Gaetano Immè

Gaetano Immè

mercoledì 14 novembre 2012


  
CENTRODESTRA CHIUSO E SBARRATO PER GLI INFAMI
 

 

Ha fatto molto bene l’On. Angelino Alfano a sbattere, senza tanti complimenti,  la porta del partito di centrodestra  sul grugno di  Gianfranco Fini. Ogni sua frase, ogni sua nuova uscita è ormai una comica. Se ne è uscito, per esempio, giorni fa con questa frase: “quanto accadde nel PdL fa comprendere meglio le ragioni della mia rottura con Berlusconi, si considera il padrone”. Un bue  - e che razza di bue! - che da del  cornuto all’asino! Chiedere ai suoi “ camerati” come trattava il “ dissenso” nel MSI e in AN il Signor  Gianfranco Fini! La verità è che chi  tradisce un amico senza prima avere il coraggio di parlargli faccia a faccia per chiarire gli eventuali equivoci, chi tradisce un amico ma dopo averlo spolpato e  sfruttato a dovere per arricchirsi  e, per giunta, tradirlo per sordo rancore per qualche pelo di fica –neanche ormai di primissimo pelo, ma di lunga e nota carriera – costui, dicevo, dimostra di essere quel che si dice un “ autentico infame”. Non per niente il Signor Fini è stato preso a sputi in faccia ai funerali di Rauti. Ieri Mussolini, Rauti, Almirante, oggi Berlusconi, un infame conserva sempre il vizietto, resta sempre un infame e non si smentisce mai. Sia chiaro e sia detto senza astio né rancore ma solo in base ai fatti nudi e crudi. Il tempo, che com’è noto, è un grande galantuomo,mette a posto ogni cosa, anche quelle più schifose. Metterà a posto anche Fini. Molti gli esempi. Pensate,per dire, alle immediate assoluzioni in primo grado ( ma in tempo per le primarie di ieri e per le elezioni politiche di domani)  di Vendola e di Errani, ma anche ad un Penati, il cui processo non comincia mai e che forse comincerà solo “dopo” le ormai prossime elezioni politiche. Pensate ad un Alberto Tedesco, altro Senatore del P.D. sotterrato da inchieste penali che però non vengono mai rese di completo dominio pubblico. Pensate  alla fine ingloriosa di squallidi governicchi come quelli di Prodi e di D’Alema, dispiaceri almeno  compensati dall’esserci sbarazzati di gente come Mussi, Bertinotti, Diliberto, spediti  dal popolo dritti dritti ai giardinetti politici . Pensate alla meritata fine di un impresentabile  Antonio Di Pietro, che s’ é piratescamente intascato personalmente  circa 70 milioni di Euro di “rimborsi elettorali” che lo Stato avrebbe dovuto pagare all’Idv , anche se ancora dobbiamo tollerare che sieda in Senato un Gerardo D’Ambrosio, entratovi non si sa per quali meriti resi al PCI ( noi lo sappiamo, eccome se lo sappiamo e ve lo spieghiamo in questo numero)  che l’ha “ scelto”. Pensate  ai calci in bocca  rimediati da uno Zapatero e da un Sarkozy, soddisfazione attenuata solo dalla sinistra sinfonia che Hollande ha portato in Francia col suo “ espropriare i ricchi” e coi suoi “ matrimoni ed affidamenti gay”. Insomma, quel che voglio esplicitare è chiaro: mi siedo sulla riva del fiume e, dopo tutti questi cadaveri, passerà anche quello di uno come Gianfranco Fini.    

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ANNA NON PRENDE IL FUCILE, CIOE’ IL CSM, MA SE LA PRENDE FINALMENTE IN SACCOCCIA

Davanti alla notizia, diciamo pur tanto sperata, resto per un attimo sgomento. Già sarà dura avere un Parlamento senza Walter Veltroni, senza Massimo D’Alema, ma ora devo farmi una ragione : non vedrò più neanche Anna Finocchiaro, un totem del Parlamento. E’ rimasta  inchiodata come Barabba  alla croce ,sulla cadrega istituzionale, Camera e Senato entrambe le poltroncine sono molto comode , da un’eternità. Esattamente dal lontano 1987, c’era ancora l’Unione Sovietica, la guerra fredda, il PCI . Sto parlando di venticinque anni fa, una vita, quando Anna Finocchiaro , laureata in Giurisprudenza, funzionario della Banca d’Italia a Savona dal 1981, Pretore a Leoforte ( a Catania che è vicina a Modica, dove è nata) dal 1982 fino al 1985, divenne “ Sostituto Procuratore” al Tribunale di Catania nel 1985 dove restò fino al 1987. Non appena entrata in Magistratura ( 1982) divenne subito una fervente seguace della corrente di sinistra dei Magistrati, quella di Magistratura Democratica. Adesso, dopo una vita da “ scelta” e da “ nominata” ,  tuona e saetta contro lo schifo di chi, ovviamente solo Berlusconi secondo la sua logica schizofrenica, “nomina” e “ sceglie” i candidati secondo simpatie, empatie, desideri più o meno leciti, interessi inconfessabili, ma dimentica di come lei stessa fu “ scelta “ e “ nominata” dal PCI quando, candidata del PCI a Catania, venne nominata e poi eletta al Parlamento.  

Nel 2008  ha accettato la candidatura a presidente della Regione Sicilia, che le era stata proposta dal alcuni esponenti del PD e dell’Unione. Il 14 aprile 2008 è sconfitta da Raffaele Lombardo, che ottiene oltre il 65% dei voti, roba da Waterloo. Il 29 aprile 2008 è stata riconfermata capogruppo al Senato del PD per la XVI Legislatura. Da sei anni capogruppo del P.D. a Palazzo Madama, la Senatrice dovrà infatti lasciare il Parlamento nel quale è inchiodata dalla bellezza di venticinque anni . Con sette legislature alle spalle, Anna Finocchiaro in Fidelbio, da Catania, l’incarnazione del detto “ catanese, falso e cortese” , venticinque anni passati a stracciarsi le vesti ed ad indignarsi a comando  del partito da servire ( dal PCI all’attuale P.D. passando per tutte le “ possibili sfumature di grigio e di rosso  del comunismo”), lascia la cadrega, segue due cariatidi come D’Alema e Veltroni.  Oddio, che se ne vada “sua sponte” non è proprio vero, più vero che se ne va “ obtorto collo”, visto che , da buon ex magistrato ha tentato di acchiappare al volo la cadrega al CSM come membro nominato dal Parlamento, ma ha dovuto rinunciare per non imbarazzare il partito. La Senatrice, che strilla ed urla per professione, come una “ prefica” a pagamento , additando con grida spagnolesche le malefatte altrui, si scandalizza per il granello di sabbia negli occhi altrui senza guardare le travi nei suoi. Bastano un paio di ricordi.

