Gaetano Immè

Gaetano Immè

mercoledì 26 settembre 2012

                                     

                                       LA FIAT , L’ITALIA , OGGI


Massimo Giannini, quel famoso vicedirettore di “ Repubblica” che usa presentarsi con un “ Buon giorno, sono Massimo Giannini e sono molto colto”, ci ha impartito, dalle colonne della gazzetta dell’editore “naturalizzato cittadino svizzero “, l’ennesima lezione di eleganza e di “documentata e limpida informazione “, dando praticamente del cialtrone a Sergio Marchionne, ma senza minimamente curarsi di spiegare ai lettori quello che era realmente successo. Accodando così, sia la sua colta persona che “Repubblica “ alle isteriche e stridule grida spagnolesche di Diego ( mi spiego!) Della Valle, il quale,amante com’è delle piazzate mediatiche ( ricordate quella a Vicenza con Berlusconi Premier e poi quella a proposito del Colosseo? ) con le quali crede di dimostrare la raffinatezza del suo pensiero , aveva addirittura sperperato un patrimonio comprando un’intera pagina del “ Corriere della Sera” ( di cui è peraltro un azionista al 10%) per dare pubblicamente “dell’imbecille, del truffatore e del cialtrone “ – vista la presumibile spesa, non si è fatto mancare proprio nulla - sia a Marchionne che ad Elkann. Che volete farci, questa è la “raffinatezza di pensiero “ che si inala e di cui ci si pasce nei retrobottega di “calzolai e ciabattini “, anche se divenuti ricchi e rifatti. Le grida spagnolesche ed i vanitosi e costosi isterismi vocianti erano rivolti tutti contro la FIAT di Marchionne ed Elkann, dopo che Marchionne, qualche giorno fa, aveva esplicitamente esternato come la crisi dell’auto in Europa, sopravvenuta negli anni successivi al “Progetto Italia “ ( crisi così intensa da determinare delle enormi preoccupazioni persino nella stessa Germania dove la produzione auto non aveva conosciuto fino ad ora rallentamenti né crisi ) nonché la particolare situazione italiana ( dove la timida riforma del lavoro e delle relazioni sindacali – che del “progetto Italia” della FIAT costituivano la base fondamentale , fondamenta viepiù divelte e distrutte da quella inconcepibile decisione della Magistratura di imporre alla stessa FIAT la bellezza di 145 assunzioni di operai protetti dalla CGIL/FIOM che erano rimasti fuori dal nuovo contratto ) abbiano praticamente rottamato quel progetto che non consentirebbe più gli enormi investimenti previsti con lo stesso spirito di due anni fa. Vediamo allora di capire bene cosa si cela e cosa c’è dietro il consueto can can mediatico che s’è scatenato su questa ulteriore “trattativa “ ( Ingroia stia calmo) fra lo Stato e la Fiat.

