Gaetano Immè

Gaetano Immè

domenica 25 marzo 2012

SOLO IN ITALIA SUCCEDONO QUESTE COSE!!!!!!


In un Paese come l’Italia, dove nelle vene e nel sangue della gente scorre un tale odio per la vera libertà da escludere aprioristicamente che sia lecito che un imprenditore possa licenziare per motivi economici, non deve prestare meraviglia che abbia fatto scandalo l’idea che anche i dipendenti pubblici possano essere soggetti – come i lavoratori privati – al licenziamento. Perché l’Italia è fatta proprio così – ditelo a coloro che spudoratamente difendono le politiche di concertazione tipiche degli anni ’90 - : avvia e vara una riforma, magari solo perché che lo ha chiesto qualche autorità che “ci da da mangiare e da vivere”( in questo caso, come da scemi credevamo, l’Europa). Nella consueta e solita disgustosa marea di saliva e di bava umida della trionfante ipocrisia che ha circondato, in quegli anni concertativi, ogni iniziativa europea( qualcuno se lo sarà certo dimenticato , che ci volete fare, siamo Italiani!) , il Parlamento varò “l’iter della privatizzazione del diritto di lavoro pubblico”, mettendo così, finalmente , in soffitta – credo sarebbe stato meglio se lo avessimo gettato direttamente fra le vecchia cianfrusaglie di un rigattiere – la disciplina dello stato giuridico dei dipendenti pubblici che risaliva all’anno 1908, età giolittiana. Lo stato giuridico dei dipendenti pubblici era regolato dal Testo Unico numero 293 del 1908. Il percorso verso la privatizzazione del rapporto di pubblico impiego si avviò con la Legge n. 421 del 23 Ottobre 1992 e con il suo Decreto Attuativo numero 29 dell’anno 1993, passò poi attraverso il successivo Decreto Legislativo del 1998 Sulla scorta di tali premesse, nel 2001con legge costituzionale n. 18.10.2001, n. 3 ( Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione ) .si concluse , riaffermando che le disposizioni della Legge n.300 del 20 Maggio 1970 ( alias Statuto dei Lavoratori) si applica anche alle Pubbliche Amministrazioni, qualunque sia il numero dei dipendenti. Non solo. Addirittura l’ultima finanziaria dell’ultimo Governo Berlusconi prevedeva per il 2012 la disciplina del licenziamento degli impiegati pubblici per ragioni economiche. Certo, sento già le molte obiezioni, non è mai avvenuto un caso applicativo: ma questo è dovuto all’inerzia della P.A. a tale riguardo ed all’intreccio inestricabile di norme sindacali che praticamente ancora sbarrano il passo ad un’applicazione del licenziamento di un pubblico dipendente con le stesse norme previste per un dipendente privato. Davanti a tali rilievi, non riesco a trovare una logica nel comportamento del Governo Monti che non ha voluto approfittare di questa irripetibile ed unica occasione per riaffermare – coram popoulo et lege – la più stretta equiparazione fra dipendenti privati e pubblici, riportando così il Paese ad un clima vagamente gogoliano e giolittiano da “Policarpo, ufficiale di scrittura”. Tutto ciò a danno del sistema del pubblico impiego, dove l’ignavia dominante soffoca le tante celate energie nascoste di quella parte del Pubblico impiego che rifiuta il ruolo e i privilegi che lo Stato giolittiano aveva loro regalato, a favore di una migliore produttività e di un miglior servizio al cittadino. Insomma, un’occasione persa. Perché, Professore?

ANCHE LE PULCI ADESSO HANNO LA TOSSE!!

Ho letto alcune esilaranti dichiarazioni, circa l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, da parte di tale Carlo De Benedetti. Che ha letteralmente definito questa questione, “ come una bagattella senza senso, in quanto non mi sono mai imbattuto in un ostacolo da articolo 18”. E ri credo! Lo Statuto dei Lavoratori si applica a coloro che lavorano! Ed anche a coloro che sono gli imprenditori che producono qualcosa avvalendosi dei lavoratori. E dunque che vuole Carlo De Benedetti, quando mai ha svolto opera di imprenditore in tal senso? Ah, si! Dimenticavo! Per un paio di volte nella sua vita ! La prima, quando – non per merito, ma per “ casta” – per la sua “ famigliarità” con gli Agnelli, divenne per pochi mesi l’A.D. della FIAT, uscendone sveltamente con le sacche di iuta piene di soldi. E poi,ricordate ? La Olivetti, quella splendida impresa che Carlo De Benedetti trasformò in una buon’anima? L’ing. Carlo De Benedetti non ebbe certo bisogno dell’articolo 18 quando accollò alle Poste italiane i mille dipendenti di quella sua Olivetti pressoché fallita grazie alla sua imprenditorialità. Come aveva ragione Totò, quando, riferendosi ad un protervo accattone ( uno che vive di elemosina è simile ad una impresa che vive truffando lo Stato) , sentenziò che “ pe’ ffa’ chillu mestiere nce vo’ ‘a faccia tuosta!

ARROGANTE, BORIOSO. INEDUCATO E PURE UN INCAPACE, RUTELLI FRANCESCO

Arrogante, borioso ed anche poco educato il Francesco Rutelli ospite della Lucia Annunziata in “ In ½ ora”, con quello spocchiosa boria che pretendeva che la Annunziata – che era la padrona di casa – gli facesse solo domande che erano a lui gradite. Povero bamboccio: arrogante, ineducato ed anche ridicolo, perché se Lusi gli ha fregato 20 milioni costui è un tale sprovveduto da far ridere anche i polli. Uno così incapace pretende pure di voler governare qualcosa di meglio di una bocciofila di quartiere? Ma vada a casa, via, sparisca! Sono trent’anni che costui vive di denari pubblici senza combinare nulla, vada a lavorare, svanisca . Un parolaio inutile, dannoso, imberbe e pure costoso.

DEDICATO AI TANTI, AI TROPPI CRETINI DI OGNI ETA’ CHE URLANO CONTRO LA LEGA NORD

Sono vent'anni che in Padania la Lega Nord blatera di indipendenza e di secessione. Ma nemmeno sul federalismo ha cavato un ragno dal buco. E mentre Bossi e i suoi urlano "Roma ladrona", dove per giunta ora risiede l'odiato Monti, in Sardegna passano dal dire al fare: il Consiglio regionale isolano ha infatti approvato un ordine del giorno del Partito sardo d'azione nel quale, sostanzialmente, si chiede di avviare una discussione sulle ragioni dell'appartenenza allo Stato italiano. Una cosa che non si è mai fatta prima in nessun angolo d'Italia, Sudtirolo compreso. "Vogliamo discutere e verificare con le altre forze politiche e con i rappresentanti della società civile sarda le ragioni dello stare in Italia" spiega il capogruppo del Partito sardo d'azione, Giacomo Sanna. La mozione è stata approvata con 31 voti favorevoli e 25 contrari. hanno detto sì, oltre al Psdaz, Sel, Idv, udc, Fli, Api e una parte del Pdl. Contrari, invece, Pd e i Riformatori. I tanti cretini di ogni età stanno zitti.

Dedicato a chi urla contro la “ Lega becera!”. Ai tanti, ai troppi cretini di ogni età, la cui mammina, disgraziatamente, è sempre gravida , per i quali la gente del Nord, solo perché dissente dalle loro idee, è tutta “cacca razzista”. Voglio ricordare che: le Regioni più indebitate solo quelle del Sud; le sanità peggiori sono quelle del Sud: tutte le organizzazioni malavitose sono nate, cresciute e pasciute nel Sud ( prima di espatriare anche al Nord ed all’estero), tutte le università dove sono scoppiati scandali da “ Parentopoli” sono tutte al Sud, che i dieci Atenei senza parenti sono da Roma in su; che le Regioni che versano allo Stato più imposte di quante ne ricevano dallo Stato come contributo sono solo al Nord. Basta, sono anch’io meridionale.

Non appena Silvio Berlusconi ha acquistato una villa da Dell’Utri, si è mossa la Procura di Palermo ( chissà che c’entra Palermo con la Brianza?) con grande gioia de Il Fatto, per il quale “ c’è sempre del marcio in Danimarca”. Bene, fa piacere che il dottor Silvio Berlusconi goda di una “ Procura ad personam”, perché fotografa , senza se e senza ma,lo squallore infinito di questa Magistratura e di questa stampa. A proposito: il dottor Silvio Berlusconi ha acquistato quella villa forse un mese fa e quella Procura è già in subbuglio, mentre un’altra Procura se ne usciva affermando che “ D’Alema non aveva contezza che stesse viaggiando a spese di altri”, forse perché minorato mentale. Cioè l’On D’Alema viaggiava a sbafo su aerei di privati che finanziavano amici suoi e non aveva “ contezza” di tutto ciò? Insomma, On D’Alema, le stanno dando dell’imbecille.

PER GLI ASSATANATI BOIA CHE LEGGONO IL FATTO QUOTIDIANO

Comincia il caldo, siamo in primavera, sole e pioggerelline, spuntano le margherite, fioriscono i peschi ed i piselli, svolazzano le rondini, tra poco è Pasqua, l’alta pressione ci garantisce bel tempo per il week end, lo spread scende , la borsa non perde, la Merkel sta facendosi i cazzetti suoi, Sarko se la vede brutta con i suoi immigrati, ma voi, lettori de Il Fatto Quotidiano , voi non dovete distrarvi , voi dovete intristirvi ed incazzarvi , sangue agli occhi e baionetta in canna, perché dovete pensare solo a Dell’Utri, dovete assumere un’espressione truce e triste , dovete sguerciarvi i sulle carte che avrebbero dovuto inchiodare il senatore per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo, infatti, il . Il giornale più amato dai boia ieri, Dell’Utri ha venduto a Berlusconi una villa , i pm di Palermo indagano». Su che? Ecco l’ho cercato il motivo ma in due pagine di “belinate” ( alias “ cazzate”) non l’hanno scritto. Proseguono: «Sequestrato l’atto d’acquisto firmato alla vigilia della Cassazione: 21 milioni per un immobile che vale molto meno, il sospetto di un ruolo del senatore nella trattativa con la mafia». La consecutio non è limpida, ma facciamola breve: è noto che due settimane fa tutti i giornali hanno dato notizia della compravendita della villa da Dell’Utri a Berlusconi, e ora, però, i pm «vogliono vederci chiaro». Forse prima ci vedevano scuro, questo per il «tempismo sospetto» della compravendita avvenuta, guarda che combinazione, «proprio il giorno prima della sentenza della Cassazione». Quindi? Quindi niente,ma per i secondini ed i boia che leggono Il Fatto Quotidiano questo è “ una goduria”, altro che fare l’amore! Vuoi mettere! Ora i pm - Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo e Lia Sava - si sono interessati alla transazione immobiliare «in tutt’altra prospettiva». Quale? Bohhhh!!!! Non si spiega neanche questo, era più importante segnalare che «gli uomini del nucleo valutario della Guardia di finanza erano coordinati dal maggiore Pietro Vinco». E che, - qui il godimento dei secondini e dei boia arriva all’estasi pura - «Il Fatto Quotidiano è in possesso del voluminoso documento». E che cosa hanno scoperto? Il «prezzo abnorme, 20 milioni 970mila euro». Sì. E allora? E allora «appare comunque esagerato», benché sia una villa bellissima. Del resto una perizia del 2004 - scrivono - l’aveva stimata 9,3 milioni di euro. E del resto è anche vero che Berlusconi nel 2011 aveva già regalato 9.5 milioni di euro a Dell’Utri: tra quelli e i soldi della villa fanno 30 milioni di euro, senza contare che il rogito è stato perfezionato il giorno prima della Cassazione: «Un tempismo che ha insospettito i pm di Palermo». D’accordo, ma perché? Forse lo spiegano più avanti, forse nell’ultima colonna: «Dell’Utri poteva essere condannato a 7 anni di galera e il rischio era il possibile sequestro delle proprietà immobiliari, cioè la Villa: unico bene intestato al senatore». Parbleu! Uhm! Dunque? E allora? Che problema c’è? Dov’è il reato? Soprattutto: che c’entra la trattativa con la mafia? Aspetta, aspetta! Un momento,please, mi era sfuggito un intero altro articolo sottostante, su tre colonne: «Il sospetto dei pm: il senatore conosce i segreti della trattativa con Cosa Nostra». Roba succulenta (forse) che inizia così: «Che cosa c’entra una vendita immobiliare del 2012 con la trattativa Stato-mafia degli anni Novanta?» Eh, appunto, aspetto che me lo diciate , ditelo. Nella prima colonna c’è la ricostruzione di vari intrecci e inchieste su mafia, l’ex generale Mario Mori, i verbali di Massimo Ciancimino eccetera. Nella seconda colonna altre inchieste e intrecci a Caltanissetta, le stragi, Spatuzza, i fratelli Graviano, Vittorio Mangano. E finalmente nella terza colonna, proprio alla fine ecco la luce : «Il 9 marzo 2012 Dell’Utri rischia la galera. Il giorno prima Berlusconi si ricorda di lui e stacca un assegno di 21 milioni per la sua villa. I magistrati vogliono capire se la molla che ha spinto il Cavaliere sia solo l’amore per il lago». Fine dei due articoli.

