Gaetano Immè

Gaetano Immè

lunedì 12 marzo 2012

VENT’ANNI DOPO, COME IN UN ROMANZO DI DUMAS


Sono venti anni venti che, per straparlare di una “ trattativa fra Stato e Mafia” con lo scopo di creare il solito caso mediatico all’insegna del “ diffamiamo Berlusconi e Dell’Utri , i nostri abboccheranno ” , la manipolazione gaglioffa, il “ mascariamento” della verità e della memoria la fa da padrone, sui giornali , in televisione, nei palazzi e sui terrazzi che “ contano”. Sono venti anni dunque che questi signori, magistrati , giornalisti, scrittori, opinionisti, ecc , gli azionisti di maggioranza di quel Circo Barnum che è diventata quella consorteria di “ “professionisti dell’antimafia militante “- composta da personaggi che, invece di combatterla , hanno tramutato la mafia nella loro fortuna economica, arrivando anche a riciclare i suoi disonorati Giuda in false star mediatiche - si arricchiscono con i suoi sostanziosi dividendi ( libri, loro riedizioni, comparsate televisive, talk show, interviste , ecc) Sto parlando dell’inchiesta sulla morte di Paolo Borsellino, si dice che il movente sarebbe nella volontà di rimuovere l’ostacolo alla trattativa fra Stato e mafia, si evoca la “strategia delle tensione”, la voglia di “evitare mutamenti politici non graditi” (due frasi di Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia, che è ormai una sorta di A.D. di questo Circo Barnum) frasi concepite apposta per seguire quella ignobile traccia , aperta dalla premiata ditta Pintacuda - Orlando Cascio la cui “ insegna” era “ diffamare una persona per farla ammazzare” , alludere a scenari foschi pur senza averne alcuna prova, insomma ingenerare nel cittadino il principio, da santa Inquisizione medioevale , che “ il sospetto sia l’anticamera del reato”. Non sono disposto a farmi sedurre da fantasiose e contorte ricostruzioni che vengono poi vendute come saporosi depistaggi. Resto fedele ai dati dei fatto, alle date, alle cose certe , quella che invece vengono accantonate come cose astruse e che invece sono le basi indistruttibili della verità. Credo di potermi esprimere a nome di tantissimi italiani, che non ne possono più di questo romanzo a puntate, un feuilleton al cui cospetto il “Grand Hotel” delle servette degli anni cinquanta diventa una sorta di “ Il Ponte sulla Drina”, cioè un’opera d’arte, tanto per dire. Invece devo mettere ordine nelle cose, perché in questi giorni si sono verificati due eventi della massima importanza. La sentenza del Tribunale nisseno sulla morte di Borsellino e la sentenza della Suprema corte di Cassazione su Dell’Utri.. Il GIP di Caltanissetta ha disposto arresti cautelari (immaginate voi, arresti “cautelari”dopo venti anni? Incredibile!) per quattro persone, accusate di avere eseguito la strage del 19 luglio del ’92 di via D’Amelio. Il disegno è quello già mille volte raccontato ma mai dimostrato: Borsellino, dicono i ricchi professionisti dell’antimafia, muore perché si oppone alla famosa trattativa fra Stato e mafia. Rammento che per quella orribile strage esistono già, tra l’altro, delle sentenze passate in giudicato. E adesso di quelle sentenze che ne facciamo? Per rispetto dell’eventuale lettore, sicuramente frastornato fra le tante notizie e dai venti anni passati , cerco di sintetizzare. Sono convinto che Borsellino venne giustiziato dopo due mesi dall’esecuzione di Falcone non perché costituisse un ostacolo alla trattativa fra Stato e Mafia “ - perché non esiste prova alcuna di queste due condizioni ( cioè l’opposizione di Borsellino alla trattativa e l’esistenza di questa trattativa) – ma perché Borsellino era un ostacolo – e questa invece sì che è una deduzione in coerente logica con i fatti reali : perché Borsellino e Falcone avevano in mano il famoso rapporto dei ROS di Mario Mori denominato “Mafia e appalti” ; perché davanti a quell’informativa dei Carabinieri così dettagliata non si capisce come potesse fare un Magistrato che conosceva la mafia come pochi al mondo a non procedere giudiziariamente con le sue indicazioni - all’insabbiamento e archiviazione dell’inchiesta “ mafia appalti “, inchiesta, guarda caso, immediatamente distrutta dopo la sua morte, a cura, guarda sempre il caso , della procura della Repubblica di Palermo. Quell’informativa è il movente dell’esecuzione di Paolo Borsellino, quella informativa è ciò che unisce in una vera associazione a delinquere due falangi di delinquenti: da una parte un pezzo di Stato e di establishment economico chi voleva continuare a fare affari con la mafia e dall’altra parte la mafia . In quell’informativa , egregi signori, i Carabinieri toccavano gli interessi della mafia, i picciuli, il sistema che attraverso imprenditori e conniventi consentiva alla mafia di mettere le mani sugli appalti, di vivere e di far vivere mascariando la Pubblica Amministrazione, facendosi beffe di tutto e di tutti.

