Gaetano Immè

Gaetano Immè

venerdì 23 marzo 2012

LA RIFORMA DEL MERCATO DEL LAVORO: UNA BASE DALLA QUALE PARTIRE PER MIGLIORARLA, IL LETTO DI MORTE PER LA SINISTRA .


Devo ammettere che Giulio Andreotti aveva proprio ragione quando affermava che “ il potere logora”, senza specificare poi se logorasse “ chi lo aveva” il potere , oppure se logorasse “ chi il potere non ce lo aveva”. Propendo assolutamente per la prima soluzione, perché troppo spesso la storia ci consegna casi eclatanti di “ deliri di onnipotenza”, di casi di “ubriacatura da potere”. Basta osservare la politica della CGIL negli ultimi venti anni per capire come simili deliri possano giocare bruttissimi scherzi. Cgil e la parte del P.D. che la sostiene si sono sollevati contro la “ riforma del lavoro” Monti – Fornero soprattutto in relazione alla modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori . Trascurando colpevolmente tutti gli altri aspetti della proposta ( aspetti politici, aspetti economici, aspetti del welfare, aspetti futuri, ecc) la CGIL non ha finora espresso altre idee e convinzioni se non che “ l’articolo 18 non deve essere toccato”. E sempre limitando i suoi interventi su quel solo aspetto della bozza di riforma, ESSA paventa e spaventa che la modifica dell’articolo 18 proposta dal Governo Monti “ introduca il rischio di un uso indiscriminato contro i lavoratori del licenziamento economico “, tesi sostenuta – quasi fosse un cavallo di battaglia – ieri sera da Bersani durante il lungo comizio regato gli da Bruno Vespa , con due o tre figuranti intorno, nella lunga a “Porta a Porta”. E’ bene esaminare la questione .

Innanzi tutto questo blog ritiene che questa posizione della CGIL , della parte maggioritaria del P.D., della componente cattolica dello stesso P.D., nonché della sinistra radicale (IDV, SEL), sia una pregiudiziale di bassa lega che non onora coloro che se ne fanno corifei. Dunque la pregiudiziale è la seguente: tutti i produttori di ricchezza – che sono quelli che producono il vero reddito – sono tutti mascalzoni e imbroglioni. Questo è il pregiudizio ideologico usato dalla sinistra da sempre per avvelenare acqua e pozzi e che di conseguenza non consente un vivere civile. La modifica dell’articolo 18, che propone di diversificare i licenziamenti individuali in tre categorie ( discriminatori, disciplinari ed economici ) , prevede , per la terza categoria – che perderebbe il reintegro giudiziario - un determinato risarcimento economico previsto dalle 15 alle 27 ultime mensilità. E tanto basta per far insorgere Camusso , Bersani, Vendola, Damiano, Di Pietro,qualche apparentemente caritatevole Cardinale ed i loro reggicoda politici , ecc i quali, affermano pubblicamente che questa consorteria di delinquenti spaccerà tutti i licenziamenti individuali come fossero “ economici”, soprattutto quelli discriminatori e disciplinari, in modo da sfruttare la classe operaia per evitare reintegri , usando proprio questa facoltà che il Governo ( servo ovviamente degli sfruttatori capitalisti) offre loro dietro semplice “pagamento” di un misero piatto di lenticchie , cioè dell’ indennizzo. Sia detto con chiarezza: un modo di ragionare che trasuda disprezzo altezzoso ed arrogante oltre che ingiustificato, una vergogna , una vera vergogna, un pregiudizio gratuito , diffamatorio e spregevole per il popolo italiano , come quello di coloro che , celandosi dietro l’alibi di “ sempre possibili infiltrazioni malavitose” si oppongono all’ammodernamento , per esempio, del Sud del Paese, così invece condannandolo a rimanere quello che è:terra di conquista e di dominio, appunto, di mafia, camorra, ndrangheta e sacra corona.