Traduco. Hanno scoperto che Dell’Utri ha venduto la villa per non farsela eventualmente sequestrare: il che ovviamente doveva avvenire prima della sentenza. Come scoprire l'acqua calda. Hanno scoperto che l’ha venduta al ricchissimo amico, Silvio Berlusconi, uno che gli aveva già regalato dieci milioni di euro l’anno scorso, senza nasconderlo. Hanno cercato di sottintendere, forse, che con quei soldi Dell’Utri volesse darsi alla latitanza o forse che con quei soldi Dell’Utri avrà fatto chissà quali omaggi al Presidente della Quinta sezione della Cassazione, quello che lo ha per questo assolto. Insomma, Berlusconi e Dell’Utri, ovvero la premiata Ditta “ Attila e Annibale ” hanno forse insieme corrotto la Cassazione con la scusa della Villa. Ma non te lo dicono, no! Loro, quelli de Il Fatto Quotidiano, sono persone acculturate e democratiche, loro i reati neanche li conoscono, tanto che in due articoli non hanno ipotizzato nemmeno mezzo , nonostante sia lo scopo della loro vita cercare il reato ( altri preferiscono “ chercher la femme”!), nel loro sangue non ci sono trigliceridi e globuli rossi, ma “ prezzi abnormi”, “ concorsi in associazioni mafiose, anche esterni”alla Rivera , loro respirano, vivono, campano per questo..Il Paese, fremente, ha solo da capire che se un miliardario abbia dato più soldi del previsto a un suo amico il reato c’è, quale sia non importa. L’importante è che a Palermo ci vedano chiaro, prima o poi, magari fra venti anni. Comunque sia “ me lo faccino sapere!” Nell’attesa, salutame a soreta.

Roma , domenica 25 marzo '12

Gaetano Immè

venerdì 23 marzo 2012

LA RIFORMA DEL MERCATO DEL LAVORO: UNA BASE DALLA QUALE PARTIRE PER MIGLIORARLA, IL LETTO DI MORTE PER LA SINISTRA .


Devo ammettere che Giulio Andreotti aveva proprio ragione quando affermava che “ il potere logora”, senza specificare poi se logorasse “ chi lo aveva” il potere , oppure se logorasse “ chi il potere non ce lo aveva”. Propendo assolutamente per la prima soluzione, perché troppo spesso la storia ci consegna casi eclatanti di “ deliri di onnipotenza”, di casi di “ubriacatura da potere”. Basta osservare la politica della CGIL negli ultimi venti anni per capire come simili deliri possano giocare bruttissimi scherzi. Cgil e la parte del P.D. che la sostiene si sono sollevati contro la “ riforma del lavoro” Monti – Fornero soprattutto in relazione alla modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori . Trascurando colpevolmente tutti gli altri aspetti della proposta ( aspetti politici, aspetti economici, aspetti del welfare, aspetti futuri, ecc) la CGIL non ha finora espresso altre idee e convinzioni se non che “ l’articolo 18 non deve essere toccato”. E sempre limitando i suoi interventi su quel solo aspetto della bozza di riforma, ESSA paventa e spaventa che la modifica dell’articolo 18 proposta dal Governo Monti “ introduca il rischio di un uso indiscriminato contro i lavoratori del licenziamento economico “, tesi sostenuta – quasi fosse un cavallo di battaglia – ieri sera da Bersani durante il lungo comizio regato gli da Bruno Vespa , con due o tre figuranti intorno, nella lunga a “Porta a Porta”. E’ bene esaminare la questione .

Innanzi tutto questo blog ritiene che questa posizione della CGIL , della parte maggioritaria del P.D., della componente cattolica dello stesso P.D., nonché della sinistra radicale (IDV, SEL), sia una pregiudiziale di bassa lega che non onora coloro che se ne fanno corifei. Dunque la pregiudiziale è la seguente: tutti i produttori di ricchezza – che sono quelli che producono il vero reddito – sono tutti mascalzoni e imbroglioni. Questo è il pregiudizio ideologico usato dalla sinistra da sempre per avvelenare acqua e pozzi e che di conseguenza non consente un vivere civile. La modifica dell’articolo 18, che propone di diversificare i licenziamenti individuali in tre categorie ( discriminatori, disciplinari ed economici ) , prevede , per la terza categoria – che perderebbe il reintegro giudiziario - un determinato risarcimento economico previsto dalle 15 alle 27 ultime mensilità. E tanto basta per far insorgere Camusso , Bersani, Vendola, Damiano, Di Pietro,qualche apparentemente caritatevole Cardinale ed i loro reggicoda politici , ecc i quali, affermano pubblicamente che questa consorteria di delinquenti spaccerà tutti i licenziamenti individuali come fossero “ economici”, soprattutto quelli discriminatori e disciplinari, in modo da sfruttare la classe operaia per evitare reintegri , usando proprio questa facoltà che il Governo ( servo ovviamente degli sfruttatori capitalisti) offre loro dietro semplice “pagamento” di un misero piatto di lenticchie , cioè dell’ indennizzo. Sia detto con chiarezza: un modo di ragionare che trasuda disprezzo altezzoso ed arrogante oltre che ingiustificato, una vergogna , una vera vergogna, un pregiudizio gratuito , diffamatorio e spregevole per il popolo italiano , come quello di coloro che , celandosi dietro l’alibi di “ sempre possibili infiltrazioni malavitose” si oppongono all’ammodernamento , per esempio, del Sud del Paese, così invece condannandolo a rimanere quello che è:terra di conquista e di dominio, appunto, di mafia, camorra, ndrangheta e sacra corona.

Ma oltre che sotto l’aspetto, diciamo. intellettuale , l’assunto in questione è soprattutto frutto di un errore clamoroso, che, per carità di patria, voglio pensare dovuto alla premura dei commenti. Infatti per i licenziamenti “ economici”non è assolutamente vero che , come sostiene la sinistra tutta e buona parte del mondo clericale , questo tipo di licenziamento possa essere utilizzato illegittimamente per effettuare licenziamenti discriminatori e disciplinari. Infatti , a mio giudizio personale , tutti i licenziamenti economici saranno sottoposti al controllo della Magistratura la quale di volta in volta stabilirà se si tratti di un licenziamento dovuto a “legittime motivazioni economiche ”- nel qual caso il licenziato potrà contare solamente sull’indennità di disoccupazione ( l’Aspi ) – oppure se si tratti di un licenziamento per motivi economici ma giudicati dal Magistrato “ illegittimo” - nel quale caso lo stesso Magistrato stabilirà anche la misura dell’indennizzo dovuto al lavoratore ( appunto per questo stabilito nella sua misura minima e massima ). E dunque non si capisce come possa camuffarsi come licenziamento economico un provvedimento aziendale destinato ad essere comunque esaminato dalla Magistratura al fine di poter applicare il dettato della nuova normativa. Basterebbe dunque il ricorso da parte del lavoratore per provare che si stia tentando di spacciare per licenziamento economico un licenziamento invece discriminatorio o disciplinare . Davanti alle prove documentali e testimoniali in tal senso non vedo proprio come un Magistrato non possa eccepire davanti ad una tale notitia criminis la nullità del provvedimento aziendale stesso ed il reintegro dunque del lavoratore. Ma fingere di non capire per mostrarsi come indomito difensore dei reietti è un richiamo irresistibile per questa sinistra . Basta leggere , per esempio, “La Repubblica” di ieri ( 22 marzo ’12) dove il Direttore , ben conoscendo la levatura intellettuale dei propri lettori, ha pensato bene di dar loro in pasto - come i cavoli a merenda – il fatto che le telefonate di Berlusconi alla Questura di Milano furono ben quattro per Ruby . In tal modo , placata la bramosia forcaiola e visceralmente antiberlusconiana con una bella palata di fango , ha potuto far digerire l’intervento di Eugenio Scalfari che ha promosso correttamente la manovra Fornero Monti.

Ma la responsabilità politica di questa manovra sull’articolo 18 è tutta della CGIL, della FIOM e della sinistra a loro accodata, dal P.D.di Bersani fino a Vendola. Convinti di avere in mano un potere di veto inesistente in Diritto costituzionale, inebriati dal delirio di onnipotenza delle manifestazioni sindacali con le quali minacciavano la pace sociale del Paese e che costringevano i Governi italiani a recedere da qualsiasi modifica od attenuazione di questo articolo 18, oggi quelle stesse forze politiche e quel sindacato fattosi partito politico vengono svergognate e meriterebbero pedate nel sedere dai lavoratori , ridotti oggi dalla loro insipienza politica e sindacale, ad accettare la proposta Fornero / Monti. Insomma siamo alla Waterloo di questa sinistra, da Bersani fino a Vendola, salvando solo quella minoranza riformista del PD. – lettiani, veltroniani ed ex democristiani di sinistra - che decisamente ed onestamente rifiuta un tale atteggiamento. Gli errori e gli strafalcioni politici e sociali di questa consistente parte politica italiana sono spaventosi. Senza andare troppo indietro tempo, basta cominciare a ricordare un’iniziativa del Senatore D.S. Franco Debenedetti che nel 1998 aveva proposto al Governo D’Alema un “ Patto per l’occupazione e per lo sviluppo “ studiato dal Sen. Pietro Ichino, sempre dei D.S., il quale all’articolo 34 prevedeva una forma di superamento dell’articolo 18 ma limitatamente ai nuovi assunti a tempo indeterminato e nel limite dei 32 anni di età, purché assunti entro il 31 dicembre del 1999. Alla reiterata risposta negativa di queste forze politiche e sindacali al progetto , seguì il 20 maggio 1999, l’omicidio per mano delle Brigate Rosse del Prof. Massimo D’Antona, atto criminale che seppellì definitivamente il timido riformismo di quel Governo dove era Ministro del Lavoro Antonio Bassolino. Il Governo Berlusconi II( 2001-2006) provò ad attuare una nuova politica del lavoro. Dopo la pubblicazione del famoso “ Libro bianco sul mercato de lavoro”, sotto la guida essenziale del Prof. Marco Biagi, quel Governo provò una modifica dell’articolo 18 dello Statuto che prevedeva solo la sua temporanea sospensione per tre anni per i nuovi assunti. La risposta fu non solo l’oceanica manifestazione a Roma al Circo Massimo della CGIL di Sergio Cofferati ( il 23 Marzo ’02) contro quella modifica dell’articolo 18, ma sopra tutto fu l’omicidio, qualche giorno prima ( il 19 marzo ’02) sempre ad opera delle Brigate Rosse dello stesso Marco Biagi. E ricordiamo anche l’ultima proposta riformista, quella legata ai nomi di Tito Boeri, di Pietro Garibaldi ed anche di Franco Marini e di Paolo Nerozzi che , nel 2010, che , in relazione all’articolo 18 prevedeva una sua sospensione triennale. Anche in questa occasione , la CGIL, la FIOM e tutta la sinistra non r iformista si dimostrò sorda all’evolversi dei mercati mondiali, alle necessità concrete del Paese, scelse la linea ideologica supportata dal suo delirio di onnipotenza .

Siamo così arrivati ai giorni nostri e la sinistra è ora con le spalle al muro: nella sua arrogante e cieca ideologia non ha mai voluto capire che modificare l’articolo 18 era un segnale di responsabilità politica e sindacale che avrebbe consentito ai lavoratori una maturazione ed un adattamento alla globalizzazione del mercato assai meno traumatica di quella che oggi il Paese deve digerire. Grazie a politici come Scalfaro, come Ciampi e a come Amato, hanno confuso una semplice tutela del posto di lavoro – in un economia pianificata e controllata - con un’arma contundente nelle loro mani da usare per minacciare la vita democratica ogni due per tre. Una follia . Ora se ne sopportino le conseguenze. Perseverare nell’offrire ancora forze e risorse in difesa di un posto di lavoro che nei decenni ha prodotto una sorta di “accanimento terapeutico” nel mantenere forzatamente in vita aziende ed imprese fallite e decotte, imprese senza futuro, sarebbe segno di volontaria eutanasia per l’intero Paese. Meglio uscire dal guscio , abbandonare quella falsa protezione , imboccare la via per tutelare non “ quel posto di lavoro” ma “ il lavoratore come persona ” è una vittoria del lavoro, non un attentato alla Costituzione. Chi di spada ferisce, di spada perisce.

Come tutte le riforme, la bozza Monti – Fornero- Bce-Napolitano sul mercato del lavoro presenta luci ed ombre. Molte le luci, ponderose le ombre.

La prima nota positiva è quella della rottura della concertazione, che pure qualche raccomandato ed occasionale figurante televisivo ( a Porta a Porta) avrebbe anche preteso di santificare , accreditandole chissà quali ignoti meriti. Introdotta dal tecnico Ciampi, finito poi politico, essa è la principale responsabile di quella sorta di isolamento sindacale che ha dominato il Paese negli anni novanta e in questo primo decennio contribuendo ad isolare l’Italia , costretta a vivere, grazie ai veti anticostituzionali offerti sciaguratamente ai sindacati, in una sorta di isola che non c’è. Un’isola ideologica fatta di sogni isolazionisti, di completa ed colpevole assoluta ignoranza dell’evolversi dei mercati, che hanno contribuito a portare il Paese dentro il baratro nel quale stiamo ancora vivendo. Il risultato è stato una perdita di competitività, una produzione di ricchezza pari a zero, un esercito di disoccupati italiani con un paritetico esercito di immigrati che ha tolto loro il posto . Agli ipocriti aedi della concertazione replico che una politica di nani intellettuali ha cercato e trovato aiuto e sostentamento in forze sociali altrettanto cieche, sorde e mute. Dio li fa, purtroppo li accoppia anche e noi ci siamo andati di mezzo. Ascrivo volentieri al merito di Monti, della Fornero, della Bce ed anche di Napolitano l’aver rimesso le cose al loro posto: il sindacato faccia il sindacato, non si occupi di politica, né vanti diritti di veto che non esistono.