Come riprova a conforto di questa mia tesi basta la constatazione che coloro che lavorarono a quell’inchiesta hanno tutti passato i loro guai. Gli uomini più vicini al Giudice Borsellino ( guardate Mori , De Caprio , Contrada, per esempio) non sono stati forse processati per collusioni o concorsi esterni con la mafia? Coloro che invece si premurarono di insabbiare velocemente, subito dopo l’esecuzione di Borsellino, quell’inchiesta su “ mafia e appalti”, bene quelli e solo quelli hanno fatto brillanti carriere. Verificare per credere, prego. Coloro i quali invece credono che sia il “ papello” di Riina - che richiedeva l’attenuazione se non addirittura la completa cancellazione del carcere duro per i mafiosi ( quel regime carcerario appunto indicato come articolo 41bis ) –il “ centro” dell’inchiesta sulla presunta trattativa fra Stato e mafia , trovano conforto con argomentazioni inattendibili. Essi si basano, per prima cosa, sulla testimonianza di un Massimo Ciancimino , testimonianza che vale praticamente zero in quanto questo volgare falsario di memorie e di papelli è stato pubblicamente ritenuto inattendibile dal Tribunale di Caltanissetta ed è stato addirittura anche arrestato dal pur amico Tribunale di Palermo. Il secondo sostegno costoro lo trovano nel sostenere ( ovvio senza addurre prova alcuna ) che Falcone e Borsellino fossero legati come “ culo e cammisa” , “anima e core “ contro la fantomatica trattativa fra Stato e Mafia e che entrambi siano stati giustiziati perché a questa si opponevano. Ma questo vorrebbe anche significare che Falcone e Borsellino non volessero l’attenuazione del carcere duro per i mafiosi, se la logica ha i suoi diritti. Ma l’introduzione dell’ inasprimento del 41-bis fu deciso nel mese di Giugno del ’92 ( il D.L. è il numero 306 dell’8 giugno ’92) e Falcone era già morto ( la sua esecuzione è del 23 maggio del ’92). I due Magistrati dunque erano certamente fra di loro uniti ma non sull’opportunità di attenuare l’articolo 41 bis ( ripeto: Falcone era già stato giustiziato quando l’articolo 41 bis fu introdotto e Borsellino sarà giustiziato dopo appena quaranta giorni da quell’introduzione): essi non potevano che essere uniti saldamente per perseguire la mafia con ogni mezzo e la famosa informativa “ Mafia ed appalti” era l’aspetto evoluto e moderno della caccia ai mafiosi ed ai collusi. Aspetto evoluto ma seguace proprio di quella “ new deal” dell’indagine sulla mafia che aveva come creatori proprio Falcone, Borsellino, i Carabinieri del ROS e gli uomini di Mario Mori. E guarda caso, mentre i primi due furono fucilati , all’ultimo stanno cercando da venti anni di condannarlo per insozzarlo. Guarda caso, sempre la Procura di Palermo, guarda caso proprio quella che si affrettò ad archiviare quell’indagine sull’informativa “Mafia ed Appalti” , non appena Borsellino fu, anche lui, debitamente “ suicidato”.