Il populismo demagogico ha vinto. Accodati a Repubblica ed al suo Vicedirettore , quello “ molto colto” , tutti i mezzi di informazione (e di indottrinamento) si sono scatenati , ma evitando accuratamente di far conoscere approfonditamente le implicazioni del comunicato e le vere intenzioni della FIAT e di Sergio Marchionne. Cavallo di battaglia comune a tutti sono stati i finanziamenti che lo Stato italiano ha elargito , direttamente ed indirettamente, alla FIAT, argomento sventolato con acredine come se si trattasse di una cambiale firmata dalla FIAT a favore dell’Italia che riducesse la FIAT a null’altro che una delle tante società a proprietà pubblica e , dunque, nella quale gli organi sociali devono obbedire all’azionista Tesoro e non ai soci ed al mercato. Allo sguaiato codazzo s’è arruolato, come dicevo prima, anche Diego Della Valle “, spalleggiato sere fa a “ L’infedele” su La7dal solito Gad Lerner nel suo tipico formato di indecoroso “ Arlecchino, servo di due o più padroni “ ( purché paghino bene, come Telecom La7 e Tod’s ), con un velenoso , mistificatorio, incivile e settario show che i due ( Gad e Diego, il Gatto e la Volpe) hanno contrabbandato come “ la giusta indignazione di un cittadino italiano”. E’ stata, invece , una “suprème ” di veleno, di demagogia, di falsificazione della realtà, di logorroico accanimento parolaio , il tutto ribollito poi in una brodaglia di incredibile ipocrisia e di meschino moralismo d’accatto. Non ho trovato , nelle grida nevrasteniche e negli ipocriti infingimenti del Della Valle e dei suoi reggicoda, alcuna traccia di una doverosa attenzione alla reale ed attuale situazione del mercato dell’auto, sia in Italia che in Europa, nessuna pur minima critica alle difficoltà che sono state create in Italia dalla recente riforma del lavoro nella quale non si scorgono quelle maggiori elasticità promesse agli investitori italiani e stranieri , nessun cenno all’avvenuta “ restaurazione del medioevale strapotere sindacale” con quella sentenza della Magistratura che di fatto impone, alla faccia del mercato e della richiesta maggiore flessibilità, alla FIAT di Melfi addirittura l’assunzione di 145 operai che erano rimasti esclusi dalle nuove assunzioni di “Fabbrica Italia “. Nessun cenno ad una pressione fiscale in Italia da record mondiale, nessun accenno al nebuloso futuro politico del nostro Paese dove – non esiste imprenditore al mondo che non ne tenga conto nella scelta della localizzazione dei propri investimenti – la democrazia è stata comunque “congelata” con evidenti connotazioni di un regime , come nelle migliori repubbliche delle banane sudamericane o sub sahariane. Diego della Valle, imprenditore globale nel settore delle scarpe, ce li metta lui i soldi, in questa incerta situazione.Molto ignora costui dei problemi che assillano i produttori di automobili nel mercato libero. Ma la sua infantile bramosia di apparire come un “ciabattino illuminato”, degno della posizione che occupa nel salotto buono di Rcs (dove evidentemente si sente ancora un “sopportato, un ciabattino arricchito, dunque un parvenue” ), non gli consente di moderare, come dovrebbe fare un vero uomo di impresa libera, i suoi giudizi.

Da parte sua , Sergio Marchionne nella sua intervista su La Repubblica ristabilisce in un certo qual modo il senso delle cose: tralascio volutamente, per non andar fuori tema, il moralismo populista e bigotto di Ezio Mauro ( cosa peraltro arcinota ) e la chiarezza addirittura ossessiva ed anche brutale del manager italo- svizzero-canadese. Quella sua intervista , peraltro resa ad un giornale assai critico nei suoi confronti , fa però capire con estrema chiarezza come la gazzarra mediatica scatenata dal comunicato della Fiat sia partita senza nessuna conoscenza delle effettive e reali intenzioni della azienda e delle sue strategie:così il “ coro dei troppi ma consueti melensi “ ha dato per scontato che la Fiat “se ne sarebbe andata dall’Italia ” “ dopo tutti quei soldi che il Paese le ha regalato” e si è lanciato nell’unica cosa che sa fare: inveire con viscerale odio e belluini istinti inquisitori contro Marchionne, contro un manager per nulla organico all’imprenditoria italiana avvezza ed organica – da una vita - all’assistenzialismo statalizzato e non certo alle sfide del mercato . Dice Marchionne, da Manager, i suoi dati reali , quelli ignorati dalla stampa nostrana. Eccoli. Troppe cose sono cambiate dopo quella proposta del 2010 di Fabbrica Italia: i fatti dicono che da quando Fiat ha annunciato il progetto “Fabbrica Italia”, nell’aprile 2010, le condizioni sono «profondamente cambiate». Sia perché il mercato dell’auto nel frattempo è crollato (-40% rispetto al 2007; -20% solo nei primi 8 mesi del 2012), sia perché a 5 anni dall’inizio della crisi l’Italia non ha ancora adottato le riforme strutturali necessarie per far recuperare competitività al nostro sistema produttivo. Il crollo del mercato dell’auto, le difficoltà del mercato del lavoro, la conflittualità sindacale, l’aver abbandonato , contravvenendo alle promesse , nella mani della Magistratura l’organigramma di un’azienda (come dimostra il caso Melfi ), un Paese scarnificato dal rigore , senza più risorse per i bisogni principali con conseguente crollo della richiesta dell’auto. La Fiat, certifica Marchionne, perde in Italia settecento milioni di Euro all’anno, ma la FIAT guadagna nel consolidato complessivo, perché il ramo secco dell’Italia è abbondantemente compensato dai guadagni su tutte le altre sue piazze produttive. Risultati alla mano il Manager evidenzia come l’azienda guadagni in Brasile – dove l’attrazione degli investitori si materializza con fondi agevolati per la costruzione degli impianti e con agevolazioni fiscali e dove la politica consente alla popolazione acquisti di autovetture, in Bosnia ,in Polonia , etc – e come invece perda in Italia. Studi europei alla mano, l’AD di FIAT evidenzia come non esistono , in Italia ed anche in Europa, prospettive di ripresa prima del 2014. Conclusione aziendale:investire in Italia in queste condizioni e con queste prospettive sarebbe un suicidio, per le maestranze, per l’azienda e in ultima analisi per il Paese.

