Gaetano Immè

Gaetano Immè

domenica 22 gennaio 2012

MA QUESTA ITALIA VUOLE GIUSTIZIA O VUOLE SOLO LA FORCA ?



Per cercare di comprendere quale deleteria ed incivile “ deriva forcaiola “stia soffocando, da anni, la nostra storica cultura giuridica e malauguratamente anche la nostra politica, basta riflettere sul caso Cosentino, leggere senza pregiudizi ideologici l documentazione che è stata trasmessa dalla competente Procura della Repubblica al Parlamento e che è la base della richiesta di arresto del Cosentino , rammentando anche gli analoghi casi di Tedesco, di Papa, di Penati di Milanese ed avere le idee chiare , da un punto di vista giuridico e da quello etico, sull’assunto che il “ concorso esterno in associazione” più che la fotografia di un reato penale vero e proprio sia una sorta di “ imbellettamento giuridico penale di fatti eticamente inopportuni

Da tempo ormai, si è radicata in Italia, autori i Violante, i Caselli , i Di Pietro, gli Orlando Cascio, le Bindi, i Franceschini, i Mannoia, gli Ingroia , i Ciancimino, i De Magistris, i Narducci, i Woodcock, ecc e complice una sinistra politica evidentemente intimorita e dunque soggetta alla sindrome di Stoccolma/Amato/Scalfaro, una connotazione dei reati associativi sempre più preventiva e sempre meno repressiva, con evidente anticipazione della tutela, connessa alla lesione o alla messa in pericolo di un bene giuridico sfuggente e impalpabile quale il cosiddetto "ordine pubblico". In nome dell'"ordine pubblico" qualcuno diventa "nemico pubblico", ( ieri Piccioni, Leone, Bebawi, Tortora, Andreotti, Mannino, ecc ed oggi Dell’Utri, Mori, Berlusconi, Fede, Parolisi, Stasi, Franzoni, Schettino, ecc) bersaglio da eliminare civilmente e politicamente, benché su Cosentino, giuridicamente, ogni ipotesi accusatoria derivi da affermazioni prive di riscontro concreto di pentiti. Secondo questa incivile deriva autocratica di una arrogante parte della Magistratura , avallata – per viltà, per paura o per tornaconto di bottega - della sinistra politica italiana e della stampa e dei media loro favorevoli, la carcerazione di un semplice indagato deve essere per forza di cose preventiva e deve anche prescindere da ogni accertamento dibattimentale. E la Costituzione , che gli stessi forcaioli dicono di adorare , che pretende una “ sentenza definitiva della Magistratura “ prima di poter considerare “ colpevole” un indagato , dove la mettiamo, egregi signori? Invece di “ amarla”, come voi sempre dite, cercate di “ leggerla”, di “ conoscerla”, di “ studiarla” per bene, non basta sbandierarla al vento , volumetto ben chiuso, come usavano fare con il “ Libretto rosso” di Mao Tse Dung o portarla sotto” l’umida ascella “ come una baguette a Parigi. Ed è proprio questa smania forcaiola la causa principale del poi tanto a chiacchiere tanto esecrato sovraffollamento degli istituti carcerari ( il suo effetto) dove quasi la metà degli ospiti sono semplici indagati in attesa di giudizio. Si innesta qui quel che è capitato , da ultimo, a Cosentino, indagato da tempo immemore , ben oltre i limiti temporali consentiti dalla legge , destinatario di una sorta di procedura assolutamente “ ad personam “ nella quale l'elemento della “comprovata consapevolezza personale” , fondamentale affinché si possa configurare ancorché in misura incerta ed evanescente quel misterioso pseudo reato associativo, rimane, nelle carte giudiziarie, del tutto estraneo all'accertamento investigativo.

Non è scandalosa pertanto la “ libertà intellettuale e di coscienza” della maggioranza dei deputati italiani che hanno usato il loro “ libero voto” per negare,in maniera nettissima, la richiesta di “ arresto preventivo “ per Cosentino basata su documentazione , trasmessa al Parlamento dalla Magistratura , assolutamente priva di riscontri oggettivi e di accettabili motivazioni. Ed è semplicemente ridicolo ed incredibile che i Radicali debbano quasi giustificarci per aver dato su Cosentino un voto di coscienza, voto basato esclusivamente – come sempre dovrebbe essere – sulla lettura delle carte processuali di cui sopra.

Il vero scandalo culturale, civile e politico lo offre non tanto un imbarazzante e ridicolo Saviano con il suo “teorema tribale ”( secondo il quale Cosentino ( seguite bene il profondo ragionamento !) deve essere subito arrestato senza se e senza ma perché è del PdL e perché è nato a Casal di Principe ) quanto la cieca pervicacia militante e la viscerale protervia della sinistra che si autodefinisce “ democratica” e che poi invece con la sua ormai quasi ventennale opera fiancheggiatrice e di interessata sostenitrice dello statu quo della Magistratura politicizza ( dalle cui false accuse - vedi 1994 - la sinistra ha sempre tratto il suo bravo tornaconto - tanto da poter quanto meno governare il Paese senza averne ottenuto alcun mandato popolare dal 1995 fino al 2001 ) irride, calpesta , viola , sfregia, profana, violenta e stupra , impunemente, la nostra Costituzione, non solo applicando, come sempre, “ due pesi e due misure” ( vedi il voto per l’arresto di Cosentino, Milanese e Papa ed il voto per la libertà per Penati e per Tedesco ) Di cosa vaneggia la sinistra? Quella votazione, Egregi Signori non serviva per decidere se e quanto Cosentino fosse un leader meridionale che rispettasse un “ codice etico” al quale tutti devono attenersi, quanto invece se fosse, dalle carte processuali, certo, evidente ed indispensabile la pretesa della Magistratura di incarcerarlo senza che al Cosentino fosse stato addebitato , con prove certe, precise e concordanti ( come pretende il Codice Penale di questo Paese ) , un qualche reato penale specifico, al di là di quell’abuso del diritto che è il famigerato “ concorso esterno”. Invece che assistere alla deprimente e ridicola pretesa di sgridare i Radicali per il loro “ voto libero e di coscienza”, la sinistra, anziché accodarsi servilmente ai tromboni delle Procure politicizzate – come fa da venti anni - avrebbe dovuto farsi portatrice di un forte dissenso , avrebbe dovuto produrre finalmente una rottura etica con la ciurma “ dei giustizieri della notte “ e sottrarsi all’indegno spettacolo di “ caccia all’uomo” a cui ha costretto il Paese ad assistere, umiliandolo nella sua civiltà storica e costituzionale che stabilisce, al contrario, l’innocenza di qualsiasi indagato fino a sentenza definitiva. Insomma, sarà pure vero che la politica in Italia sta andando raminga, ma un minimo di dignità , non ostante questa sinistra e questa Lega Nord, anche se per un “ pugno di voti” l’ha ritrovata. Questo Paese ha bisogno di “vera giustizia”, non di “ giustizieri sommari” alla Charles Bronson , alla Thomas Milian, alla Maurizio Merli