Seconda nota positiva, riguarda la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Cofferati, Epifani, Camusso, Landini, P.D. bersaniano, IDV e SEL, tutti – meno che la parte riformista del P.D.- - con un bel mucchietto di mosche in mano, come coloro che tanto vollero e che nulla poi strinsero. Mi auguro , per il loro bene, che Cofferati rimpianga la sua pregiudiziale alla sospensione triennale per i nuovi assunti proprosta nel 2002 dal Governo Berlusconi, che Epifani faccia altrettanto con la proposta Ichino e con quella di Boeri: significherebbe un bentornato fra coloro che ragionano di chi per tutti questi anni si è cibato solo di massimalismo ideologico operaista. Al di là del mio pensiero in merito, mi auguro che il Parlamento accolga la proposta anche se deve essere più chiaro che anche nei licenziamenti economici sia obbligatorio l’intervento della Magistratura, come sopra spiegavo.

Terza nota positiva , il nuovo sistema di ammortizzatori sociali, peraltro ancora non del tutto chiaro. Come questo blog si augurava, è stata modificata ( non soppressa) una norma – quella sul reintegro giudiziario –che era un vero e proprio privilegio dei pochi , me è stata introdotta una tutela non più per i pochi privilegiati , ma per i tanti disoccupati. Questa mi pare la novità principale : l’introduzione dell’Aspi , un assegno mensile per dodici o diciotto mesi nel caso di disoccupazione, ma rivolta ad una platea di dodici milioni di possibili utilizzatori, invece che ai quattro milioni che prima godevano del privilegio. Saranno da limare in questo campo le direttive per gli ultra cinquantacinquenni , per gli esodati, ecc, ma che il sistema ora sostenga la persona anziché il posto di lavoro è novità doverosa e sacrosanta, anche per la Costituzione.

Mi lasciano perplesso e non convinto i punti che seguono.

In primo luogo il “ dominio” che viene concesso dal progetto al contratto di lavoro a tempo indeterminato. In un Paese come il nostro, afflitto da microimprese , dal nanismo aziendale , dal frazionamento del commercio, dei servizi e dalla scarsità di grandi aziende , cercare di penalizzare le varie figure di lavoro flessibile favorendo solo quello rigido mi appare come un’errata impostazione concettuale. La realtà delle partite IVA, dei cococo, dei progetti, delle associazioni in partecipazione, ecc che, al di là della onirica aspirazione al “ posto fisso” ha consentito fin dall’introduzione della Legge 30/2003 ( Legge Biagi) al Paese di tirare avanti, non può essere liquidata introducendo solo penalizzazioni al loro uso immaginandone un aprioristico abuso. Occorre maggiore pragmaticità, minore ideologia ed una buona dose di concretezza: certe posizioni punitive possono produrre anche una spinta al lavoro nero.

Seconda riserva, che discende dalla precedente, è che il mercato ipotizzato, basato sul tempo indeterminato diventi a sua volta elemento di rigidità del mercato del lavoro, sfavorendo quindi il reimpiego dei licenziati.

Terza riserva.. La riforma che dovrebbe rilanciare l’economia, creare nuovi posti di lavoro, avvicinare l’Italia ai Paesi moderni, in realtà non si applica ai 3,5 milioni di dipendenti pubblici e neppure al sessanta per cento dei lavoratori delle piccole imprese. Ho la sensazione che l’abolizione dell’articolo 18 non tocca tutti, come invece aveva assicurato il ministro del Welfare Elsa Fornero durante la conferenza stampa, ma soltanto operai e impiegati che già lavorano nelle medie e grandi imprese, vale a dire circa 4 milioni e mezzo di persone. Tante ovviamente, ma niente se confrontate al numero doppio di persone che sarà lasciato fuori dalla riforma. Ciò significa che su 15 milioni di lavoratori dipendenti, meno di un terzo sarà coinvolto dalle nuove norme, ovvero che con l’approvazione del provvedimento in Italia ci saranno sempre più lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. Qualcuno sarà tutelato e qualcun altro no. I dipendenti pubblici potranno continuare a battere la fiacca, a nascondersi dietro leggi compiacenti come la 104, dietro a cavilli burocratici a noi ignori ma che hanno permesso e permettono anche due mesi di ferie, sicuri di farla franca perché nessuno potrà mai sbatterli fuori della porta. Quelli delle piccole imprese artigiane dovranno invece rigare dritto, perché a rischio di espulsione. Per chi invece è occupato in una grande azienda, niente paura, anche se cacciato può sempre invocare la clausola che vieta i licenziamenti. Non credo sia poco.

Non possiamo dimenticare che non sono le riforme a creare posti di lavoro, ma il mercato e dunque occorre prima favorire il mercato e poi sfruttarlo per posizioni propizie dei suoi attori, non viceversa. Resta un’assurdità pretendere che esistano ancora in Italia persone che godono di privilegi erogati da quello stesso Stato che invece , dagli altri lavoratori privati, chiede rigore. Partire col piede sbagliato con questa forma di rigido centralismo non lo ritengo produttivo. Insomma , una riforma da modificare in Parlamento, dal momento che grazie alla sepoltura , sempre troppo tardiva, della concertazione, la politica si sta riappropriando del proprio ruolo. Forza dunque con le necessarie modifiche ed integrazioni. La politica sta in Parlamento proprio per promuovere leggi per il benessere del Paese e non per il proprio tornaconto di bottega.

Roma venerdì 23 marzo 2012

Gaetano Immè

martedì 13 marzo 2012

CASO LUSI :UNA STORIA DI COMPLESSI E PERICOLOSI ( PER IL CENTROSINISTRA) INCROCI GIUDIZIARI



Democrazia è Libertà - La Margherita (DL), meglio nota come La Margherita, è stato un partito politico italiano di centro, collocato nella coalizione del centrosinistra . Nacque il 24 marzo del 2002 dal confluire, in un unico soggetto centrista e riformista, di forze politiche e di culture legate al cristianesimo democratico, al liberalismo sociale, alla socialdemocrazia saragattiana ed al cristianesimo sociale, con all'interno un'area di riferimento per l'associazionismo ambientalista e una convinta ispirazione europeista. Il presidente nazionale è stato, per tutta la fase di attività, l’On Francesco Rutelli La Margherita è stata un soggetto fondatore dell' Ulivo ( a cui partecipò dalla sua fondazione fino al 2005) e poi dal 2005 al 2007 , cioè fino al 14 ottobre 2007 data della sua incorporazione del Partito Democratico, fece parte dell’Unione, la coalizione di centrosinistra che sostenne il Governo Prodi ( dal 2005 al 2008) La rappresentanza della Margherita nel Governo Prodi II fu di 8 ministri (tra cui un vicepresidente del Consiglio) più 3 viceministri e 16 sottosegretari. Francesco Rutelli venne nominato Vicepresidente del Consiglio dei Ministrai ed anche ministro dei Beni e delle attività Culturali; Enrico Letta segretario del Consiglio dei ministri; Arturo Parisi è ministro della Difesa,Giuseppe Fioroni è ministro dell Istruzione; Paolo Gentiloni è ministro delle Comunicazioni; Linda Lanzillotta è ministro degli Affari Regionali e delle Autonomie Locali; Giulio Santagata è ministro per l'Attuazione del Programma di Governo; Rosy Bindi è ministro delle Politiche per la Famiglia I viceministri sono Franco Danieli agli Affari Esteri; Roberto Pinza all'Economia e Sergio D’Antoni allo Sviluppo Economico. Il 14 ottobre del 2007, come ricordavo sopra, “La Margherita” venne fatta confluire con gli allora Democratici di Sinistra ( D.S.) per costituire il Partito Democratico. Ma il soggetto giuridico “ La Margherita” è rimasto in piedi ed ha quindi incassato fino ad oggi quanto gli spetta per i rimborsi elettorali delle politiche del 2006, circa 214 milioni di Euro

Il Referendum abrogativo promosso dai Radicali Italiani dell'aprile 1993 vede il 90,3% dei voti espressi a favore dell'abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti, nel clima di sfiducia che succede allo scandalo di Tangentopoli. Nello stesso dicembre 1993 il Parlamento aggiorna, con la legge n. 515 del 10 dicembre 1993, la già esistente legge sui rimborsi elettorali, definiti “contributo per le spese elettorali”, subito applicata in occasione delle elezioni del 27 marzo 1994. Per l'intera legislatura vengono erogati in unica soluzione 47 milioni di euro. La stessa norma viene applicata in occasione delle successive elezioni politiche del 21 aprile 1996. La legge n. 2 del 2 gennaio 1997, intitolata "Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici" reintroduce di fatto il finanziamento pubblico ai partiti. Il provvedimento prevede la possibilità per i contribuenti, al momento della, di destinare il 4 per mille dell'imposta sul reddito al finanziamento di partiti e movimenti politici (pur senza poter indicare a quale partito), per un totale massimo di 56.810.000 euro, da erogarsi ai partiti entro il 31 gennaio di ogni anno. Per il solo anno ’97 viene introdotta una norma transitoria che fissa un fondo di 82.633.000 euro per l'anno in corso. Il Comitato radicale promotore del referendum del 1993 sull’abolizione del finanziamento pubblico tenta il ricorso rispetto al tradimento dell’esito referendario, ma pur essendo stato riconosciuto in precedenza come potere dello Stato, gli viene negata dalla Corte Costituzionale la possibilità di depositare tale ricorso. Sempre la legge 2/1997 introduce l'obbligo per i partiti di redigere un bilancio per competenza, comprendente stato patrimoniale e conto economico, il cui controllo è affidato alla Presidenza della Camera. La Corte dei Conti può controllare solo il rendiconto delle spese elettorali. L’adesione alla contribuzione volontaria per destinare il 4 per mille ai partiti resta minima. La legge n. 157 del 3 giugno 1999, Nuove norme in materia di rimborso delle spese elettorali e abrogazione delle disposizioni concernenti la contribuzione volontaria ai movimenti e partiti politici, reintroduce un finanziamento pubblico completo per i partiti. Il rimborso elettorale previsto non ha infatti attinenza diretta con le spese effettivamente sostenute per le campagne elettorali. La legge 157 prevede cinque fondi: per elezioni alla Camera, al Senato, al Parlamento Europeo, Regionali, e per i referendum, erogati in rate annuali, per 193.713.000 euro in caso di legislatura politica completa (l'erogazione viene interrotta in caso di fine anticipata della legislatura). La legge entra in vigore con le elezioni politiche italiane del 2001. La normativa viene modificata dalla legge n. 156 del 26 luglio 2002, “Disposizioni in materia di rimborsi elettorali”, che trasforma in annuale il fondo e abbassa dal 4 all'1% il quorum per ottenere il rimborso elettorale. L’ammontare da erogare, per Camera e Senato, nel caso di legislatura completa più che raddoppia, passando da 193.713.000 euro a 468.853.675 euro. Infine, con la legge n. 51 del 23 febbraio 2006: l’erogazione è dovuta per tutti e cinque gli anni di legislatura, indipendentemente dalla sua durata effettiva. Con quest’ultima modifica l’aumento è esponenziale. Con la crisi politica italiana del 2008, i partiti iniziano a percepire il doppio dei fondi, giacché ricevono contemporaneamente le quote annuali relative alla XV Legislatura della Repubblica Italiana e alla XVI Legislatura della Repubblica Italiana.

Secondo gli accertamenti del nucleo Tributario della Guardia di Finanza, tra il 2008 e il 2010, sul conto intestato alla Margherita sarebbero stati accreditati i rimborsi elettorali che, per legge, spettano al partito per le elezioni politiche del 2006 e per i successivi cinque anni, pari ad Euro 214 milioni. Era lui, Lusi, a gestire il conto su cui sono depositati i soldi della Margherita, in qualità di fiduciario di un partito sparito dal Parlamento ma ancora esistente dal punto di vista legale A segnalare i movimenti sospetti alla Guardia di Finanza era stata Bankitalia, l'ufficio che contrasta e vigila sulle operazioni in odore di riciclaggio. Quelle cifre troppo alte spostate nel giro di brevi periodi avevano fatto scattare l'allarme, finendo nella routine dei controlli. Un filo rosso che ha portato la Finanza direttamente al conto della Margherita e a Lusi. Da Lusi abbiamo saputo quel che volevamo sapere. S’è rubato 13 milioni di Euro. Affari suoi e della Margherita. Ma è proprio tutto qui? Non credo proprio.