Ma concedo ovviamente anche il beneficio del “ dubbio” su questo punto. Poniamo fosse proprio l’attenuazione dell’articolo 41 bis il vero oggetto del tutto, il povero Falcone – morto il 23 maggio del ’92 e quindi prima dell’introduzione del 41bis ( introdotto a Giugno dello stesso anno) – sarebbe stato giustiziato senza un motivo logico. Ma voglio pure ammettere che Falcone fu eliminato perché, genericamente , ostico alla mafia. E Borsellino ? Per quale motivo Borsellino fu giustiziato proprio nel mese di Luglio del ’92? Se tengo conto che i due Governi di quella XI Legislatura durarono dal 28 giugno ’92 al 10 maggio del ’94 ( Amato , con Martelli alla Giustizia, dal 28 giugno del ’92 al 28 aprile del ’93 e poi Ciampi, con Conso alla Giustizia, dal 28 aprile ’93 fino al 10 maggio del ’94); che la mafia passò alle bombe a Firenze solo nel maggio del ’93 , a Roma ed a Milano solo nel mese di Luglio del ’93 e sempre a Roma – fallito attentato allo Stadio Olimpico - solo nell’ottobre del ‘93 .; se ricordo poi che i due famosi provvedimenti che il Ministro Conso adottò per esonerare dal carcere duro i 500 mafiosi furono il primo nel mese di Maggio del ’93 ( il giorno dopo l’attentato di Via Fauro a Roma ) ed il secondo nel mese di Novembre ’93; e che infine questi due provvedimenti a favore della mafia furono adottati e promossi dai seguenti personaggi: Caprotti , messo a capo del DAP da O.L. Scalfaro, da Ciampi e da Conso, cosa se ne deve dedurre ? Che Borsellino fu giustiziato nel luglio del ’92 come avvertimento preventivo ma che, non avendo la mafia ottenuto concreti riscontri ( insomma se c’era questa trattativa , mafia e Stato si parlavano) , si decise a pressare i governi del ’93 con la strategia delle bombe? Allora lo “ Stato Italiano” dal luglio ’92 fino al Maggio ’93 e dunque i Martelli, gli Amato, i Ciampi, i Conso e O.L. Scalfaro se ne è fregato altamente del massacro di Via D’Amelio ? Anzi, ancora di più: vorrebbe dire che quei Governi non mossero un dito davanti alle due stragi, sia Capaci che D’Amelio, come se si fossero tolti dalle scatole due Magistrati scomodi che costituivano dei grossi ostacoli alla loro azione . Allora vuol dire che Borsellino fu giustiziato perché la mafia voleva rimuovere dalla vita chi voleva impedire alla stessa mafia di mettersi d’accordo con lo Stato degli Scalfaro, dei Conso e dei Ciampi e che dunque furono proprio questi gli uomini che stavano trattando con la mafia? E vorrebbe dunque anche dire che la trattativa fu tanto lunga da protrarsi per più di un anno senza che nessuno se ne accorgesse? Che la mafia fosse talmente idiota da mettere le bombe nel ’93 per abbattere quella governace di centrosinistra e così propiziare l’arrivo del centrodestra che poi non solo ripristinò ma che anche prolungò nel 2002 il carcere duro? Che la mafia sia mafia, siamo d’accordo. Ma che sia pure fatta di stronzetti proprio non credo. Mentre, magari, quelli che invece credevano ciecamente alle fanfaronate di Massimo Ciancimino, sai com’è……

Come Dumas, venti anni dopo i soliti e noti professionisti dell’antimafia continuano a sfornare inchieste, elaborano architetture improbabili, il tutto per cercare di occultare , sotto un mare di cialtronerie mai comprovate, la logica verità che quelle mute date si sforzano di evidenziare in modo inequivocabile: per continuare a nascondere che il vero scandalo sul quale dovrebbero indagare dei Magistrati seri e coscienziosi è la bruttissima storia della frettolosa archiviazione dell’inchiesta mafia appalti eseguita dalla Procura di Palermo non appena fu fatto fuori Borsellino..Sia chiaro: su Borsellino e su Falcone esprimo pensieri in base alla logica. Ma neanche sono disposto a bere la solita cicuta preparata da quei professionisti dell’antimafia ( remeber Sciascia? Ommini, omminicchi, quaquaracquà e pigliainculo ) , Grasso compreso , che continuano da venti anni a spacciare patacche false.

