Gaetano Immè

Gaetano Immè

lunedì 7 marzo 2011

CENTRODESTRA E CENTROSINISTRA E LA DIVERSA LETTURA DELLA STORIA RECENTE

I due eventi " politici epocali" della fine del secolo scorso - e cioè prima la caduta del Muro del 1989 e poi la fine della Prima Repubblica del 1992 - imponevano, ad un critico libero da ogni ideologia e quindi liberale , la necessità di una loro " lettura" , di una loro " interpretazione" diciamo, " correlata ", piuttosto che una loro separata passiva catalogazione. Il PCI del tempo, per esempio, quello di Occhetto, non partorì di meglio da quei due accadimenti che lasciarsi rimorchiare dalla Magistratura italiana avendo come evidente e dichiarato scopo ( basta ricordare le parole di Occhetto sul PCI denominata la " gioiosa macchina da guerra" nelle elezioni, poi clamorosamente perse, del 1994) quello d accaparrarsi il potere politico in Italia per " assenza di competitors". E' la prova provata dell'incapacità di quel partito politico, peraltro anche glorioso nel suo antico passato, di "leggere ed interpretare" la storia  come maestra della vita, ma di ritenere gramscianamente che essa sia solo una segnalazione di eventi che ostacolano la conquista del potere da parte della classe operaia. Invece il  " combinato disposto "  della caduta del Muro di Berlino e della fine della Prima Repubblica obbligava la politica - che sia l'URSS che l'Italia relegavano ,in modi diversi ma analoghi: nella Russia sovietica, nel  Soviet degli eletti ,con votazioni farsa e , in Italia, nel Parlamento sempre degli eletti ma decisi dai partiti politici -  a uscire allo scoperto, a lasciare il palazzo, a scendere sul terreno delle cose da fare, ad uscire dall'autoreferenzialità che la caratterizzava , ad abbandonare il «politichese» per confrontarsi con il vocabolario del popolo. Questo comportava ( limitiamo ora l'esame all'Italia )  dal punto di vista istituzionale, dare centralità al governo come luogo della decisione e del fare, anziché al Parlamento come luogo dove " gli eletti usavano  il voto del popolo  bue come meglio piaceva  loro ". Tutto ciò avrebbe dovuto immediatamente comportare  un cambiamento materiale della nostra Costituzione che consentisse anche al nostro Paese di rimanere in linea con la storia,  varando le  sue necessarie modifiche che consentissero, con le necessarie cautele, una maggiore " fattualità" al Governo senza le quali  la politica italiana  sarebbe stata definitivamente travolta dal malcontento, per la generale corruzione di tutto il  Parlamento stesso. E che queste riforme dovessero diventare anche formali è stato teorizzato, dal 1992 in poi, da commentatori, opinionisti, esperti di diritto costituzionale, politologi di destra, di centro e di sinistra, tutti concordi nel ritenere necessaria una modifica della Carta del '48 sopratutto nella parte che regola i poteri del governo. Non è stato dunque né F I né Berlusconi , ma è stata la storia stessa,  lo stesso  corso degli eventi, a dichiarare non più al passo coi tempi l'assetto istituzionale sancito dalla originaria Costituzione. F I e Silvio Berlusconi hanno saputo semplicemente  interpretare meglio di tutti gli altri il vento del rinnovamento, dando ad esso forma e parole. Senza bizantinismi e senza equilibrismi retorici di sorta. Quando insomma  Silvio Berlusconi  parla degli scarsi poteri assegnati al governo dalla Costituzione e sottolinea i forti limiti che la stessa pone all'azione dell'esecutivo, tutti - anche i suoi critici - sanno che dice una verità storica e costituzionale ineccepibile. Soltanto che le riforme che evocava  e che invoca , per fare dell'Italia un Paese al passo con i tempi, confliggono  con l'interesse del centrosinistra che, proprio dal 1994 ad oggi, non ha fatto altro che cercare di sbarazzarsi di F.I,. e di Silvio Berlusconi con qualsiasi mezzo - anche e sopra tutto giudiziario - F.I. e Berlusconi i quali,  proprio dal 1994,   ha sbarrato al centrosinistra  la strada del potere, ma senza ricorrere al popolo. Ecco quindi il sorgere , proprio dal 1994 in poi, nel centrosinistra, la favola bella della
" sacralità della Costituzione " la pretesa di una sua " intoccabilità" con posizioni politiche che hanno un solo scopo: eviatare gli ammodernamenti della Costituzione che fotograferebbero il successo politico  del liberalismo del centrodestra sullo " statalismo immobile" del centrosinistra. Proprio l'aver parlato questo linguaggio riformatore e liberale  è senza dubbio uno dei principali motivi del successo politico del centrodestra e di Silvio  Berlusconi a partire dal 1994. Mentre coloro che si stracciano le vesti per le sue riforme  sembrano ancora inchiodati al bel tempo che fu, quando il voto era più l'espressione di un'appartenenza ideologica che una maggiore partecipazione alla governance del Paese , come oggi
" dovrebbe essere" e, si mettano il cuore in pace, "nonostante loro" , sarà.

