una nuova legge. Ma non solo questo non è vero per nessuna legge elettorale (sono tutte necessariamente imperfette), ma addirittura nel caso concreto non esiste nemmeno un progetto unico e salvifico delle opposizioni. Non è un caso se la legge non è stata modificata neanche dall’ultimo governo Prodi.“La vittoria dei sì sarebbe un'altra sberla (forse definitiva) per il governo e la maggioranza, arroccati nella difesa dell'indifendibile”. Primo, caro sommo editorialista , che questa legge sia indifendibile, come scrivi e dici, fa parte di quella campagna costante e martellante di cui si diceva: in realtà la si è voluta com’è per eliminare l’instabilità dei governi e il voto di scambio. Secondo, non si vede perché definitiva, dal momento che i governi cadono solo quando c’è un voto di sfiducia. Terzo, sarebbe una sberla per il PdL ma anche e soprattutto per il Pd.

Dunque, la vera scelta sarà fra elezioni anticipate (ammesso che il presidente della Repubblica le conceda) e una nuova legge elettorale”. A Panebianco! Ma che stai a dì ! Il “dunque” è invece tutto da dimostrare. Dove sta scritto che il governo, pur di evitare la vittoria del sì al referendum, dovrebbe o votare una nuova legge elettorale o dimettersi e andare a nuove elezioni? Questi sono solo i desideri dell’opposizione e forse dell’editorialista, ma da Panebianco mi sarei aspettato più rispetto per il lettore e meno servilismo per chi giuda il guinzaglio che gli cinge il collo della sua intelligenza.Panebianco poi, ipotizzando un accordo tra Pdl e Udc, afferma che Casini “ha bisogno, per mettere in soffitta il bipolarismo, di eliminare il premio di maggioranza”. Ma questa è precisamente la ragione per la quale il referendum non piace né al Pdl né al Pd. E perché, caro Panebianco, la proposta dovrebbe divenire appetibile, se la fa Casini?Ma che stai a di?

Il sistema elettorale suggerito da Panebianco non è sbagliato, o non più di altri. È la premessa della necessità di una nuova legge elettorale, ad essere sbagliata. I dati di fatto sono molto più semplici e lineari: i governi cadono solo a causa di un voto di sfiduciain Parlamento, non per un editoriale sul Corriere della Sera o su Repubblica. E, carissimo Panebianco ed idee molto scure, se non c’è il voto di sfiducia, questo esecutivo arriva al 2013. Come vuole la democrazia e la nostra Costituzione. Se si sopprime il premio di maggioranza, la nuova norma danneggerà in primo luogo la “ governabilità” del Paese e dunque i due partiti che hanno la maggioranza relativa ciascuno nel proprio campo, il Pdl e il Pd, ma non nella stessa misura. Dal momento che il Pd è dato vincente, questo partito ne sarebbe danneggiato nelle elezioni del 2013 (o prima); mentre il Pdl ne potrebbe essere danneggiato nel 2018, quando Berlusconi, se sarà vivo, avrà ottantadue anni e il quadro politico sarà comunque completamente cambiato. Quoque tu Panebianco, fili mihi?

MA NON BASTANO LE DICHIARAZIONI DI CONSO E DI CIAMPI E DI SCALFARO?