Sono richieste risposte precise, circostanziate e suffragate da documentazione probatoria dal Presidente Francesco Rutelli ,dal Presidente dell’assemblea federale Enzo Bianco e dal Capo della Tesoreria Giampiero Bocci a questa semplicissima domanda: la Margherita ha incassato dal 2006 ad oggi Euro 214 milioni. Lusi ne ha sottratto 13. In cassa – vedi dichiarazioni di Lusi – ce ne sono ancora venti. Bene. E gli altri 181 milioni di Euro, che fine hanno fatto? Per i distratti ricordo che La Margherita non ha più partecipato, dopo il 2006 , a campagne elettorali, non ha avuto spese di pubblicità per propri candidati, non ha dovuto pagare le cifre che oggi richiede ogni passaggio in televisione, sui giornali, ecc. Un Partito che dal 14 ottobre 2007 è confluito in un nuovo partito denominato “Partito Democratico” che spese poteva avere? Affitto della sede, telefoni, una segretaria ( facciamo anche due , crepi l’avarizia!) , il compenso ai propri organi sociali Lusi, Rutelli, Bianco, Bocci, il compenso ai Commercialisti che erano incaricati della redazione e del deposito ( ma dove?) del Bilancio de La Margherita e poi? Poi basta. Faccio due conti: una segretaria fra stipendio ed oneri 4.000,00 euro al mese, pari a Euro 50.000,00 l’anno. Dunque per Due segretarie per quattro anni , pari ad Euro 400.000,00. Facciamo 500.000,00, non ci facciamo guardare dietro. Affitto? Mettiamo pure 5.000,00 euro al mese. Sono per quattro anni altri 250.000,00 Euro. Luce , gas , telefono voglio stanziare , per quattro anni altri 100.000,00 Euro. Per i Commercialisti quando mettiamo Euro 10.000,00 l’anno è pure un’enormità. Dunque sommano in tutto per quattro gli anni Euro 900.000,00, facciamo un milione. Dove sono andati a finire , Signori, gli altri 180 milioni di Euro? In quali capienti tasche? Spesi per finanziare chi e cosa?

A chi devo chiedere spiegazioni in merito se non a questi quattro Signori, i quali mentre tuonano e minacciano querele e sfracelli, mi dovrebbero raccontare come sia possibile che non sapessero di avere incassato 214 milioni di Euro. Come sia credibile che nessuno di loro, neanche un Parisi che sempre sbraita per qualcosa, non avesse mai esaminato o fatto esaminare da altri i bilanci dei Commercialisti La loro fiducia in Lusi era notevole, tanto da nominarlo anche Tesoriere del Partito Democratico Europeo (European Democratic Party) , costituito il 9 dicembre 2004 con il congresso fondativo di Bruxelles per iniziativa del francese Francois Bayrou ( Presidente dell’Union Democratique Francaise ) e da Francesco Rutelli ( Presidente de La Margherita ) .L’Epd ha sempre avuto lo stesso tesoriere: Luigi Lusi, appunto, nominato fin dalla costituzione, nomina poi confermata alla fine del 2006 nel congresso di Roma e il 5 dicembre 2008 nelle assise di Bruxelles. Presidente del’EDP è stato, fino al 2008, Romano Prodi.

Nessuno dubita dell'onestà di qualcuno , ma appare evidente come Lusi si sia immediatamente addossato ogni colpa e come ora non voglia assurgere a capro espiatorio. Tutti s'erano chiesti se Lusi non avesse rispettato il suo evidente ruolo di “ testa di legno” per altre persone (forse suoi soci in affari politici): in un primo momento li ha omertosamente coperti, ora si è accorto che il suo sacrificio viene ripagato a pesi in faccia e , stizzito, reagisce , proprio come chi si è addossato formalmente ogni responsabilità per un preciso accordo con ben altre persone. Una storia vecchia come il mondo. Le bugie di chi pretende di salvarsi facendo condannare un cavalier servente al quale ha lasciato pochi spiccioli.Intendiamoci, Luigi Lusi è l'uomo che ha costruito la sua carriera politica curando il settore immobiliare delle Acli, per l'ultima Dc, poi per la Margherita. Ma se Lusi è noto persino al sottoscritto per tale sue inclinazioni palazzinare della vecchia DC di destra, perché i partiti cattolici di sinistra lo hanno mantenuto come consulente e tesoriere della Margherita ? Mistero o omertà? Lusi Tesoriere de La Margherita, tesoriere anche degli “Uniti nell'Ulivo”, tesoriere europeo dello “European Democratic Party”, tesoriere dell'Unione. Non c’è bisogno di essere dentro alcun “palazzo” per sentire la puzza di chi, nella vita, non ha fatto altro che organizzare il giro dei soldi per il partito. Puzza di un maneggione. Lusi lo avve da dieci chilometri, tanto puzza. Poi ti accorgi anche di molte strane coincidenze : per esempio, la Margherita aveva come giornale Europa, oggi Europa è la testata del Pd insieme a L'Unità. e Tesoriere della Margherita era Lusi.Ma non finisce a Lusi, signori miei. Prendiamo la “Immobiliare Europa Srl”: era la società che controllava il patrimonio immobiliare della vecchia Dc. Una vera fortuna . Oggetto di varie questioni giudiziarie. Proprio su una di queste vicende giudiziarie è stato interrogato, circa un mesetto fa, dal Tribunale di Roma, Pierluigi Castagnetti (ultimo segretario del Ppi già notabile Dc). Castegnetti ha riferito di essere stato il primo a sospettare che dietro l'Immobiliare Europa s'annidassero gli affaristi immobiliari del partito: Oggi conosciamo Lusi con la vicenda della Margherita e dei 13 milioni di euro ed i suoi tantissimi affari sempre immobiliari. Nei tempi passati c’erano altri faccendieri della D.C.: per esempio il veneto Angiolino Zandomeneghi, il tesoriere del Ppi Romano Baccarini, i due segretari amministrativi Alessandro Duce e Nicodemi Oliviero, gente esperta nel settore immobiliare che comunque ebbe la capacità di far passare le maggiori proprietà immobiliari della D.C. a favore del P.P.I. da dove poi queste proprietà immobiliare Dio solo sa dove sono finite e come . Ma tutti i vecchi democristiani , guarda caso, non ne sanno nulla. De Mita, per esempio ed anche Franco Marini, oppongono spesso davanti all’argomento uno scontato “ mi sono sempre occupato solo di politica”. Nessuno ne sapeva nulla, dicono i vecchi democristiani confluiti nella Margherita , ma se poi scavi un pochino su di loro, ti accordi che Marini, per esempio, ha potuto acquistare a prezzo stiacciatissimo un mega appartamento ai Parioli, De Mita altro mega appartamento vicino Fontana di Trevi. Forse si tratta di coincidenze. Forse sono io che vedo nero. Eppure non riesco a capacitarmi: ma chi avrà dato il Mandato all’” Immobiliare Europa Srl” perché questa riuscisse a vendere tutti gli immobili della vecchi D.C.? E chi sa qualcosa , caso mai, di certi assets della fallita Federconsorzi ? Nessuno ne parla. Non dico gli eredi o i beneficiari di tali “opacità storiche” ( si chiamano così oggi gli imbrogli, vero?) , ma zitti e mosca pure dalle parti di Largo Fochetti , dalle parti de Il Fatto, dalle parti del P.D..

Temo che la denuncia contro Lusi, tanto sbandierata dagli avvocati della Margherita , resterà opportunamente chiusa dentro il cassetto del legale. C’è un pericoloso incrocio all’orizzonte, rappresentato proprio dal Tribunale di Roma, dove tra la sede del Tribunale Penale e quella del Tribunale civile la distanza è minima . Facile dunque che qualcuno possa accorgersi che c’è un processo – quello degli immobili della vecchia DC – che si celebra a porte chiuse ma nel quale è coinvolto anche un certo Luigi Lusi, il quale pare anche essersi appropriato di 13 milioni di Euro della Margherita, i cui organi sociali presentano bilanci fasulli.

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Roma, Martedì 13 marzo ‘12

Gaetano Immè

lunedì 12 marzo 2012

VENT’ANNI DOPO, COME IN UN ROMANZO DI DUMAS


Sono venti anni venti che, per straparlare di una “ trattativa fra Stato e Mafia” con lo scopo di creare il solito caso mediatico all’insegna del “ diffamiamo Berlusconi e Dell’Utri , i nostri abboccheranno ” , la manipolazione gaglioffa, il “ mascariamento” della verità e della memoria la fa da padrone, sui giornali , in televisione, nei palazzi e sui terrazzi che “ contano”. Sono venti anni dunque che questi signori, magistrati , giornalisti, scrittori, opinionisti, ecc , gli azionisti di maggioranza di quel Circo Barnum che è diventata quella consorteria di “ “professionisti dell’antimafia militante “- composta da personaggi che, invece di combatterla , hanno tramutato la mafia nella loro fortuna economica, arrivando anche a riciclare i suoi disonorati Giuda in false star mediatiche - si arricchiscono con i suoi sostanziosi dividendi ( libri, loro riedizioni, comparsate televisive, talk show, interviste , ecc) Sto parlando dell’inchiesta sulla morte di Paolo Borsellino, si dice che il movente sarebbe nella volontà di rimuovere l’ostacolo alla trattativa fra Stato e mafia, si evoca la “strategia delle tensione”, la voglia di “evitare mutamenti politici non graditi” (due frasi di Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia, che è ormai una sorta di A.D. di questo Circo Barnum) frasi concepite apposta per seguire quella ignobile traccia , aperta dalla premiata ditta Pintacuda - Orlando Cascio la cui “ insegna” era “ diffamare una persona per farla ammazzare” , alludere a scenari foschi pur senza averne alcuna prova, insomma ingenerare nel cittadino il principio, da santa Inquisizione medioevale , che “ il sospetto sia l’anticamera del reato”. Non sono disposto a farmi sedurre da fantasiose e contorte ricostruzioni che vengono poi vendute come saporosi depistaggi. Resto fedele ai dati dei fatto, alle date, alle cose certe , quella che invece vengono accantonate come cose astruse e che invece sono le basi indistruttibili della verità. Credo di potermi esprimere a nome di tantissimi italiani, che non ne possono più di questo romanzo a puntate, un feuilleton al cui cospetto il “Grand Hotel” delle servette degli anni cinquanta diventa una sorta di “ Il Ponte sulla Drina”, cioè un’opera d’arte, tanto per dire. Invece devo mettere ordine nelle cose, perché in questi giorni si sono verificati due eventi della massima importanza. La sentenza del Tribunale nisseno sulla morte di Borsellino e la sentenza della Suprema corte di Cassazione su Dell’Utri.. Il GIP di Caltanissetta ha disposto arresti cautelari (immaginate voi, arresti “cautelari”dopo venti anni? Incredibile!) per quattro persone, accusate di avere eseguito la strage del 19 luglio del ’92 di via D’Amelio. Il disegno è quello già mille volte raccontato ma mai dimostrato: Borsellino, dicono i ricchi professionisti dell’antimafia, muore perché si oppone alla famosa trattativa fra Stato e mafia. Rammento che per quella orribile strage esistono già, tra l’altro, delle sentenze passate in giudicato. E adesso di quelle sentenze che ne facciamo? Per rispetto dell’eventuale lettore, sicuramente frastornato fra le tante notizie e dai venti anni passati , cerco di sintetizzare. Sono convinto che Borsellino venne giustiziato dopo due mesi dall’esecuzione di Falcone non perché costituisse un ostacolo alla trattativa fra Stato e Mafia “ - perché non esiste prova alcuna di queste due condizioni ( cioè l’opposizione di Borsellino alla trattativa e l’esistenza di questa trattativa) – ma perché Borsellino era un ostacolo – e questa invece sì che è una deduzione in coerente logica con i fatti reali : perché Borsellino e Falcone avevano in mano il famoso rapporto dei ROS di Mario Mori denominato “Mafia e appalti” ; perché davanti a quell’informativa dei Carabinieri così dettagliata non si capisce come potesse fare un Magistrato che conosceva la mafia come pochi al mondo a non procedere giudiziariamente con le sue indicazioni - all’insabbiamento e archiviazione dell’inchiesta “ mafia appalti “, inchiesta, guarda caso, immediatamente distrutta dopo la sua morte, a cura, guarda sempre il caso , della procura della Repubblica di Palermo. Quell’informativa è il movente dell’esecuzione di Paolo Borsellino, quella informativa è ciò che unisce in una vera associazione a delinquere due falangi di delinquenti: da una parte un pezzo di Stato e di establishment economico chi voleva continuare a fare affari con la mafia e dall’altra parte la mafia . In quell’informativa , egregi signori, i Carabinieri toccavano gli interessi della mafia, i picciuli, il sistema che attraverso imprenditori e conniventi consentiva alla mafia di mettere le mani sugli appalti, di vivere e di far vivere mascariando la Pubblica Amministrazione, facendosi beffe di tutto e di tutti.