In Italia, l’ordine giudiziario sta tentato da tempo – e sfacciatamente da quando estorse ad un Parlamento di corrotti, guidato da un imbelle Presidente della Camera , complice di quella ciurma golpista di Magistrati - , in ciò sostenuto dalla sinistra , di subordinare a sé gli altri poteri dello Stato, a cominciare da quello legislativo che invece è liberamente eletto dal popolo sovrano, perché siamo in democrazia , non nella Repubblica di Platone, dove governano «quelli che sanno», gli “ ottimati”.Ho l’impressione che nel nostro paese si stia perdendo una distinzione fondamentale: quella tra etica e diritto. Ci sono comportamenti e profili morali che non possono venire perseguiti dal giudice anche se individuano tipi umani del tutto inaffidabili. In verità la storia è piena zeppa di veri, grandi criminali, gente che ha saputo districarsi, muoversi bene – spesso adeguatamente consigliati – mantenersi “ border line”, ai confini del reato, con la perspicacia di non cadere mai nel reato. Averla sempre fatta franca non equivale ad essere quello che si dice un “ onest’uomo” e, dunque, sarebbe auspicabile che gente simile se ne stesse ben lontano dalla politica. Ma non si vive più nel mondo ellenico e, se vogliamo, la democrazia non è certo un Paradiso o un Eden dove possono accedere solo gli dei, i semidei, gli eroi. Proprio ora che si dibatte sul collegio uninominale , sul ritorno alle “ preferenze”dei votanti rispetto alle “ nomine” delle segreterie politiche non credo esista votante che sogni come suo eletto un “ ottimato”, un “ principe”, uno che appartenga ad una “ elite illuminata”. Lo desidera come lui, a sua immagine e somiglianza, non lo mitizza, non lo venera, non lo incensa, non vuole esserne il servile paggetto , non lo ritiene ipocritamente un “ santo”. E’ questa l’inizio di un “ regime”, come in Italia abbiamo temuto negli anni 93 e 94 quando sentivo i vecchietti paragonare un Di Pietro a Gesù:

I reati di cui viene accusato Cosentino non sono stati provati, finora, da alcun tribunale e, pertanto, è comprensibile e condivisibile la decisione di votare «no» al suo arresto. Mai dimenticare Pietro Nenni, il quale ammoniva “ di non fare il puro, perché trovi sempre qualcuno più puro di te, che ti epura”. Ecco: pretendere di costringere “ l’etica “ nel recinto del “ diritto”– per cui “una colpa morale diventa reato penale ” –, una scandalosa e cialtronesca barbarie culturale e sociale alla quale hanno tanto contribuito sia i giudici che la sinistra – quelli, come temeva Piero Calamandrei, che “vogliono far giustizia” ( i giustizieri alla Bronson ) e non si accontentano di “applicare il diritto” ( i Magistrati) - è un’arma a doppio taglio giacché la massima che l’ispira ( “se c’è colpa morale c’è reato penale “ ) potrebbe venir seguita dal suo opposto : “se non c’è reato penale , non c’è neppure colpa morale”.

Percorrere questa strada vuol dire arrivare all’obbligo – già teorizzato da qualche filosofo liberal nordamericano – di ritenere rispettabili e dignitosi modelli di vita che la coscienza non approva per il semplice motivo che una legge dello Stato li rende leciti. Nessuno di noi, in tutta onestà, per fare un solo esempio, può dichiarare di essere profondamente convinto che ad una coppia gay sia consentito adottare un figlio. Così se Nicola Cosentino non viene arrestato, va comunque considerato uno eticamente colpevole e la “ sanzione etica “, che si traduce nel ritiro della stima da parte dell’opinione pubblica, è solo un retaggio di età medioevali.

Ormai troppo spesso un “ garantista “ viene confuso con un “innocentista “dimostrando quanto grande sia la confusione che regna anche tra la gente non condizionata da cieche ideologie e da scelte pregiudiziali. Pretendere, come vuole la legge e come desidera questo Blog , il rispetto delle regole e, quindi per Cosentino, il non arresto previsto dalle leggi penali ( perché non vi è reato penale, ma etico), non implica contemporaneamente una valutazione sulla condotta penale del presunto reo. Valutazione che, tra l’altro, spetta solamente a chi ha l’incarico di gestire la giustizia. Solo a condanna definitiva si sconta la pena perché, se il ‘presunto’ viene assolto, si è evitato che un innocente possa essere stato privato della propria libertà. All’inverso, invece, il forcaiolo è, in quanto tale, colpevolista a prescindere. L’accusa del pubblico ministero (fateci caso, molti lo chiamano “ giudice” perché non riescono a capire la differenza tra “ un inquirente” ed “ un giudicante” ) per il forcaiolo, per il giustizialista è già sentenza definitiva e farebbe anche a meno della verifica che le procedure pretendono da parte di un giudice terzo. E ciò avviene soprattutto se il presunto reo è anche un ‘nemico’ politico. Ma l’arresto preventivo rischia di infliggere ad un indagato poi riconosciuto innocente una gogna che,proprio in quanto innocente, non si meritava. La vicenda comunque ripropone, ancora una volta, l’assoluta urgenza di riforme costituzionali per ripristinare realmente la divisione dei poteri fra Magistratura e Politica e riportare il nostro Paese ad una civiltà giuridica smarrita da molto tempo. L’arresto dell’On. Alfonso Papa, per esempio, si è dimostrato la prova di questa realtà. Quell’arresto, una vergogna per chi lo ha deciso, non è servito a nulla, se non per crocifiggere il malcapitato. Precisamente come le volutamente false accuse di “ aver pagato tangenti alla GdF”, lanciate da Di Pietro, nel 1994, contro il Capo del Governo eletto: una vergogna per chi – come Di Pietro stesso – si è prestato ad organizzare quella imboscata , mascherato da Magistrato, con accuse che erano tutte false , ma che sono servite allo stesso Di Pietro per dimettersi serenamente da Magistrato sapendo che sarebbe diventato di lì a poco senatore del PDS ed alla sinistra stessa per usurpare e scippare al centrodestra la guida del Paese alla faccia della sovranità politica del popolo sovrano. .