Durante la campagna elettorale per le Elezioni Regionali in Sicilia del 2008: in un'intervista rilasciata a Repubblica TV la senatrice siciliana dichiara che la redazione del suo programma è affidata ad una squadra di consulenti a capo della quale è il giurista Salvo Andò, accusato del reato di voto di scambio riferito al 1989. La questione giudiziaria di Andò non né ancora risolta.

Il secondo “ricordino” è assolutamente tutto in famiglia. Come ricordavo prima, la Senatrice ha pensato di uscire da Palazzo Madama per entrare a Palazzo dei Marescialli , al Csm , insomma , quale membro ed ex Magistrato  eletto dal Parlamento. Una carica di potere assoluto, quattro anni di auto blu con autista, di scorta armata ( anche per farle la spesa), un appannaggio regale e privilegi a go go. Ma, all’intrasatta, all’improvviso,  a fine ottobre scorso , la magistratura catanese le ha rinviato a giudizio il marito, il ginecologo Dr. Melchiorre Fidelbo, per abuso di ufficio e truffa. Tutto iniziò  un annetto fa, quando si venne a sapere che il Dr Fidelbio aveva ottenuto - in favore di Solsamb, srl cui era ed è  cointeressato - un appalto regionale di 1,7 milioni per informatizzare il presidio sanitario di Giarre. Sapete com’è la Sicilia , ci trovi un Camilleri che fabbrica libri con lo stampino ma ci trovi anche un Leonardo Sciascia che ti rovescia la cappa  di ipocrisia che regna laggiù come fosse ancora vivo “Tommaso Turi Passalacqua” per dire. Così il giorno dell'inaugurazione dei lavori, un tizio aveva con sé  un cartello con la scritta: «Anna Finocchiaro, vergognati”. La scena fu ripresa, un periodico di Catania pubblicò il video, Finocchiaro minacciò querele e la faccenda divenne pubblica. La Regione mandò ispettori che sentenziarono la violazione delle regole e l'appalto fu revocato. Emerse che, per ottenerlo,il Dr. Melchiorre avrebbe fatto indebite pressioni e aleggiò il sospetto , non provato ( ma non bastava anche un  semplice “ sospetto” alla Senatrice per lanciare i suoi strali tonitruanti contro “sospettati” da Lei trattati come “ colpevoli”?),  che la potente consorte ci avesse messo del suo. E’opportuno, avrà  subito pensato il suo “ caro leader”, P.L. Bersani, che una signora che ha sotto processo il  consorte venga “nominata” dal P.D. nell'organo di controllo dei giudici ?

Che brutti ricordi, che brutte storie per una che per venticinque anni ha condannato, come un Magistrato da Santa Inquisizione,  alla Camera ed al Senato, a spada tratta chiunque sia stato anche solo  sfiorato dal minimo sospetto. Ha giudicato il ministro Bossi, caduto in disgrazia, «incompatibile col ruolo che ricopre»; ordinò  a Tremonti di «dimettersi», per un presunto affitto di una casa a condizioni di favore; su Claudio Scajola poi, che già si era dimesso, ha voluto maramaldeggiare urlando che la situazione «era insostenibile», senza che nessuno del suo partito l’avesse informata che Scajola s’era già dimesso da Ministro. E che dire poi delle sue ormai famose “intemerate” contro l’odiato Berlusconi ? Il suo innato tatto signorile e la sua squisita cultura politica stanno tutti nelle contumelie,  da “ lavandaia” di cortile, urlate scompostamente contro Berlusconi, dal  «nano della politica» al «deve farsi da parte, è incompatibile» ma senza mai prospettare una seria e concreta proposta politica che non fosse la semplice demonizzazione del nemico politico. Chissà se la sua ferrea ed implacabile condanna  finora applicata ad altri, varrà anche per sé stessa?

Capita anche ai migliori di farla fuori dal vaso, non solo a Carlo De Benedetti. Anche la Senatrice ha avuto i suoi bravi “ deliri di onnipotenza”. Come quando nell’Aprile del 2006 , illusa dalla vittoria dell’Unione di Romano Prodi, si vide sfilare da sotto il sedere la cadrega di Ministro degli Interni  - toccata poi a Giuliano Amato – o quando nel Maggio successivo, ascoltato il bofonchiamento di Romano Prodi sull’opportunità di “ un segno di novità. Magari una donna» per il  Quirinale,  davanti al “deposito” sul Colle di Napolitano, dichiarò indispettita al Corsera: «Un uomo col mio curriculum l'avrebbero già nominato presidente della Repubblica». Ullalà! Che prosopopea !

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UNA STORIA CRIMINALE CHE FINISCE IN MODO CRIMINALE . E’ LA STORIA DI MANI PULITE. E’ QUESTA STORIA.

Gerardo D'Ambrosio è un Senatore del P.D. ed un ex magistrato italiano. Nato in provincia di Caserta nel 1930, è entrato in Magistratura nel 1957. Viene trasferito al Tribunale di Milano, dapprima come Pretore Civile, poi come Giudice Istruttore Penale. Ha, tra l'altro, condotto l’istruttoria relativa alla strage di Piazza Fontana. Il 27 ottobre 1975 pronuncia la controversa sentenza sulla morte di Giuseppe Pinelli, assolvendo il commissario Calabresi e gli altri uomini della questura milanese. Nel 1981 è assegnato alla Procura Generale di Milano con funzione di Sostituto Procuratore Generale, per otto anni. In questo periodo ha sostenuto l’accusa nei primi processi per terrorismo e nel processo conseguente allo scandalo dei petroli. Ha condotto inoltre le istruttorie relative agli illeciti del Banco Ambrosiano, che vedeva tra gli altri imputati Roberto Calvi e  Carlo De Benedetti. Nel 1989 è stato nominato Procuratore aggiunto di Milano ed ha diretto dapprima il Dipartimento criminalità organizzata e, dal 1991, quello dei reati contro la pubblica amministrazione. Dal 1992 è tra i protagonisti (insieme a Francesco Saverio Borrelli, Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo e Gherardo Colombo) del Pool che si occupò dell'inchiesta Mani pulite: sono gli anni di Tangentopoli, che gli danno grande notorietà. Ha sempre fatto parte della corrente di Md fra le toghe, Magistratura Democratica, quella alla quale aderiscono gli  Ingroia, gli Spataro, i De Pasquale, ecc, per dire. Nel 2002 è stato collocato a riposo per limiti di età. Dal 2003 collabora col quotidiano L'Unità.