Nessun cenno ai finanziamenti storici ricevuti dalla FIAT, com’era ovvio che fosse, considerato che questo rimprovero poteva e doveva essere mosso all’imprenditore , cioè alla famiglia Agnelli e non certo al Manager. Il quale ha svolto il suo compito in modo superlativo, da noi i così detti manager sono solo dei burocrati arricchiti da privilegi castali e degli imprenditori mediocri o incapaci, guardatevi intorno e ditemi se oltre la Luxottica e Tod’s, voi vedete qualche azienda italiana privata brillare come oggi brilla la FIAT. C’è molta rabbiosa invidia , la meschina demonizzazione del più bravo nelle urla scomposte del Della Valle e dei suoi reggicoda . Marchionne ha preso la guida di una FIAT quasi fallita, è riuscito a farle addirittura incassare una “ paccata di miliardi” da parte della General Motors pur di evitare alla stessa casa di Detroit di dover acquistare , come era stato contrattualizzato, una FIAT ormai ridotta, dalle gestioni Agnelli e Romiti, una larva ( come dire “ preferisco pagare questa sontuosa penale per evitare il disastro di doverti acquistare ”). La FIAT che valeva 5/6 miliardi l’ha rivoltata come un vecchio cappotto sdrucito del dopoguerra, l’ha resa profittevole ed oggi la FIAT vale 16 miliardi. E coloro che oggi alzano il ditino e s’impancano, dai Della Valle ai Lerner ai Giannini ai columnist della velina confindustriale per finire agli impiegati scrivani del Corriere della Sera, per insegnare a Marchionne come fare nuovi modelli, come impiantare e far funzionare una fabbrica in Italia, queste persone dove stavano negli anni 2004 e 2005 quando avevano davanti una FIAT sull’orlo del fallimento? Perché non hanno guidato loro la FIAT al risanamento? Perché è dovuto arrivare Marchionne per attuare un risanamento ? Sanno o no costoro che l’Europa ci vieta di finanziare le nostre imprese? Marchionne , qualche anno fa, dichiarò che non voleva nessun finanziamento, nessuna forma di assistenzialismo statale, ma chiedeva quello che deve chiedere un Manager. Chiedeva una modifica dell’articolo 18 che rendesse possibile una elasticità in uscita conseguente al flusso del mercato, chiedeva l’attenuazione del moloch del contratto unico così caro ed organico allo strapotere sindacale nelle fabbriche italiane , chiedeva quella cosa che in Italia non si è mai vista ma che trovate in tutte le altri parti del mondo ( eccezion fatta per Cuba o Corea del Nord ) : la libertà del contratto di lavoro. Chiedetevi se il Governo italiano abbia mantenuto o meno tutte queste sue promesse e dopo che vi siete dati una risposta onesta chiedetevi cosa devono avere al posto della faccia i vari Della Valle, i Lerner, Repubblica, i Giannini, i Mauro ed i loro reggicoda per arrogarsi il diritto di pretendere che invece la FIAT mantenga le sue di promesse. Il sedere.

Considerazioni, queste mie, che trovano anche una sostanziale conferma nel mega incontro di circa cinque ore fra FIAT e Governo, avvenuto sabato 22 settembre a Palazzo Chigi . A leggere gli scrivani italiani mascherati da giornalisti pareva che Elkann e Marchionne fossero stati convocati , come si usa dalla Magistratura, come persone informate dei fatti, come indagati, magari anche “accompagnati” dai carabinieri. E invece le cose stanno esattamente all’opposto, sul banco degli imputati c’è il Governo italiano, insolvente nell’attuazione delle modifiche legislative e sindacali promesse e che erano la base di quell’accordo del 2010. Tanto è vero che la Fiat acconsente a restare in Italia ma adottando una strategia di difesa per limitare il danno , la perdita che le deriverebbe se facesse oggi il suo investimento in Italia, il tutto, Governo inchinato e consenziente, viene rimandato “ a quando le condizioni lo consentiranno”. Una umiliazione per il Governo Monti.