Eppoi c’è anche Marcello Dell’Utri. Il quale viene perseguito dalla Procura di Palermo dal 1994, da quando la sua antica amicizia con Silvio Berlusconi lo portò ad organizzare , con il futuro Premier, Forza Italia. Ed io ancora oggi, dopo due condanne di Dell’Utri – primo e secondo grado – per quel fantomatico reato non reato che è il “ concorso esterno con la mafia”- ancora oggi, pur dopo la sentenza della Corte di Cassazione che ha letteralmente fatto a pezzi tutte le teorie che la Procura di Palermo aveva affastellato su Dell’Utri per cercare di dimostrare che Forza Italia fosse il ricettacolo della mafia e che due Tribunali palermitani avevano giudicato idonee per comminare una condanna a sette anni , ancora oggi, dicevo, continuo a chiedermi : ma di quale reato è stato chiamato a rispondere Marcello Dell’Utri? Cosa ha fatto in favore della mafia?

Ieri finalmente , dal ’94, dunque dopo diciannove anni, ho avuto una prima risposta : non lo sanno neanche i magistrati che lo hanno accusato e condannato per diciannove anni. Kafka sarebbe un dilettante allo sbaraglio rispetto a questi Magistrati. Il procuratore generale della Cassazione con stupore e sdegno biasima l’astrazione dell’accusa così riducendola a quello che effettivamente essa è stata: un semplice pregiudizio, un sottoprodotto della produzione palermitana tipica della premiata Ditta Orlando – Pintacuda , gente la cui insegna era “ il sospetto è l’anticamera del reato”. Insomma, la civiltà giuridica fatta persona. Per Dell’Utri . non risulta definito il reato ed è evidente la mancanza di motivazione che si legge nelle parole del Procuratore Generale : «L’accusa non viene descritta, il dolo non è provato, precedenti giurisprudenziali non ce ne sono e non viene mai citata la sentenza Mannino della Cassazione, che è un punto imprescindibile in processi del genere... essere referente o il terminale politico della mafia, non significa nulla: non si fanno così i processi, si devono descrivere i fatti in concreto».

Appunto. Aria fritta, ma aria di mafia, giusto perché Dell’Utri è nato in Sicilia, per giunta a Palermo. Ciò che si voleva colpire con Dell’Utri non era certo una precisa azione mafiosa, un appalto corrotto , una pressione mafiosa , una corruzione, ma un tentativo, costruito con vaghe e suggestive formule, da parte dell’accusa,di ottenere una condanna per un non meglio definito «concorso esterno in associazione mafiosa». Lo ripeto ancora, fino alla noia. Ma che diavolo vuol dire concorso esterno? Che reato è? Che reato è se esso non risiede in fatti concreti ma si evidenzierebbe tramite rapporti umani che portano più ad una sopportazione o ad una finzione che ad una associazione? Ma sanno questi magistrati cosa vuol dire essere nato a Palermo ed esservi anche cresciuto? Che provino a viverci i Magistrati, ma senza scorte, che vadano in giro dall’Addaura allo Zen, che parcheggino l’auto e che poi si ritrovino l’auto chiusa da chi ha parcheggiato in seconda fila e che provino allora a protestare. Che ci provino, i signori Magistrati! E quando poi si trovassero di fronte al mafiosetto di turno, che minaccia, allora i signori Magistrati forse comincerebbero a capire perché un palermitano tiene buoni rapporti anche con chi sa , anche “ de relato”, essere direttamente o indirettamente un mafioso. Sempre che voglia vivere in pace . In realtà da 18 anni una magistratura gaglioffa e politicizzata, quella per intenderci che fa capo alla Procura di Palermo, una Magistratura che se fotte altamente della Costituzione, ebbene da diciotto anni questa consorteria gaglioffa ha cercato di far pagare a Dell’Utri il suo ruolo politico per demolire dalle fondamenta il partito fondato da Berlusconi, quello che ebbe il coraggio e l’improntitudine di sbeffeggiare il già gongolante PCI o DS di Occhetto che credeva ormai di aver vinto “ facile facile” le elezioni del ’94, grazie alle esecuzione con le quali l’amica Magistratura aveva massacrato solo i maggiori partiti politici . Appare enorme, alla luce di anni di persecuzione giudiziaria, da intendere come un vero e proprio reato di stalking , con l’obiettivo di screditare una personalità politica, che il procuratore generale Iacoviello abbia indicato una palese mancanza del rispetto dei diritti civili nei confronti di Dell’Utri. Una accusa gravissima questa che fotografa , nell’impostazione della Procura generale di Palermo, un grave inquinamento politico dell’azione giudiziaria: Dice il Procuratore Generale : «Nessun imputato deve avere più diritti degli altri, ma nessun imputato deve avere meno diritti degli altri:e nel caso di Dell’Utri non è stato rispettato nemmeno il principio di ragionevole dubbio ».

