Gaetano Immè

Gaetano Immè

lunedì 6 febbraio 2012

STANNO TENTANDO DI IRREGIMENTARCI


Brezza di delazione , venticello di calunnia, refolo di spiata e sapore di regime mi tolgono ogni seppur lontano cauto ottimismo sul futuro di questo Paese ormai contagiato da questo miserabile falso e bigotto moralismo . Sappiate subito che stanno tentando di introdurre ufficialmente la “delazione” nella vita sociale dell’Italia, la “ delazione” pura, addirittura dietro regolare “ taglia in denaro” , come strumento per combattere corruzione ed evasione fiscale. Andatevi a leggere gli atti della così detta “ Commissione per lo studio e l’elaborazione delle proposte in tema di trasparenza e prevenzione della corruzione “ e stupirete e trasecolerete. Piano piano, passetto dopo passetto, non solo possono spiare le nostre telefonate , non solo possono sindacare ,col controllo dei pagamenti oltre una certa cifra, sui miei personali gusti e desideri, non solo i nostri conti correnti sono ormai alla mercé di qualsivoglia impiegato di qualsivoglia ufficio dell’Agenzia delle Entrate, ma stiamo arrivando a diventare una Germania Est degli anni sessanta/ settanta, con tanto di Stasi. La “ taglia”, roba da Far West anni trenta ma di due secoli fa, viene stabilita fra il 15% ed il 30% della somma che l’Erario recupererà grazie alla delazione. Verrà dunque istituito un numero telefonico "segreto" al quale biascicare le denunce sulle ipotetiche evasioni e sui comportamenti fiscalmente scorretti di coloro che vivono insieme a noi e con i quali abbiamo a che fare . Un gruppo di “giovani informatici” avrebbe poi messo a punto un software che garantirebbe l'assoluta anonimità delle denunce, non consentendo di risalire al numero telefonico del denunziante. Quello che leggo di questa Commissione è semplicemente orripilante. Viene previsto , per tutti i Dirigenti della pubblica amministrazione e per tutti i titolari di incarichi elettivi ( quindi dal parlamentare al consigliere circoscrizionale, tanto per schedarci ben bene tutti ) che sia resa “ pubblica” la situazione patrimoniale sua e dei coniugi fino al “ secondo grado di parentela” . Come dire, dal nonnetto di casa fino a tutti i nipoti. Ognuno dei miei nipoti dovrà mettere in piazza quel che possiede se disgraziatamente il sottoscritto venisse eletto Consigliere del Municipio di Roma Nord .

Secondo voi queste mie lamentele equivalgono a sostenere la corruzione e l’ evasione fiscale ? Ma fatemi il piacere , ma quando mai! Solo che credo che in un Paese civile la lotta ed il contrasto alla corruzione ed all’evasione fiscale sia un compito dell’Autorità Giudiziaria e del Ministero competente e non il risultato di infami delazioni, visto che si tratta di veri e propri reati penali. Ritenevo che in un Paese civile la nostra Magistratura avrebbe dunque dovuto debellare definitivamente la corruzione quando nel 1992/1994 il Pool di Milano distrusse giudiziariamente i partiti politici corrotti , mentre invece non è stato così, perché non solo fu salvato un solo partito, il PCI - PCI che partecipava come gli altri alla corruzione dominante - e quei germi , rimasti vivi e vegeti in vitro PCI , hanno riprodotto gli stessi fenomeni corruttivi d prima: basta guardare i casi di Tedesco, di Penati, di Unipol e la BNL, di Brentan, di Lusi per rendersene conto .
Basta leggere le pagine dei nostri più diffusi quotidiani (che non sono certo i migliori ) per capire come tutto questo sia anche approvato da molti, e dunque reso possibile; e come, fra la ignava accondiscendenza di troppi e il dominante moralismo politicamente corretto, idee degeneri come queste ci porteranno ad un regime vero e proprio.

Un Paese che pensa di basare la propria “rinascita “ sulla “delazione”, che pensa di ricreare la propria “ legalità” riesumando dal Far West addirittura la “ taglia”, che concede credenziali alle spiate di vicini , è semplicemente un Paese senza futuro. Anzi, per precisione, è un Paese con un futuro da dittature totalitarie, sia di destra ( Cile,ecc) che di sinistra ( Cuba, Corea del Nord, ecc). Un Paese in cui i cittadini son dediti a sorvegliarsi a vicenda, a spiarsi, e magari anche a ordire le proprie piccole e rancorose vendette personali, mentre lassù, sul Colle più alto, un “regnante”, un “ dux” , uno “ Zar”, un “ Masaniello “, un “ ottimato”, uno “ spartiato”, un superuomo insomma , non eletto da nessuno, decide per noi , su ciò che è bene e su ciò che è male. E’ semplicemente un Paese che fa schifo.