Il peggiore fra tutti gli amministratori delegati dell’Azienda , dopo la scorribanda piratesca e saccheggiatrice dell’Ing. Carlo De Benedetti , è stato Cesare Romiti che, grazie alle sue abilità “nell’intrallazzo romanocentrico”, ha consolidato la dipendenza dell’azienda dalla protezione statale italiana, azzerandone la capacità di innovazione e la vera competitività sui mercati, ignorando che la condizione assoluta per vincere sul mercato sarebbe stata la qualità delle auto e privilegiando con incredibile arroganza gli accordicchi intrallazzoni di sottogoverno da scantinato del Palazzo. Una vera schifezza. Oggi i problemi della FIAT sono principalmente due: il crollo del mercato dell’auto in Europa e in Italia e la scarsa qualità e competitività del prodotto FIAT. Non vedo quali rimproveri si possano muovere a Marchionne circa il collasso della domanda di auto nel mondo: l’origine di questa situazione va cercata nella rapina globale finanziaria Americana degli ultimi venti anni. Rapina che ha innescato la Grande Crisi Finanziaria nel 2006. Sul problema della qualità del prodotto FIAT invece le responsabilità dell’AD della FIAT sono solo relative e riguardano solo il periodo finale , mentre sono da “ immediata impiccagione sulla pubblica piazza” quelle della proprietà, del management passati e dei Sindacati tutti , sulla gestione storica precedente dell’azienda. Solo un canadese-svizzero poteva illudersi che per creare in Italia ed alla FIAT la cultura della qualità del prodotto sarebbero bastati sei mesi di seminari aziendali e le consulenze di esperti . L’ errore di valutazione di Marchionne è stato imperdonabile e clamoroso perché la qualità del prodotto FIAT è il risultato di una cultura del lavoro che dovrebbe essere radicato profondamente nell’animo sia dell’impresa e degli operai. Mai esistita in Italia altra cultura industriale oltre quella della belluina e medioevale contrapposizione fra impresa e sindacato,utile per creare o presupposti pseudo culturali che consentissero la sola “ difesa del privilegio di un posto di lavoro” piuttosto che “ la difesa dell’impresa che crea il lavoro”. Roba vecchia ormai, lo sappiamo che per gli operai l’impresa è “il padrone” sfruttatore e prevaricatore, per l’impresa gli operai sono bassa manovalanza in maggioranza meridionale da sfruttare. Un rapporto ancestrale, secolare, di pura ed incivile contrapposizione che la Confindustria ( la lobby degli industriali bravi nel farsi mantenere dallo Stato) non ha mai cercato di moderare o di superare e che i sindacati hanno da parte loro egualmente coltivato e incoraggiato per conservare ed incrementare il loro potere ed i loro smisurati ed incomprensibili privilegi. Chissà cosa mai avranno capito tutti costoro dallo studio – semmai lo hanno seriamente studiato- del diritto sindacale tedesco che talvolta invocano a sproposito e per riempirsi le fauci. Da questa “terra di incultura” è sbocciato lo Statuto dei Lavoratori di Brodolini: opposizione e contrapposizione fra le due classi sociali basate fondamentalmente sul sospetto e sulla sfiducia reciproca fra le parti, tramutati in odio sociale. La cultura della collaborazione, della mutua dipendenza e della reciproca utilità proprie del sindacato tedesco e della socialdemocrazia è lontana miliardi di miglia da questa tradizione incivile e medioevale . Ed ancora oggi, signori miei, “in Italia, altro non esiste”, c’è solo lo scontro . Impensabile, in questa brodaglia di sottocultura arcaica e contadina creare , fra le parti, una collaborazione indispensabile per una strategia industriale avanzata. Significativa di questa “brodaglia culturale” tipica di un Paese isolato dal resto del mondo, è, come prima accennavo, la pretesa di molti commentatori che Monti convochi Marchionne per chiedere spiegazioni: un comportamento arrogante, più coerente con una dittatura che con una civile cultura di governo.