Esiste un Bignami del “ parlar mafioso”, quel dire e non dire , quel sottendere, quel costruire scenari foschi, quella violenza preventiva che talvolta sfocia nell’intimidazione vera e propria. Provenzano, zio Binnu, che era un maestro in quell’arte, ha seminato messaggi e pizzini semplicemente favolosi. Credo che quel libercolo sia stato scovato, letto, studiato e molto ben assimilato da un campione delle fustigazione censoria – altrui, sempre altrui – dal detentore del titolo mondiale della diffamazione , quello che lavora per conto del partito politico delle Procure e forse anche per Micromega e che scrive sul ciclostile delle Procure , cioè su “Il Fatto Quotidiano”. Parlo di Travaglio, del socio di Santoro, il quale , saputo che il Presidente della Quinta Sezione della Cassazione che dopo pochi giorni avrebbe passato al setaccio le sentenze che hanno fino ad ora condannato Marcello Dell’ Utri a sette anni per il solito “ concorso esterno in associazione mafiosa”, al fine di verificare se vi siano in esse delle prove sostanziose e documentate oppure se non si tratti della solita sbobba brodosa di pettegolezzi e di “ sentito dire” con i quali spesso viene sostenuto quel fantasioso reato, ha pensato bene di imitare Zio Binnu spedendo al Dr Aldo Grassi due messaggi mafiosi, due avvertimenti mafiosi in piena regola, due veri e propri pizzini degni del peggior Provenzano. Giorni orsono, quando scriveva che “Dell’Utri trova alla Corte un Giudice come Aldo Grassi, un amico di Corrado Carnevale “. Carnevale è quel Magistrato che è stato per decenni sputtanato dai Magistrati cari a Travaglio e che ormai il circo Barnum mediatico identifica come un Giudice ammazza sentenze e che solo, appunto, al verdetto finale della Cassazione ha trovato, anni orsono, la sua giusta e completa assoluzione. Ma l’Italia forcaiola e giustizialista sbraita che “ le sentenze vanno rispettate”, ma poi essa stessa rispetta solo le sentenze che le sono favorevoli. Così per Travaglio, l’assoluzione completa di Corrado Carnevale non conta ; la gente come Travaglio è fatta così, rispetta solo le sentenze che gli fanno comodo. Carnevale, pur essendo stato assolto in modo esemplare , per questi manipolatori professionali resta un giudice corrotto, uno che aggiusta le sentenze e che ora indurrà anche l’amico Grassi a sistemare anche Dell’Utri. Non contento del primo pizzino, Zio Binnu Travaglio ha terminato poi l’opera di intimidazione mafiosa del Presidente della Cassazione pochi giorni più tardi, quando quel giornale così democratico come “ Il Fatto Quotidiano” spediva al Presidente Grassi, due giorni prima del verdetto su Dell’Utri, un altro pizzino, ancora più mafioso , ancora di più minaccioso ed intimidatorio, ricordando a Grassi alcuni suoi comportamenti quando prestava servizio negli anni ottanta a Roma. Come Provenzano, anche Travaglio ed Il Fatto minacciano ed intimidiscono chi sbarra loro la strada del malaffare: sappiti regolare , Grassi, non costringerci a complicarti la vita. Ma questi signori valgono molto poco, sia come caricature di mafiosi che come parodie di giornalisti.