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SULL’ARTICOLO 18 , ANCORA UNA BATTAGLIA CONSERVATRICE DELLA SINISTRA E DEI SINDACATI

A proposito delle ipotetiche riforme che il Governo tecnico accenna timidamente di voler introdurre nel Paese riguardo al lavoro , sorprende constatare che fra di esse trova un posto, se non primario almeno comprimario, una modifica del famoso articolo 18 della Legge n. 300/75, quello che ha introdotto fin dal 1975 nel Paese una tutela –per coloro che ne godano – che non ha uguali al mondo: quella cioè che sia un Magistrato a decidere se un licenziamento sia giusto o no al posto dell’imprenditore; che un licenziato abbia diritto al reintegro nel suo posto grazie ad una sentenza del Tribunale del Lavoro.

Il problema è noto a tutti, ma dovrebbe essere anche noto:


che questa tutela sia prevista solo per coloro che lavorano in imprese private;

che questa tutela sia prevista solo per i dipendenti di imprese private che per di più occupano più di quindici dipendenti;

che dunque questa tutela, statistiche alla mano, è una “concessione” che spetta ad uno scarso 10% dei lavoratori subordinati del solo settore privato ;

che è dunque una concessione che viene elargita dal potere ad un ristretto gruppo di persone che, oltre tutto, sono ormai in maggioranza vicini all’età di pensionamento;

che questo ristretto gruppo di persone , per via della sua ovvia e scontata iscrizione al Sindacato, costituisce il maggior azionista e dunque il vero proprietario di quel potere sindacale che ,in Italia, gestisce da posizione istituzionale stradominante ( grazie alla concertazione di ciampiana memoria ) queste concessioni;

che ex adverso la quali totalità , il 90% di tutti i lavoratori subordinati in Italia non gode di questa tutela speciale;

che , aggiungo, sempre in Italia, nessun altro “ lavoratore”, che non sia comunque un “ lavoratore subordinato” gode non dico di quella tutela , ma neanche di quegli “ammortizzatori sociali” i quali invece spettano solo ai “lavoratori subordinati “ (per identificare questi reietti sociali, i nuovi iloti odierni, basta pensare alle partite IVA, ai lavoratori autonomi, ai piccoli imprenditori, agli artigiani, ai commercianti, ecc) ;

che una “ concessione” o “ tutela “ come questa sancita dall’ articolo 18/300, che il potere elargisce a favore di un gruppo minoritario , a vantaggio esclusivo dei propri azionisti, dei soli propri iscritti, derogando completamente rispetto alla dominante ed ordinaria legislazione valevole per la stragrande maggioranza della collettività, non è altro che un medioevale ed anacronistico “privilegio”.;

che non è vero affatto, dunque, che in Italia “ siamo tutti uguali davanti alla Legge” come prescrive l’articolo 3 della Costituzione, perché invece è vero proprio il contrario e cioè che questa impostazione giuridica ed ideologica che suddiviso di fatto i lavoratori italiani no in almeno quattro classi sociali suddivise secondo il censo, che sono:
A. i dipendenti pubblici, i quali godono di una eterna impunità e di totale immunità;
B. i subordinati privilegiati, che sono quelli che godono del privilegio introdotto in Italia dall’articolo 18/75;
C. i subordinati ordinari, che godono del sistema degli “ ammortizzatori sociali”;
D. tutti gli altri lavoratori che non siano “ subordinati” che non hanno alcuna protezione speciale e che
    neanche godono del sistema degli “ ammortizzatori sociali”.

Insomma questa storica impostazione della legislazione del lavoro che dal 1948 ad oggi ha condotto l’Italia a questa crisi interna di produzione e di produttività basata essenzialmente sulla dannazione e sulla preventiva condanna dello spirito imprenditoriale e sulla assolutista e cieca difesa del solo “ lavoratore dipendente”, sistema del quale tutto il movimento sindacale e tutta la sinistra italiana sono stati e sono le gradi vestali, i grandi ed impaludati sacerdoti, ha portato, alla faccia dei sacrosanti principi costituzionali di “ uguaglianza” al “ privilegio” dei moderni “ spartiati” e ad una divisione sociale in classi da basso impero medioevale.

E ancora oggi, l’Italia è l’unico, ripeto L’UNICO PAESE AL MONDO dove esiste una norma come quella recata dall’articolo 18/75.

Ci aveva provato il Governo in carica fra il 2001 ed il 2006 a modificare questo inaccettabile “privilegio” della casta , ma sindacati, CGIL in testa , e tutta la sinistra - pur ostacolare anche una semplice mitigazione di questo privilegio che avrebbe consentito di migliorare il sistema delle garanzie sociali per le altre classi di lavoratori - stavano trascinando il Paese in una spirale di violenza.