LEGGE ELETTORALE. E ADESSO?

La materia della Legge elettorale è noiosa ed anche complicata. Mentre sono chiari i suoi scopi – un Parlamento che corrisponda alla volontà degli elettori e permetta la stabilità governativa – i metodi per arrivarci sono svariati , diversi e contraddittori, tanto che alla fine si arriva alla domanda inevitabile: “Ma possibile che non si sia trovato un sistema che risponda a tutti questi scopi e faccia cessare la discussione?” Purtroppo quel sistema non si è mai trovato, la sinistra non è stata mai capace di produrne uno degno di essere accolto e forse non si troverà mai. Ma è logico, perché la “legge perfetta” non esiste: il tira e molla fra governabilità ( cui tende il premio di maggioranza ) e la rappresentatività (che richiede il proporzionale più o meno puro) non cesserà mai e lascerà sempre scontento qualcuno. Non capisco dunque questi “ referendari” che spacciano il loro tentativo come fosse la soluzione perfetta. Certo, il premio di maggioranza può anche apparire come una sorta di arroganza sui più deboli, ma, al contrario, la rinunzia alla governabilità comporta l’incapacità di qualsiasi governo a gestire il Paese . Per l’Italia tutto questo ha comportato una prima Repubblica nella quale abbiamo goduto di “ governi balneari”, nella quale i governi duravano in media undici mesi creando le premesse per maturare , nella seconda Repubblica ed anche con un sistema bipolare , quel disprezzo generalizzato verso la politica che è il figlio primogenito proprio della ingovernabilità .I partiti politici sono ben consapevoli che nessuna legge elettorale può creare un equilibrio fra “rappresentatività”, “ governabilità” e “ costituzione” che appaghi almeno la maggioranza del popolo italiano. Così essi, lungi dall’ammettere questa sacrosanta verità, fingono di appellarsi ai sommi principi, spacciano per “ massimi sistemi” ragionamenti da retrobottega politica ( preferenze dal popolo, nomine dai partiti, soglia di sbarramento, ecc) ma in verità lavorano solo per il loro interesse. I casi dell’Italia dei Valori e della Lega Nord sono esemplari, in questo campo. Col Porcellum, se alle prossime elezioni l’Idv non fosse ammessa dal Pd nella coalizione ( cosa probabile , visto il comportamento di Di Pietro in questi anni )ci sarebbe il rischio che l’elettorato, spinto a dare il così detto “voto utile”, cercando la “ governabilità”, riversi i propri consensi sul Pd. E così l’Idv potrebbe fare la fine di Rifondazione Comunista della trascorsa Legislatura, quando questo partito scomparve per non aver superato la soglia del 4%. Stesso e speculare il discorso per la Lega Nord, la cui attuale contrapposizione al PdL potrebbe portarla a perdere consensi a favore del più ponderoso PdL da parte di elettori che mirino ad evitare una vittoria della sinistra .

Sono questi i motivi per i quali sia lo sbarramento del 4% che il premio di maggioranza - caratteristiche peculiari di questa vigente Legge elettorale che eliminano , per fare un esempio, al Pd la necessità di avere la compagnia dei piccoli partiti – sono viste da Di Pietro come il fumo negli occhi. Esse non solo favoriscono la governabilità spianando la strada ai grandi partiti i quali possono vincere da soli o con la coalizione da loro scelta. Ciò spiega perché, al contrario di ciò che dicono in pubblico, Pd e Pdl hanno invece tutto l’interesse a mantenere l’attuale legge. Lo stesso Berlusconi l’ha del resto confessato, con la sua abituale, improvvida franchezza, quando ha detto che la legge “non è poi così male”.Ecco perché poi qualche mese fa Di Pietro, che è certamente un uomo estremamente furbo, si è detto: “Se tutti stramaledicono questo Porcellum, chi diavolo potrà andarmi contro se promuovo un bel referendum?” Ma è inciampato nella giurisprudenza della Corte Costituzionale, peraltro prevedibile, e ha dato fuori di testa , ma è umanamente comprensibile. Perché mentre l’Udc ha nel suo DNA la possibilità di associarsi sia al Pdl sia al Pd ( Franza o Spagna, purché se magna!), l’Idv ha invece incrementato i propri consensi facendo una spietata concorrenza da sinistra, talvolta anche sporca, al Pd, e proprio da esso domani potrebbe essere lasciata fuori dalla porta. Né certo potrebbe proporsi come alleata al Pdl. Insomma, Di Pietro vede il baratro avvicinarsi e trema.