In occasione delle Elezioni politiche del  2006,  D’Ambrosio accetta la candidatura propostagli  dai Democratici di Sinistra ( insomma un “ nominato” come una Minetti qualsiasi!) , per un seggio al Senato, risultando eletto nella circoscrizione Lombardia. Era stato, dunque sistemato  in un Collegio ,  su un territorio, sul quale era indiscutibile  la sua influenza come ex Magistrato, dato che  nel  Palazzo di Giustizia di Milano contava ancora moltissimi amici, estimatori, ex colleghi ed anche compagni ideologici. Non certo  il massimo della “trasparenza”, direi, anzi! Alle elezioni del 2008 è stato confermato senatore del PD. Ma accade anche, la vita è bella perché varia, che il  21 Maggio 2012, su proposta dell'associazione ODV Ethos, il Consiglio Comunale di Santa Maria a Vico, sua città natale, gli  nega platealmente  la cittadinanza onoraria. In fase di discussione, conclusa con 10 voti contrari, 4 favorevoli alla cittadinanza onoraria di D’Ambrosio e 2 astenuti, il sindaco del suo paese, un medico, il Dr. Alfonso Piscitelli, abbia pubblicamente  dichiarato: “Anche se il Sen. D'Ambrosio è un nostro illustre cittadino, riteniamo non abbia volato troppo in alto, non sia stato al di sopra delle parti”.  Calunnioso? Diffamatorio? Non ci risulta alcuna denuncia o querela al riguardo. Dunque “illuminante”.  

Sabato 10 novembre 2012 l’On Antonio Di Pietro, anche lui un ex P.M. del Pool Mani Pulite come D’Ambrosio,  anche lui entrato in politica subito dopo la stagione di “ Mani pulite”, intervistato da “ Left” quasi a voler rispondere, seppure solo in parte, alle domande che questo Blog gli aveva rivolte pubblicamente giorni prima, quando Di Pietro parlava del servizio della Gabanelli su “Report” su di lui come  di “ un’operazione di killeraggio politico”, ha detto solo una cosa: che il mandante del Killeraggio è il P.D. di Bersani, ma non anche il “perché”.

Occorre perciò tornare indietro, ai tempi appunto di Mani Pulite, ai primi anni novanta, per farci un’idea precisa, per darci una esauriente spiegazione del perché ben due ex P.M. di quel Pool su quattro ( restano fuori dalla politica solo Borrelli  e Davigo , ma solo formalmente, perché in sostanza sono anch’essi schierati con la sinistra ) e cioè  Gerardo D’Ambrosio ed  Antonio Di Pietro, siano entrati in Parlamento, entrambi come Senatori del PCI, il secondo “nominato” dal Partito addirittura  in un Collegio di ferro – il Mugello – e su iniziativa diretta di Massimo D’Alema ed  il primo nel Collegio della Lombardia – dove la sua influenza  giudiziaria  era ovvia e pressante – sempre sotto lo stesso PCI, partito che nel 2006  si chiamava “Democratici di sinistra” ed era guidato  come Segretario da Piero Fassino e come Presidente da   Massimo D’Alema . Dunque Massimo D’Alema, sempre presente nelle due investiture, sempre come  attore principale, come elemento decisionale , addirittura come diretto anfitrione per  Di Pietro, come munifico ed accondiscendente padrone di casa con D’Ambrosio . D’Alema dunque come  elemento decidente comune in entrambe le candidature, ne conosceremo il motivo.

Conclusa nell’anno 1990 l'esperienza a capo de L’Unità, D’Alema seguì  Occhetto per dare seguito alla svolta della Bolognina. D'Alema, da coordinatore della segreteria, si occupava dei rapporti con l'ala sinistra del partito ed era una garanzia di stabilità, per il suo essere un «figlio del partito».D'Alema divenne subito coordinatore della segreteria del neonato partito, acquistandovi una posizione eminente. Nell'aprile del 1992 divenne  capogruppo alla Camera. Dunque a Febbraio del 1992 D’Alema già rivestiva un ruolo fondamentale dentro il PCI di Occhetto e, sopratutto, era dentro il PCI fin dal 1963 e del partito conosceva ogni pertugio.

Era il 17 febbraio del 1992 , quando l’Ing. Mario Chiesa, che ricopriva la carica di presidente del Pio Albergo Trivulzio, venne colto in flagrante, mentre accettava una tangente di sette milioni di lire dall'imprenditore Luca Magni, che gestiva una piccola società di pulizie e che voleva assicurarsi la vittoria nell’ appalto per le pulizie dell'ospizio . In una intervista di Francesco Verderami ad  Achille Occhetto, pubblicata su” Il Corriere della Sera “ del  28 ottobre del 1999, Occhetto testualmente afferma:"In effetti avvenne una cosa poco chiara. In quei giorni, sfidando l' impopolarità , avevo deciso d' incontrare Craxi. Il Psi era l' ultimo ostacolo al nostro approdo nell' Internazionale e io ero disposto a tutto pur di entrarci. Anche D' Alema sarebbe dovuto essere della delegazione, ma all' ultimo momento disse che aveva altri impegni. Nel pieno della discussione, mentre Craxi ci diceva "voi volete entrare nell' Internazionale e ogni giorno ci insultate", e mentre io replicavo "Bettino, non e' vero, siamo qui a discutere serenamente", De Michelis passo' un' agenzia a Craxi. Lui la lesse e poi me la sbatte' sotto il naso: "Ecco, mentre tu chiedi di entrare nell' Internazionale, il tuo fido numero due, D’Alema, chiede le mie dimissioni".

Il 6 aprile 1992, alle elezioni politiche, l'intero Quadripartito del Governo Andreotti VII ( DC,PSI,PLI e PSDI ) esce dalle urne con un clamoroso 48,8%. In virtù di questo, Craxi chiede la guida del nuovo governo, per poter portare «l'Italia fuori dal caos».

Il  6 dicembre 1991 era stata  presentata in parlamento, da parte dell’opposizione comunista, di cui era “ magna pars” l’On Giorgio Napolitano, la richiesta di messa in stato di accusa per il Capo dello Stato, Francesco Cossiga per la faccenda Gladio.

Il 3 giugno del 1992 Giorgio Napolitano, del PCI, diventa Presidente della Camera dei Deputatati, in sostituzione di Oscar Luigi Scalfaro, nominato Presidente della Repubblica al posto di Francesco Cossiga.

Ma accadde anche che il Comitato parlamentare ritenne tutte le accuse del PCI  contro Cossiga  manifestamente infondate, come si legge negli atti parlamentari del 12 maggio 1993. La Procura di Roma richiese l'archiviazione a favore di Cossiga il 3 febbraio 1992 e l'8 luglio 1994 la richiesta fu accolta dal tribunale dei ministri.