Affermano, costoro, difendendo così questo “ privilegio dei pochi a dispetto della miseria dei tanti” ( sindacati, sinistra ed anche buona parte del PD ), che “toccare l’articolo 18 non migliora la situazione, abbassa per tutti l’asticella dei diritti “. Come per tutti? Ma se è solo una “ ristretta casta di subordinati “ che gode di questo privilegio ? Eccola scovata , allora, l’idea malsana della sinistra e del sindacato: loro ritengono , da perfetti “ comunisti dentro”, che il lavoro e l’economia si reggano su decisioni pubbliche, su decisioni dello Stato. Questa ideologia dello “ Stato padre padrone” in economia è la prosecuzione della stessa ideologia economica dell’Urss che metteva tutta l’iniziativa economia solo nelle mani dello Stato, il quale era il proprietario di tutti i mezzi di produzione: capitale ,  lavoro e mezzi di produzione. Per questa perversa logica comunista non deve esistere una libera attività economica, ma tutto deve essere subordinato alle direttive ed ai voleri dello Stato. Un’impresa vuole aprire un’attività? Un’altra vuole chiudere la sua attività? Lo Stato comunista deve stabilire se può o se non può , non “ il mercato”. Un’altra impresa decide di andare a produrre in un altro Paese ? Ecco lo Stato “ padre padrone” che ti fa un bel D.L. con il quale vieta lo spostamento. Insomma, siamo alla “ solita storia del pastore”: all’idea, tutta comunista, che lo Stato produca e conservi posti di lavoro con decreti legge, senza pensare al mercato. Altro che “ sogno”, come si autoassolvono teneramente tutti i portatori sani di questo tumore che porta lo Stato che ne viene contagiato, al fallimento: Grecia docet, per restare solo ai nostri giorni..

E’ questo il cammino seguito negli ultimi sessanta anni dalla classe politica italiana per portare sull’orlo del fallimento il nostro paese. Per questa ideologia politica di sinistra , la “ politica industriale “ non esiste, ma è solo un costume con il quale la politica comunista maschera la propria volontà di controllo sul mercato. Una parola elegante , diciamo, per rendere presentabile con parole “bocconiane” un regime economico che ormai ha fallito in tutto il mondo. Non si tratta quindi di desiderare sic et simpliciter la cancellazione dell’articolo 18, ma semplicemente si tratta di attenuarlo,  di mandarlo ad estinguersi , visto che appare possibile che l’ eliminazione di alcuni “ privilegi” comporti una risparmio economico ed una spinta produttiva , i cui ritorni economici sommati fra di loro consentirebbero almeno di fare godere a tutti i lavoratori di questo Paese di quelle misure di “protezione sociale” attualmente invece riservate ad alcuni. Speriamo dunque vivamente che questo Governo dei Tecnici riesca nell’impresa di eliminare o di modificare questo privilegio. Per favore, rispettiamo l’articolo 3 della Costituzione e condanniamo come inaccettabile la battaglia dei sindacati e della sinistra che si battono per mantenere intonso questo privilegio, agevolando una “ loro casta” a svantaggio del popolaccio.

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COME LA POESIA DI TOTO’: “NU JORNO, ALL’INTRASATTA,SENTETT ‘E TUZZULIA’ NCOPPA A STU CORE….!!!!!”

Penso alla faccia  da Bombolo che deve aver fatto il Dr Ernesto Lupo alla notizia dell’imprevista approvazione, alla Camera , della responsabilità civile dei Magistrati, nei casi di dolo o colpa! Peccato non averla potuta ammirare ! Il Dr Ernesto Lupo è quell’esimio Alto Magistrato – tutto maiuscolo come si usa nel mondo dei Ragionieri Filini e Fantozzi al quale costui appartiene – che “ concionando d’ermellin fasciato” durante l’apertura di questo anno giudiziario, non stava nella pelle dalla gioia di essersi liberato del Governo Berlusconi e così di ritenersi ormai al riparo da ogni e qualsiasi forma di riforma, civile ,penale ed organizzativa del sistema Giustizia che quel Governo aveva promesso al suo elettorato. Se il Dr Ernesto Lupo, da serio a sobrio Presidente di Corte D’Appello, saltellava concionando sullo scampato pericolo così diventando una sorta di Bombolo sputacchiante, chissà l’espressione del suo viso davanti alla repentina introduzione della “ responsabilità civile dei Magistrati”. Peccato non esista filmato, magari familiare e rubato. Comprarlo e gustarselo, sbellicandosi dalle risate, varrebbe bene una condanna certa!