Se dunque la legge elettorale deve trovare un punto di equilibrio che permetta la pacifica convivenza di tre “categorie” ( vale a dire “ rappresentatività”, “ governabilità” e “ costituzione”) non si tratta di vedere “ quel che fa comodo ai grandi o ai piccoli partiti politici” ma quello che fa il bene del Paese. Sotto questo profilo dunque occorre riconoscere che nella categoria della “ rappresentatività” è necessario risolvere un solo fondamentale problema: quello delle preferenze, se , cioè, i candidati debbano essere scelti dai votanti, dal popolo, oppure scelti – e dunque “ nominati” – dalle Segreterie dei Partiti Politici. Su questo specifico punto ogni contributo è benvenuto. La mia opinione resta comunque quella di dare questo compito . pubblico ( la scelta dei candidati) ai partiti politici. Proporre ed accettare una sorta di “ codice etico” a cui tutti i partiti devono attenersi nello scegliere i loro candidati non dovrebbe essere poi così difficile( niente indagati, niente magistrati, ecc) . In tal modo la responsabilità “politica”, “etica” e – volendo – anche “ giuridica” della scelta di un candidato sbagliato grava su un partito politico, mentre invece , con le sole preferenze popolari, tutte le infiltrazioni possono verificarsi perché verrebbe a mancare il filtro fra il “ territorio” e “ la politica” lasciato vuoto dall’assenza dei partiti politici.

Quanto alla “ governabilità”, essa può essere agevolata dal “ premio di maggioranza” ma , non ostante questo, nessuna Legge elettorale potrà garantirla per la semplice e fondamentale ragione che essa dipende da due fattori: dal poter governare indipendentemente dalla propria maggioranza e dall’averne i necessari poteri. Le prove sono sotto gli occhi i tutti. Basta pensare al Governo Prodi II, pur trainato al Governo dal premio di maggioranza, fu travolto dalla sua stessa maggioranza. Basta pensare ai tre Governi Berlusconi: il primo, travolto – non ostante il premio di maggioranza – dall’uscita della Lega Nord dalla maggioranza; il secondo , soffocato all’interno della sua stessa maggioranza dal’opera corrosiva dell’Udc; il terzo, dall’abbandono dei finiani .Tutte le esperienze dal 1994 ad oggi, dimostrano dunque che no n basta il premio di maggioranza per garantire la governabilità, né, come spiegavo prima, è pensabile abolire o modificare in tutto o in parte l’articolo 87 della Costituzione. Negli States Obama governa alla grande , non ostante abbia perso la maggioranza al Congresso ed al Senato; in Germania, Merkel governa il Paese , non ostante abbia perso tutte le elezioni nei Lender; in Francia, Sarkozy governa a suo agio il Paese, pur avendo ormai smarrito il consenso di cui godeva al momento della sua elezione. Già pochi giorni orsono scrivevo di ritenere fondamentale , per una compiuta democrazia, l’intoccabilità dell’articolo 67 della Costituzione. Non è da questo versante – come troppi si augurano – che possiamo risolvere il problema della governabilità: non è diminuendo le libertà costituzionali che produrremmo maggiore trasparenza democratica, anzi!. Dunque non resta che agire sui poteri del Governo. Che sia Presidenzialismo o premierato dipende dalla discussione, ma l’importante è capire bene che , legge elettorale o non legge elettorale, l’Italia non cambierà mai se non modifichiamo l’assetto istituzionale. Basta con il Governo senza poteri dei Prodi e dei Berlusconi che possono anche durare una intera legislatura ma che sono bloccati dalle proprie maggioranze, basta con un governo eletto dal popolo ma privato dei poteri da una costituzione redatta da gente terrorizzata, a quei tempi, del ritorno del fascismo o dell’esplosione del comunismo, basta con un Presidente del Consiglio eletto dal popolo ma senza il potere di attuare il programma politico e sociale che aveva promesso in campagna elettorale. La modifica della Costituzione per variare gli assetti istituzionali è dunque opera fondamentale , senza la quale nessuna Legge elettorale, né il Porcellum né il Mattarellum, potrà garantire governabilità, rappresentatività e Costituzionalità.

E’ ora evidente che la bocciatura del referendum non prelude ad un facile accordo fra i partiti sulla nuova legge elettorale. La condanna del Porcellum rimane, come dire, una apparenza , per fare contenta la gente, ma per il resto si è in alto mare. Si possono ripristinare le preferenze – io sono assolutamente contrario – ma sbarramento e premio di maggioranza pur convenendo moltissimo ai grandi partiti non garantiscono alcuna governabilità. Lamentarsi che questa legge elettorale non consenta la governabilità è una bieca menzogna meritevole di mettere i suoi propalatori alla pubblica gogna. Dunque, il Porcellum è una legge né ottima né pessima. L’unico neo è che non ha esattamente lo stesso sistema per Camera e Senato: perché, se così fosse, almeno tutte le legislature durerebbero pacificamente cinque anni. E non sarebbe un male. Ma resta il nodo principale: quello dei poteri che il governate deve avere indipendentemente dalla sua maggioranza. Altrimenti non se ne esce fuori.


MA INSOMMA, MONTI, CI VOGLIAMO SVEGLIARE ?

Non ho mai considerato lo spread, quel numeretto malefico che sintetizza la distanza fra gli interessi che noi italiani paghiamo agli speculatori per finanziarci il debito pubblico e quello che pagano i tedeschi, un indicatore della nostra buona salute, dell’affidabilità del nostro debito o del successo governativo. Anzi, per certi aspetti trovo comica questa “ spread-mania “. Perché vedo tutti questi grandi giornalisti, tutti questi grandi economisti, tutti questi grandi parolai che , davanti ad uno spread a 560 ieri ( Governo Berlusconi) urlavano come se l’Italia fosse ormai defunta ed oggi ( Governo Monti) gioiscono perché lo spread “ potrebbe stare” a 580. Non cambiando opinione come purtroppo fanno troppi politici e quasi tutti i pennivendoli italiani, a seconda dei governi e avendo nuotato contro corrente quando quel maledetto numero era considerato ragione buona per licenziare, senza alcun articolo 18 ( leggi votazioni democratiche ) chi invece nel 2008 prese la maggioranza dei voti del popolo, posso ben concedermi di rilevare “ che la media dello spread nei mesi di governo Monti ( due ) è superiore a quella degli ultimi due mesi del Governo precedente “. L’idea che il cambio di governo avrebbe placato i mercati era una gaglioffa menzogna e s’è rivelata per quella che era: un “ abuso della credulità popolare “ reato al quale hanno concorso sinistra e Colle ma senza ancora pagarne prezzo e fio.