Insomma , quello che il centrodestra  dice sulla necessità di riforme cosituzionali per fornire strumenti più adatti di quelli obsoleti della Costituzione del 1948 alla governance di questo Paese  è quello che anche molti  avversari del centrodestra pensano,  ma non hanno il coraggio civile  di dire. Quando senti un On Sircana, che passa per un " riformista" del P.D.  che dice testualmente " la mia idea è un'altra,  ma io voterò sempre per fedeltà al PD come dice il Partito", quando queste stesse  idee illiberali  vengono evocate anche da altri " miglioristi" o " riformisti"  del centroinistra, allora si capisce bene e meglio  il conflitto che vive il Paese. Da una parte il centrodestra , che vorrebbe le riforme costituzionali per trainare l'Italia nel circolo virtuoso del miglioramento sociale e politico prodotto dalla globalizzazione , dall'altra il centrosinistra che , pur di nuocere al centrodestra , pur di eliminare tutto il centrodestra , preferisce lasciare l'Italia affossata nel suo immobilismo, nella sua ridicola incapacità  di essere governata e, sopra tutto, nella sua incapacità di fornire, con questa Carta, al proprio popolo quelle maggiori " valenze democratiche" che ,invece, le riforme costituzionali invocate  dal centrodestra fornirebbero agli elettori. Quello che  tanti esponenti del centrosinistra vogliono ( ben consapevoli, in forza della loro esperienza di governo negli scorsi anni, dei freni eccessivi che la Carta fondamentale pone a chi risiede a Palazzo Chigi ) é  solamente privare  l'esecutivo di quella prontezza ed efficienza operativa che i cittadini chiedono alla politica e che è determinante per risultare credibili di fronte ad essi. Ecco qual'è il significato ben preciso della politica del centrosinistra del " tanto peggio ( per l'Italia), tanto meglio ( per il P.D.)"Tutto ciò é poi  talmente vero che il rafforzamento dei poteri del governo fu uno dei punti centrali e ampiamente condivisi durante i lavori della famosa Bicamerale presieduta da Massimo D'Alema e, più di recente, esso è stato inserito nel programma con il quale il P.D. si è presentato agli elettori nel 2008, con Veltroni candidato alla presidenza del Consiglio.

La differenza tra il centrodestra ed il centrosinistra è che, mentre il primo è sempre rimasto coerente, anche quando si è trovato all'opposizione, con le sue proposte di modifica della Costituzione, la seconda ha cambiato posizione a seconda delle convenienze di bottega del momento, arrivando a usare strumentalmente contro il centrodestra, come nel caso del referendum confermativo della riforma costituzionale del 2006, le tesi che essa stessa aveva sostenuto solo qualche anno prima in Bicamerale.
Per massimo di insipienza poi, costoro ( del centrosinistra) si illudono  di aver trovato " la formula della felicità" avversando ogni proposta riformativa del centrodestra a motivo che " quella proposta" potrebbe dare un aiuto, diretto o indiretto, a Silvio Berlusconi come imprenditore o come uomo. Motivazione da calcio in culo diretto, da cartellino rosso, perché stereotipo  identico alla megafregnaccia di quell'impresentabile On. Leoluca Orlando Cascio, un meschino e vile correo nell'istigazione al  suicidio del Maresciallo  Lombardo, il quale non fa altro che opporsi alla minima opera  pubblica in Sicilia perché
" potrebbe infiltrarvisi la mafia!". In tale modo si arriva all ' estasi del fregnacciume: condannare i poveri siciliani a non avere società  moderna, premiando acon ciò la mafia che ,invece, sguazza nella povertà altrui. Questo la dice lunga sulla credibilità politica di uno schieramento che sottomette al gioco tattico di corto respiro le questioni chiave attorno alle quali si gioca il futuro della nostra Repubblica e del Paese. 


IL VERO POTERE MONARCHICO DI QUESTA COSTITUZIONE E' QUELLO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBICA, CHE NEANCHE E' ELETTO DAI CITTADINI.....