Ma oltre che sotto l’aspetto, diciamo. intellettuale , l’assunto in questione è soprattutto frutto di un errore clamoroso, che, per carità di patria, voglio pensare dovuto alla premura dei commenti. Infatti per i licenziamenti “ economici”non è assolutamente vero che , come sostiene la sinistra tutta e buona parte del mondo clericale , questo tipo di licenziamento possa essere utilizzato illegittimamente per effettuare licenziamenti discriminatori e disciplinari. Infatti , a mio giudizio personale , tutti i licenziamenti economici saranno sottoposti al controllo della Magistratura la quale di volta in volta stabilirà se si tratti di un licenziamento dovuto a “legittime motivazioni economiche ”- nel qual caso il licenziato potrà contare solamente sull’indennità di disoccupazione ( l’Aspi ) – oppure se si tratti di un licenziamento per motivi economici ma giudicati dal Magistrato “ illegittimo” - nel quale caso lo stesso Magistrato stabilirà anche la misura dell’indennizzo dovuto al lavoratore ( appunto per questo stabilito nella sua misura minima e massima ). E dunque non si capisce come possa camuffarsi come licenziamento economico un provvedimento aziendale destinato ad essere comunque esaminato dalla Magistratura al fine di poter applicare il dettato della nuova normativa. Basterebbe dunque il ricorso da parte del lavoratore per provare che si stia tentando di spacciare per licenziamento economico un licenziamento invece discriminatorio o disciplinare . Davanti alle prove documentali e testimoniali in tal senso non vedo proprio come un Magistrato non possa eccepire davanti ad una tale notitia criminis la nullità del provvedimento aziendale stesso ed il reintegro dunque del lavoratore. Ma fingere di non capire per mostrarsi come indomito difensore dei reietti è un richiamo irresistibile per questa sinistra . Basta leggere , per esempio, “La Repubblica” di ieri ( 22 marzo ’12) dove il Direttore , ben conoscendo la levatura intellettuale dei propri lettori, ha pensato bene di dar loro in pasto - come i cavoli a merenda – il fatto che le telefonate di Berlusconi alla Questura di Milano furono ben quattro per Ruby . In tal modo , placata la bramosia forcaiola e visceralmente antiberlusconiana con una bella palata di fango , ha potuto far digerire l’intervento di Eugenio Scalfari che ha promosso correttamente la manovra Fornero Monti.

Ma la responsabilità politica di questa manovra sull’articolo 18 è tutta della CGIL, della FIOM e della sinistra a loro accodata, dal P.D.di Bersani fino a Vendola. Convinti di avere in mano un potere di veto inesistente in Diritto costituzionale, inebriati dal delirio di onnipotenza delle manifestazioni sindacali con le quali minacciavano la pace sociale del Paese e che costringevano i Governi italiani a recedere da qualsiasi modifica od attenuazione di questo articolo 18, oggi quelle stesse forze politiche e quel sindacato fattosi partito politico vengono svergognate e meriterebbero pedate nel sedere dai lavoratori , ridotti oggi dalla loro insipienza politica e sindacale, ad accettare la proposta Fornero / Monti. Insomma siamo alla Waterloo di questa sinistra, da Bersani fino a Vendola, salvando solo quella minoranza riformista del PD. – lettiani, veltroniani ed ex democristiani di sinistra - che decisamente ed onestamente rifiuta un tale atteggiamento. Gli errori e gli strafalcioni politici e sociali di questa consistente parte politica italiana sono spaventosi. Senza andare troppo indietro tempo, basta cominciare a ricordare un’iniziativa del Senatore D.S. Franco Debenedetti che nel 1998 aveva proposto al Governo D’Alema un “ Patto per l’occupazione e per lo sviluppo “ studiato dal Sen. Pietro Ichino, sempre dei D.S., il quale all’articolo 34 prevedeva una forma di superamento dell’articolo 18 ma limitatamente ai nuovi assunti a tempo indeterminato e nel limite dei 32 anni di età, purché assunti entro il 31 dicembre del 1999. Alla reiterata risposta negativa di queste forze politiche e sindacali al progetto , seguì il 20 maggio 1999, l’omicidio per mano delle Brigate Rosse del Prof. Massimo D’Antona, atto criminale che seppellì definitivamente il timido riformismo di quel Governo dove era Ministro del Lavoro Antonio Bassolino. Il Governo Berlusconi II( 2001-2006) provò ad attuare una nuova politica del lavoro. Dopo la pubblicazione del famoso “ Libro bianco sul mercato de lavoro”, sotto la guida essenziale del Prof. Marco Biagi, quel Governo provò una modifica dell’articolo 18 dello Statuto che prevedeva solo la sua temporanea sospensione per tre anni per i nuovi assunti. La risposta fu non solo l’oceanica manifestazione a Roma al Circo Massimo della CGIL di Sergio Cofferati ( il 23 Marzo ’02) contro quella modifica dell’articolo 18, ma sopra tutto fu l’omicidio, qualche giorno prima ( il 19 marzo ’02) sempre ad opera delle Brigate Rosse dello stesso Marco Biagi. E ricordiamo anche l’ultima proposta riformista, quella legata ai nomi di Tito Boeri, di Pietro Garibaldi ed anche di Franco Marini e di Paolo Nerozzi che , nel 2010, che , in relazione all’articolo 18 prevedeva una sua sospensione triennale. Anche in questa occasione , la CGIL, la FIOM e tutta la sinistra non r iformista si dimostrò sorda all’evolversi dei mercati mondiali, alle necessità concrete del Paese, scelse la linea ideologica supportata dal suo delirio di onnipotenza .