Monti non ha torto quando dice : La crisi ha evidenziato le debolezze dell'Europa. Lo squilibrio aggregato dell'Eurozona, in termini di finanza pubblica, non è particolarmente accentuato. Anche Stati Uniti, Regno Unito e Giappone hanno un debito pubblico più pronunciato, ma l'Ue ha degli squilibri al suo interno”. Monti ha invece torto marcio quando aggiunge subito dopo: “L'Europa si è dimostrata più debole di quanto pensavamo che fosse e questo in particolare per le difficoltà a fare fronte ad una crisi che non riguarda l'euro ma riguarda gli aspetti finanziari e di bilancio pubblico di alcuni Paesi”. No Professore , glielo ribadisco per l’ennesina volta : la crisi riguarda l’euro, le sue endemiche deficienze strutturali, nelle quali si riflettono le gravissime lacune istituzionali dell’Unione Europea . Questa crisi della moneta unica si nutre dei debiti sovrani dei Paesi , ma non sono certamente quelli la causa di questa crisi.

Prima che l’euro fosse concretamente adottato avveniva che chi allora sollevava obiezioni contro questa operazione sembrava un maledetto menagramo, qualcuno che non sentiva con sufficiente forza gli ideali europeisti, qualcuno che frenava lo slancio verso il futuro. Purtroppo, quello che allora era il futuro oggi è il passato e vediamo che il risultato è stato un pessimo affare. Se ne dovrebbero avvedere anche i Ciampi, i Prodi, gli Amato, i Napolitano e tutti coloro che ci hanno condotto al disastro attuale dell’Euro. Nel caso dell’Europa si sarebbe dovuto procedere ad una totale unione politica fra gli i Stati o almeno una totale unificazione di politica economica, di politica monetaria e di amministrazione del residuo debito pubblico: “residuo” perché non se ne sarebbe potuto e dovuto creare di nuovo .Anzi gli Stati indebitati ( Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Italia, Francia ,ecc) avrebbero dovuto accettare una sorta di piano pluriennale di rientro. Indubbiamente questa unificazione avrebbe dunque dovuto comportare una notevole cessione di sovranità per le materie indicate: economia, fisco, politica economica, politica monetaria, bilancio dello Stato. Non essendo ipotizzabile una guerra per costringere i singoli Stati ad obbedire alle norme accettate, si sarebbe dovuto prevedere, faccio un esempio, il modo di espulsione dalla comunità dello Stato inadempiente. E analogamente si sarebbe dovuto prevedere il modo in cui un singolo Stato avrebbe potuto volontariamente abbandonare la comunità, qualora l’avesse desiderato.

Pare incredibile che tutto questo, che sembra cosa elementare anche al più sprovveduto dei cittadini, non lo sia stato per i politici del più colto continente del mondo. Per quanto possa apparire inverosimile, non si è previsto un meccanismo di espulsione dalla comunità monetaria, quasi fosse impossibile per uno Stato comportarsi in modo irresponsabile. E non è stato previsto l’abbandono volontario, quasi fosse impossibile che uno Stato, essendo ancora sovrano, potesse dire puramente e semplicemente: “Bye bye, Euro !”. Anche alla costruzione europea, dunque, sono stati applicati , per quanto riguarda l’Italia, i principi autocratici platonici, la cui democrazia doveva essere guidata da “ quelli che sanno”, rimanendo il popolo al suo ruolo di “ massa di imbecilli incolti , puzzolenti e rompicoglioni”! Ma è bastato che le politiche economiche dei Paesi europei fossero fra di loro divergenti e che gli Stati indebitati ben al di là del 60% (massimo originariamente previsto) continuassero nel ricorrere a indebitarsi ulteriormente ,piuttosto che ripianare i debiti precedenti, per fare esplodere il bubbone.

Ora quegli stessi incoscienti che ci hanno portato a questo fallimento europeo si chiedono come fare per uscirne e molti di costoro – fra cui proprio il Professor Monti insieme alla sinistra di Napolitano, Bersani, ecc – supplicano – con viaggi e questue ripetute - un intervento dei due pesi massimi dell’eurozona: Francia e Germania . Si vorrebbe ora, che costoro garantissero il debito pubblico degli Stati indebitati (il più grande dei quali è l’Italia) con l’emissione di eurobond, con l’intervento a garanzia di una superbanca o come che sia. Ma di fatto non si decide nulla né si potrà decidere nulla. E come si potrebbe decidere qualcosa se l’Europa è stata ciecamente e scioccamente costruita senza fondamenta istituzionali ? La Germania, giustamente, pensa: “Se pago ora per facilitare tutti questi stati spendaccioni , chi mi garantisce poi che costoro non continueranno a spendere e spandere soldi come nel passato invece di provvedere a restituirmi quelli che gli ho prestato?” La Germania ed anche la Francia si trovano nell’assurda situazione che se esplodono Grecia ed Italia – le cicale europee – quelle che si troveranno in mezzo ad una strada sono proprio loro due – le formiche europee - perché le loro banche detengono i titoli pubblici greci ed italiani ed avranno una perdita colossale. È il vecchio dilemma delle banche: se smettono di sostenere un loro grande debitore, questi fallisce, provocando loro un deficit enorme. Ma se lo sostengono e quello per caso non riesce a raddrizzare la propria situazione economica, il suo successivo fallimento potrebbe comportare un disastro ancora più grande. Come si fa a sapere quale sia il danno minore?