E' curioso e sospetto  che molti di coloro che accusano il centrodestra di coltivare progetti anti-democratici ed eversivi -solo perché  insiste sulla necessità di dare al governo italiano gli stessi poteri che agli esecutivi sono garantiti nei regimi parlamentari classici ( Francia, Inghilterra, Germania, USA, ecc) - difendano poi invece , a spada tratta ,  i poteri di un'istituzione che, così com'è costituzionalmente strutturata, fa assomigliare il nostro sistema alle  «monarchie costituzionali dell'Ottocento, quando il re aveva l'ultima parola e la democrazia rappresentativa faceva i primi passi». Basti pensare al potere di
" concedere la grazia" , basti pensare al potere di nominare " senatori a vita", per rendersi appena conto di come la carica del Presidente della Repubblica in Italia risenta ancora del Regio Statuto Albertino. Ad onor del vero, manca lo " iuris primae noctis" e questo, lo riconosco, è già un grande passo in avanti sulla strada della democrazia. Credo che tutti voi la pensiate così. Sto  parlando della Presidenza della Repubblica, un'istituzione che solo qualcuno in malafede o qualche sprovveduto in diritto costituzionale può definire come «notarile», e che invece gode di poteri ben più ampi di quelli che la Carta del '48 riserva allo stesso governo.


Basta leggere il testo costituzionale per rendersene conto: il presidente della Repubblica è «capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale» (art. 86); «autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del governo» (art. 87); «promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti» (art. 87); «prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione» (art. 74). E ancora: «Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere» (art. 87); «presiede il Consiglio superiore della magistratura»; «può concedere grazia e commutare le pene» (art. 87). E infine, ma non ultimo: «Può, sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse» (art. 88); «nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri» (art. 92). Può convocare le Camere in via straordinaria (art. 62). Nomina un terzo dei giudici della Corte costituzionale (art. 135). Se a questi poteri codificati dalla Costituzione si aggiungono quelli che col tempo si sono stratificati grazie alla così detta " prassi " , ne esce un quadro che ancor più difficilmente può essere definito «notarile». Si prenda, ad esempio, la consuetudine - non prevista dalla Carta - delle consultazioni in vista della nomina del governo. Il ruolo delle consultazioni ha assunto talora significati più ampi di quelli iniziali, «non limitandosi il capo dello Stato ad ascoltare leaders di partito o capigruppo parlamentari, ma estendendo la sua attività ricognitiva a personalità tecniche, particolarmente in campo economico-finanziario..." Il che sembra indicare che nella fase preparatoria del procedimento formativo del governo il ruolo del capo dello Stato non è  neancheper sogno meramente " notarle", squisitamente di " pura omologazione " , di pura e semplice autenticazione , ma si spinge nel merito dei problemi. Per non parlare dell'altro istituto consuetudinario dell'incarico, dove la discrezionalità delle scelte del presidente è ancor più evidente: « La libertà di scelta - scrive  Cuocolo - è tanto più ampia quanto più variabili possono essere le maggioranze alternative eventualmente realizzabili in sede parlamentare». Ricordo  che sto parlando di  " prassi " e cioé di atti non delineati dal testo del '48: ne dovrebbero tener conto tutti coloro che storcono il naso e gridano al regime ogni qual volta gli esponenti del centrodestra invocano la «Costituzione materiale» a proposito dei poteri del governo, e che tacciono gaglioffamente compiaciuti quando invece la stessa «Costituzione materiale» riguarda l'ampliamento delle «prerogative» del presidente della Repubblica. Uno strabismo sospetto, quando non ipocrita e che genera molta "preoccupazione per l'assetto democratioco futuro del Paese".

La verità  è che un inquilino del Quirinale che esercitasse fino in fondo ed incisivamente i poteri previsti dalla Costituzione, e restasse fedele  anche alle prassi che si sono affermate col tempo - come mi pare intenda fare l'attuale inquilino del Colle - , non potrebbe non essere riconosciuto a tutti gli effetti come il principale protagonista della vita politica del paese, come una sorta di " decisore ultimo " - figura inesistente nella nostra Costituzione -   nel senso della  sua illiberale superiorità sugli altri organi. E' già accaduto in passato, può accadere ancora se lasciamo questa Costituzione invariata. Ora, questa dotazione di poteri e prerogative non rappresenterebbe un problema se fossimo in un regime presidenziale o semi-presidenziale, nel quale il Presidente viene eletto direttamente dal popolo e gode quindi dell'investitura dei cittadini. Ma così non è in Italia, dove vige ancora un sistema parlamentare (assembleare?) ed il Capo dello Stato viene votato non certo dal popolo, ma dai suoi rappresentanti. I quali, tra l'altro, non avendo «vincolo di mandato», possono al limite muoversi anche contro la stessa volontà di chi li ha eletti. Gli esempi odierni ed attuali non mancano.