Come riprova a conforto di questa mia tesi basta la constatazione che coloro che lavorarono a quell’inchiesta hanno tutti passato i loro guai. Gli uomini più vicini al Giudice Borsellino ( guardate Mori , De Caprio , Contrada, per esempio) non sono stati forse processati per collusioni o concorsi esterni con la mafia? Coloro che invece si premurarono di insabbiare velocemente, subito dopo l’esecuzione di Borsellino, quell’inchiesta su “ mafia e appalti”, bene quelli e solo quelli hanno fatto brillanti carriere. Verificare per credere, prego. Coloro i quali invece credono che sia il “ papello” di Riina - che richiedeva l’attenuazione se non addirittura la completa cancellazione del carcere duro per i mafiosi ( quel regime carcerario appunto indicato come articolo 41bis ) –il “ centro” dell’inchiesta sulla presunta trattativa fra Stato e mafia , trovano conforto con argomentazioni inattendibili. Essi si basano, per prima cosa, sulla testimonianza di un Massimo Ciancimino , testimonianza che vale praticamente zero in quanto questo volgare falsario di memorie e di papelli è stato pubblicamente ritenuto inattendibile dal Tribunale di Caltanissetta ed è stato addirittura anche arrestato dal pur amico Tribunale di Palermo. Il secondo sostegno costoro lo trovano nel sostenere ( ovvio senza addurre prova alcuna ) che Falcone e Borsellino fossero legati come “ culo e cammisa” , “anima e core “ contro la fantomatica trattativa fra Stato e Mafia e che entrambi siano stati giustiziati perché a questa si opponevano. Ma questo vorrebbe anche significare che Falcone e Borsellino non volessero l’attenuazione del carcere duro per i mafiosi, se la logica ha i suoi diritti. Ma l’introduzione dell’ inasprimento del 41-bis fu deciso nel mese di Giugno del ’92 ( il D.L. è il numero 306 dell’8 giugno ’92) e Falcone era già morto ( la sua esecuzione è del 23 maggio del ’92). I due Magistrati dunque erano certamente fra di loro uniti ma non sull’opportunità di attenuare l’articolo 41 bis ( ripeto: Falcone era già stato giustiziato quando l’articolo 41 bis fu introdotto e Borsellino sarà giustiziato dopo appena quaranta giorni da quell’introduzione): essi non potevano che essere uniti saldamente per perseguire la mafia con ogni mezzo e la famosa informativa “ Mafia ed appalti” era l’aspetto evoluto e moderno della caccia ai mafiosi ed ai collusi. Aspetto evoluto ma seguace proprio di quella “ new deal” dell’indagine sulla mafia che aveva come creatori proprio Falcone, Borsellino, i Carabinieri del ROS e gli uomini di Mario Mori. E guarda caso, mentre i primi due furono fucilati , all’ultimo stanno cercando da venti anni di condannarlo per insozzarlo. Guarda caso, sempre la Procura di Palermo, guarda caso proprio quella che si affrettò ad archiviare quell’indagine sull’informativa “Mafia ed Appalti” , non appena Borsellino fu, anche lui, debitamente “ suicidato”.

Ma concedo ovviamente anche il beneficio del “ dubbio” su questo punto. Poniamo fosse proprio l’attenuazione dell’articolo 41 bis il vero oggetto del tutto, il povero Falcone – morto il 23 maggio del ’92 e quindi prima dell’introduzione del 41bis ( introdotto a Giugno dello stesso anno) – sarebbe stato giustiziato senza un motivo logico. Ma voglio pure ammettere che Falcone fu eliminato perché, genericamente , ostico alla mafia. E Borsellino ? Per quale motivo Borsellino fu giustiziato proprio nel mese di Luglio del ’92? Se tengo conto che i due Governi di quella XI Legislatura durarono dal 28 giugno ’92 al 10 maggio del ’94 ( Amato , con Martelli alla Giustizia, dal 28 giugno del ’92 al 28 aprile del ’93 e poi Ciampi, con Conso alla Giustizia, dal 28 aprile ’93 fino al 10 maggio del ’94); che la mafia passò alle bombe a Firenze solo nel maggio del ’93 , a Roma ed a Milano solo nel mese di Luglio del ’93 e sempre a Roma – fallito attentato allo Stadio Olimpico - solo nell’ottobre del ‘93 .; se ricordo poi che i due famosi provvedimenti che il Ministro Conso adottò per esonerare dal carcere duro i 500 mafiosi furono il primo nel mese di Maggio del ’93 ( il giorno dopo l’attentato di Via Fauro a Roma ) ed il secondo nel mese di Novembre ’93; e che infine questi due provvedimenti a favore della mafia furono adottati e promossi dai seguenti personaggi: Caprotti , messo a capo del DAP da O.L. Scalfaro, da Ciampi e da Conso, cosa se ne deve dedurre ? Che Borsellino fu giustiziato nel luglio del ’92 come avvertimento preventivo ma che, non avendo la mafia ottenuto concreti riscontri ( insomma se c’era questa trattativa , mafia e Stato si parlavano) , si decise a pressare i governi del ’93 con la strategia delle bombe? Allora lo “ Stato Italiano” dal luglio ’92 fino al Maggio ’93 e dunque i Martelli, gli Amato, i Ciampi, i Conso e O.L. Scalfaro se ne è fregato altamente del massacro di Via D’Amelio ? Anzi, ancora di più: vorrebbe dire che quei Governi non mossero un dito davanti alle due stragi, sia Capaci che D’Amelio, come se si fossero tolti dalle scatole due Magistrati scomodi che costituivano dei grossi ostacoli alla loro azione . Allora vuol dire che Borsellino fu giustiziato perché la mafia voleva rimuovere dalla vita chi voleva impedire alla stessa mafia di mettersi d’accordo con lo Stato degli Scalfaro, dei Conso e dei Ciampi e che dunque furono proprio questi gli uomini che stavano trattando con la mafia? E vorrebbe dunque anche dire che la trattativa fu tanto lunga da protrarsi per più di un anno senza che nessuno se ne accorgesse? Che la mafia fosse talmente idiota da mettere le bombe nel ’93 per abbattere quella governace di centrosinistra e così propiziare l’arrivo del centrodestra che poi non solo ripristinò ma che anche prolungò nel 2002 il carcere duro? Che la mafia sia mafia, siamo d’accordo. Ma che sia pure fatta di stronzetti proprio non credo. Mentre, magari, quelli che invece credevano ciecamente alle fanfaronate di Massimo Ciancimino, sai com’è……

Come Dumas, venti anni dopo i soliti e noti professionisti dell’antimafia continuano a sfornare inchieste, elaborano architetture improbabili, il tutto per cercare di occultare , sotto un mare di cialtronerie mai comprovate, la logica verità che quelle mute date si sforzano di evidenziare in modo inequivocabile: per continuare a nascondere che il vero scandalo sul quale dovrebbero indagare dei Magistrati seri e coscienziosi è la bruttissima storia della frettolosa archiviazione dell’inchiesta mafia appalti eseguita dalla Procura di Palermo non appena fu fatto fuori Borsellino..Sia chiaro: su Borsellino e su Falcone esprimo pensieri in base alla logica. Ma neanche sono disposto a bere la solita cicuta preparata da quei professionisti dell’antimafia ( remeber Sciascia? Ommini, omminicchi, quaquaracquà e pigliainculo ) , Grasso compreso , che continuano da venti anni a spacciare patacche false.

Eppoi c’è anche Marcello Dell’Utri. Il quale viene perseguito dalla Procura di Palermo dal 1994, da quando la sua antica amicizia con Silvio Berlusconi lo portò ad organizzare , con il futuro Premier, Forza Italia. Ed io ancora oggi, dopo due condanne di Dell’Utri – primo e secondo grado – per quel fantomatico reato non reato che è il “ concorso esterno con la mafia”- ancora oggi, pur dopo la sentenza della Corte di Cassazione che ha letteralmente fatto a pezzi tutte le teorie che la Procura di Palermo aveva affastellato su Dell’Utri per cercare di dimostrare che Forza Italia fosse il ricettacolo della mafia e che due Tribunali palermitani avevano giudicato idonee per comminare una condanna a sette anni , ancora oggi, dicevo, continuo a chiedermi : ma di quale reato è stato chiamato a rispondere Marcello Dell’Utri? Cosa ha fatto in favore della mafia?

Ieri finalmente , dal ’94, dunque dopo diciannove anni, ho avuto una prima risposta : non lo sanno neanche i magistrati che lo hanno accusato e condannato per diciannove anni. Kafka sarebbe un dilettante allo sbaraglio rispetto a questi Magistrati. Il procuratore generale della Cassazione con stupore e sdegno biasima l’astrazione dell’accusa così riducendola a quello che effettivamente essa è stata: un semplice pregiudizio, un sottoprodotto della produzione palermitana tipica della premiata Ditta Orlando – Pintacuda , gente la cui insegna era “ il sospetto è l’anticamera del reato”. Insomma, la civiltà giuridica fatta persona. Per Dell’Utri . non risulta definito il reato ed è evidente la mancanza di motivazione che si legge nelle parole del Procuratore Generale : «L’accusa non viene descritta, il dolo non è provato, precedenti giurisprudenziali non ce ne sono e non viene mai citata la sentenza Mannino della Cassazione, che è un punto imprescindibile in processi del genere... essere referente o il terminale politico della mafia, non significa nulla: non si fanno così i processi, si devono descrivere i fatti in concreto».

Appunto. Aria fritta, ma aria di mafia, giusto perché Dell’Utri è nato in Sicilia, per giunta a Palermo. Ciò che si voleva colpire con Dell’Utri non era certo una precisa azione mafiosa, un appalto corrotto , una pressione mafiosa , una corruzione, ma un tentativo, costruito con vaghe e suggestive formule, da parte dell’accusa,di ottenere una condanna per un non meglio definito «concorso esterno in associazione mafiosa». Lo ripeto ancora, fino alla noia. Ma che diavolo vuol dire concorso esterno? Che reato è? Che reato è se esso non risiede in fatti concreti ma si evidenzierebbe tramite rapporti umani che portano più ad una sopportazione o ad una finzione che ad una associazione? Ma sanno questi magistrati cosa vuol dire essere nato a Palermo ed esservi anche cresciuto? Che provino a viverci i Magistrati, ma senza scorte, che vadano in giro dall’Addaura allo Zen, che parcheggino l’auto e che poi si ritrovino l’auto chiusa da chi ha parcheggiato in seconda fila e che provino allora a protestare. Che ci provino, i signori Magistrati! E quando poi si trovassero di fronte al mafiosetto di turno, che minaccia, allora i signori Magistrati forse comincerebbero a capire perché un palermitano tiene buoni rapporti anche con chi sa , anche “ de relato”, essere direttamente o indirettamente un mafioso. Sempre che voglia vivere in pace . In realtà da 18 anni una magistratura gaglioffa e politicizzata, quella per intenderci che fa capo alla Procura di Palermo, una Magistratura che se fotte altamente della Costituzione, ebbene da diciotto anni questa consorteria gaglioffa ha cercato di far pagare a Dell’Utri il suo ruolo politico per demolire dalle fondamenta il partito fondato da Berlusconi, quello che ebbe il coraggio e l’improntitudine di sbeffeggiare il già gongolante PCI o DS di Occhetto che credeva ormai di aver vinto “ facile facile” le elezioni del ’94, grazie alle esecuzione con le quali l’amica Magistratura aveva massacrato solo i maggiori partiti politici . Appare enorme, alla luce di anni di persecuzione giudiziaria, da intendere come un vero e proprio reato di stalking , con l’obiettivo di screditare una personalità politica, che il procuratore generale Iacoviello abbia indicato una palese mancanza del rispetto dei diritti civili nei confronti di Dell’Utri. Una accusa gravissima questa che fotografa , nell’impostazione della Procura generale di Palermo, un grave inquinamento politico dell’azione giudiziaria: Dice il Procuratore Generale : «Nessun imputato deve avere più diritti degli altri, ma nessun imputato deve avere meno diritti degli altri:e nel caso di Dell’Utri non è stato rispettato nemmeno il principio di ragionevole dubbio ».

Esiste un Bignami del “ parlar mafioso”, quel dire e non dire , quel sottendere, quel costruire scenari foschi, quella violenza preventiva che talvolta sfocia nell’intimidazione vera e propria. Provenzano, zio Binnu, che era un maestro in quell’arte, ha seminato messaggi e pizzini semplicemente favolosi. Credo che quel libercolo sia stato scovato, letto, studiato e molto ben assimilato da un campione delle fustigazione censoria – altrui, sempre altrui – dal detentore del titolo mondiale della diffamazione , quello che lavora per conto del partito politico delle Procure e forse anche per Micromega e che scrive sul ciclostile delle Procure , cioè su “Il Fatto Quotidiano”. Parlo di Travaglio, del socio di Santoro, il quale , saputo che il Presidente della Quinta Sezione della Cassazione che dopo pochi giorni avrebbe passato al setaccio le sentenze che hanno fino ad ora condannato Marcello Dell’ Utri a sette anni per il solito “ concorso esterno in associazione mafiosa”, al fine di verificare se vi siano in esse delle prove sostanziose e documentate oppure se non si tratti della solita sbobba brodosa di pettegolezzi e di “ sentito dire” con i quali spesso viene sostenuto quel fantasioso reato, ha pensato bene di imitare Zio Binnu spedendo al Dr Aldo Grassi due messaggi mafiosi, due avvertimenti mafiosi in piena regola, due veri e propri pizzini degni del peggior Provenzano. Giorni orsono, quando scriveva che “Dell’Utri trova alla Corte un Giudice come Aldo Grassi, un amico di Corrado Carnevale “. Carnevale è quel Magistrato che è stato per decenni sputtanato dai Magistrati cari a Travaglio e che ormai il circo Barnum mediatico identifica come un Giudice ammazza sentenze e che solo, appunto, al verdetto finale della Cassazione ha trovato, anni orsono, la sua giusta e completa assoluzione. Ma l’Italia forcaiola e giustizialista sbraita che “ le sentenze vanno rispettate”, ma poi essa stessa rispetta solo le sentenze che le sono favorevoli. Così per Travaglio, l’assoluzione completa di Corrado Carnevale non conta ; la gente come Travaglio è fatta così, rispetta solo le sentenze che gli fanno comodo. Carnevale, pur essendo stato assolto in modo esemplare , per questi manipolatori professionali resta un giudice corrotto, uno che aggiusta le sentenze e che ora indurrà anche l’amico Grassi a sistemare anche Dell’Utri. Non contento del primo pizzino, Zio Binnu Travaglio ha terminato poi l’opera di intimidazione mafiosa del Presidente della Cassazione pochi giorni più tardi, quando quel giornale così democratico come “ Il Fatto Quotidiano” spediva al Presidente Grassi, due giorni prima del verdetto su Dell’Utri, un altro pizzino, ancora più mafioso , ancora di più minaccioso ed intimidatorio, ricordando a Grassi alcuni suoi comportamenti quando prestava servizio negli anni ottanta a Roma. Come Provenzano, anche Travaglio ed Il Fatto minacciano ed intimidiscono chi sbarra loro la strada del malaffare: sappiti regolare , Grassi, non costringerci a complicarti la vita. Ma questi signori valgono molto poco, sia come caricature di mafiosi che come parodie di giornalisti.