Cossiga poi scrisse: "Il PCI sapeva dell'esistenza di un'organizzazione segreta con le caratteristiche di Gladio. Lo dico perché ne fui informato da Emilio Taviani. Perché i comunisti lanciarono comunque quella campagna e perché inserirono i fatti di Gladio tra le accuse che portarono alla richiesta di incriminazione nei miei confronti?  Quello dei comunisti fu fuoco di controbatteria: era da poco crollato il Muto di Berlino e temevano che potessero arrivare da quella parte notizie di chissà che genere sul loro conto; quindi, per evitare di trovarsi in imbarazzo, cominciarono a sparare nel mucchio. E io  fui colpito per primo in quanto presidente della Repubblica" (Francesco Cossiga, La versione di K, pag. 159).

Tornando a bomba, il 28 aprile 1992 si era dimesso, come dicevo, il Capo dello Stato, Francesco Cossiga. Il  nuovo Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro rifiuta di concedere incarichi ai politici vicini agli inquisiti. Craxi è costretto a farsi da parte ed al suo posto viene nominato il socialista Giuliano Amato.

Ma ormai,dal mese di Maggio 1992,  la questione di Mani Pulite era diventata   una questione nazionale.

Il  giorno 3 luglio 1992 alla Camera, i due discorsi di Craxi, memorabili, uno per difendersi, l’altro per attaccare , per chiamare  in correità tutto il Parlamento dichiarando «spergiuro» chi avesse negato di non aver fatto ricorso al finanziamento illecito dei partiti.

Inizia la mattanza giudiziaria, perché i Magistrati del Pool non si limitano a procedere processando penalmente chi avesse compiuto reati ( la responsabilità penale, afferma la Costituzione, è solo personale ) ma cominciano a mettere sotto processo, nel vergognoso silenzio della cultura, del giornalismo e della politica – tutti sotto il ricatto della Magistratura – non più reati personali, ma il “ sistema politico “.   

Il  voto parlamentare, che sembrò assolvere Bettino Craxi dalle richieste della autorizzazione procedere, firmate dal Pool di Milano,  è datato il 29 aprile 1993 .

Fu la scintilla, il segnale convenuto.

Le casematte del potere erano tutte in pugno : Scalfaro al Colle, Napolitano alla Presidenza della Camera, D’Alema dentro la buca del gobbo, al posto di suggeritore.

Quando si presenterà mai un’altra occasione così ghiotta e favorevole come questa, per consentire al PCI di abbattere , senza elezioni, Craxi ed il PSI, la DC, il Governo ed il  potere?

La Camera, Presidente Giorgio Napolitano, respinge la richiesta  e Craxi sembra  salvo. Ma è solo una tattica. Infatti il neogoverno tecnico di Ciampi perde il supporto del PCI, in quel momento Pds. Vogliono le “mani libere”e tra poco capiremo anche il perché . Si accodano anche due ex” famigli” di Craxi, il Rutelli (presenza fissa con la Palombelli al fianco di Craxi, per anni,  nelle notti “ da bere”) e il “ figlio di Ugo”, al secolo Giorgio La Malfa.

Il giorno dopo, il 30 aprile 1993, è il giorno del comizio a Piazza Navona, a Roma, di Occhetto. Piazza Navona è contigua all’albergo dove risiedeva Craxi . Tutto previsto, tutto organizzato da chi poi guiderà la “ marcia sul Raphael”, cioè dei comunisti, da D’Alema. Quello sarà dunque  il giorno dei  fischi e delle monetine contro Craxi all’hotel Raphael.

Nessuno fermò la folla, tanto meno la dirigenza del PCI, né OcchettoD’Alema né altri dirigenti comunisti. Non la fermarono  neanche le forze dell’Ordine. Pensate che fortunata combinazione: in quel preciso momento Ciampi , un affermato amico della sinistra era Presidente del Consiglio, sempre Ciampi  era anche Ministro dell’Interno ad interim, alla Giustizia un altro amico della sinistra, Giovanni Conso. A comandare la Polizia di Stato un amico di Scalfaro e della sinistra, Vincenzo Parisi. Era stato nominato Capo della Polizia il 23 gennaio 1987 proprio  dall'allora ministro dell'Interno Luigi Scalfaro, quando lo stesso Scalfaro incassava cento milioni al mese dal Sisde, sui quali non volle mai dar di conto ( ricordate il diktat in tv a reti unificate “ non ci stò, non ci stò, non ci stò”?)ed è rimasto inamovibile incollato alla poltrona non ostante avesse vissuto e mai risolto  alcune delle pagine più dolorose della storia recente, come i feroci attacchi della mafia alle istituzioni attraverso le stragi Falcone e Borsellino, in cui persero la vita anche i poliziotti delle loro scorte. Ma anche le autobombe per gli attentati di Firenze, Milano e Roma che uccisero dieci persone, ferendone 95 e causando anche ingenti danni al patrimonio artistico e religioso. Episodi per i quali oggi sappiamo essere stati proprio i suoi amici ed anfitrioni  ( Conso e Scalfaro, oltre che Ciampi stesso) i responsabili che concessero ai mafiosi libertà e carcere meno duro. Cessa dal suo incarico solo  il 27 agosto 1994.  

Non solo,  ma pareva si fossero messi d’accordo anche col MSI,  visto che arrivarono anche i “camerati” del MSI , nel pur brevissimo tragitto della folla comunista da Piazza Navona all’Hotel Raphael ( si e no cinque minuti, dunque un vero e proprio accordo telefonico ), che si unirono al compagni comunisti  del PCI  nell’assalto di piazza a Craxi. Una sorta di nuova Piazzale Loreto condivisa fra quelle che furono gli assassini( il PCI)  e quelli che furono le vittime ( i fascisti) . Si può dire che ai compagni comunisti non faceva in quel momento alcuno schifo stare gomito a gomito con i camerati del fascio, come alle camicie nere non fece ribrezzo unirsi con i compagni comunisti. Fascisti e comunisti uniti nell’aggressione a Craxi . Certo, erano tutti e due all’opposizione: i fascisti schiacciati al di fuori del cosi detto“arco costituzionale” ed i comunisti messi da parte dallo stesso Craxi e dalla sua posizione politica. Come avrebbero potuto resistere alla tentazione di frantumare la maggioranza di governo distruggendo la residua credibilità del PSI e del suo esponente principale? Era l’occasione che anche Occhetto ma sopra tutto  D’Alema aspettavano da sempre: abbattere un governo, eletto democraticamente,per  via piazzaiola, senza elezioni politiche, da sempre una seccatura noiosa, sia per i compagni staliniani che per i camerati mussoliniani.