Dalla bellezza di 25 anni ( referendum del 1987 stravinto dal popolo) si cercava di mettere argine all’immondo privilegio di cui godono in Italia i soli Magistrati, quello cioè di non rispondere mai per i loro errori, come invece ne rispondono tutti gli italiani: medici, avvocati, notai, commercialisti, impiegati, dirigenti, dentisti, tassisti, farmacisti, ecc. E dalla bellezza, poi, di 18 anni, dall’estorsione che il Pool di Mani Pulite compì ai danni di un Parlamento intimorito ed intimidito dalle minacce dei Magistrati con la sforbiciata alle guarentigie costituzionali poste dai Padri costituenti con l’articolo 68, che si cerca inoltre di ricostruire un argine allo strapotere della Magistratura sulla vita istituzionale italiana , a dispetto della Costituzione che invece prevede come suo elemento essenziale, l’indipendenza fra i due poteri ( quello giudiziario e quello politico).Ma ogni tentativo era andato a sbattere sul pervicace ed irragionevole arroccamento della casta delle toghe e dei loro alleati politici e mediatici, che avevano un solo comune obiettivo: non certo quello di migliorare la Giustizia o quello di eliminare il privilegio dell’impunità dei Magistrati, ma molto più terra terra quello di cercare di abbattere il governo Berlusconi. Ricordate? Solo sfiorare i privilegi e le impunità dei Magistrati era considerato un attentato alla indipendenza della Magistratura ed alla Costituzione. Poi all’improvviso, all’intrasatta, quando meno te lo aspetti, ecco arrivare un voto segreto che introduce la responsabilità civile dei magistrati: chi sbaglia pagherà di persona, come avviene per qualsiasi cittadino lavoratore. I magistrati sono furenti, ovviamente. Traditi pilatescamente: dal governo dei “ sobri Professori bocconiani”; dal duo Napolitano / Monti nonostante che l’esimio Alto Magistrato Dr .Ernesto Lupo lo avesse appositamente venerato, adulato, idolatrato, ossequiato, riverito, con una sorta di fellatio istituzionale; da una cospicua parte della sinistra, che li hanno cinicamente usati come braccio armato per scaricare Berlusconi e che adesso , davanti ad un Governo- che la stessa sinistra deve per forza sostenere per esserne stata la promotrice prima – adesso spaventata da una possibile caduta dello stesso Governo, adesso li scarica.

Cos’abbiano poi tanto da stracciarsi gli ermellini questi Magistrati ancora devono spiegarcelo bene. Non si capisce bene il principio democratico in base al quale possono essere eliminati presunti privilegi di tassisti, benzinai, farmacisti, pensionandi e non invece i loro privilegi e le loro impunità. Del resto la Camera non ha fatto altro che accogliere, con 25 anni di ritardo, la volontà degli italiani che in un referendum del 1987 ( ricordiamo: 8 e 9 novembre del 1987: gli italiani sono chiamati ad esprimersi sul referendum promosso da Radicali, Socialisti e Liberali per l’abrogazione delle norme che limitano la responsabilità civile dei giudici. Quel referendum passò con l’80,2 % di Sì.)avevano deciso che i magistrati dovevano pagare personalmente per i loro errori. Il consociativismo fra DC, PSI e PCI, con l’aiuto concreto del Guardasigilli Vassalli, avevano consentito ai Magistrati di farsi beffe della straripante volontà del popolo sovrano. Ecco, ogni qualvolta che si è parlato di riformare la giustizia, di limitare i privilegi di una delle caste più privilegiate del nostro Paese, di iniziare a far pagare ai suoi membri gli errori commessi (così come, del resto, accade per tanti altri ordini professionali), partiva il solito coro ( coro composto della sinistra intera e dai Magistrati ) delle prefiche prezzolate, con le usuali lamentazioni che quelle riforme e quelle misure erano una sorta di punizione, una sorta di vendetta, un “ conflitto di interessi” del solito Berlusconi, per ricattare i Magistrati onde ottenerne accondiscendenti assoluzioni per i suoi processi o , alternativamente, che le prospettate misure avessero lo scopo di minacciare l’indipendenza della Magistratura con l’intento di instaurare un regime berlusconiano, coro che forte della partecipazione del Sindacati a sostegno della difesa corporativa portava in piazza migliaia di persone a protestare , a screditare le misure, a portare in piazza la violenza.