Dal 1994 al 2012. Diciotto  anni di accuse, di condanne, per poi scoprire che è tutto un semplice chiacchiericcio, che è tutto da rifare. Un calvario giudiziario per Marcello Dell'Utri. Il procuratore generale Iacoviello lo ha definito un "perseguitato" perché “ la condanna in Appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa non era supportata da prove concrete”. Una sberla, uno sputo in faccia , un manrovescio in volto alla Procura di Palermo ed ai suoi P.M. La Cassazione lo ha confermato: l'Appello deve ripartire da zero. Stavolta ha vinto la civiltà, stavolta ha vinto la vera nostra Costituzione, quella che dichiara un indagato innocente fino alla sentenza definitiva. Vince il garantismo liberale e repubblicano, perde la Procura di Palermo e perdono i suoi P.M., attuali ed ex ; perdono ignominiosamente sopra tutto il Dr Ingroia ed il Dr Caselli , artefici principali delle farse giudiziarie sui Borsellino, sugli Andreotti, sui Mannino, sui Carnevale e che ieri , schiumando di inconsulta rabbia, si scagliano contro la Cassazione infamandola con allusioni di sue possibili corruzioni. Sono dei poveracci , sono quegli stessi che ammonente sentenziavano “ le sentenze devono essere rispettate” quando le sentenze facevano il loro gioco. Oggi davanti a questa sentenza che invece li distrugge, invece di scusarsi e di chiedere perdono per la montagna di bestialità che hanno commesso, non sanno far di meglio – non avendo argomenti validi – che fare quello che sanno fare: diffamare e calunniare .Che pena, che schifo ! Ingroia e soci sono solo degli incapaci, caricature di magistrati inquirenti, che in sedici anni non sono riusciti a trovare nemmeno una prova a conforto delle chiacchiere che ci hanno rifilato, proprio come dei magliari napoletani.

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IL RITORNO DI GENGIS KHAN

Ho letto che Palermo rischia di tornare tra le grinfie di quel triste figuro che è Leoluca Orlando Cascio, l’ex sindaco degli anni ’80 e ’90 dello scorso secolo, che pare voglia ricandidarsi per la carica di primo cittadino. Ha rilasciato un’infuriata intervista in cui insinua - insinuare è la sola cosa che il figuro sa fare, da sempre - che Ferrandelli, (complice Raffaele Lombardo, il governatore), abbia indotto un plotone di mafiosi a votarlo dietro pagamento. Testualmente: «Ci sono state cose strane nei quartieri Zisa, Piazza Indipendenza, Borgonuovo». Toni e parole degne di Zio Binnu. Zone, quelle , ad alta densità mafiosa. L’accusa agli avversari di raccogliere voti nei quartieri mafiosi per insinuare che siano mafiosi pure loro, la diffamazione , perfino l’istigazione alla delazione ed al delitto, ecco la sua vera ed unica professione . Ora ha trovato un suo degno compare , esperto nella stessa materia, come Antonio Di Pietro. In occasione delle recenti primarie a Palermo del P.D. , il figuro ha sibilato: «Non possiamo lasciare il futuro di Palermo a Raffaele Lombardo, a un inquisito per voto di scambio con i mafiosi», lasciando intendere che potrebbe candidarsi lui, preclaro esempio di virtù, alla guida della città. Confido moltissimo nel movimento dei forconi siculi per evitare questa immane sciagura per la civiltà e per la bellissima Palermo.

Questo triste figuro è legato a diverse stagioni palermitane. La più nota, è quando, lasciata la Dc andreottiana, si riciclò, atteggiandosi ad intransigente antimafioso e fondò la “ Rete “ . Iniziò quella stagione che il figuro, antesignano di Bassolino nella distruzione degli Enti amministrati, definì la «primavera di Palermo». Invece fu un vero inferno: tutti sospettavano di tutti, fu un continuo di denunce, di delazioni, di soffiate, di sgarbi, di ripicche, di vendette, di trabocchetti e il trionfo del professionismo dell’antimafia. A ispirare il figuro, quel fior fiore di uomo di Padre Pintacuda, un mistificatore, un bugiardo, un essere velenoso mascherato da prete. Il loro sodalizio si fondò sul famoso principio che «il sospetto è l’anticamera della verità». Roba Papa Re. Per tratteggiare bene chi sia stato questo triste figuro , basta quel che disse il suo altrettanto degno compare Pintacuda alla fine della loro “associazione a delinquere”:: «Pensavo di avere formato degli statisti, mi sono ritrovato con dei nani». Caduto per qualche felice tempo nel dimenticatoio, Orlando se la fece poi con Rutelli, da cui fu pure cacciato , finché fu attratto dal suo speculare, dalla sua altra metà della mela e dal 2006 fa coppia fissa con Di Pietro . Dio li fa e poi li accoppia. Ecco un “ curriculum” sintetico, in pillole, di cotanto figuro.

Con Giovanni Falcone le cose andarono così. Nel maggio del 1990, a Samarcanda, dall’altro “cumpariello “ Santoro, comparve Leoluca e disse che il magistrato teneva «nel cassetto» ( cioè “ nascondeva”) le prove contro Andreotti e il suo factotum nell’isola, Salvo Lima. Additando così Falcone e Lima al pubblico ludibrio. Era la vendetta di Orlando contro Falcone , perché il giudice, ascoltato un pentito che accusava Andreotti di mafiosità sul quale il figuro puntava molto , siccome cercava prove e riscontri che non esistevano, anziché dargli retta, come hanno fatto Ingroia e Caselli, lo aveva incriminato per calunnia. Insomma un gran bell’assisti per la mafia! La quale ringraziò, ci pensò su, si organizzò. Oggi il figuro va dicendo di onorare Falcone, ma non è vero! Pensate che i seguaci del duo Orlando – Pintacuda andavano dicendo che l’attentato subito da Falcone nella villetta estiva dell’Addaura se l’era fatto da sé per farsi pubblicità. Il Csm volle vederci chiaro e convocò Falcone. Nell’audizione, il castello orlandiano crollò e Falcone disse di Leoluca: «Fa politica attraverso il sistema giudiziario. Sarà costretto a spararle sempre più grosse. Per ottenere ciò che vogliono, lui e i suoi amici sono disposti a passare sui cadaveri dei loro genitori. Questo è cinismo politico. Mi fa paura». Falcone aggiunse: «Mi stanno delegittimando. Cosa Nostra fa così: prima insozza la vittima, poi la fa fuori». La mafia capì tutto,fece passare solo sei mesi : e lo ammazzarono. Orlando ebbe anche la faccia tosta di presentarsi al funerale di Falcone con viso affranto. La sorella di Falcone, Maria, lo affrontò: «Hai infangato il nome, la dignità l’onorabilità di un giudice integerrimo». «È una cosa che mi fa molto male», piagnucolò giudaicamente l’altro.

Siccome il lupo perde il pelo, ma non perde il vizio, Orlando nel ’95, sempre da Santoro, a Tempo reale, accusò in diretta il maresciallo, Antonino Lombardo, di essere colluso con la mafia. Era la solita falsità ma serviva per avvertire la mafia , che fece subito terra bruciata intorno a Lombardo . Due giorni dopo, infatti, l’informatore del maresciallo fu trovato incaprettato. Era la condanna morte , la sua notifica ufficiale. Lombardo lasciò passare una settimana poi, impaurito e solo, si uccise. Non sono mai riuscito a capire come mai questo figuro per le sue calunnie non abbia mai pagato, salvo una piccola condanna definitiva per diffamazione di alcuni consiglieri comunali di Sciacca accusati, al solito, di mafia, ma del tutto innocenti. Come Di Pietro, che è riuscito finora a farla franca. Finisco sul figuro per dimostrarne la sua meschinità morale. Lui era figlio di Orlando Cascio («tra quelli che più organicamente e stabilmente hanno espresso il potere mafioso..», della Relazione Antimafia di minoranza), e che, diventato sindaco D C la prima volta, andò subito in pellegrinaggio da Salvo Lima per ringraziarlo. Sapete chi era Salvo Lima o ve ne siete dimenticati? Sapete che fine ha fatto Salvo Lima nel marzo del ’92? Palermitani, non vi meritate questa punizione. Fatevi sentire e cacciatelo via , il figuro.

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Roma lunedì 12 marzo 2012

Gaetano Immè

martedì 6 marzo 2012

ANNUNZIATA , MICHELE SERRA E LA SINISTRA, ARROGANTI CORIFEI DELL’OMOSESSUALITA’ DI STATO

Sicuramente ritenendosi acuti, arguti, intelligenti e “ de sinistra” , la solita compagnia di giro della stessa sinistra ha scelto una arrogante e violenta Lucia Annunziata - un nome una garanzia – ed un “manzoniano bravo del pensiero unico” Michele Serra , per render noto, durante la trasmissione “ In ½ ora” la prima, che «I funerali di Lucio Dalla sono uno degli esempi più forti di quello che significa essere gay in Italia: vai in chiesa, ti concedono i funerali e ti seppelliscono con il rito cattolico, basta che non dici di essere gay. È il simbolo di quello che siamo, c'è il permissivismo purché ci si volti dall'altra parte» e scrivere su La Repubblica , il secondo, che Lucio Dalla rappresenta “amore che non osa dire il proprio nome” Una dura e spietata condanna per Lucio Dalla , peraltro già morto, ed ovviamente – va così di moda da quelle parti! – per la Chiesa, una medaglia d’oro – così credevano gli incauti ! – da appendere sul petto della sinistra. Subito, seppure non richiesto, ne ha approfittato un quasi ormai desaparecido Franco Grillini per rimettersi per qualche secondo al centro del palco da gay pride con un suo : «ha ragione Annunziata quando denuncia l'ipocrisia della Chiesa cattolica dicendo che se Dalla fosse stato gay dichiarato non gli avrebbero fatto i funerali in chiesa». Un canagliesco e vile assalto ideologico, pretestuosamente anticattolico ed assolutamente irriguardoso ed irrispettoso della persona defunta, della sua privacy. della sua coscienza, dove la Annunziata s’inventa di sana pianta un volgare ricatto ( non altrimenti interpreto il suo “ ti concedono i funerali….se non dici di essere gay…) mentre Michele Serra corre ad occupare una inesistente cattedra etica ergendosi a “fustigatore” di una imbarazzata chiesa bolognese, con l'imbarazzo totalmente inventato .

Il cantautore, per la verità, non ha mai ostentato la sua omosessualità né la sua fede, peraltro ben note entrambe: come capita a molte persone , siano omosessuali o eterosessuali, cattoliche o atei, agnostici o buddisti, grasse o magre, bianche o nere. Dalla ha sempre tenuto la sua ‘privacy’ lontana dai riflettori, dalle sceneggiate televisive, dalle ridicole adunate dei “ sedicenti diversi” che cercano la loro legittimazione nel puro e disgustoso esibizionismo corporale anziché in quello intellettuale, com’era suo sacrosanto diritto. Questi due falsi censori, questi due Catoni d’accatto, tra l'altro, neanche lontantamente potevano immaginare che Lucio Dalla abbia voluto mantenere riservata la sua vita solo per una sua libera scelta. A costoro non è neanche lontanamente passato per la mente come Dalla non avesse  mai fatto comunella gay con alcuno, non si fosse  mai esibito sui carri del Gay Pride godendo delle acclamazioni entusiastiche di Repubblica, non fosse insomma un miliziano dell’ideologia gay,  di quella stessa ideologia secondo la quale solo i gay possono godere liberamente della propria sessualità, poiché essa ideologia depreca e condanna, per una sempre presunta omofobia,  ogni altra sensibilità sessuale. Lucio Dalla era semplicemente un uomo libero che ha vissuto sessualità e fede come ha potuto , come ha voluto e come ha creduto. E se non ha mai voluto mettere sulla pubblica piazza le sue esperienze amorose ed affettive, con quale diritto, mi chiedo,  viene ora a farlo la Signora Annunziata? Che ne sa la Annunziata di come Dalla , nella sua coscienza, abbia  vissuto la sua affettività e la sua fede? Con quale diritto la Annunziata ed il Serra si permettono di spiattellare in pubblico cosa segrete, personali ed intime di un morto? La “consapevole e rispettosa libertà personale e sociale” caratteristica del cantautore bolognese non è piaciuta  né all’Annunziata, né,tanto meno, a Franco Grillini , a Michele Serra ed al P.D. , di cui essi rappresentano autorevoli colonne portanti. Per costoro Dalla non doveva essere libero di essere omosessuale senza sbandierarlo ai quattro venti, senza travestirsi da ridicola zoccola e sfilare sculettando per Piazza Grande, senza salire su qualche carro allegorico dove frotte di travestiti esibiscono culi e tette – e non certo cervelli ed anime – come fosse la loro unica ragione di vita. Né tanto meno doveva coltivare una fede religiosa , cristiana o quale che fosse. Spero che abbiate ben afferrato  : nel  Paese  vagheggiato dalla Annunziata, dal Srrra, dal Grillini e dalla sinistra italiana e dunque  “guidato  da gente de sinistra” Lucio Dalla avrebbe dovuto proclamare urbi et orbi , magari anche dal palco di Sanremo, le sue tendenze omosessuali anche nei minimi particolari e la Chiesa avrebbe dovuto far sentire, durante la cerimonia funebre, «canzoni con un esplicito riferimento alla questione gay», tradotto in italiano corrente: " canzoni per froci".. Insomma per questi grandi pensatori “ de sinistra” Lucio Dalla , più che un artista , era un fenomeno da baraccone, doveva starsene ben rinchiuso nel recinto dei froci evidenti , avendo diritto di non essere chiamato frocio in pubblico ma solo se si fosse attenuto alle regole che lo Stato “ de sinistra ” aveva organizzato per i froci. I gulag dei froci , i campi di rieducazione per i froci , le Lubianka per i froci. Dio santo che miseria morale, che squallore, che schifo! Non ce l’ho con la Annunziata né con Grillini,né tanto meno con un falso Catone perché, si sa,  ogni botte da il vino che ha , ma penso con terrore e con disgusto che gente del genere ha anche occupato la Presidenza della RAI pubblica.