Quand’è che finalmente ci si renderà conto, anche in Italia, anche nei sindacati italiani e nella stampa loro organica che le imprese, le industrie , le attività produttive, i commerci, le professioni, tutte le attività autonome si aprono e si mantengono se e dove rendono, e se, per farle rendere per forza o per mantenere posti di lavoro improduttivi si corrompe il mercato mediante aiuti di Stato o agevolazioni o rottamazioni o altre diavolerie da Stato centralista e comunista si ottiene il solo risultato di buttare quei soldi fin quando quegli aiuti vengono interrotti per la loro inutilità e l’impresa saluta tutti e se ne va o fallisce. Non vale mica solo per Fiat, ma anche per Alcoa e per Carbon Sulcis , dove se tutti i quattrini sborsati invano dagli italiani che pagano le imposte ( e dunque da coloro che producono ricchezza e che si mantengono con il proprio lavoro e non con i sussidi e gli oboli governativi ) per mantenere tutti quegli inutili ed improduttivi posti lavoro fossero stati dati direttamente a tutti quegli operai, sicuramente – fatevi i conti - ciascuno di costoro oggi vivrebbe di rendita a casa propria. Senza doversi umiliare al solito spettacolo indecoroso della consueta protesta onde cercare di sopravvivere con gli avanzi del pranzo reale.

E’ vero: Fiat ha lungamente e abbondantemente approfittato degli aiuti di Stato diretti e indiretti ,ma la colpa è di tutti quei Governi sopra tutto della Prima Repubblica , ma anche della Seconda, che li stanziavano per farsi benvolere da Gianni Agnelli, per contare sulle assunzioni facili che consentirono l’emigrazione interna e il miracolo economico . Ma furono soldi buttati via, letteralmente regalati, per di più con l’incredibile aggravante di non averne mai richiesto o prevista la loro restituzione . E come mai? Inviterei il Dr Ingroia ad indagare su questo imbroglio megagalattico; quale immonda trattativa si cela dietro questo patto scellerato ? Perché queste vagonate di miliardi ad un’impresa del tutto privata senza che vi sia una sua cambiale per la restituzione o per garanzia ? Credo che nei paesi governati seriamente non si escluda affatto di agevolare questa o quell’industria , ma se poi se ne vuole andare , si mette all’incasso la cambiale di smobilizzo, quattrini sul tavolo e ti restituisco il passaporto. Buoni va bene, stronzi no. E sapete dove stanno, oggi, buona parte di quei quattrini ? All’estero, specie in Svizzera, alcuni sotto forma d’investimenti, altri nei depositi personali , neanche dichiarati fiscalmente, di illustri e famosi avvocati torinesi. Chi ricorda la causa e le scoperte di Margherita Agnelli, la figlia ribelle di Gianni Agnelli che volle vederci chiaro nella sua eredità e ne scoprì le magnagne? Ma chi è più imbecille, chi intasca i regali o chi li sperpera?

L’incontro fra la FIAT ed il Governo ha anche un risvolto che nessuno ha osato mettere in luce. Riguarda il Premier Mario Monti che oggi siede a Palazzo Chigi ma che dal 1988 in poi stava seduto nel Consiglio di Amministrazione della FIAT, quella di Cesare Romiti, dico la peggior sanguisuga al mondo. E non solo. Perché il Prof. Monti stava ovunque, come un virgulto di giovin prezzemolo ( non aveva dunque neanche quaranta anni e già era piazzato nelle stanze dei bottoni, ma che genio è?). Lo trovi in Comit, una Banca del Tesoro che finanziava alla stragrande la FIAT di Romiti, per dire, nelle stesse Generali, che era addirittura un azionista della Mediobanca di Enrico Cuccia, qual signore d’altri tempi che gestiva le proprietà industriali e finanziarie dell’Italia. Pensate che fu proprio Mediobanca del Consigliere Monti a mettere la Deutsche Bank a disposizione della FIAT quando nel ’93 Romiti la stava portando al fallimento.