Ma come sempre la farina del diavolo va in crusca. Tanto erano convinti di avere il potere sul Paese a portata di mano che nessun  maggiorente comunista , tutto intento  a gongolare  per la gioiosa macchina da guerra che avevano armato,pensò alle conseguenze di quell’atto di violenza extraparlamentare ed  incivile. Sangue chiama sangue, è la storia che lo insegna. Ma la storia nulla ha insegnato, però, ai comunisti, neanche a guardarsi bene intorno, prima di fucilare un nemico già ferito. E siccome la farina del diavolo va sempre in crusca, un anno dopo, ecco apparire  Silvio Berlusconi, ecco materializzarsi  Forza Italia che, plastica o non plastica, diventa l’unica e vera e sola  novità della politica italiana per venti anni e dopo sessanta anni di cappa di ipocrisia,  che costringerà la sinistra a dedicarsi alla guerra contro di lui, senza pensare ad un suo rinnovamento. Berlusconi che governerà solo nove anni sui diciotto della seconda repubblica solo perché sotto assedio di magistrati ,Berlusconi  che li costringerà, come vedremo, a sottomettersi al potere dei Magistrati, ad agevolarne lo strapotere anticostituzionale , a richiederne la complicità  per tentare di eliminare quell’improvviso e duro nemico politico. Una complicità che avrà un prezzo salatissimo, pagato con “scellerati patti criminali” che solo oggi vengono a scadenza, provocando esecuzioni mediatiche.

Prima che divampasse, in tutta la sua furia ideologica e devastatrice , Tangentopoli, in un intervento  al Senato, il senatore socialista Francesco Forte trovò le parole giuste ed esatte per dipingere cosa sarebbe accaduto, a cosa ed a chi sarebbe servita la successiva mattanza di Tangentopoli. Forte si scagliava contro quei “grandi imprenditori “ che non solo giocavano a recitare la parte dei “concussi” dopo una vita passata a fare da arricchiti  complici ( l’allusione a Carlo De Benedetti ed alla sua deposizione circa i rapporti corruttivi fra Olivetti ed istituzioni  ed a Cesare Romiti per la FIAT e le istituzioni è chiaro) a quella politica clientelare, ma che oltre tutto usavano i loro giornali,  dei quali erano  i proprietari ( La Stampa,  Repubblica ,Il Corriere della Sera, ecc) per accarezzare, per coccolare, per lisciare il pelo ai Magistrati,  così da cercare di cavarsela personalmente, scaricando sui politici, ormai vittime predestinate dell’eccidio ormai imminente, ogni responsabilità. Esplose, in  Senato, una ovazione indimenticabile. Il Sen. Socialista fotografava in questo modo profetico , il tentativo del PCI, sostenuto da certa stampa ( La Stampa, Repubblica, Corriere della Sera, ecc) e dai poteri forti ( Agnelli, De Benedetti, Mediobanca, Generali, Banche varie , etc)  di sbarazzarsi di Craxi per via extra parlamentare , violenta, antidemocratica , tipica dei regimi totalitari , evitando accuratamente la via politica e democratica, perché  la  visione politica di Craxi  aveva messo in crisi non solo il vecchio ma ancora vivo “compromesso storico” fra la DC ed il PCI, ma  aveva soprattutto definitivamente sbarrato  la strada di Palazzo Chigi ai comunisti.

E’ superfluo rifare la cronaca di quel che successe con la mattanza di Mani Pulite, tutti lo ricordano. Il Pool di Milano eseguì la fucilazione del PLI e del PRI ma sopra tutto del PSI di Craxi e della DC di Forlani, dunque di quella D.C. non di sinistra, non fanfaniana o dossettiana. Ma cosa successe fra il Pool di Di Pietro, di D’Ambrosio, di Davigo, di Borrelli ed il PCI? Quale fu il ruolo di Di Pietro, quale quello di D’Ambrosio – se ruolo ci fu – nei confronti del PCI ? E per quale motivo, i due sono stati scelti da D’Alema e premiati con un seggio al Senato?

Chiunque abbia seguito il procedere distruttivo, da vero e proprio carro armato, del Pool di Milano nell’inchiesta di Mani Pulite, aspettava solo che scoccasse anche l’ora del  PCI – Pds. Ogni giorno si leggevano articoli e si sentivano commenti che spingevano il Pool ad andare fino in fondo, a fare piazza pulita  nel senso più completo di tutta quella classe politica corrotta. Chi aveva un minimo di frequentazione con gli ambienti politici di Milano, poi, sapeva bene come la sezione del PCI – Pds lombarda fosse corrotta con tangenti come le altre forze politiche e quali fossero i rapporti fra la sede romana di Botteghe Oscure con la Ferruzzi , quella della Montedison. Sennonché,  improvvisamente, fu Gerardo D’Ambrosio, l’ideologo del Pool, a dettare la linea , quando, come fulmine a ciel sereno, il 26 maggio del 1993, nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano “ L’Unità” , annunciò che “ a grandi linee, lì inchiesta su tangentopoli era finita”. L’annuncio e l’intervista avvengono in un momento in cui le indagini avevano colpito in tutta Italia esponenti locali e centrali della DC e del PSI.

Le parole usate in quell’intervista da D’Ambrosio sono esplicite, sono il preambolo necessario, le premesse di quanto avverrà dopo alcuni anni con la nomina in Senato di Di Pietro e dello stesso D’Ambrosio. Spiega infatti D’Ambrosio in quell’intervista all’Unità “Finita ( l’inchiesta penale di tangentopoli) , nel senso che ciò che doveva emergere nel filone affaristico – politico , è venuto fuori”. Questo significava chiaramente, non ostante fossero emersi da sempre e con chiarezza finanziamenti illeciti anche al PCI – PDS, la ferma e preordinata volontà del Pool di Milano di circoscrivere ai soli partiti politici di governo ogni responsabilità penale. Di salvare solo ed ad ogni costo il PCI-PDS.