Visto che fin’ora e per la bellezza di venticinque anni la Magistratura non ha fatto altro che urlare, protestare, scioperare, sfilare tutti mascherati da Magistrati con sotto il braccio una copia ( sempre ben chiusa, mi raccomando!) della Costituzione come fosse una baguette , nascondersi dietro nerboruti e minacciosi scioperi politici della CGIL, perché , dicevo, considerando tutto questo, l’Ordine rappresentato dal dottor Palamara non ha mai elaborato una sua proposta complessiva di riforma della Giustizia (divisione delle carriere, riforma del CSM, smaltimento processi civili, smaltimento processi penali, responsabilità civile dei Magistrati, sovraffollamento carcerario, ecc) e non l’ha mai sottoposta al ministro della Giustizia? Così i cittadini saprebbero, una buona volta per tutte, se e cosa davvero vorrebbero riformare, del loro mondo professionale che il mondo intero ci disprezza, i togati nostrani e, soprattutto, cosa sarebbero disposti a pagare per gli errori da loro stessi commessi. Troppo comodo correre a cercare salvezza sotto le gonnelle di mamma sinistra e di papà sindacato ad ogni tentativo di riforma, limitandosi a piangere come ragazzini invece che fare responsabilmente delle proposte . Che siano, però, per il bene del sistema Giustizia del Paese e non per la pedissequa ed arrogante pretesa di mantenere tutte le storture e tutti i privilegi, anche le impunità, che hanno praticamente ammazzato la Giustizia italiana.

Ma adesso bisogna andare avanti: soluzione del sovraffollamento carcerario, intercettazioni , separazione delle carriere, riforma del CSM, sono questioni non più rinviabili. La riforma non può essere procrastinata. Vedremo nei prossimi giorni su questo argomento il duo Napolitano/ Monti. Se in tutto questo vi è qualcosa di assolutamente indecente è il fatto che dal lontano 1987 viene tradita ( non è certo la prima ed unica volta , ma l’ennesimo caso!) la volontà degli italianiLa “ consorteria conservatrice “ ( sinistra , sindacati, stampa asservita, poteri forti forze clericali e politiche che spingono per una restaurazione completa dello statu quo ante, ecc) , si sta già muovendo alacremente affinché il Senato annulli in pratica la decisione della Camera con la quale si stabilisce che il magistrato che sbaglia per dolo e colpa grave è tenuto a pagare il risarcimento per i danni recati alla vittima. Basta leggere cosa scrive Sorgi su La Stampa, su questo argomento. Finalmente si potrebbe porre fine ad una immunità, anzi ad una vera e propria impunità di stampo reale, che molti hanno finora giustificato con ipocrisia, per tornaconto politico ( basta vedere come Colombo e Di Pietro sono stati intronati in Parlamento per capire tante cose senza tante sciocche ipocrisie e falsità ) avendo messo ( nel 1984) e da allora lasciato in mano alla magistratura, come si è visto da diciotto anni e come ancora si vede tutti i giorni, un potere smisurato, assolutamente anticostituzionale e tale che può incidere direttamente sugli assetti politici scaturiti dalla volontà popolare. Un passo indietro al Senato sarebbe da considerare una vera e propria vergogna, un inchino di una truppa di Capitani Schettino ( Governo Monti, Monti stesso Napolitano e le forze politiche che al Senato dovessero appoggiare quest’ipotesi) all’isola “ degli impuniti” eseguito su ordine non della “ Costa” ma su ordine della “ Co ‘sta manovra rifrughiamo il popolo imbecille”.

Dover pagare di tasca propria i danni provocati ingiustamente all’imputato (così come avviene per tante altre professioni e attività) ( danni patrimoniali facilmente recuperabili attraverso il pagamento di un “ premio di assicurazione rischi professionali” come fanno da una vita medici, avvocati, commercialisti, assicuratori, lavoratori autonomi, ecc) ha un grande merito, che solo i politicanti si adoperano per mascherare. Ossia, che il giudizio del magistrato sarà d’ora in poi più responsabile. Mentre oggi può essere frettoloso e ispirato a finalità che poco o niente hanno a che fare con la giustizia. Pare, per esempio, che Oscar Luigi Scalfaro condannò a morte il brigadiere Domenico Ricci pur non essendo, a quanto parrebbe, sicuro della sua colpevolezza: chissà se si sarebbe comportato allo stesso modo, in presenza di una legge quale quella che la Camera ha indicato come necessaria o se avesse invece dato ascolto alla massima “ in dubbio, pro reo?” Riteng che l’introduzione della responsabilità civile per i giudici che compiono errori per “ colpa” e per “ dolo” sia un notevole passo avanti in direzione di una civiltà giuridica che da noi è da anni che fa acqua da tutte le parti. Mi aspetto fermezza dal Parlamento intero, anche se Però, un po’ ne dubito.

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LUSI, RUTELLI, LA MARGHERITA, IL P.D. E 225 MILIONI - ALTRO CHE 13 - DI EURO SPARITI.