Risultato dell’incontro tanto strombazzato con il Governo ? La Fiat farà in Italia gli investimenti previsti nel “ Programma Italia” ma solo quando e se le condizioni del Paese lo consentiranno. Dunque una debacle del Governo, soprattutto per i Ministri Passera e Fornero che usavano, prima dell’incontro di sabato scorso, toni da Commissari di P.S. nei confronti della FIAT più che da Ministri di una Repubblica democratica . Alla fine l’impresa va dove le conviene, non dove la porta il cuore o dove politici socialisteggianti vorrebbero che andasse. La malattia italiana che farà, alla fin fine, fuggire la Fiat, e tanti altri, sta nella risposta alla seguente domanda «Perché Sergio Marchionne, che a Detroit è considerato un eroe, è così detestato in Italia?». Nell’odio per Marchionne l’establishment italiano rivela tutta la propria viscerale avversione al capitalismo di mercato. Che Romiti, l’emblema della Fiat sussidiata degli anni ‘70-’80, si scagli contro di lui solidarizzando con la Fiom ( che si è opposta fino in Tribunale ai tentativi di rilancio della produttività nelle fabbriche) ne è la lampante prova . Si parla tanto di crescita, ma il paese sembra rigettare le uniche politiche capaci di rilanciarla. Dunque, quando dall’estero vedono l’establishment italiano che marcia compatto ”contro” Marchionne, vedono un paese fuori del mondo, che in realtà non vuole crescere. E in un paese simile non si investe, da questo paese si va via ed anche di corsa.

Ma per la nostra cultura, intrisa di catto-comunismo fino al midollo, il successo nell’impresa e nella finanza è una colpa imperdonabile, perché ideologicamente ritenuta uno sfruttamento dei più deboli. L’invidia ed il rancore che i vari Lerner, Mauro, Giannini, Della Valle, ecc hanno dimostrato segnala invece come per costoro il successo nell’impresa e nella finanza sia prezioso ma solo se fondato sul sussidio pubblico e sulle opache relazioni con le lobby consociative della politica e della finanza invece che guadagnato sul campo. Persino un imprenditore ben “ammanicato” come Della Valle accusa i vertici Fiat di aver assunto «le scelte più convenienti per loro e i loro obiettivi, senza minimamente curarsi degli interessi e delle necessità del paese». Da quale pulpito viene la predica ! C’è da sbellicarsi dalle risate. Da quando in qua le imprese dovrebbero occuparsi «degli interessi e delle necessità del paese» ? Forse la Tod’s fa gli interessi dell’Italia e non quello dei suoi azionisti? Forse non me ne sono mai accorto? Non è quello forse un campo riservato ai politici ? Perché Mister Tod’s, che lancia con sfrontatezza l’epiteto di «furbetti cosmopoliti», non ci racconta ben bene quello che lui ha fatto in Romania e in Cina ? Non è che, per caso, da quelle povere lande dove i diritti umani sono degli sconosciuti, il nuovo finto-Catone importasse in Italia scarpe e borse pagate il classico pugnetto di riso e che poi rivendeva in Italia a prezzi da urlo? Lascio perdere, sarebbe una riedizione delle baruffe chioggiotte o, meglio, bagattelle condominiali degne di frustrati cronici. Della Valle, Lerner, Giannini, Mauro e sodali, tutti uguali: come quella racchia arrapata e smaniosa che gracchiava acidula “ Mamma Ciccio me tocca!” mentre sussurrava speranzosa , nel contempo, un implorante “ Toccame Ciccio!”. Pura, sublime, suprème, condensato, brodo ristretto, elisir di ipocrisia gaglioffa.

In Italia ci sforziamo di tenere in vita con sussidi, oboli ed incentivi settori e aziende non più produttivi, non di creare le condizioni economiche e legali più favorevoli agli investimenti interni ed esteri. Non dovremmo chiamare a rapporto Marchionne, ma tutti i nostri politici e tecnici, le nostre classi dirigenti: quali riforme volete fare per agevolare l’Italia? È da quelle che dipendono gli investimenti, non viceversa. E’ sperabile ed auspicabile , per ovvi motivi occupazionali ed economici che l’Italia conservi una industria automobilistica propria , ma non l’avrà certo per decreto Legge o per imposizione della FIOM o per uno sciopero con accompagnamento di scalate di silos: anzi, se la vuole davvero, l’Italia deve creare le condizioni per consentirle di diventare produttiva. Che si tratti di indurre la Fiat a restare o che si tratti di attirare case automobilistiche straniere, le cose da fare sono sempre le stesse. Riforma del mercato del lavoro più coraggiosa, riforma della Giustizia, riforma fiscale. Tutte riforme necessarie ed invocate per la valorizzazione del Paese, ma riforme che la sinistra politica e sindacale, supportata dai poteri forti ad essa organici e con essa ben ammanicati, non vuole né intende fare. Per costoro meglio un’Italia così disastrata piuttosto che rischiare di perdere il potere ed i privilegi dei quali essi, oggi, godono