Che cos’è dunque tutto questo se non un puro, semplice, inequivocabile e inestinguibile odio della “ libertà personalee della ‘civiltà liberale’? In nome di una truffaldina condanna dell’ipocrisia ,  ma nell’esclusivo interesse del peggiore regime del pensiero unico , si vorrebbe imporre la possibilità per tutti di ficcare lo sguardo nelle alcove altrui; non si riconosce alla Chiesa il diritto e la libertà di fede e di pensiero, si vuole imporre a tutti l’elemento che più caratterizza ogni “regime” da Stato etico, una sindrome intellettualmente totalitaria : la equiparazione tra colpa, peccato e reato. Il mondo che vorrebbero dunque Annunziata, Grillini , Michele Serra , il P.D. e la sinistra accodata si deve poggiare, in fatto di sesso, su norme indiscutibili per tutti , scuole, chiese, club, circoli culturali, Rotary Club, Grande Oriente e alla Gran Loggia d’Italia, Festival di Sanremo. In tutti i luoghi di lavoro, di svago e di ritrovo, dalle balere ai teatri, dalle canoniche alle federazioni sindacali, dalle scuole ai luoghi di culto, i froci hanno l’obbligo di dichiarare di esserlo, devono essere tesserati come froci, devono vivere negli  appositi recinti, secondo regole preconfezionate da papà Stato e devono obbedire agli Ayatollah dell’etica di Stato: all’ Arcigay, alla Giordano Bruno Company ed a quanti altri pretendono, in base al nulla che sono ( come Michele Serra ) di dettare le norme che riguardano la sfera dei rapporti sessuali, i limiti della libertà delle chiese, le frontiere della tolleranza.

Ho assistito a tanti funerali in Chiesa di famosi omosessuali dichiarati o non dichiarati per cui non credo affatto che se Dalla fosse stato un «gay dichiarato» la Chiesa non gli avrebbero concesso le esequie a San Petronio . A Michele Serra, che mistifica e sproloquia di un “imbarazzo della Chiesa bolognese” per i funerali di Lucio Dalla -colpevole di non essere un “ frocio orgoglioso e dichiarato”-ricordo che tanto non è vero quello che lui sostiene , come spesso gli accade, che ai funerali di in San Petronio c’era pure - né poteva essere altrimenti - il suo compagno di una vita , c’era anche il suo confessore spirituale , entrambi vicini, ciascun nel dolore della perdita di Lucio, uno per amore terreno l’altro per dedizione spirituale. Tutti, per Cristo, siamo peccatori, ma un peccatore non è un reo, non solo non commette un reato ma, per la Chiesa che fa il suo compito evangelico è proprio il peccatore " la pecorella smarrita  " alla quale dedicare la propria opera in modo particolare. Concetti di democratica e rispettosa laica libertà questi, assolutamente inarrivabili per Michele Serra, per Lucia Annunziata e per la compagnia di giro “ de sinistra”. E da laico liberale rispettoso delle altrui libertà, difendo anche la libertà della Chiesa di ospitare nella ‘casa del suo Signore’ chi vuole, così come mi guarderei bene dall’interferire con le decisioni, per esempio, del “ Club dei bridgisti “ di stabilire determinati criteri di ammissione per gli aspiranti suoi soci. Se i criteri della Chiesa e del Club dei bridgisti mi ripugnano, mi terrò lontano da entrambi ma non pretenderò , con l’arroganza e la boria dei dittatori, che l’una o l’altro si lascino dettare da me quel che debbono fare, pensare e tollerare o non tollerare.

Nella sinistra del nostro paese, non c’è occasione che non riappaia la sua idra staliniana , dittatoriale, antiliberale, dalle settecento teste: la sua idolatria verso lo Stato totalitario, leviatano, etico. Nel quale, ben inteso, solo loro, solo la sinistra, è autorizzata a dettare i comandamenti. L’inganno sta nella premessa, che è sempre la stessa : che «tutte le opinioni vanno rispettate quando non ledono i diritti e la libertà degli altri» . Dove , beninteso, solo “ la sinistra” si riserva il diritto di stabilire sovranamente quando le sue libertà vengono calpestate. Annunziata, Serra, Grillini e compagnia di giro, non mi risulta che Lucio Dalla sia stato cacciato da una Chiesa , non lo fu da vivo, non lo è certo stato da morto. Fin quando, almeno, non sono arrivati loro, ciurma di petulanti, fastidiosi ed indisponenti puritani e di arroganti miliziani di una falsa laicità di stampo fascista , a costruire menzogne (Serra) e ricatti (Annunziata) per diffamare un morto e una dottrina religiosa della quale sanno poco o niente, come si usa fare  nei peggiori bar della  periferia romana a proposito dell’ultimo derby Roma - Lazio e come fanno delle brave guardie carcerarie o Vopos del totalitarismo del pensiero unico, quali essi sono.


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ECCO IL PIFFERO CHE ANDAVA PER SUONARE E CHE FU SUONATO”: FRANCESCO MERLO , IL CATANESE ARROGANTE

QUESTO ARTICOLO E' STATO TRATTO DA ANALOGO ARTICOLO SCRITTO DA GIANNI PARDO SU SVARIATI GIORNALI ONLINE. IL PROPRIETARIO DI QUESTO BLOG SI SCUSA CON AUTORE E PUBBLICO PER L'INCRESCIOSO EPISODIO (postato sabato 10 marzo 2012, ore 14,30. 
Con insopportabile boria e con arrogante ignoranza , Francesco Merlo, nel suo “piccolissimo” , ha tentato , su Repubblica del 4 marzo, di scrivere un intero articolo sulla parola “quid” ( traduzione dal latino “che cosa?”) .Dopo un’attenta ed esilarante lettura del suo articolo , se fino a ieri avevo solo il sospetto oggi ho la certezza . che Merlo non abbia contezza di quanto egli sia superficiale , direi quasi un clandestino impancato . Se chi legge quel suo articolo ha studiato anche solo un po’ di “ latinorum” , pur senza mai eccellervi, come questo Blog, c’è da rimanere basiti dagli errori . Ma c’è da compatirlo, il Merlo parlante, il quale abituato di scrivere su Repubblica sa di parlare ad un popolo di seguaci indottrinati ed ammaestrati , gente facile da soddisfare con battute stantie, idiote e apodittiche purché ad effetto e purché indirizzate sempre contro il solito “nano di Arcore” e simili avanzi freddi di piatti. Così, certo di parlare solo agli adepti republicones il Merlo irrompe con veemenza sull’ideale ring, come fosse Mohamed Alì, per poi farsi ridicolmente abbattere dalla prima schermaglia dal un pisquano qualsiasi. Una figura di……Fede! Scrive il Merlo: “Con un guizzo linguistico malandrino che voleva solo ridimensionare il proprio delfino Alfano – «gli manca il quid» – Berlusconi ha implicitamente ammesso di aver perduto anche il suo di quid, che è stato plusvalore in economia e carisma in politica, benché molto spesso sia stato, quid unicum in Occidente, lontanissimo dal quid iuris dello Stato di Diritto”.


Da andare a nascondersi! Merlo scrive dimostra di non conoscere le parole che usa .Perché parlare di “quid”, intendendo “qualcosa”, è una pura castroneria : perché, vedete, in latino “qualcosa” si dice “aliquid”. Vero che, involgarendosi le due lingue, è invalso l’uso di usare l’espressione “un quid”, nel senso di “un qualcosa”: ma almeno non bisogna mai accoppiare quid a iuris, perché. in “quid iuris” quid è pronome interrogativo e allora è corretto scrivere “quid iuris?” ma è sbagliato scrivere “quid iuris”. “Quid?” del resto richiede sempre il punto interrogativo, salvo casi marginali. “Quid iuris?” significa letteralmente “che cosa [si può dire] del (in) diritto?” e si può tradurre più compiutamente così: “che cosa se ne può dire in diritto?”. Ecco il contesto in cui si può usare quell’espressione: Un piccolo esempio per chiarire meglio. Vendo un litro di acqua di rubinetto spacciandola per acqua che toglie ogni malattia per diecimila euro. Questo è il fatto, su cui non ci sono dubbi. E dunque possiamo dire che il “quid de facto?” è bello che risolto. Ma come va qualificato quello stesso fatto in diritto? “Quid iuris”´? E’ una truffa o una circonvenzione d’incapace?. Ecco l’uso corretto di “quid iuris?”. Torno all’esempio: se il raggiro è sostenibile, siamo davanti ad una truffa, se invece non lo è siamo davanti ad una circonvenzione di incapace.

Così, per sfruttare come spesso Repubblica ha fatto negli ultimi diciotto anni, la incapacità giuridica ed intellettuale dei suoi adepti/ lettori, il Merlo scrive . “Berlusconi ha implicitamente ammesso di aver perduto anche il suo di quid, che è stato plusvalore in economia e carisma in politica, benché molto spesso sia stato, quid unicum in Occidente, lontanissimo dal qual è la norma, ovvero il principio di diritto, applicabile al caso? dello Stato di Diritto”. E che vuol dire? Merlo! Merlo! Scrivere cose senza senso! Ma uno che non conosce il senso della parola che intende commentare, ci fa solo pena . Ma Merlo, nella sua schizofrenia acuta , non si accontenta delle castronerie rifilate , ma si espone ancora di più. Si permette di irridere senza conoscerne le capacità scrivendo: “E così il quid, monosillabo ad alta densità, che a Berlusconi arriva forse dal latino goliardico dei papelli e del proforma...” Ad “ alta densità”? E che vuol dire? Bohhhhhh!!!! Un’arroganza da vergogna!

All’ articolista catanese mi piace molto ricordare che Berlusconi è classe 36 mentre l’esimio è classe ’51 e dunque Berlusconi, per laurearsi in Legge, doveva per forza provenire dal Liceo classico e dunque conoscere il latino. Offendere dunque chi non può replicare – nel caso Berlusconi – è da vigliacchetti infami, dire di una persona che la sua cultura è fatta da lettura di papelli qualifica la persona che offende un assente per quella che è: siamo vicini al puro “nanismo morale”, anche senza articolo 18 . E’ piuttosto per Merlo che mi sorge qualche dubbio, visto che l’esimio è classe ’51 e che dunque la sua università è degli anni 69/70 quando, grazie alla cultura del popolo, chiunque poteva prendersi qualunque laurea, anche senza provenire dal Liceo Classico e dunque senza conoscere il latino. Insomma Merlo sul latino vuol dare lezione ma non ne ha alcun titolo ed anzi strafalcioneggia alla grande . Scrive . “E’ davvero un vecchio sciamano questo Berlusconi che inaspettatamente ripropone, nel triste fine carriera, il suo antico e solo talento, quell’istintivo quid di artista dell’avanspettacolo che gli permette di sintetizzare inconsapevolmente l’Italia in un solo pronome indefinito”. Purtroppo per lui, quid non è per niente pronome indefinito, ma interrogativo. .E’ forse la sua  arroganza e la sua ignoranza nel latino che sono  veramente  in..definite e che gli han dato alla testa!

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SPARTA ED ATENE. PIANGONO ENTRAMBE MA LA DIFFERENZA C’E’ E SI VEDE!