Ho visto ed ho sentito sere fa , su La7 Francesco Rutelli, tentare di chiamarsi fuori dallo scandalo Lusi piagnucolando “ che la mia cultura è quella di vivere la politica come passione. Siamo stati traditi nella nostra fiducia. Leggevo i bilanci come tutti coloro che li approvano in assemblea, mi fidavo ciecamente..”Ma chi, come il sottoscritto, conosce un po’ la storia del partito radicale, di quella «cultura» sicuramente onesta da cui Rutelli proviene e che il presidente della Margherita adesso cita ogni momento come prova del suo candore, sa che da quelle parti la parola «fiducia» non è mai esistita. Al contrario: ogni riga di un bilancio viene passata al microscopio. E nei congressi radicali non si beava della «politica come passione», come vuole far credere Rutelli adesso, ma si discuteva di vilissimo denaro. Di quanti tesseramenti fossero necessari per sopravvivere, di che uso fare del finanziamento pubblico dei partiti: se restituirlo ai cittadini, usarlo per strutturare il partito su base regionale o per finanziare Radio Radicale. Insomma , temo fortemente che quella vista a La7 sia stata una sceneggiata in piena regola. Non «politica come passione» come oggi afferma Rutelli , ma «politica come responsabilità», innanzitutto patrimoniale, secondo l’etica protestante di Marco Pannella. Rutelli, che adesso fa il lo svagato nel 1980 fu eletto segretario del partito radicale e dopo ne divenne anche il tesoriere, cioè il diretto responsabile di quella contabilità dalla quale dipendeva l’esistenza politica dei radicali. Sentirlo evocare ora quell’esperienza come se fosse stata una scuola di disinteresse al denaro mi ha letteralmente disgustato.

Così, mi sono messo a pensare al Signor Francesco Rutelli, provando a credere al suo accorato appello che ci ha somministrato dal monitor di “ Fuori Onda” su La7. E mi sono chiesto cosa sia rimasto in Rutelli di quella «cultura» liberale e libertaria , tutta radicale, di cui ancora oggi in pubblico egli si vanta e di cui vorrebbe nel caso specifico farsi scudo. Sbaglio o si tratta dello stesso Francesco Rutelli che il 30 aprile 1993 , quando Craxi era stato appena bersagliato dalle famose monetine al Raphael , dello stessissimo Rutelli che di lì a pochissimo otterrà anche la candidatura a Sindaco di Roma per la coalizione di sinistra e che , quel giorno, dal palco di Piazza Navona , allestito da un PCI-PDS che sentiva la vittoria politica finalmente in mano proprio grazie a quelle monetine, che si sgolava come un assatanato: «Io a Craxi non porterei neanche il rancio in galera!». Nessuno radicale, neanche Della Vedova- che è tutto dire - ha imboccato questa deriva moralista e giacobina, preferendo semmai abbandonare la scena della politica. Sbaglio ancora o si tratta sempre dello stesso Francesco Rutelli che , pochi anni prima del 1993, quale capogruppo dei radicali alla Camera, durante il periodo di Craxi a palazzo Chigi, aveva letteralmente prostrato ai piedi di quel Governo la pattuglia dei deputati radicali, diventata più filocraxiana dello stesso gruppo socialista. Sbaglio o si tratta proprio dello stesso Francesco Rutelli che , sulla scia della sua vicinanza al potere, assieme alla compagna Barbara Palombelli, trascorreva le serate nei locali della Roma notturna e “ da bere” insieme con Craxi e con gli altri del Psi

Ora davanti allo scandalo “ Lusi” , il tesoriere della Margherita amico – non dimenticatelo - di Francesco Rutelli , nel momento in cui tra i reduci della Margherita volano già i sospetti, il mio senso civico ed il mio profondo rispetto per la Costituzione mi impone di non trattare Rutelli con la stessa ignominia con la quale lui stesso trattò il suo benefattore Craxi e che Rutelli va considerato innocente a tutti gli effetti. Però, non posso certo dimenticare o sottacere che Rutelli è ormai un recidivo sulla questione morale delle «responsabilità politiche». Come infatti non ricordare che è la seconda volta, nel giro di pochi mesi, che gli tocca fare o recitare la figura dello sprovveduto circondato da amici traditori e da orchi . Ricordate ciò che è accaduto per la famosa “ Cricca “, il clan messo insieme da tale Angelo Balducci e finito al centro dell’inchiesta giudiziaria sui Grandi Eventi? Non ebbe forse quella famosa e famigerata “ cricca” come scuola e palestra tutti gli appalti romani per il Grande Giubileo del 2000, la enorme torta gestita da Francesco Rutelli in quegli anni nella sua duplice veste di Commissario straordinario e sindaco della capitale? La storia , diceva Vico, si ripete: ora tocca al suo braccio destro, l’uomo di cui Francesco Rutelli si «fidava ciecamente», al punto da garantirgli ricchissime consulenze benché – come stabilirà poi la Corte di Conti – Lusi non ne avesse i requisiti richiesti. E come ancora non ricordare che si tratta sempre dello stesso Francesco Rutelli che è stato in via definitiva condannato dalla Corte dei Conti a risarcire svariati miliardi di vecchie lire per avere erogato , come Sindaco di Roma, somme che non poteva spendere?