Delle due l'una: o si sceglie di evolvere anche formalmente verso il presidenzialismo o il semi-presidenzialismo, sul modello americano o francese, oppure si realizza un vero e classico regime parlamentare sul modello inglese, dove  il capo dello Stato (la Corona) non mette naso nelle leggi che il primo ministro gli porta a firmare. Tanto meno va alla ricerca, in parlamento, di un'altra maggioranza se il primo ministro ha perso la sua, perché l'ipotesi , in Inghilterra, di un governo non eletto dal popolo non è neppure pensabile . L'attuale sistema italiano è un "guazzabuglio"  mal riuscito, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.


IL FEDERALISMO FISCALE PORRA' PURE DEI PROBLEMI , MA QUESTO NON BASTA PER OPPORVISI E LASCIARE LE COSE COME STANNO OGGI....

Anche nel calcio quando le cose vanno male si cambia allenatore: una misura a volte odiosa, spesso anche irriguardosa, ma necessaria per dare " la scossa", il segno profondo del cambiamento che arriva. Nulla sarà più come prima, insomma, coraggio e pedalare. Così il federalismo fiscale deve fornire " la scossa " ad una squadra di Sindaci e Presidenti di Regione che da secoli sono adusi ad agire senza alcuna responsabilità finanziaria, senza alcuna remora di responsabilità perchè essi sono eletti dai partiti politici e perché essi non rispondono se non ai partiti delle loro azioni.Ed invece, oggi, il federalismo fiscale deve diventare la leva della competitività del Mezzogiorno.  Un obiettivo ambizioso, che punta a far crescere l'area più debole del nostro Paese attraverso un processo di responsabilizzazione della sua classe dirigente. Dopo anni di devoluzioni è necessario sovrapporre al potere di spesa il potere fiscale, conferendo agli amministratori locali la responsabilità di individuare le risorse necessarie per gli interventi che intendono realizzare.


La ricetta del federalismo fiscale è tutta incentrata sul principio della trasparenza. Ogni amministrazione statale, regionale, provinciale e comunale risponderà delle proprie scelte anche in termini finanziari, non potendo più accampare con i propri elettori scusanti legate a tagli dal governo centrale. L'attuazione del fisco regionale, che entra nel vivo della discussione politica, porterà all'obbligo per ogni governatore uscente di presentare un resoconto del bilancio regionale alla scadenza del suo mandato. La differenza tra le risorse gestite e la qualità dei servizi offerti dichiarerà da sola l'inadeguatezza del politico di turno. Un rigore che ha dato adito a preoccupazioni come quelle espresse di recente dalla Conferenza episcopale italiana. Apprensioni di cui tenere certamente conto, senza dimenticare però l'insegnamento di don Luigi Sturzo, padre del cattolicesimo liberale e strenuo propugnatore del federalismo italiano come unica medicina per il riscatto del nostro Meridione. Il sacerdote di Caltagirone intuì, prima di tanti, come il malaffare del Mezzogiorno nascesse proprio dalla distanza tra il territorio e il potere politico, tra tassati e rappresentanti. Per questo Sturzo propose un federalismo basato esattamente sul rigore della spesa che ogni Regione avrebbe dovuto gestire in funzione delle proprie risorse. Senza cadere in contraddizione con il principio della solidarietà, lo Sturzo politico capì che solo un decentramento vero, quindi tributario prima di tutto, avrebbe favorito lo sviluppo di un rapporto virtuoso tra elettori ed eletti e una più sana gestione del denaro pubblico.