Siamo così arrivati ai giorni nostri e la sinistra è ora con le spalle al muro: nella sua arrogante e cieca ideologia non ha mai voluto capire che modificare l’articolo 18 era un segnale di responsabilità politica e sindacale che avrebbe consentito ai lavoratori una maturazione ed un adattamento alla globalizzazione del mercato assai meno traumatica di quella che oggi il Paese deve digerire. Grazie a politici come Scalfaro, come Ciampi e a come Amato, hanno confuso una semplice tutela del posto di lavoro – in un economia pianificata e controllata - con un’arma contundente nelle loro mani da usare per minacciare la vita democratica ogni due per tre. Una follia . Ora se ne sopportino le conseguenze. Perseverare nell’offrire ancora forze e risorse in difesa di un posto di lavoro che nei decenni ha prodotto una sorta di “accanimento terapeutico” nel mantenere forzatamente in vita aziende ed imprese fallite e decotte, imprese senza futuro, sarebbe segno di volontaria eutanasia per l’intero Paese. Meglio uscire dal guscio , abbandonare quella falsa protezione , imboccare la via per tutelare non “ quel posto di lavoro” ma “ il lavoratore come persona ” è una vittoria del lavoro, non un attentato alla Costituzione. Chi di spada ferisce, di spada perisce.

Come tutte le riforme, la bozza Monti – Fornero- Bce-Napolitano sul mercato del lavoro presenta luci ed ombre. Molte le luci, ponderose le ombre.

La prima nota positiva è quella della rottura della concertazione, che pure qualche raccomandato ed occasionale figurante televisivo ( a Porta a Porta) avrebbe anche preteso di santificare , accreditandole chissà quali ignoti meriti. Introdotta dal tecnico Ciampi, finito poi politico, essa è la principale responsabile di quella sorta di isolamento sindacale che ha dominato il Paese negli anni novanta e in questo primo decennio contribuendo ad isolare l’Italia , costretta a vivere, grazie ai veti anticostituzionali offerti sciaguratamente ai sindacati, in una sorta di isola che non c’è. Un’isola ideologica fatta di sogni isolazionisti, di completa ed colpevole assoluta ignoranza dell’evolversi dei mercati, che hanno contribuito a portare il Paese dentro il baratro nel quale stiamo ancora vivendo. Il risultato è stato una perdita di competitività, una produzione di ricchezza pari a zero, un esercito di disoccupati italiani con un paritetico esercito di immigrati che ha tolto loro il posto . Agli ipocriti aedi della concertazione replico che una politica di nani intellettuali ha cercato e trovato aiuto e sostentamento in forze sociali altrettanto cieche, sorde e mute. Dio li fa, purtroppo li accoppia anche e noi ci siamo andati di mezzo. Ascrivo volentieri al merito di Monti, della Fornero, della Bce ed anche di Napolitano l’aver rimesso le cose al loro posto: il sindacato faccia il sindacato, non si occupi di politica, né vanti diritti di veto che non esistono.

Seconda nota positiva, riguarda la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Cofferati, Epifani, Camusso, Landini, P.D. bersaniano, IDV e SEL, tutti – meno che la parte riformista del P.D.- - con un bel mucchietto di mosche in mano, come coloro che tanto vollero e che nulla poi strinsero. Mi auguro , per il loro bene, che Cofferati rimpianga la sua pregiudiziale alla sospensione triennale per i nuovi assunti proprosta nel 2002 dal Governo Berlusconi, che Epifani faccia altrettanto con la proposta Ichino e con quella di Boeri: significherebbe un bentornato fra coloro che ragionano di chi per tutti questi anni si è cibato solo di massimalismo ideologico operaista. Al di là del mio pensiero in merito, mi auguro che il Parlamento accolga la proposta anche se deve essere più chiaro che anche nei licenziamenti economici sia obbligatorio l’intervento della Magistratura, come sopra spiegavo.