Ed è su questi presupposti che dovrei credergli ancora?

Cosa ci dice, poi, di bello Francesco Rutelli, a proposito di passionaccia politica, sugli altri 212 milioni di euro che dal 2005 ( anno in cui la Margherita fu giuridicamente disciolta per confluire nel P.D.) di rimborsi elettorali che la Margherita stessa da lui presieduta – che dal 2004, come ogni ente in liquidazione, non svolge più alcuna attività istituzionale - ha incassato dallo Stato ? Che ci dice di bello, Rutelli? Che ci dice di bello Marini? E Bianco? E Franceschini? E Parisi? E Castagnetti? E tutti gli altri ? E, perché no, anche l’accogliente P.D.?

L’unica cosa chiara, al momento, è che chi, come Rutelli, ha dedicato gli anni migliori della propria vita politica a mettere insieme simili “ perle di vita e di trasparenza “ non è all’altezza di occupare posizioni di potere e tantomeno di candidarsi a gestire qualunque tipo di amministrazione. Che il “ fu radicale” Francesco Rutelli oggi piagnucoli «Avrei affidato a Lusi 100mila euro per una donazione benefica», e che vorrebbe essere una sua giustificazione, è una completa autocertificazione d’incapacità. Ma sarà proprio così? Io non ci credo.

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MA ORA, D’ELEMA, CHE DIAVOLO SI FA?


Prima di tutto l’antefatto: Massimo D’Alema è indagato per alcuni voli a “scrocco” su aerei di una compagnia privata per mezzo di un mediatore a lui vicino, indagato per tangenti. Insomma un pasticcio che vedremo se andrà avanti oppure finirà con un nulla di fatto. Quello che però qui mi preme è altro. Mi domando: allora , On D’Alema, che facciamo? Le diamo o no questo dimissioni dal COPASIR? Del resto, applicando la logica del PD e teoria “morale” dello stesso PD, chi è indagato dalla giustizia nostrana deve dimettersi. È un obbligo morale ed etico, non è un obbligo giuridico. Dunque che si fa? Dimissioni? Ho il sospetto che all’On. D’Alema non passi neanche per l’anticamera del cervello. E poi, aggiungo io, per quale motivo l’On. D’Alema dovrebbe dare le dimissioni? Solo una seria indagine potrà chiarirà che lui non c’entra nulla. Perché dunque lasciarsi condizionare da un PM che ti iscrive nel registro degli indagati? E chi più del sottoscritto può essere totalmente d’accordo ? Perché lasciarsi condizionare da un PM qualsiasi ? Come può un Pubblico Ministero decidere – seppure indirettamente e per il sol fatto che ti iscrive nel registro degli indagati – chi deve essere presidente del COPASIR e chi no? Ergo, come può una indagine decidere chi deve essere Presidente del Consiglio o ministro? Del resto è questo il cuore del problema italico: l’idea che a una certa azione (giuridica → l’indagine giudiziaria) consegua necessariamente una certa reazione (etica → dimissioni), la quale – costituzionalmente parlando – non è prevista in nessuna norma, perché comporterebbe un assunto pericoloso per la nostra democrazia: l’assoggettamento dei poteri legislativo - esecutivo al solo potere giudiziario. Questo però è solo un aspetto. Il secondo aspetto che espone la vicenda è un aspetto – diciamo – più politico: D’Alema è indagato. Prima di lui è stato (e ancora lo è) Penati. Insomma due pezzi grossi del Partito Democratico sono caduti nelle maglie della giustizia. Quale conclusione ne possiamo trarre (prescindendo dall’esito delle indagini)? Quella più ovvia: non esiste una presunta superiorità morale della sinistra. Non esiste un partito eticamente vergine. Non esiste la doppia moralità. La politica è quella che è: è una casta. E come casta presenta i germi della immoralità e della scarsa etica in modo trasversale. Di riflesso, però, la politica rispecchia il pensare italico, e il pensare italico è connotato dall’arte dell’arrangiarsi e di cercare scorciatoie che aggirino la filosofia meritocratica. Non possiamo dunque pretendere che la politica sia caratterizzata da una moralità specchiata e illibata, se poi i primi a corromperla siamo noi che chiediamo favori ai politici in cambio del voto, se intrallazziamo con loro per ottenere un appalto, se domandiamo loro un posto di lavoro per noi o per nostro figlio e così via. Non possiamo pretenderlo, e allora teniamoci la classe politica che abbiamo e non lamentiamoci. Tornando a D’Alema, vi è infine un terzo aspetto da prendere in considerazione. Con questa indagine, il Partito Democratico ha perso un ulteriore tassello di credibilità. Dopo la sconfitta in Molise, dopo aver dimostrato come il suo segretario non abbia una idea politica che si dica una, alternativa a quella berlusconiana (tranne la fissa delle dimissioni del Premier e il Governo degli inciuci), dopo aver dimostrato che anche nelle sue fila si può essere indagati (vedi lo stesso D’Alema, ma anche Penati, vedi Tedesco, vedi Lusi, vedi Bressant, ecc ), appare chiaro che il partito nato dal PCI-PDS-DS+Margherita, ha perso completamente la trebisonda e non può più dettare né lezioni di politica né lezioni di moralità ed etica a nessuno. Che resti dunque al suo posto e attenda il suo turno come tutti per governare, e cioè non con progetti ribaltoneschi, ma con programmi e voti. Sono questi i dati che contano in democrazia. Più di un’indagine giudiziaria e più di un falso e ipocrita concetto di responsabilità nazionale.