Il rilancio del Sud attraverso il federalismo fiscale, dunque, non è un'invenzione di oggi. Certo, dopo decenni di assistenzialismo non sarà facile né immediato il risanamento. Ma il decentramento dei tributi aumenterà inevitabilmente il livello di attenzione dei cittadini sulle istituzioni periferiche e darà ai governatori capaci le leve per rendere più efficienti i bilanci delle Regioni. E, sopra ttto, dopo sei decenni di " irresponsabilità assoluta" da parte di Stato, Regioni, Procinvie e Comuni, da oggi ognuno si assume le proprie responsabilità. Che non vuol dire , come dice il centrosinistra ottuso, lasciare una regione o un Comune nella sua miseria perché è anche statuita la sussidiarietà , ma vuol dire l'inizio della cessazione delle politiche locali ( come accade ed é accaduto, per esempio, nella Puglia dalemiana e vendoliana) impostate esclusivamente sul clientelismo spacciato per "politica locale". Non bisogna dunque fermarsi  alla semplice constatazione dei tagli delle strutture ospedaliere, troppo spesso sorte più in funzione delle clientele locali che dei bisogni del territorio. La gestione della sanità al Sud vive uno stato comatoso: è indispensabile una terapia d'urto, in grado di scuotere definitivamente una macchina ormai allo sbando, dove la divaricazione tra chi amministra (Regione) e chi finanzia (cittadini) ha finora reso vano ogni tentativo di cambiamento. Partendo da queste ragioni il federalismo può davvero essere non un mero strumento per far quadrare i conti, ma un volano di competitività, svincolando risorse dall'assistenzialismo e dal clientelismo a favore di uno sviluppo vero del territorio.



LE INVERECONDE OPPOSIZIONI ALLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA
 
La riforma della giustizia più volte annunciata non è ancora stata varata ma già è oggetto di un massiccio fuoco di sbarramento. Le critiche principali, oltre quella scontata dei gruppi giustizialisti più oltranzisti di puntare a togliere alla magistratura l’indipendenza e l’autonomia per sottoporla al controllo della classe politica, sono sostanzialmente due.La prima è di essere motivata non da una volontà di miglioramento del settore della giustizia ma solo da un intento punitivo nei confronti dei giudici e dei Pubblici Ministeri. La seconda è di creare le condizioni, soprattutto con l’elezione dei capi degli uffici giudiziari per una politicizzazione della magistratura destinata a mettere a repentaglio l’imparzialità, e quindi, la credibilità del sistema giudiziario.

Della prima contestazione mi pare ridicolo  anche parlarne. Viviamo dal 1994 come vittime dello stupro di un Parlamento che non é neanche in grado di ripristinare l’unica norma costituzionale - estirpata con violenza dalla Magistratura con il famoso golpe giudiziario del 1993 -  capace di mantenere l’equilibrio dei poteri, cioè quella del secondo comma dell'articolo 68 e  ancora perdiamo tempo a raccontar balle circa la possibilità di cancellare l’indipendenza e l’autonomia dei magistrati. Ma mi faccia il piacere!........

Chi protesta invece contro la riforma  della Giustizia denunciando il pericolo di un sistema giudiziario sottoposto all’arbitrio della politica sa bene che una ipotesi del genere è assolutamente impraticabile. La sua protesta, in realtà, è inutile e tesa solo a creare ostacoli sul cammino della riforma complessiva della giustizia.Con l’obbiettivo che, come già è avvenuto infinite volte in passato, la somma degli ostacoli impedisca anche il più minimo passo in avanti dei propositi riformatori. Come ha dimostrato recentemente
Fini. Più interessante, allora, è esaminare le altre critiche. Cominciamo ad ammettere che una delle motivazioni alla base della riforma possa effettivamente essere una volontà di rivalsa o di punizione nei confronti della magistratura.Negare questa volontà, infatti, sarebbe ipocrita. Per troppi anni si è denunciato il fenomeno dell’esondazione continua del potere giudiziario nei confronti di quello politico, del golpe dei giudici ai danni della Prima Repubblica e dei tentativi continui di alcuni settori della magistratura di liquidare nella Seconda Repubblica il leader del centro destra Silvio Berlusconi attraverso la scorciatoia delle inchieste giudiziarie od altri politici scomodi ( Mannino, ecc).  Una ammissione del genere, però, non intacca in alcun modo la necessità di una riforma capace di correggere ed eliminare tutte le storture e le deviazioni antidemocratiche del sistema giudiziario degli ultimi quindici anni.Nessuno, naturalmente, auspica che l’intento punitivo diventi il simbolo della riforma. Ma se il progetto non dovesse prevedere misure atte a non consentire la pratica dell’esondazione continua e dello squilibrio dello stato di diritto, non avrebbe alcuna ragione di essere attuato. Tanto varrebbe arrendersi all’idea della trasformazione della democrazia liberale italiana in una magistratocrazia . Ed accettare di vedere trasformata la nostra Repubblica in un regime simile a quelli del terzo Mondo e del Medio Oriente dove a “proteggere la democrazia” ci pensano gli  " ottimati ",  gli “uomini forti”  delle giunte militari. La riforma, dunque, è indispensabile. E, rispetto alla seconda critica, non ha alcuna possibilità di provocare un eccesso di politicizzazione della magistratura e un conseguente crollo  della imparzialità del sistema giudiziario. Perché questo eccesso è già stato consumato da tempo, perché  la politicizzazione di parecchi Pm e giudizi è un dato inequivocabile e perché  la imparzialità dei Magistrati si è persa ormai da quasi venti anni.