Ecco, Professor Monti : se “ Tu e Lapo ed io “ volevate l’unificazione europea dal punto di vista economico, non bisognava soltanto creare una valuta comune ( come quella del Monopoli ), ma bisognava - appunto - realizzare l’unificazione europea dal punto di vista economico. Che è poi anche un punto di vista politico. La sola moneta unica poteva creare il rischio di uno squilibrio fra Paesi con diversi livelli di inflazione, di politica fiscale, di potere d’acquisto e di debito pubblico. Che è poi quello che accade oggi . Prima del 2002 i grandi competenti ( gli Amato, i Ciampi, i Prodi, gli euro entusiasti come Lei Professore , ecc) , con la sola eccezione di Antonio Martino e di pochi altri, tutto questo non l’hanno né visto, né previsto. O più precisamente hanno chiuso gli occhi per non vederlo. Ed oggi pretenderebbero pure di avere ancora diritto alla parola.

PROFESSOR MONTI, MA COSA DICE MAI ?

Giorni orsono, il Premier ha esternato alcune sue convinzioni e tra queste mi ha colpito, per enfasi e contenuti, la seguente: «c'è chi, come gli evasori, mette le mani nelle tasche di altri italiani». Lo so che l’ha voluto dire per controbilanciare il “ Non abbiamo mai messo le mani nelle tasche degli italiani” di Silvio Berlusconi, ma, per favore, accendere bene il cervello, prima di dare fiato alla boccuccia bocconiana. Perché a prima vista, quell’affermazione del Prof. Monti sembra un’ovvietà: l’evasore non paga, perciò qualcuno è costretto a pagare anche la sua quota di tasse, oltre alla propria. Se non è “rubare” questo!

Lo stato italiano applica una pressione fiscale ai propri cittadini che è elevatissima, tra le massime al mondo, ed è misurata mettendo al denominatore il PIL, includendo quindi anche la quota di consumi degli evasori. In parole povere la vera pressione fiscale su chi paga le tasse – è ormai arcinoto – è ben più alta, attestandosi ben oltre il 50% del suo reddito. L’esazione di cotanta somma è nelle mani dello Stato, e delle sue varie articolazioni, che con la recente reintroduzione dell’immondo principio del “solve et repete” ha anche reso difficilissimo difendersi – e parliamo di contribuenti, ovvero di gente che le tasse le paga – dagli accertamenti che esso stesso produce, spesso sulla scorta di studi ed analisi di scostamento da parametri da esso stesso determinati e stabiliti.

C’è quindi una sola entità, in Italia, che può mettere le mani nelle tasche dei cittadini e che difende a denti stretti questo suo vero e proprio privilegio: lo Stato. L’evasore, nella realtà, si “limita” a tenere ben chiuse le proprie tasche o a celarle, di fronte peraltro ad una imposizione intollerabile e ad un sistema di sprechi e clientelismi quasi osceno. Lo stato, rivelandosi pure – a giudicare dalle statistiche ufficiali – largamente incapace di rintracciare gli evasori e recuperare le somme dovute, ha deciso di chiedere ancora di più a quelli che già le pagano, come è quasi regolarmente avvenuto in occasione delle manovre recenti e passate (quella del “anche i ricchi piangano”, rivelatasi un salasso per tutti, ad esempio).

Perciò, Professor Monti, cerchia di non cambiare le carte in tavola: la lotta all’evasione è un sacrosanto dovere delle istituzioni che, seppur non in grado di risolvere i problemi finanziari del Paese, può e deve operare un ripristino dell’equità sociale nei confronti dei contribuenti onesti. Ma nelle tasche di questi ultimi le mani le sta mettendo, come è ovvio che sia, lo Stato italiano ed il presente governo, così come tutti i governi che lo hanno preceduto. Forse il Premier ha intenzione di istituire, per legge, l’obbligo di immediata e progressiva riduzione del carico fiscale posto sulle spalle dei contribuenti onesti, in misura pari al recupero dell’evasione fiscale, in modo che i risultati di questa lotta non servano solo a far ingrassare, di nuovo, la pancia dello Stato sprecone, ma vengano realmente restituiti a chi ha sinora pagato per tutti? Di questo impegno formale, sacrosanto nei confronti di noi cittadini-pagatori, però, purtroppo, nei discorsi di Monti non ho trovato traccia.

L’evasione fiscale non è un diritto, non è una rivolta (lo sarebbe l’obiezione, ma si pratica alla luce del sole), è solo egoismo ai danni della collettività. L’evasione non favorisce il mercato produttivo, perché i soldi neri non si reinvestono, semmai si portano via, e di nascosto. L’evasione inquina il mercato, perché favorisce chi la pratica facendo diventare l’onestà un handicap. L’evasione copre anche il mercato criminale che, specie in alcune zone del sud, crea vere e proprie aree in cui lo Stato non esercita sovranità. Posso continuare, ma credo basti per dire che l’evasione va perseguita e condannata.

Ma l’esistenza dell’evasione fiscale non giustifica la violenza esercitata sui singoli contribuenti, supposti evasori (così come l’esistenza del crimine non giustifica che si sbattano in galera gli innocenti). E il dovere di pagare le tasse non significa che si debba tacere circa l’uso di quei quattrini, evitando di dire quel che credo: troppi se ne buttano via.Un cittadino che si veda raggiunto da cartelle esattoriali è irragionevolmente menomato nei suoi diritti. E’ considerato un evasore, gli vengono portate via le cose, lasciandolo a dover dimostrare d’essere onesto. Ridotto a suddito di uno Stato dispotico. Ha diritto di ricorrere, di rivolgersi a un giudice, ma la giustizia ci mette (mediamente) circa tremila giorni per stabilire se ha ragione o torto. Nel frattempo lo Stato gli dice: siccome ti sei rivolto a un giudice, quindi c’è un contenzioso, ti sospendo ogni pagamento. Questa è pura concussione, pura estorsione, pura violenza privata, pura intimidazione. E non sono misure contro gli evasori, ma contro le persone oneste: il criminale sopravvive, è l’imprenditore per bene che chiude.

Allo stato delle cose, quindi, l’affermazione da cui trae spunto questo articolo oltre che essere palesemente sbagliata, giacché chi mettesse le mani nelle mie tasche, non autorizzato, sarebbe tecnicamente un ladro e non un evasore, sembra solo voler avvalorare il ruolo di uno Stato che, bontà sua, è fisicamente costretto a prelevare dalle mie tasche le imposte in realtà dovute da altri. Nessuno però costringe lo Stato a farsi esattore dei malavitosi (come mi dicono essere gli evasori), se non la stessa inefficienza dello Stato che è alla base dell’imposizione intollerabile cui siamo soggetti. Siamo, nel senso più letterale dell'espressione, allo Stato etico e ladro.