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GIUSTO RICORDARE LA SHOA, MA NON DIMENTICHIAMO NE’ IL COMUNISMO –CON I SUOI CENTO MILIONI DI VITTIME – NE’ LE FOIBE CARSICHE.

E' passato l’anniversario della Shoa ebraica, sul quale ho scritto diversi post, questo a scanso di equivoci. Non vorrei che qualche bellimbusto comunista mi venga a commentare che questo è un blog razzista o qualcosa del genere. L’Opinione , questo Blog, è tutto fuorché razzista e naturalmente comunista. Non è dunque della Shoa che voglio parlarvi, ma di quelle decine di milioni di morti che sono state vittime dell’altro male del secolo ventesimo: il comunismo. Oggi il presidente/ Re Napolitano — lui era uno dei massimi esponenti del comunismo nostrano — ha fatto un discorso toccante sulla Shoa, seppure ovvio e abbastanza scontato. Egli ha parlato del male «nazifascista» che è stato sconfitto dalla verità della testimonianza di chi visse quel terribile periodo. Eppure, come sempre capita e come sempre è capitato qui in Italia, questa è una mezza verità, perché ancora si insiste nel contrabbandare il comunismo come un’ideologia buona, là dove invece ha provocato dolore, morte e distruzione quanto e più della persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti. Nei gulag sovietici e nei loagai cinesi sono morte milioni e milioni di persone. Sono scomparse nel nulla e non sono più tornate alle loro famiglie. Tutt’oggi nei regimi comunisti ancora in piedi (Cina, Cuba, Corea del Nord), le persone continuano a morire per le loro idee e per la loro voglia di libertà. Vengono arrestate, imprigionate e poi troppo spesso vengono mandate a morire nei campi di lavoro, i moderni campi di concentramento. Spesso scompaiono senza che i familiari lo sappiamo e vengono processati in segreto e senza alcun diritto di difesa. Perché di questi quasi cento milioni di morti e di chissà quanti prigionieri nessuno ne parla? Perché dobbiamo ancora sorbirci la favoletta ideologica secondo la quale i nazismo fu il male e il comunismo lo combatté per il bene e per la libertà? Quante persone, anche nel nostro paese, sono state assassinate sotto i fucili nel cosiddetto triangolo della morte? Parecchie. Eppure anche questa dannata verità viene nascosta nei libri di storia e chi osa parlarne è bollato come un fascista revisionista. E invece noi dobbiamo dire questa verità. Se il nazismo fu il male, come predica Napolitano, lo fu anche il comunismo. Dobbiamo dire alle nuove generazioni che se è vero che i nazisti uccisero barbaramente e perseguitarono il popolo ebraico, è anche vero che i comunisti uccisero e perseguitarono decine di milioni di persone che poi morirono nei campi di concentramento falce e martello. Le decine di milioni di morti che ha fatto Mao. Le decine di milioni di morti che hanno fatto gli altri regimi comunisti (come non ricordare Pol Pot?) e persino le uccisioni commesse da Tito nella ex Jugoslavia (le Foibe). E che non mi si venga a dire che la Shoa ebraica fu diversa perché basata sul mito della razza. Se l’asserzione è corretta, non è tollerabile che si distinguano i morti in base alla causa per la quale furono uccisi e trucidati. Sempre morti sono e sempre uccisi per le loro idee o per la loro pelle sono. Sempre ammazzati dalla follia umana sono!

Roma lunedì 6 febbraio 2012

Gaetano Immè

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