Dal 1994 al 2012. Diciotto  anni di accuse, di condanne, per poi scoprire che è tutto un semplice chiacchiericcio, che è tutto da rifare. Un calvario giudiziario per Marcello Dell'Utri. Il procuratore generale Iacoviello lo ha definito un "perseguitato" perché “ la condanna in Appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa non era supportata da prove concrete”. Una sberla, uno sputo in faccia , un manrovescio in volto alla Procura di Palermo ed ai suoi P.M. La Cassazione lo ha confermato: l'Appello deve ripartire da zero. Stavolta ha vinto la civiltà, stavolta ha vinto la vera nostra Costituzione, quella che dichiara un indagato innocente fino alla sentenza definitiva. Vince il garantismo liberale e repubblicano, perde la Procura di Palermo e perdono i suoi P.M., attuali ed ex ; perdono ignominiosamente sopra tutto il Dr Ingroia ed il Dr Caselli , artefici principali delle farse giudiziarie sui Borsellino, sugli Andreotti, sui Mannino, sui Carnevale e che ieri , schiumando di inconsulta rabbia, si scagliano contro la Cassazione infamandola con allusioni di sue possibili corruzioni. Sono dei poveracci , sono quegli stessi che ammonente sentenziavano “ le sentenze devono essere rispettate” quando le sentenze facevano il loro gioco. Oggi davanti a questa sentenza che invece li distrugge, invece di scusarsi e di chiedere perdono per la montagna di bestialità che hanno commesso, non sanno far di meglio – non avendo argomenti validi – che fare quello che sanno fare: diffamare e calunniare .Che pena, che schifo ! Ingroia e soci sono solo degli incapaci, caricature di magistrati inquirenti, che in sedici anni non sono riusciti a trovare nemmeno una prova a conforto delle chiacchiere che ci hanno rifilato, proprio come dei magliari napoletani.

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IL RITORNO DI GENGIS KHAN

Ho letto che Palermo rischia di tornare tra le grinfie di quel triste figuro che è Leoluca Orlando Cascio, l’ex sindaco degli anni ’80 e ’90 dello scorso secolo, che pare voglia ricandidarsi per la carica di primo cittadino. Ha rilasciato un’infuriata intervista in cui insinua - insinuare è la sola cosa che il figuro sa fare, da sempre - che Ferrandelli, (complice Raffaele Lombardo, il governatore), abbia indotto un plotone di mafiosi a votarlo dietro pagamento. Testualmente: «Ci sono state cose strane nei quartieri Zisa, Piazza Indipendenza, Borgonuovo». Toni e parole degne di Zio Binnu. Zone, quelle , ad alta densità mafiosa. L’accusa agli avversari di raccogliere voti nei quartieri mafiosi per insinuare che siano mafiosi pure loro, la diffamazione , perfino l’istigazione alla delazione ed al delitto, ecco la sua vera ed unica professione . Ora ha trovato un suo degno compare , esperto nella stessa materia, come Antonio Di Pietro. In occasione delle recenti primarie a Palermo del P.D. , il figuro ha sibilato: «Non possiamo lasciare il futuro di Palermo a Raffaele Lombardo, a un inquisito per voto di scambio con i mafiosi», lasciando intendere che potrebbe candidarsi lui, preclaro esempio di virtù, alla guida della città. Confido moltissimo nel movimento dei forconi siculi per evitare questa immane sciagura per la civiltà e per la bellissima Palermo.

Questo triste figuro è legato a diverse stagioni palermitane. La più nota, è quando, lasciata la Dc andreottiana, si riciclò, atteggiandosi ad intransigente antimafioso e fondò la “ Rete “ . Iniziò quella stagione che il figuro, antesignano di Bassolino nella distruzione degli Enti amministrati, definì la «primavera di Palermo». Invece fu un vero inferno: tutti sospettavano di tutti, fu un continuo di denunce, di delazioni, di soffiate, di sgarbi, di ripicche, di vendette, di trabocchetti e il trionfo del professionismo dell’antimafia. A ispirare il figuro, quel fior fiore di uomo di Padre Pintacuda, un mistificatore, un bugiardo, un essere velenoso mascherato da prete. Il loro sodalizio si fondò sul famoso principio che «il sospetto è l’anticamera della verità». Roba Papa Re. Per tratteggiare bene chi sia stato questo triste figuro , basta quel che disse il suo altrettanto degno compare Pintacuda alla fine della loro “associazione a delinquere”:: «Pensavo di avere formato degli statisti, mi sono ritrovato con dei nani». Caduto per qualche felice tempo nel dimenticatoio, Orlando se la fece poi con Rutelli, da cui fu pure cacciato , finché fu attratto dal suo speculare, dalla sua altra metà della mela e dal 2006 fa coppia fissa con Di Pietro . Dio li fa e poi li accoppia. Ecco un “ curriculum” sintetico, in pillole, di cotanto figuro.