Il Partito politico che è chiamato oggi “ Partito Democratico “ nasce, facendo una sintesi storica stringata , da una serie di fusioni fra diverse forze politiche di vecchia data, che erano presenti nel panorama politico della storia repubblicana italiana. Impressiona la continua modificazione del partito storico della sinistra, passato dal glorioso PCI, al PDS, al DS, al PD in un arco di tempo non lungo ma di soli diciotto anni. Nato come fusione politica tra comunisti del PCI con la sinistra dossettiana della DC , quello che oggi è il P.D. è né più né meno che il figlio- naturale o artificiale - – legittimo o illegittimo – nato dall’unione fra due categorie politiche fra di loro del tutto opposte: vecchi comunisti anticlericali togliattiani da una parte e vecchi democristiani dossettiani e cattolici dall’altra. Nel panorama della così detta Seconda Repubblica , accade che tutta una serie di corruzioni e di scandali investano questa creatura politica . Una modesta cronaca : la scandalosa gestione della Regione Campania e del Comune di Napoli, l’intimidazione contro la libertà di stampa di D’Alema contro Forattini, il non chiarito scandalo Unipol con Consorte e Fassino e D’Alema che tentano di comprare una Banca, un Sindaco di Bologna ladro, la famigerata trattativa Stato- Mafia avvenuta tutta all’interno della sinistra , lo scandalo Penati, lo scandalo della sanità pugliese , lo scandalo Tedesco, lo scandalo Lusi, fino ad arrivare addirittura ad uno scandaloso “ voto di scambio” nelle primarie di Palermo, sulle quali speriamo si accendano i riflettori della Magistratura. Non si tratta di fare di conto sul numero degli scandali , si tratta però di capire le ragioni per le quali se Sparta piange ( alludo alla coalizione del centrodestra) certo Atene non credo che rida . E se Sparta ed Atene piangono entrambe , allora la scenografia dell’attuale governo tecnico cambia molto.

Le motivazioni di Sparta e di Atene , per spiegare la loro perdita di credibilità ed il rispettivo grado di disdoro, peraltro non certo eguale fra di loro, sono storiche e diverse. E’ vero che Atene centrodestra è un partito nato di impeto, nel 1994, su iniziativa spontanea di Silvio Berlusconi, un partito che vedeva alle sue spalle ancora il fumo dei bombardamenti sotto i quali un giustizialismo strabico aveva seppellito buona parte della classe politica italiana . Svariate cellule vagavano nell’etere politico, orfane di un progetto unificante, in cerca di u n collante , come frammenti di ferro in cerca di una calamita. Così è nata Forza Italia , con la premura di nascere, come fosse un settimino, fatto nascere forzatamente. Ovvio che più che “ scegliere” le persone , Forza Italia dovesse raccattare quello che restava ancora vivo dopo quel bombardamento. Così Forza Italia accolse anche l’inaccoglibile, gente che il Parlamento avrebbe dovuto vederlo nelle sole visite guidate , insomma siamo tutti consapevoli dei rischi che si corrono in tal senso quando non si ha una storia politica alle spalle che ha prodotto la relativa classe politica dirigente. E’ dunque quasi logico e consequenziale che grumi di corruzione o di speculazione attaccassero il corpo del centrodestra, i casi sono svariati anche ad Atene , anche senza fare nomi e cognomi.

Ma a Sparta centrosinistra i grumi sono non solo più numerosi ma anche molto più dolorosi. E’ vero infatti che , al contrario di Atene centrodestra , Sparta abbia potuto contare sui favoritismi giudiziari di Mani Pulite, perché quel bombardamento giudiziario salvò incredibilmente Botteghe Oscure ed i suoi uomini, mentre rase al suolo il PSI e la DC di destra. Basato dunque l’attuale P.D. su un ceppo dirigenziale ( nomi noti, li ometto per brevità) che era stato già salvato dagli evidenti reati penali quando la DC regalò al PCI la amnistia per i finanziamenti esteri dall’Unione sovietica, gruppo dirigente che aveva praticato la ordinaria corruttela tangentizia come tutti gli altri partiti politici , ceppo dirigenziale per giunta salvato da una giusta condanna penale con pratiche anch’esse corruttive ( non fa né scandalo né notizia che Di Pietro e Colombo abbiano goduto della carriera politica come corrispettivo del salvataggio del PCI ) come stupirsi dunque se oggi l’attuale P.D. è ridotto ad essere il partito politico maggiormente inquisito per reati di corruzione e di voti di scambio?

Atene centrodestra a questo punto , dopo diciotto anni di esperienza, avrà finalmente compreso come selezionare uomini e dirigenti, espellendo mele marce , approfittatori di ogni risma, personaggi di uno squallore unico, gente che pensa solo ai loro affari, pronta a vendersi per trenta denari ed anche per meno. Come si dice in Spagna” ti dico il peccato, ometto i peccatori”, ma i nomi ed i cognomi sono a tutti molto ben noti e scolpiti nella mente. La Segreteria politica avrà a massima cura nella scelta dei quadri e, anche l’elettorato, avrà cura di scegliere , nel caso si ritorni alle preferenze, persone oneste e non maneggioni ante litteram.

Sparta centrosinistra invece è vittima dei suoi stessi imbrogli: ha imbrogliato per salvarsi dalle fucilazioni del Pool di Mani pulite credendo che si trattasse solamente di una riedizione dell’amnistia precedentemente regalata al PCI dalla consociata Democrazia Cristiana. Invece il secondo imbroglio lungi dal produrre assai improbabili catarsi neanche richieste od invocate , ha generato una supponente ed arrogante boria sotto la quale Sparta ha continuato ad accatastare, come fosse un tappeto, tutta la mondezza corruttiva di casa sua. I risultati sono questi. Non è credibile né pensabile che basti estirpare le metastasi che hanno ormai corroso tutta Sparta per immunizzare il centrosinistra.

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A PROPOSITO DI TAV

Sulla questione Tav regnano confusione, disinformazione, e spesso anche bugie. Colpa anche dei media, che al caso si sono interessati in ritardo e con superficialità, lasciando buon gioco alla propaganda, che oggi sul web fa la parte del leone. Persino tanti politici e opinionisti dimostrano di avere le idee molto confuse, quando ad esempio invece de “il Tav” (Treno ad Alta velocità), utilizzano erroneamente “la Tav”.La Tav, per la cronaca, esiste, ma è la società per azioni del gruppo FS che si occupa di progettare le linee ferroviarie ad alta velocità. Proviamo a fare chiarezza, rispondendo agli slogan con numeri e dati.

Il Tav è un’opera inutile. L'intera direttrice ribattezzata "Transpadana", quella che va da Lione a Torino, e di qui verso Milano e Trieste è stata ricompresa dall’Unione Europea tra i 14 progetti prioritari decisi ad Essen, nel 1996, poi ripresi al Vertice di Cardiff del giugno 1998, e ribaditi ancora dalla Commissione Europea nel Libro Bianco sulla politica dei trasporti del settembre 2001.È inoltre una delle tratte essenziali del cosiddetto “Corridoio 5”, il grande asse ferroviario e autostradale che l'Ue intende realizzare per collegare Lisbona a Kiev. Obiettivo: una grande rete continentale per il trasporto di uomini e merci considerata strategica per lo sviluppo dell'Europa. L'Italia, anche attraverso la Torino - Lione, assume un ruolo di primo livello nel processo di sviluppo Est-Ovest.

Il Tav è stato deciso senza il consenso della popolazione. Basterebbe dire che l’opera è stata pianificata negli ultimi vent’anni da organi politici di entrambi gli schieramenti eletti su base rappresentativa e democratica a livello europeo, nazionale, regionale e perfino provinciale per controbattere a questa accusa. Sostenere che “la Valle” sia No-Tav è essa stessa un’enormità. I sindaci di Susa e di Chiomonte, due comuni della valle tra i più coinvolti dal progetto, sono ad esempio pro-tav. Così come tutti i comuni medio - grandi della cosiddetta “gronda”, il tratto che si realizzerà in pianura. Gran parte delle perplessità sul territorio sono legate non al merito dell’opera, quanto alle compensazioni pattuite.

La politica non ha dialogato. Il confronto tra Governo e amministrazioni locali non è mai mancato, ma da oltre un quinquennio è divenuto particolarmente serrato. Nel 2006, infatti, l’esecutivo ha dato vita a due tavoli sul progetto Tav: uno più prettamente politico, il Tavolo Istituzionale di Palazzo Chigi, l’altro tecnico, ovvero l’Osservatorio per la linea Torino- Lione, al quale prendono parte i rappresentanti tecnici di tutte le parti interessate. Nel solo triennio iniziale, il tavolo del confronto si è riunito 111 volte. Tra il 2006 e il 2008, nel corso di 70 riunioni, sono stati affrontati temi cruciali come la capacità della linea storica, cui il Tav andrà a sovrapporsi; ma anche la domanda di traffico di merci e persone sull’arco alpino e lo sviluppo del nodo trasportistico della città di Torino.Sul tavolo sono state poste e valutate attentamente anche le possibili alternative di tracciato in Val di Susa. I risultati sono stati diffusi per argomento in sette distinte pubblicazioni ufficiali, realizzate attraverso oltre 300 audizioni e l’intervento di una sessantina di esperti a livello internazionale.

Ci saranno espropri di terreni. Vero, ma non di terreni edificati. E a norma di legge saranno compensati i loro proprietari sulla base del valore catastale. Senza considerare che la ricerca pretestuosa della controversia legale è proprio una delle principali armi di “lotta” scelte dai No-Tav, che recentemente hanno lanciato una campagna di acquisti dei terreni sui quali si sarebbero poi svolti i sondaggi o aperti i cantieri, in modo da poter ostacolare l’avanzata dei lavori attraverso ricorsi in sede civile o amministrativa.

Il Tav causerà un disastro ambientale: falde acquifere distrutte e dispersione di amianto e uranio. Il progetto prevede un preciso piano di riqualificazione ambientale di tutte le aree soggette a lavori. Inoltre i carotaggi hanno rilevato che la collocazione delle falde acquifere è troppo superficiale per collidere con la zona dei lavori, che si svolgeranno a profondità maggiori.Sulla presenza di amianto e uranio, poi, sono eloquenti le conclusioni firmate nel 2006 dal professor Pietro Rossi, presidente dell’Accademia delle Scienze di Torino, e dal professor Forese Carlo Wezel, presidente della Società Geologica Italiana. “In Valle di Susa – scrivono i due scienziati - il detrito contenente amianto è valutato in un volume inferiore a 300mila metri cubi. Le eventuali variazioni in più o in meno rispetto al volume previsto diventano un problema di bilancio economico, ma non di salute pubblica”. La conclusione? “I dati geologici a disposizione consentono di concludere che nella Valle di Susa non esiste un rischio prevedibile per la salute pubblica che possa derivare dalla presenza di quantità eccessive né di amianto né di uranio”.Il vero problema del Tav, così come osservavano quasi sei anni or sono anche Rossi e Wezel per l’ambito del loro studio, è un altro: la disinformazione. “Su questo terreno si auspica una più incisiva azione delle amministrazioni locali a tutti i livelli, dalla Regione ai comuni interessati, e dei mass media”.E forse è arrivato il momento che tutti comincino a fare la loro parte.

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A PROPOSITO DI STATI DI DIRITTO

I marò italiani detenuti a Kochi, accusati di aver ucciso due pescatori indiani (nel corso di un'azione anti-pirateria), attendono ancora una risposta dalla magistratura locale. L’Italia chiede di trasferire il caso alla nostra magistratura, gli indiani rimandano la risposta. Un ricorso presentato dai legali italiani all’Alta Corte locale avrebbe dovuto essere accolto (o respinto) il 23 febbraio.Poi si è deciso di rinviare la decisione a martedì, poi giovedì, infine ieri. E ieri l’Alta Corte, sentite le ragioni delle due parti (i marò e lo Stato del Kerala) ha ancora deciso per un rinvio al prossimo martedì, 6 marzo. Cioè il giorno dopo la scadenza del fermo di polizia dei due militari. La seduta di ieri, durata oltre due ore, è stata praticamente un monologo dell'avvocato a sostegno della tesi italiana, Suahil Dutt, che ha schivato le obiezioni formali del giudice P.S. Gopinath al ricorso, e si è quindi lanciato in una vera e propria lezione di diritto internazionale e marittimo. Senza interruzioni da parte degli avvocati a difesa delle ragioni dello Stato del Kerala, Dutt ha sviluppato la sua argomentazione prima definendo il concetto di acque territoriali che non possono superare le 12 miglia nautiche, e quindi spiegando perché nell'incidente che coinvolge la Enrica Lexie ed i marò l'Italia ha il diritto di rivendicare il processo. Sia in base alla testimonianza dell'equipaggio del peschereccio indiano secondo cui l'incidente è avvenuto a 33 miglia nautiche dalla costa, sia nella correzione della Procura indiana che parla di 22,5, il concetto di acque territoriali può essere escluso. Il legale ha indicato che esistono trattati firmati da India e Italia riguardanti la soluzione degli incidenti nelle acque internazionali ed ha poi cercato di smontare l'argomento principale della polizia locale assicurando che non è applicabile l'ipotesi di estensione della territorialità contemplato dal Codice penale indiano quando sono coinvolti aerei o navi nazionali. Dunque non dovrebbero esserci dubbi: i militari italiani tornino in Italia. Martedì vedremo quale sarà la decisione del magistrato. Parallelamente, continua anche la diatriba sulla perizia balistica, da cui sono stati parzialmente esclusi gli esperti italiani. Su questo punto sta ancora negoziando il sottosegretario agli Esteri Staffan De Mistura, il quale ieri dichiarava: “Ci sono indicazioni che vanno nella direzione giusta per quanto riguarda la presenza di esperti italiani alla perizia balistica”.De Mistura ha spiegato che il suo linguaggio improntato alla prudenza è dovuto al fatto che “già in passato ci erano state date assicurazioni che sono cadute alle verifica dei fatti”.

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Roma martedì 6 marzo 2012

Gaetano Immè