IL GIP DI ROMA FIGLIOLIA E LA VERITA' DA ACCERTARE

Il Signor Garzelli è un costruttore che vive ed opera a Montecarlo ed ha ichiarato più volte che " Fini e la Tulliani vennero nella casa di Montecarlo e lei dirigeva i lavori di ristrutturazione: posso farvi vedere le email".Il Dr. Figliolia è il GIP al quale spetta di decidere, entro una quindicina di giorni, se archiviare o far proseguire l'inchiesta  contro Fini per " truffa aggravata" avrà sicuramente vagliato questa circostanza. E, sopra tutto, Fini avrà querelato per diffamazione questo Signor Garzelli. Se così non fosse , come fai a togliere dalla testa dell'uomo di strada che tra Fini ed i Magistrati non via sia un " law-less agreement" ?


YARA E LA NOSTRA MAGISTRATURA

A proposito di Giustizia e Magistrati, abbiamo i Magistrati che conducono e guidano la Polizia giudiziaria nelle indagini. Pare che nella riforma della Giusizia che arriverà in CdM in questa settimana vi sia anche la norma che rende libera la Polizia giudiziaria di condurre le indagini per conto proprio, salvo risponderne sempre al Magistrato inquirente. Qualche anima bella si diverte a piangere su questa probabile misura che " rende la posizione del Magistrato subalterna a quella della Polizia!". A tale sconclusionata corbelleria replico che da quando abbiamo la responsabilità unica del Magistrato sulla Polizia giudiziaria non abbiamo scoperto un assassino che sia uno. Abbiamo la Polizia Giudiziaria, abbiamo quella Penitenziaria, abbiamo la polizia provinciale, abbiamo la Polizia Postale, insomma abbiamo più polizie noi che tutta l'Europa messa insieme. Ma siamo ultimi in Europa per rendimento della Giustizia. Tanto che la gente non denuncia neanche più alcuni reati perché sarebbe solo tempo perso. E dico: ma se il corpo di Yara stava lì su quel campo, se quel campo è stato rastrellato su odine della Magistratura, se questo è il livello delle investigazioni dei Magistrati, cosa c'é da stipirsi se un esercito di rastrellatori non ha visto il corpo della piccola?