Con Giovanni Falcone le cose andarono così. Nel maggio del 1990, a Samarcanda, dall’altro “cumpariello “ Santoro, comparve Leoluca e disse che il magistrato teneva «nel cassetto» ( cioè “ nascondeva”) le prove contro Andreotti e il suo factotum nell’isola, Salvo Lima. Additando così Falcone e Lima al pubblico ludibrio. Era la vendetta di Orlando contro Falcone , perché il giudice, ascoltato un pentito che accusava Andreotti di mafiosità sul quale il figuro puntava molto , siccome cercava prove e riscontri che non esistevano, anziché dargli retta, come hanno fatto Ingroia e Caselli, lo aveva incriminato per calunnia. Insomma un gran bell’assisti per la mafia! La quale ringraziò, ci pensò su, si organizzò. Oggi il figuro va dicendo di onorare Falcone, ma non è vero! Pensate che i seguaci del duo Orlando – Pintacuda andavano dicendo che l’attentato subito da Falcone nella villetta estiva dell’Addaura se l’era fatto da sé per farsi pubblicità. Il Csm volle vederci chiaro e convocò Falcone. Nell’audizione, il castello orlandiano crollò e Falcone disse di Leoluca: «Fa politica attraverso il sistema giudiziario. Sarà costretto a spararle sempre più grosse. Per ottenere ciò che vogliono, lui e i suoi amici sono disposti a passare sui cadaveri dei loro genitori. Questo è cinismo politico. Mi fa paura». Falcone aggiunse: «Mi stanno delegittimando. Cosa Nostra fa così: prima insozza la vittima, poi la fa fuori». La mafia capì tutto,fece passare solo sei mesi : e lo ammazzarono. Orlando ebbe anche la faccia tosta di presentarsi al funerale di Falcone con viso affranto. La sorella di Falcone, Maria, lo affrontò: «Hai infangato il nome, la dignità l’onorabilità di un giudice integerrimo». «È una cosa che mi fa molto male», piagnucolò giudaicamente l’altro.

Siccome il lupo perde il pelo, ma non perde il vizio, Orlando nel ’95, sempre da Santoro, a Tempo reale, accusò in diretta il maresciallo, Antonino Lombardo, di essere colluso con la mafia. Era la solita falsità ma serviva per avvertire la mafia , che fece subito terra bruciata intorno a Lombardo . Due giorni dopo, infatti, l’informatore del maresciallo fu trovato incaprettato. Era la condanna morte , la sua notifica ufficiale. Lombardo lasciò passare una settimana poi, impaurito e solo, si uccise. Non sono mai riuscito a capire come mai questo figuro per le sue calunnie non abbia mai pagato, salvo una piccola condanna definitiva per diffamazione di alcuni consiglieri comunali di Sciacca accusati, al solito, di mafia, ma del tutto innocenti. Come Di Pietro, che è riuscito finora a farla franca. Finisco sul figuro per dimostrarne la sua meschinità morale. Lui era figlio di Orlando Cascio («tra quelli che più organicamente e stabilmente hanno espresso il potere mafioso..», della Relazione Antimafia di minoranza), e che, diventato sindaco D C la prima volta, andò subito in pellegrinaggio da Salvo Lima per ringraziarlo. Sapete chi era Salvo Lima o ve ne siete dimenticati? Sapete che fine ha fatto Salvo Lima nel marzo del ’92? Palermitani, non vi meritate questa punizione. Fatevi sentire e cacciatelo via , il figuro.

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Roma lunedì 12 marzo 2012

Gaetano Immè

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