======================================================================================

IL CODICE ROCCO SUI REATI D’OPINIONE VIGE ANCORA IN ITALIA

Sulla carcerazione del Direttore de Il Giornale, Dr Sallusti, non vi sono troppe parole da spendere. Querelato per diffamazione per un articolo comparso su “Libero” , quando ne era il Direttore, da un Magistrato, Sallusti è stato condannato, per la così detta “ responsabilità oggettiva “ ( l’articolo in questione non era stato redatto da Sallusti ma da altri ) - che già di per se stessa è un insulto intollerabile alla nostra Costituzione per la quale la “ responsabilità penale è sempre e solo personale”- in primo grado: la sentenza parlava di un indennizzo di 15.000 euro. Passano pochi giorni ed il P.M. scrive le motivazioni della sentenza di prima grado. Non sappiamo per quale motivo, ma sta di fatto che quel Magistrato scrive d’essersi pentito ( testuale) per non aver inflitto a Sallusti due anni di carcere. Perché questo pentimento e questa ondata di fiele? Non sarà per caso il frutto di qualche pressione che il Magistrato denunciante ha esercitato su quel suo collega? Quien sabe? Si viene a sapere che gli avvocati di Sallusti, davanti alle richieste di più soldi avanzate dal denunciante, si sono dimostrati disponibili purché, ovviamente, venga ritirata la querela. Invece nulla. Certo, che un Magistrato , il querelante, non senta il sacrosanto dovere civico di non essere la causa fondamentale di una ingiusta carcerazione per un reato d’opinione è cosa aberrante. Ma che razza di uomo è costui? Sarà pure un Magistrato, ma che senso di civiltà possiede costui? Ora però, da come stanno le cose, il problema non è più del Dr. Sallusti, né del Ministro Severino né del Colle che , ha detto, “ di voler seguire il caso con attenzione”. In questo momento tutte le responsabilità sono sulle spalle di quel Magistrato querelante: voglio proprio vedere quel che farà per evitare di far fare all’Italia la figura di un Paese dove non esiste diritto di critica, dove esiste un regime che impone il bavaglio alla stampa. Le grandi cause spesso scelgono uomini e donne inconsapevoli come testimonial. E’ questo il destino del Dr Sallusti. Io credo che il Direttore del Giornale abbia tanta di quella dignità da non scendere a mercificare la sua libertà personale con una maggiore cifra da pagare , come se si trattasse di un cambio delle figurine Panini. So che gli chiedo tanto, forse troppo, ma deve essere pronto ai quattordici mesi di galera. Per sputtanare davanti al mondo intero questa banda di malfattori mascherati da Magistrati che, con i loro sodali manettari a senso unico, insozzano il nostro Paese con queste performance.

===========================================

MAGISTRATURA E SEGRETO DI STATO. ALTRO ASSALTO ALLA DILIGENZA

E’ passata sotto silenzio della così detta “ grande stampa” ( alludo ai soli noti, anche televisivi) la sentenza della Quinta Sezione Penale della Cassazione del 19 settembre scorso che dispone che venga riaperto il processo contro gli ex vertici del Sismi, Nicolò Pollari, Marco Mancini, Giuseppe Ciorra, Raffaele Di Troia e Luciano Gregorio per il sequestro dell’ex Imam di Milano Abu Mazen , avvenuto nel lontano 2003, durante una stagione terrificante della guerriglia e del terrorismo internazionale qaidista. La precedente sentenza, quella del 2009, aveva deliberato il non luogo a procedere contro gli anzi detti inquisiti proprio perché sussisteva il così detto “ segreto di Stato”. Ricordo che era stato sollevato un conflitto di attribuzione al riguardo dal Governo Berlusconi e da quello Prodi. Ora questa sentenza della Cassazione rimette in gioco ogni cosa e così ritorniamo al punto di partenza, come nel gioco dell’oca: sarà dunque possibile per la Magistratura inquirente farsi beffe del segreto di Stato? Una simile questione, così brutalmente decontestualizzata dal momento storico appare ridicola. Erano tempi duri quelli, specie per chi fosse alle prese col terrorismo internazionale e, sopra tutto, quello medio orientale. Oggi, questa sentenza, fra l’altro, riaprirà anche il problema della richiesta di estradizione per quei 23 uomini della Cia implicati in quel sequestro o arresto, estradizione che fin’ora l’Italia non aveva mai richiesto. Lo Stato e la tutela dei suoi cittadini di fronte al terrorismo internazionale che li massacra vengono ancora una volta ricattati dal potere dittatoriale e ormai senza limiti costituzionali della Magistratura, la quale pretendere di cancellare o di gestire direttamente il “ segreto di Stato”. La mira è ovvia e scontata: il solito Dell’Urti, più Berlusconi, più anche Forza Italia nel mirino ,ma anche tutto il Paese da tenere sotto il tacco, come in una dittatura. Mi accontenterei che la luce che promana questa sentenza fosse solo sinistra e grottesca. Invece è una cosa semplicemente indegna.