Ma dovremmo sapere che il nostro diritto di decidere come utilizzare i redditi che produciamo è sacrosanto, e non può essere oggetto di valutazioni etiche altrui. Se non ce ne rendiamo conto, e lasciamo che simili follie si facciano strada senza aprir becco, significa che ormai il più insensato e suicida luogo-comunismo tartassatorio ed autofustigatorio ha raggiunto il parossismo. Così avremo fatto un bel passo avanti verso una comunità che ha rinunciato volontariamente alla propria libertà.E’ da questa constatazione che dovrebbe partire l’azione di governo che tanti si aspettano riformatrice, anzi, rivoluzionaria.


MI FRULLA PER LA  TESTA UN DUBBIO ATROCE......

Leggete queste frasi .

Un paese massacrato da mezzo secolo di gestione ideologica, una classe politica corrotta e inetta, poteri oscuri di mafie, potentati burocratici e di affari, clientele finanziarie, il quadro macroeconomico disastrato, il debito pubblico insostenibile. La stampa asservita al potere dominante, le voci del dissenso marginali e ignorate dal grande pubblico. Una censura pesante ma strutturata sostanzialmente dal generale conformismo. Un primo ministro esautorato dal partito di maggioranza. I paesi partner nel blocco di alleati preoccupati e incerti attraversati da inquietudini e tentazioni di autonomia. Un presidente ansioso di imporre un cambiamento di modernizzazione. Una decisione non certo eversiva, ma fortemente irrituale, e, per effetto dell’ineffabile ma esplosivo contesto, si innesca una sequenza travolgente della quale si conosce l’inizio, ma non si intravede né lo svolgimento né la possibile conclusione. Non è roba mia.

Ma allora, di cosa si tratta ? Dell’Italia del 2011 di Napolitano o dell’Unione Sovietica del 1985, quella di Gorbachev?

Guardando l’Italia ci sono ragioni per preoccuparsi. Abbiamo tutti notato la assoluta novità della attuale situazione politica italiana con un presidente del consiglio dei ministri non eletto, ma nominato dal presidente della repubblica sostenuto da una strana coalizione formata dall’ex partito di opposizione e dall’ex partito di maggioranza relativa. Una situazione che contiene in embrione una radicale sovversione del quadro politico precedente, la dissoluzione dei partiti politici italiani e la apertura a svolgimenti affatto imprevedibili. Proprio come avvenne nella Russia dopo l’innesco della perestroika di Gorbachev. Un percorso che venticinque anni dopo si è arenato sullo scoglio chiamato Vladimir Vladimirovich Putin. Non so se mi spiego.La grande differenza con la Russia del 1985 è la libertà politica che l’Italia aveva prima del cambiamento indotto dalla decisione di Napolitano e che la Russia certamente non aveva durante la fase totalitaria che ha iniziato a sciogliersi con il lento processo di destalinizzazione innescato da Nikita Khrushchev ( l’uomo che sbatteva le scarpe !) nei primi anni 1960.

Ma è proprio su questo punto che mi interessa svolgere qualche ragionamento. Siamo proprio sicuri di essere liberi nel pensiero e nell’azione, di poterci muovere senza il plagio della società, della storia, di categorie imposte dalla religione e dalla ipocrisia comportamentale consolidata e magari volontariamente scelta da noi stessi? Secondo i canoni consolidati del luogo comune occidentale siamo individui liberi, autonomi e indipendenti. Pensiamo quello che vogliamo diciamo quello che vogliamo, scriviamo quello che vogliamo, insegniamo quello che vogliamo, mangiamo, leggiamo, studiamo, viaggiamo etc. tutto nell’ambito della più completa libertà.

E’ così o non è così? Sull’argomento vale la pena riflettere.

Nell’osservare gli ultimi anni della nostra storia viene un dubbio angoscioso. La perdita della libertà nei regimi comunisti è avvenuta secondo un processo paradigmatico evidente e noto: il dominio del partito unico, il controllo feroce della comunicazione pubblica, l’interdizione del contraddittorio dell’opposizione e della pluralità di pensiero, la censura, le polizie segrete e tutto il catalogo oramai noto per volumi di letteratura politica e non. Grazie ai testi di George Orwell (insuperata la micidiale efficacia de “La Fattoria degli animali” e di “1984”) e di Aldous Huxley (Brave New World), alla letteratura della dissidenza russa di Solzentsyn, Sakharov, Pasternak, sappiamo tutto di come funzionava l’asservimento dei cervelli e delle società civili modello PCUS.

E noi ? Cresciuti sguazzando nella pluralità del pensiero occidentale, nell’esercizio anche sfrenato della libertà individuale e politica, abbiamo goduto di tutti i vantaggi del “sistema liberal-democratico” e li abbiamo consumati fino in fondo. Ma forse qualcosa ci è sfuggito. Il dubbio che viene oggi è che questo appiattimento possa avvenire anche per assuefazione all’eccesso di “liberal-democrazia”. Un altro conformismo si insinua nel cervelli e nelle società che non è il conformismo del partito unico e delle sue censure. Ma forse è un conformismo altrettanto, se non più, pericoloso. Una specie di cavallo di Troia ideologico che introduce nella nostra fortezza liberal-democratica lo stesso degrado di effettiva libertà, la stessa intolleranza, magari benevolmente travestita, ma con la stessa capacità di avvelenamento critico.