Frugando nella propria memoria di pentito a piccole e bassotte rate mensili , Giovanni Brusca ha precisato la cronologia della presunta trattativa fra la disonorata società e lo Stato disonorato: prima non lo rammentava, ma adesso, pensandoci bene, il suo capo, l’altro disonorato Totò Riina, gli disse che lo Stato “si era fatto sotto” dopo l’assassinio di Giovanni Falcone e prima di quello di Paolo Borsellino. Correva dunque l’anno 1992, il mese di maggio. Fosse per me, uno che fa il collaboratore a piccole rate mensili , raccontando le cose a distanza di decenni, già avrebbe perso ogni beneficio. Le parole di Brusca peraltro non fanno che confermare il modo in cui noi sosteniamo che quelle tristi vicende si siano svolte , smentendo
l’omertà istituzionalizzata di chi si ostina a non prendere atto della realtà: se trattativa ci fu, iniziò, si sviluppò e si concluse durante il governo di Carlo Azelio Ciampi. Sempre Brusca, deponendo ieri al processo contro Mario Mori ( e già questo dovrebbe indurre tristezza: il mafioso che parla e il carabiniere sul banco degli imputati), ha aggiunto che fu Gaspare Spatuzza a raccontargli dell’attentato allo stadio Olimpico, nel quale sarebbero dovuti morire moltissimi carabinieri, in modo da consumare la vendetta mafiosa contro l’Arma, che non aveva rispettato i patti. Quali patti? Non lo dice mai nessuno. Ma facciamo finta di ragionarne: siccome la mafia era stata tradita ( promesse, d’ora in poi, non da marinaio ma da carabiniere) ecco che la mafia s’incazza e decide la strage. Ma il radiocomando non ti fa cilecca? Mannaggia, ma ti rendi conto che figura di merda per l’onorata società? Allora che fa la mafia ? Rimanda per caso di una settimana, per la partita successiva? Sposta l’esplosivo in modo che sia devastante, da un’altra parte? No, la mafia ci rinuncia, punto e basta. Si sono demoralizzati, i mafiosi hanno avuto una botta di depressione, gli è passata la voglia, preferiscono andare da qualche strizzacervello per curarsi. Insomma, da che dovevano fare una ecatombe di carabinieri a che si ritirano per sputarsi in faccia a vicenda, a darsele di santa ragione, a piagnucolare . Ditemi voi se esiste al mondo un solo minchione, oltre Pinocchio, disposto a credere ad una cosa simile?

Consulto il mio calendario e con esso la mia ricostruzione di quei fatti. . Falcone viene ucciso il 23 maggio 1992 . La trattativa era certamente nell’aria così come è difficile dimenticare chi erano quelli che avevano fatto fuori , che avevano emarginato Falcone, impedendogli di combattere la mafia: avevano i nomi di Luciano Violante, di Elena Paciotti, quelli di Magistratura Democratica. Poi, dice Brusca, la trattativa entra nel vivo, e i disonorati fanno saltare in aria Paolo Borsellino, 19 luglio 1992, due mesi dopo Giovanni Falcone. Anche lui, Borsellino, perdente, anche lui emarginato. I suoi avversari? Si trovavano tutti nella politica, ma anche nella Procura della Repubblica di Palermo. Morto Borsellino si provvede a mettere a tacere chi gli era vicino, a cominciare da Carmelo Canale, che da carabiniere integerrimo si fra tredici anni di processo come fosse mafioso. Quindi parte la stagione delle bombe messe ai piedi dei monumenti, secondo una condotta inedita, dato che i mafiosi non amano la cultura. Il tutto continua ma non fino a quando il telecomando maledetto non fa esplodere la bomba contro i carabinieri, ma fin quando il ministro della giustizia, Giovanni Conso, non revoca il carcere duro, per due volte in un anno , a circa trecento disonorati. Revoca avvenuta su sollecitazione del Dipartimento amministrazione penitenziaria, dal quale era stato allontanato Nicolò Amato, non gradito dal Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, per affidarlo ad Alberto Capriotti, voluto tenacemente da Scalfaro e ossequiosamente accettato dal governo Ciampi..

Nel 1994, quando queste faccende sono già chiuse, si fanno le elezioni e Forza Italia le vince. Dura poco, ma da quel momento la versione più gettonata consiste nell’assegnare ai vincitori il ruolo di referenti mafiosi, pretendendo di postdatare bombe e presunte trattative, facendo figurare i morti perdenti come eroici resistenti, ma cancellando il ricordo di chi li avversò. Ora se ne ricorda pure Brusca, le cui parole, però, non per questo smettono d’essere le parole di un uomo senza parola e senza onore. La giustizia ha bisogno di prove e la storia di ricerche che concilino fatti e razionalità. Quelli che noi abbiamo raccontato, da soli, sono fatti, non opinioni.

Roma martedì 11 ottobre 2011

Gaetano Immè

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