Roma lunedì 7 marzo 2011

Gaetano Immé
DUE ITALIA A CONFRONTO

Dovrebbero essere a confronto «una certa idea dell'Italia» del centrodestra e una, diversa, del centrosinistra. Ma non l'ha nessuno dei due schieramenti. Il Partito democratico va a rimorchio dei media che camminano di concerto con la magistratura; Pier Luigi Bersani, per quel che ormai conta, dice che “non vorrebbe vivere in un Paese dove il capo del governo regala 187 mila euro a una minorenne”: più una battuta meritevole di denuncia per quel reato che si chiama “ diffamazione” che una dichiarazione politica e programmatica per un'alternativa di governo. A esercitare una funzione di sostituzione, anzi di commissariamento politico ( di stile brezneviano) della politica , quindi del Parlamento - che latita - sono i media più radicali. Non è uno spettacolo dignitoso. Stiamo così mettendo in gioco «una certa idea della democrazia» che hanno non i due schieramenti politici, bensì due minoranze culturali inconciliabili. L'una, piazzaiola “ sua sponte” , più attiva e rumorosa - come, per esempio, quella che si è radunata recentemente al PalaSharp di Milano -, manifesta la propria «indignazione» nei confronti della maggioranza eletta dal Paese , Paese del quale crede di essere l'avanguardia; detta la linea alle opposizioni che, non avendone alcuna, vi si adeguano, e ottusamente «si siedono dalla parte del torto, visto che tutti gli altri posti sono già occupati» (Bertolt Brecht).La seconda minoranza non è per natura “ piazzaiola” ma addirittura “individualista”, non è rumorosa, è dispersa, ma i media la ignorano o quasi; non si raduna da alcuna parte; si sa della sua esistenza perché emerge nei momenti topici del Paese, non per piazzate da lavandaie o per serate sinceramente democratiche su terrazze fra fluts di frizzantino e appartamenti comunali affittati a quattro soldi, ma per le elezioni politiche, per quelle amministrative, roba tosta. È gente realista, scettica, tollerante quanto basta per non pretendere di dettare la linea a nessuno. È guardata con sospetto perché parla di Individui - dieci, mille, un milione (Max Weber) - non di quell'invenzione ideologica per quell’astrazione chiamata collettività ( che è la” rassicurante cuccia “ dei nuovi conformisti che fingono di aver dimenticato – capita loro troppo spesso ! – di avere riempito i lager del totalitarismo comunista del Novecento ); è gente che difende i diritti e le libertà individuali, compresi la proprietà privata e il mercato, osteggiata da tecnocrati e programmatori delle vite altrui – oggi anche dei peccati altrui - e da chi ha fatto dell'invidia e dell’odio sociale una bandiera egualitaria. Entrambe le minoranze credono che ogni comunità sia fondata su principi morali condivisi; ma quella rumorosa «eticizza» la politica, dividendo il mondo in buoni e cattivi - con tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall'altra - e assegna a se stessa, una élite sacralizzata, depositaria delle pubbliche virtù, il compito non solo di redimere i cattivi ma anche di additarli al pubblico ludibrio, fino al punto di toglier loro ogni diritto civile, quello del voto in primis. E’ la loro concezione della democrazia, che va benissimo solo quando è “ la loro democrazia” che oggi coincide con una oligarchia composta dagli “ ottimati” e dalla Magistratura, gente che nessuno ha eletto, ma che vengono scelti sempre da loro. È una rappresentazione falsata della realtà ad uso di una missione che è quella di una nuova Inquisizione piuttosto che quella affidata al senso comune di una comunità laica. È una sindrome totalitaria.Questa élite autoreferenziale odia la parola «qualunquista», con la quale designa l'«uomo qualunque» che ritiene un coglione ( imprimatur di Serra, su Repubblica ed altrove, non mio), un cretino o un fascista. Qualunquista è «l'uomo della strada», uno che cammina al nostro fianco, uno che vive i problemi di tutti i giorni portandosi inoltre sulle spalle, insieme a noi, la democrazia; l'uomo che va a votare , decretando un vincitore fra valori e interessi diversi, e persino opposti, in una «società aperta» (Karl Popper). Se certi valori e certi interessi fossero, in sé, più nobili che senso avrebbe ancora contare le teste, votare? La partecipazione alla vita pubblica - secondo un altro mantra della minoranza integralista - sarebbe la più alta espressione della dignità del cittadino. Era la «libertà degli antichi» nella “ Polis “ dove contavano i pochi. Per l'altra minoranza, quella liberale, il cittadino ha il diritto di farsi gli affari suoi - non votare è una manifestazione di libertà - senza per questo essere un nemico dello «Spirito del Progresso». È la «libertà dei moderni» come la definisce Benjamin Constant.A tutt'oggi, è la minoranza più rumorosa che pare prevalere e aver ridotto alla subalternità culture, gruppi sociali, media meno aggressivi. Ma è una vittoria “ di Pirro” perché fondamentalmente avversa alla Modernità nella quale, assai faticosamente ma fatalmente , anche l’Italia sta entrando. Saranno i giovani – molti dei quali, ora, sono succubi di questa lobby elitaria perché credono di procedere con essa sulla strada di un «luminoso avvenire» collettivo - a riscattare il senso comune. Essi già rivendicano le proprie libertà individuali. Non sarà, forse, la vittoria della minoranza colta e liberale ma, certamente, l'affrancamento dell'Italia dalle illusioni dell'Illuminismo razionalista francese.

 
 
 
 MA A CHE SERVE IL COPASIR ? E PERCHE' DOBBIAMO ANCORA MANTENERLO?
 