==========================================================


POLVERINI E LA SAGRA DELL’IMBECILLITA’

Le dimissioni della Polverini dalla Regione Lazio significano il trionfo dell’assurdo. Significano anche il tradimento del voto popolare. Polverini non ha controllato, questo è evidente, ma , Signori,quell’omesso controllo non esiste per Legge. Ripeto a scanso di fraintendimenti: non esiste nessuna disposizione di Legge in forza della quale un Presidente di Giunta Regionale possa controllare la gestione dei fondi regionali assegnati ai vari gruppi consiliari presenti in Regione. Non esiste. Regalino delle famose modifiche del Titolo V della Costituzione approvate a suo tempo dal centrosinistra di Prodi con i soli loro voti. Tanto che la stessa Legge ha istituito un “ Comitato regionale di controllo contabile”. Ecco un ente inutile e costoso, perché non può controllare le spese dei singoli gruppi consiliari ma deve limitarsi a “ ricevere” i loro bilanci, non a controllare le spese di quei fondi. E’ vero che a questo comitato spetta “l’acquisizione” delle relazioni annuali dei gruppi consiliari sull’utilizzo dei contributi erogati dalla Regione, ma nessuno mai le controlla. In questo ente inutile della Regione Lazio operano ( cioè non fanno nulla ) rappresentanti di tutti i partiti e la Presidenza è del Dr Ponzo, un esponente del PD. Ed è proprio il Presidente Ponzo che, con molta onestà, spiega come il co.re.co.co. non abbia nemmeno i poteri per controllare le spese. Come nel Lazio, in tutta Italia. Le dimissioni della Polverini sono una farsa: tutte le delibere concernenti i fondi regionali assegnati ai vari gruppi consiliari della Regione Lazio sono delibere assunte dalla Giunta “ all’unanimità”, spero si capisca bene. Dunque tutti i gruppi presenti in Giunta hanno partecipato con gioia al magna magna. Ora però Esterino Montino, Bruno Astorre, Claudio Bucci, ecc (del P.D. i primi due , dell’Idv l’ultimo) recitano la farsa degli inconsapevoli, degli indignati. Prima si sono sgargarozzati milioni di euro e poi fanno le verginelle cucce, bastardi!. Hanno partecipato alle rapine dei soldi pubblici ed ora vogliono far credere agli imbecilli che votano che sono scandalizzati e si mettono pure a raccogliere le firme contro la Polverini! Bastardi! Maledetti ipocriti!. Andate a farvi i conti di quanto hanno arraffato il PD , il SEL, l’IDV, l’UDC, il FLI, l’PAI,l’MPA, il gruppo misto ( composto da una sola persona), altro che Fiorito e le ostriche di quest’altro ladruncolo degno emulo dei Lusi, dei Belsito e dei Penati. Certo che dimettersi è come ammettere di essere corresponsabili, la Polverini ha sbagliato ed anche Alfano ha sbagliato nell’accettare questo suo desiderio. Lei doveva bere tutta la sua cicuta: non sei stata capace di controllare la tua Giunta? Te ne accorgi e che fai? Scappi? Allora sei d’accordo con i ladri, altro che una persona dignitosa che scappa da una Giunta di truffatori. Lei doveva restare al suo posto e prendere o quanto meno proporre quei provvedimenti giuridici che avrebbero evitato per il futuro altri simili casi. Invece in questo modo sarà qualcun altro che si farà bello. Da imbecilli puri.

==========================================

mercoledì 26 settembre 2012

Gaetano Immè



Nessun commento:

Posta un commento