Terza nota positiva , il nuovo sistema di ammortizzatori sociali, peraltro ancora non del tutto chiaro. Come questo blog si augurava, è stata modificata ( non soppressa) una norma – quella sul reintegro giudiziario –che era un vero e proprio privilegio dei pochi , me è stata introdotta una tutela non più per i pochi privilegiati , ma per i tanti disoccupati. Questa mi pare la novità principale : l’introduzione dell’Aspi , un assegno mensile per dodici o diciotto mesi nel caso di disoccupazione, ma rivolta ad una platea di dodici milioni di possibili utilizzatori, invece che ai quattro milioni che prima godevano del privilegio. Saranno da limare in questo campo le direttive per gli ultra cinquantacinquenni , per gli esodati, ecc, ma che il sistema ora sostenga la persona anziché il posto di lavoro è novità doverosa e sacrosanta, anche per la Costituzione.

Mi lasciano perplesso e non convinto i punti che seguono.

In primo luogo il “ dominio” che viene concesso dal progetto al contratto di lavoro a tempo indeterminato. In un Paese come il nostro, afflitto da microimprese , dal nanismo aziendale , dal frazionamento del commercio, dei servizi e dalla scarsità di grandi aziende , cercare di penalizzare le varie figure di lavoro flessibile favorendo solo quello rigido mi appare come un’errata impostazione concettuale. La realtà delle partite IVA, dei cococo, dei progetti, delle associazioni in partecipazione, ecc che, al di là della onirica aspirazione al “ posto fisso” ha consentito fin dall’introduzione della Legge 30/2003 ( Legge Biagi) al Paese di tirare avanti, non può essere liquidata introducendo solo penalizzazioni al loro uso immaginandone un aprioristico abuso. Occorre maggiore pragmaticità, minore ideologia ed una buona dose di concretezza: certe posizioni punitive possono produrre anche una spinta al lavoro nero.

Seconda riserva, che discende dalla precedente, è che il mercato ipotizzato, basato sul tempo indeterminato diventi a sua volta elemento di rigidità del mercato del lavoro, sfavorendo quindi il reimpiego dei licenziati.

Terza riserva.. La riforma che dovrebbe rilanciare l’economia, creare nuovi posti di lavoro, avvicinare l’Italia ai Paesi moderni, in realtà non si applica ai 3,5 milioni di dipendenti pubblici e neppure al sessanta per cento dei lavoratori delle piccole imprese. Ho la sensazione che l’abolizione dell’articolo 18 non tocca tutti, come invece aveva assicurato il ministro del Welfare Elsa Fornero durante la conferenza stampa, ma soltanto operai e impiegati che già lavorano nelle medie e grandi imprese, vale a dire circa 4 milioni e mezzo di persone. Tante ovviamente, ma niente se confrontate al numero doppio di persone che sarà lasciato fuori dalla riforma. Ciò significa che su 15 milioni di lavoratori dipendenti, meno di un terzo sarà coinvolto dalle nuove norme, ovvero che con l’approvazione del provvedimento in Italia ci saranno sempre più lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. Qualcuno sarà tutelato e qualcun altro no. I dipendenti pubblici potranno continuare a battere la fiacca, a nascondersi dietro leggi compiacenti come la 104, dietro a cavilli burocratici a noi ignori ma che hanno permesso e permettono anche due mesi di ferie, sicuri di farla franca perché nessuno potrà mai sbatterli fuori della porta. Quelli delle piccole imprese artigiane dovranno invece rigare dritto, perché a rischio di espulsione. Per chi invece è occupato in una grande azienda, niente paura, anche se cacciato può sempre invocare la clausola che vieta i licenziamenti. Non credo sia poco.

Non possiamo dimenticare che non sono le riforme a creare posti di lavoro, ma il mercato e dunque occorre prima favorire il mercato e poi sfruttarlo per posizioni propizie dei suoi attori, non viceversa. Resta un’assurdità pretendere che esistano ancora in Italia persone che godono di privilegi erogati da quello stesso Stato che invece , dagli altri lavoratori privati, chiede rigore. Partire col piede sbagliato con questa forma di rigido centralismo non lo ritengo produttivo. Insomma , una riforma da modificare in Parlamento, dal momento che grazie alla sepoltura , sempre troppo tardiva, della concertazione, la politica si sta riappropriando del proprio ruolo. Forza dunque con le necessarie modifiche ed integrazioni. La politica sta in Parlamento proprio per promuovere leggi per il benessere del Paese e non per il proprio tornaconto di bottega.

Roma venerdì 23 marzo 2012

Gaetano Immè

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