Alcune ovvie considerazioni, dettate dal momento internazionale, sul nostro Copasir. Il Copasir ci  costa qualche milione d’euro l’anno in consulenze esterne, missioni e varie ed eventuali, Presidente D'Alema compreso. Non vedo, però, quali benefici produca per l'Italia quando si dimostra, come in questi giorni, assolutamente incapace di mettere in allarme l’Italia sui pericoli che incombono dal Maghreb. Esso é  un organo del Parlamento, con funzioni di controllo sui servizi segreti, dal 2007 ha sostituito il Copaco (Comitato Parlamentare di controllo sui servizi segreti) ma solo per dare gettone ed occupazione a cinque deputati ed altrettanti senatori: in pratica una decina di scaldasedie che s’atteggiano a 007 e che di questi soggetti godono le prerogative e le prebende.L’inutilità del Copasir emerge tutta con la vicenda Gheddafi. Eppure l’organismo è presieduto da Massimo D’Alema, noto al pubblico come il più grande esperto (tra i politici in carica) di spionaggio internazionale ,soprattutto sovietico. E mentre tutto il Maghreb è in fiamme, mentre in Tunisia esplodeva la rivolta contro Ben Alì, mentre in Egitto si assisteva alla estromissione popolare di Mubarak, mentre in Libia scoppiava la guerr civile contro  il Rais, il presidente del Copasir  non trovava di meglio che pretendere di occuparsi  di presunti amori e presunte tresche del premier Berlusconi: rimettendo indietro le lancette di parecchi decenni, riportandole a quando nelle Questure italiane esisteva la " Squadra del Buon Costume "  che si occupava  della famosa " pubblica morale" che veniva "offesa"  tanto da un bacio fra un uomo ed una donna quanto dall'adescamento dei " ragazzi di vita" da parte dei " froci" di quel tempo.
Il quesito è uno solo : come è possibile che fino a un mese fa nessuno, sottolineo: nessuno, abbia sospettato che il Maghreb  fosse a un passo dalla rivolta? Scopriamo, finalmente,  la puzzolentepentola del Copasir, struttura che visiona tanti pruriginosi dossier su donnine allegre  invece di fareil proprio lavoro, cheé quello di ficcanasare sui paesi nostri confinanti, sull’eversione interna e, soprattutto, sul rischio Libia.
D’Alema ha per mesi sbraitato  ai quattro venti di voler ascoltare al Copasir  Berlusconi sulla questione del suo stile di vita e sulle donnine che frequentavano casa sua , come se  la sicurezza fosse per il Copasir un'alcova. Che ridicolaggine! Come quella canzonetta degli anni sessanta, che diceva" il pericolo numero uno....la donna!...." Un pericolo in perizoma, body nero, tacchi a spillo,calze autoreggenti.


Non è vero che i servizi non sapevano quanto bolliva in pentola in Libia. Sapevano, sapevano. Solo che, a quanto ha sostenuto un anonimo funzionario evidentemente di livello della nostra intelligence, non hanno potuto debitamente informare il Presidente del Consiglio. Perché, sempre a detta dell’anonimo funzionario, Berlusconi " non vuole la verità ma solo le informazioni che confermano i propri
convincimenti ".A differenza di Romano Prodi che non avendo convincimenti richiedeva solo informazioni. A questi poveri servizi sbattuti tra un vecchio Presidente del Consiglio che non sapeva nulla ed uno nuovo che pretende di sapere tutto, va la massima comprensione. Ma anche una domanda. Visto che Prodi era un po’ ottuso e Berlusconi troppo presuntuoso e che, per fortuna, a presiedere il Copasir, la commissione parlamentare preposta ai servizi, è arrivato il furbo e svelto Massimo D’Alema, perché mai gli apparati di sicurezza non hanno informato per tempo almeno “ baffino” del ghibli libico in preparazione? Forse per non distogliere la sua attenzione e preoccupazioni dalle serate di Ruby?Quasi che per l’interesse nazionale sia più importante sbirciare una fanciulla nell' atto di sedurre un potente, piuttosto che anticipare la fine delle imprese italiane impegnate nel Magreb.In pratica, mentre Eni, Enel, Finmeccanica, Ansaldo, Cmc, Eda Industries, General Medical System , Grimaldi, Intesa San Paolo, Italcementi, Pizzarotti, Selex, Tecnimont ed altre cinquanta aziende italiane firmavano accordi con Gheddafi, era già attivo il germe della rivolta. Ma in quei giorni d’incubazione il Copasir di D'Alema preferiva dedicarsi a studiare vari dossier di bunga bunga, magari prendendoli da una fonte " nota" per la sua "veridicità" ,quale  "Repubblica, piuttosto che riflettere ed informare su quello che sarebbe potuto accadere nel Maghreb..
Una semplice , disgustosa, profonda  vergogna.Il Copasir è gestito  da D'Alema con la lungimiranza degna del maresciallo De Sica in " Pane amore e fantasia" cquando, malandrino ed imbelle perditempo,   sussurra , al sindaco infatuato della giovane contadina, “eccellenza stia attento a certe donne”. Il Copasir fa solo commedia, " ammuina"!. Si tagliano i fondi al FUS ? Tagliamo allora e dunque i fondi a questo Copasir da barzelletta.

Roma Domenica 6 marzo 2011

Gaetano Immè