La conferma di quanto ho affermato sta tutto nell’arrivo, proprio in quei giorni, a Palazzo di Giustizia di Milano ed al Pool di Mani pulite,  del Magistrato Tiziana Parenti. Titti la Rossa, come veniva chiamata, entrata in Magistratura dopo essere già iscritta al PCI di Pisa, arriva infatti al Pool  pochi giorni prima di quell’intervista di D’Ambrosio all’Unità, esattamente nel mese di Marzo del 1993,  appositamente per seguire, da P.M., il filone delle “tangenti rosse” nell’inchiesta di Mani Pulite. Fin troppo evidente che mettere un magistrato come lei, scelto dal Csm fra tantissimi, uno peraltro iscritto al PCI e proprio per  indagare sulle “tangenti del PCI”, stava a significare che qualcuno sperava che la Parenti avrebbe seguito la linea dettata da D’Ambrosio con quell’intervista all’Unità ed avrebbe dunque tenuto un  atteggiamento morbido e favorevole al PCI.  Ma Tiziana Parenti sorprese tutti coloro che contavano sulla sua cieca obbedienza all’andazzo di Mani Pulite quando,nell’affermazione della sua propria personalità culturale – poi sfociata nelle dimissioni dalla Magistratura stessa – osò l’inosabile: e fu un avviso di garanzia al Senatore Marcello Stefanini, l’amministratore del PCI – PDS. La stampa e le televisioni organiche alla Quercia cominciarono la guerra contro la Parenti. Furono i giorni in cui da Botteghe Oscure si ricominciò a parlare di “ strategia della tensione”. Perché, non ostante le decine di inchieste aperte in tutta Italia sul loro partito per tangenti e per corruzione , i dirigenti del PCI- PDS si ritenevano intoccabili. Cito, a titolo  di esempio, il caso di Milano, dove le testimonianza giudiziaria rese da due politici ( esattamente da Maurizio Prada, tesoriere regionale della DC e da Luigi Carnevale, tesoriere milanese del PCI ) avevano certificato in modo chiaro come funzionasse il “ sistema delle tangenti politiche”. Un terzo della tangente a ciascuno dei tre partiti maggiori: DC, PSI e PCI; poi all’interno del PCI, due terzi agli occhettiani e dalemiani ed il resto ai miglioristi di Napolitano. E che sia Stefanini, l’amministratore, che Occhetto e D’Alema , i segretari del partito, erano perfettamente a conoscenza di tutto ciò.

Se vogliamo trovare conferme negli accadimenti che seguirono queste affermazioni, peraltro giudiziariamente accertate,basta ricordare come, subito  dopo tali compromettenti affermazioni di corruzione, il PCI –PDS , per effetto della successiva mancanza di tali illeciti finanziamenti, fu costretto a licenziare più di 3.000 dipendenti, a ridimensionare il giornale di Gramsci “L’Unità” e, addirittura,  spinto a vendere la prestigiosa e storica sede romana di Botteghe Oscure.

Insomma il PCI si sentiva protetto nell’inchiesta milanese e l’arrivo di Tiziana Parenti poi aveva fatto addirittura  aumentare la loro certezza nell’impunità totale. L’avviso di garanzia, però, al Senatore comunista Marcello  Stefanini, colse tutti impreparati. Ricordo come rimase spiazzato dall’iniziativa della Parenti, ad esempio, un pezzo da novanta del PCI, quel Luciano Violante, che a quei tempi dominava la scena politica come ex magistrato e che stava   elaborando, con la convinta collaborazione di un altro Magistrato di sinistra , il Dr. Giancarlo  Caselli ( dal 15 gennaio 1993 fino al 1999 Procuratore della Repubblica presso la Procura di Palermo) l’istruzione del famoso processo Andreotti.  

Chi e come dunque intervenne su Tiziana Parenti, per bloccarne l’iniziativa giudiziaria contro il PCI-PDS non è chiaro: certo Violante era un ex Magistrato ed un pezzo da novanta dello stesso PCI, non posso credere che non abbia mosso le sue pedine, ma non ve ne è prova. Chi invece si mosse, con la pesantezza che vedremo contro Tiziana Parenti ed a favore del PCI-PDS , fu proprio il Magistrato Gerardo D’Ambrosio, quello che poi otterrà un seggio senatoriale dallo stesso PCI-PDS.

Occorre a questo punto fare una divagazione giuridica, ma necessaria. In Italia l'attuale codice di procedura penale è stato modificato profondamente  nel 1988 ed è entrato in vigore nell’attuale nuovo testo  il 24 ottobre 1989, sotto il  Governo De Mita, Ministro di Giustizia l’On. Giuliano Vassalli. La principale innovazione introdotta dal Codice di procedura penale consisteva nell’obbligo, posto a carico del P.M., di raccogliere le prove anche a favore dell’imputato e nel principio che “ la prova si deve formare nel dibattimento”. Questo significava semplicemente che ogni P.M., dal 1989, non aveva più solo il dovere di trovare le prove a carico dell’indagato ma anche quello di trovare quelle a discarico dell’indagato e di condurre il processo in modo che , appunto, le prove di colpevolezza o di innocenza dell’indagato scaturissero dallo stesso dibattimento giudiziario. Era dunque trascorsi quattro anni dall’entrata in vigore di quella riforma Vassalli. Nessun P.M. in quei quattro anni aveva mai raccolto prove anche a discarico dell’indagato. Mai. Il Pool di Mani Pulite poi, non si era mai dimostrato pronto ad accogliere e tanto meno a ricercare prova a discarico dei funzionari democristiani,  socialisti, socialdemocratici e liberali. Anzi! Tutti ricorderanno la famosa teoria  che come una mannaia  si abbatteva inesorabile sulla gola dei responsabili dei partiti politici condannati alla fucilazione: anche se il reato era compiuto da altri – quali il tesoriere – era sempre certo che Craxi o Forlani o Altissimo “ non poteva non sapere”. Non solo i quattro P.M. del Pool non applicavano, nell’intimidito silenzio  generale, il nuovo codice di procedura penale, ma addirittura comminavano sanzioni penali per reati compiuti da altri. Seppure pitturati di legalità apparente con il “ concorso in…” tutte le incriminazioni e le condanne basate appunto sul “ concorso in” la cui prova era il teorico teorema del “ non poteva non sapere” – che di fatto capovolgeva lo Stato di Diritto il quale pretende essere l’onere della prova a carica dell’accusa e non il contrario, come implica quel teorema - tutte quelle incriminazioni e tutte quelle condanne sono state uno sfregio alla Costituzione ed allo Stato di Diritto.  

Il P.M. Parenti inviò l’avviso di garanzia al Sen. del PCI Marcello Stefanini come sospetto  percettore , nella sua qualità di tesoriere del PCI-PDS, di una tangente. Quella somma fu presa in carico da un funzionario del PCI, tale Primo Greganti. Arrestato, Greganti  dirà sempre di aver ricevuto quella tangente solo per sé.