Quando Ricolfi con molto coraggio e franchezza denuncia,  il 5 gennaio scorso,  che “ci sono cose che non si possono dire oggi in Italia…” quando Pietro Ichino viene contestato dalla linea sindacale ortodossa, quando Sergio Romano denuncia la “concertazione” come prassi “fuori tempo”: tutti in qualche modo segnalano lo stesso dubbio. Per non evocare episodi più drammatici come gli attentati .“Ci sono cose che non si possono dire in Italia”, ma non perché ci sia la censura del Comitato Centrale del PCUS che le vieta; non perché ci sia una Stasi che arresta e tortura chi le dice; non perché chi le dice rischi di essere confinato in un manicomio da un regime. E allora è forse utile chiedersi perché. E le ragioni sono delicate e diffuse, pervasive e appiccicose.

È scomodo. È ambiguo, oscuro e implicito. Come sempre arrampicarsi contro il modello consolidato e conforme. Non ti fai molti amici e quelli che hai ti guardano male, o se ne vanno. Diventi insofferente e intollerante e di conseguenza non sei tollerato né sopportato. È difficile da spiegare. Ma sull’argomento converrà pensare ancora. Perché quello che alla fine viene aggredito dal generale conformismo è un valore di grandissimo pregio: l’essenza della libertà. Non la sua banale apparenza.

Luca Ricolfi lo ha scritto con distaccata ironia ma il fatto “che ci sono cose che non si possono dire in Italia …” la dice lunga sull’Italia di oggi e sulla nostra condizione e, a parte il garbo e l’ironia di Ricolfi, la sua affermazione fa anche un po’ paura.

Torno alla provocazione iniziale. Si può eccepire sulla provocatoria omologia tra l’Italia di Napolitano del 2011 e la Russia di Gorbachev nel 1985, ma una cosa effettivamente avvicina le due situazioni storiche: la loro comune potenzialità esplosiva.Il pentolone dell’Italia nel 2011 con le sue tensioni nascoste ed esplicite, mafia, vaticano, corruzione, privilegi delle caste, sindacati, elites finanziarie non controllate, speculazione, evasione fiscale, blocco del credito, congestione, inquinamento, disoccupazione, povertà di futuro, immigrazione, conflittualità etnica, sfruttamento, debito pubblico insostenibile, carico fiscale insopportabile, scuola e università disastrate, differenze nord-sud, classe politica incapace, sistema elettorale inadeguato, partiti vuoti o programmaticamente inesistenti, credibilità della classe dirigente azzerata… è in realtà una bomba e credo che Napolitano abbia appena acceso la miccia. Proprio come fece Mikhail Gorbachev nel 1985 quando lanciò la perestroika.

M’è venuto proprio questo bel dubbio!

IL SOLITO CORO DEI MELENSI IPOCRITI SU SCHETTINO

Non intendo minimamente istruire una benché minima difesa del comandante Schettino, ma semplicemente voglio urlare in faccia a tutti questi Mastro Titta il mio fermo e inossidabile garantismo. Queste righe sono solamente la mia ennesima vibrante protesta contro un processo mediatico, gaglioffo, insolente, medioevale, incivile, quello per il disastro della nave da crociera Costa Concordia, che si sta svolgendo non nei Tribunali ma tra Porta a Porta e “ Chi l’ha visto”, tra “ Quarto grado” e “ pomeriggi su RAI uno, Due, Tre”.Ho sentito in televisione l'intervista ad un signore di nazionalità indiana che, in perfetto italiano, ci ha detto che, in nazioni vicine alla sua India, Schettino “ sarebbe stato già giustiziato “.Testuale. Sarei curioso di sapere con quel mezzo quel Paese così civile avrebbe già “ giustiziato” Schettino: massacrato, profanato e poi appoeso ad un’altra Piazzale Loreto a testa in giù? Oppure impiccato da un boia autorizzato dalla santa inquisizione su una forca preparata lì per lì? Oppure fucilato? Credevo di vivere in una nazione civile, nella quale il diritto ha da tempo immemorabile superato la barbarie della privazione della vita per il reo. Credevo dunque che propagandare queste interviste offende l'intero mondo della comunicazione, del giornalismo.

Piuttosto mi chiedo perché solo il comandante Schettino sia sottoposto al fuoco incrociato di televisioni e giornali. Infatti in questo gioco, tutto gridato, starebbero sfuggendo tante e ben altre responsabilità alle quali finora nessuno ha, stranamente, fatto riferimento .Ma sai com’è questo benedetto Paese: oggi va di moda la “ fellatio” continua a Monti, perciò meglio seguire l’andazzo comune, il velo di ipocrisia generalizzata dei benpensanti Parlo , in ordine sparso , dell’armatore ( dal quale il Comandante dipende); parlo della massa degli ufficiali di bordo del Concordia che non hanno reagito come avrebbero dovuto una volta resisi conto dell’errore; parlo degli “ ufficiali di rotta” in plancia di comando; parlo anche dei tanti ipocriti che si sono scagliati con frasi roboanti contro Schettino ( come dimenticare il De Falco della Guardia Costiera che ordina con esibita arroganza “ Schettino, torni sulla nave, cazzo!”) come appunto la Guardia Costiera ( il cui compito è quello di controllare le coste) e che invece di vietare da sempre a tutte le navi simili pericolose manovre ( dov’era la Capitaneria quando si inchinavano tutte le altre navi passando pericolosamente raso raso alla riva, nel suo assordante silenzio?Dove stava, De Falco, cazzo?); le tolleravano se non addirittura le invogliavano? Facile e da vigliacconi prendersela con questo Schettino, lo sappiamo tutti che i Comandanti delle navi da crociera sono quasi obbligati dall’armatore a fare i “ piacioni” a bordo, a sopportare le “ signore d’età” che cercano la conferma della loro ormai smarrita attraenza. . Certo Schettino non solo ha sbagliato, non solo ha abbandonato la nave quando ancora vi erano due o trecento passeggeri che dovevano essere aiutati a sbarcare, ma ha anche avuto il merito di attuare una manovra – a bastimenti ferito – che ha permesso alla Concordia di piaggiarsi vicino alla riva, salvando così innumerevoli vite umane. Schettino appare un vanesio più che un assassino, un “ fumoso sciupa femmine” piuttosto che un vecchio lupo di mare. Bisogna cercare solo la verità , non la facile forca.

Roma domenica 22 gennaio 2012

Gaetano Immè

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