Fu a questo punto che Gerardo D’Ambrosio decise di  intervenire  a favore del PCI-PDS. Fu, il suo, un intervento prepotente ed arrogante, un vero affronto alle regole della democrazia,uno stupro al Diritto ed al buon senso da parte di un Magistrato che poteva contare sulla sua totale impunità, ma non del tutto inaspettato, davanti al quale, comunque, nessuno  osò ribellarsi, nessuno osò stracciarsi le vesti né lamentarsi per una ferita allo stato di Diritto. Tutti zitti, tutti pecoroni. La politica,la stampa, la società così detta civile, sotto il ricatto della Magistratura, non osavano aprire bocca ed accettarono supinamente ogni soperchieria. D’Ambrosio insomma ebbe l’arrogante prepotenza di fare quello che l’ Avvocato difensore di Primo Greganti non aveva neanche lontanamente  pensato di fare o, meglio, di osare. D’Ambrosio si dedicò a reperire le prove a favore dell’indagato. Scoprì così una cosa, questa: che nella stessa giornata Greganti aveva prelevato del denaro da un conto in Svizzera, quello denominato Gabbietta ed  aveva anche rogitato l’atto notarile di acquisto di una casa a Roma.  Tanto bastò al P.M. D’Ambrosio per affermare i aver trovato “ la prova” che Primo Greganti arraffava e rubava soldi  a beneficio di se stesso e non del PCI – PDS. E così fu accolta la richiesta di “ archiviazione” per il Sen. Marcello Stefanini non ostante i dubbi del GIP di Milano, il Dr. Italo Ghitti e non ostante le rimostranze del P.M. Tiziana Parenti. Insomma D’Ambrosio aveva letteralmente sottratto alla giustizia  il PCI-PDS, lo aveva salvato dalla sua fine.                                       

Non esistevano più né la DC né il PSI, esisteva invece ancora ed era addirittura diventato praticamente “intoccabile” ed egemone,  il PCI-PDS, scortato com’era dalla Magistratura organica come fosse il suo” body guard”, Magistratura che si avvaleva della sua totale impunità regale e del suo anticostituzionale strapotere sulla politica  in maniera indegna di un paese civile per cancellare quella “sovranità popolare” che la Costituzione assegna(va) appunto al popolo italiano. Non solo, dunque,  il P.M. Gerardo D’Ambrosio, che ha letteralmente sottratto,senza subire alcuna reprimenda o fornirne alcun rendiconto disciplinare, alla Giustizia il PCI-PDS, corrotto come corrotti erano la DC ed il PSI (che però vennero giustiziati da quel Pool di Milano). Non bastava dunque D’Ambrosio. La strategia preveda ben altro. Ed ecco,sempre negli stessi giorni del 1994, dopo l’inattesa e sorprendente vittoria elettorale di Forza Italia,la mossa successiva: si riprende il centro del palcoscenico ancora una volta l’altro P.M. di quel Pool di Milano, Antonio Di Pietro.

Era il 21 novembre del 1994 quando , su ordine  del Procuratore Capo di Milano Francesco Saverio Borrelli, i carabinieri notificano per telefono a Silvio Berlusconi, Primo Ministro eletto appena dall’aprile scorso, l'invito a comparire  (quello che poi il Corriere della Sera pubblicò in prima pagina il giorno dopo, esponendo l’Italia ad una incredibile pessima figura davanti a tutto il mondo)  e gli comunicano due dei tre capi d'imputazione a lui attribuiti. Si trattava delle così dette “ tangenti alla Guardia di Finanza”. Il P.M. istruttore era proprio Antonio Di Pietro, il P.M. del Pool di Mani Pulite, il collega di Gerardo D’Ambrosio. Secondo quanto sostenuto dal P.M. dunque ,Silvio Berlusconi era  accusato di “ concorso in corruzione”, reato che sarebbe stato perpetrato mediante il versamento, su conti correnti aperti in una banca di New York, di alcune tangenti ad ufficiali della Guardia di Finanza impegnati in verifiche fiscali presso quattro aziende dell'imprenditore milanese. Gli episodi contestati sarebbero risaliti, secondo quanto prospettato dall'accusa, al 1989 (tangente per Videotime), al 1991 (Arnoldo Mondadori Editore), al 1992 (Mediolanum) e allo stesso  1994 (Tele+). Il  22 novembre 1994 per opera del  PM Antonio Di Pietro, il rinvio a giudizio di Silvio Berlusconi, per i reati ascrittigli.

Con un tempismo stupefacente però, una volta ottenuto, a novembre ’94,  il “rinvio a giudizio” per Silvio Berlusconi, Il 6 dicembre del 1994 e dunque ancora prima che  si tenesse alla Procura di Milano l'interrogatorio di Silvio Berlusconi, da lui stesso accusato  per corruzione, Antonio Di Pietro  si dimetterà dalla magistratura.

Era suonata la campanella, l’ora era finita, il compito assegnato a  Di Pietro ed a D’Ambrosio  era stato diligentemente completato e tutto ,da ora in poi , poteva proseguire per la strada segnata , anche per inerzia.

Infatti fu proprio a causa di quelle accuse di corruzione e del rinvio a giudizio di Silvio Berlusconi che la Lega Nord di Umberto Bossi decise di ritirare il suo appoggio al Polo di centrodestra, togliendogli dunque la necessaria maggioranza parlamentare. Lo testimonia e certifica lo scontro diretto fra Forza Italia e Lega Nord che,alla fine, arriva in Aula, poco prima di Natale del 1994, esattamente fra  il 21 ed il 22 dicembre 1994. In diretta televisiva Silvio Berlusconi, con un discorso duro nei confronti dell'alleato Bossi, dichiara che il patto sancito con lui il 27 Marzo ’94 è stato tradito e chiede di ritornare immediatamente alle urne. Berlusconi ha però dimenticato che al Quirinale c’è Oscar Luigi Scalfaro, un fedele amico della sinistra . Così si apre la crisi di Governo : Berlusconi rassegna le proprie dimissioni e invita i suoi militanti a manifestare in piazza contro il tradimento, ma la tela di ragno lo sta per soffocare.

Ma quella rottura era anch’essa parte di una strategia politica ben studiata e coordinata, attuata con il principale contributo, ovviamente, della Magistratura, con le sue accuse di corruzione contro Silvio Berlusconi, seguita da un evidente accordo sottobanco fra il PCI-PDS, la sinistra degli ex democristiani  e la Lega Nord. Neanche il tempo di ascoltare il discorso di rottura di Silvio Berlusconi  che, un giorno dopo, il 23 dicembre del 1994, si incontrano, nella casa romana di Bossi, il leader leghista con Massimo D’Alema del PCI-PDS e con Rocco Buttiglione dell’ex PPI residuo della DC di sinistra. I tre leader decidono di stringere un'alleanza parlamentare che porterà, con l’aiuto di Oscar Luigi Scalfaro,all'appoggio esterno al successivo governo tecnico di Lamberto Dini.

Era la riuscita della strategia, concordata e programmata fra i vari attori, basata sul lunghissimo tempo che sarebbe passato fra il rinvio a giudizio di Silvio Berlusconi e la conclusione del relativo processo, fondato sull’immediata condanna mediatica e senza processo cui andava incontro Silvio Berlusconi, strategia  che aveva visto quali interpreti principali il Pool di Mani Pulite, in modo particolare Gerardo D’Ambrosio ed Antonio Di Pietro, quali “produttori “ il PCI-PDS ed il PPI di D’Alema e di Buttiglione , con il debutto negli intrighi di palazzo di Umberto Bossi e della Lega Nord , sotto l’attenta  regia del Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro. È il cosiddetto patto delle sardine, chiamato così perché alla richiesta di Bossi se i due ospiti avessero fame, il Senatùr offrì quello che aveva nel frigorifero in quel momento, ovvero sardine in scatola, lattine di birra , di Coca Cola e pancarré(anche se D'Alema ci terrà a precisare, anni dopo , che quella sera  «preferì digiunare” di sardine, per poter fare indigestione di “potere”.

Lo scopo del PCI-PDS era dunque raggiunto: fucilati Craxi e Forlani, sotterrati il PSI ed la DC,  asfaltato, sotto accuse infamanti, Silvio Berlusconi, facilmente sedotta e imbambolata  la Lega Nord ( che divenne poi, D’Alema dixit in quei giorni, “ una costola della sinistra”), il PCI-PDS si trovò nelle mani il potere, appoggiando il Governo tecnico di Dini senza aver mai ottenuto il mandato dal popolo. Alla faccia della sovranità popolare sancita nel secondo comma dell’articolo 1 della Costituzione, il PCI-PDS governò l’Italia praticamente da allora fino al 2001 grazie appunto alle conseguenze mediatiche di quell’incriminazione di Silvio Berlusconi.

La storia è maestra di vita, seguire gli esiti di quel processo disvela la strategia ordita . Infatti quel processo a Silvio Berlusconi  cominciò solo due anni dopo,  il 17 gennaio 1996, proprio mentre si era in piena campagna elettorale per le elezioni politiche del 1996. Quel processo, in primo grado, inoltre si concluse, il 7 luglio del 1998, con una condanna, per tutti i capi d'accusa, a 2 anni e 9 mesi di reclusione complessivi. Era il viatico necessario per consentire la vittoria a mani basse dell’Ulivo di Romano Prodi e del centrosinistra che governò il Paese fino al 2001 , per la prima volta nella storia repubblicana, dopo 135 anni dall’unità d’Italia e dopo 50 anni dal referendum sulla Repubblica.

Ineludibile il giudizio di Appello che, non ostante gli sforzi messi in campo dai vari attori e comprimari di quella strategia, fu emesso il 9 maggio del 2000 ed il cui verdetto ribaltava completamente la sentenza di primo grado, assolvendo Silvio Berlusconi , con la formula “per non aver commesso il fatto” per la vicenda Tele+ e prosciogliendolo con riguardo ai tre residui capi d'imputazione per intervenuta prescrizione dovuta alla concessione delle attenuanti generiche. Un anno dopo si tennero le elezioni politiche del 2001, il 12 maggio 2001. Cessato l’effetto mediatico della preventiva condanna mediatica di Forza Italia, le urne consegnarono il Paese al centrodestra.

Il  19 Ottobre 2001, dopo la vittoria elettorale,la Corte di Cassazione assolse definitivamente l'imputato per tutti e quattro i capi d'accusa con la formula più ampia , “ per non aver commesso il fatto”.

Le accuse che  Di Pietro scagliò come Magistrato contro Silvio Berlusconi nel 1994  erano inesistenti o  false. Nessuno ha pagato il dovuto prezzo per aver fatto cadere un Governo eletto dal popolo italiano. Fra i tanti sermoni di fine d’anno di Oscar Luigi Scalfaro, mai una parola di scuse agli italiani per quello stupro .

Intanto Di Pietro era fuori dalla Magistratura, era in beata baby pensione ed era anche entrato in Senato, “nominato”dal PCI-PDS, proprio da quello che fu premiato dalle sue false accuse contro Berlusconi. Sempre lo stesso PCI-PDS  che il suo collega Gerardo D’Ambrosio aveva letteralmente salvato dal processo e dalla fine con la faccenda Greganti.

In Sicilia c’è un detto popolare che recita:” fai del bene e scordatelo”. Verissimo. Perché è vero anche il suo opposto, cioè “ se fai del male , trema”. Così la “faccenda Greganti” rimase avvolta per anni ed anni nel limbo dell’ indefinito, del non compreso, del fluido. Il PCI-PDS era praticamente intoccabile, c’era l’arcigna ed occhiuta guardia del corpo della Magistratura a difenderlo e dunque per anni Greganti rimase sotto le ceneri. Intanto cambiava l’aria, la riuscita anzi, il successo di quanto ordito ai danni della Giustizia e del popolo italiano aveva soddisfatto i responsabili, finché un Ministro di Giustizia del Governo Dini, l’On Filippo Mancuso, non ordinerà un’ispezione nei confronti del Pool di Milano. L’inchiesta viene eseguita ed i risultati vengono esposti in Parlamento dallo stesso Ministro Mancuso il quale – è facile verificare il tutto, basta compulsare gli atti parlamentari – illustra i capi d’accusa contro il Pool di Mani Pulite e parla , in modo specifico, “ del rifiuto, da parte di un qualificato esponente di quella Procura di Milano, a ricevere un rapporto che un Ufficiale della Guardia di Finanza  avrebbe dovuto depositare nel fascicolo di quel processo.” Era successo, in sintesi, che quell’Ufficiale aveva scoperto e notato che Greganti aveva firmato il rogito di quella casa alla presenza di un Notaio presso la Banca “ Monte dei Paschi di Siena” alle ore 9,30 del mattino. Come avrebbe potuto allora lo stesso Greganti andare prima a Lugano, andare in banca, prelevare il denaro dal conto Gabbietta, tornare a Roma e trovarsi alle 9,30 di mattina davanti al Notaio? Era dunque di tutta evidenza che i denari usati per il rogito non erano quelli prelevati dal conto svizzero. E come mai un P.M. come Gerardo D’Ambrosio non si era accorto di nulla, pur dopo aver trovato e studiato gli atti in questione? E dov’erano finiti allora e dunque,i soldi ritirati dal conto Gabbietta? Era scontato: nelle tasche del PCI-PDS. Si trattava di una vera e propria “ notitia criminis” che obbliga il P.M. ad indagare. Ma c’è l’impunità dei Magistrati e costoro,  D’Ambrosio, Di Pietro,Davigo,  etc semplicemente fanno orecchi da mercante. Nessun seguito alla scoperta. Ma la scoperta resta, in tutta la sua gravità. Come anche la cappa ipocrita e, collusa, complice ed omertosa stesa dalla stampa , dalla televisione, dalla società civili su questi fatti.

Come una verginella cuccia , la relazione del Ministro Mancuso fu sdegnosamente ignorata dal Pool, né vi furono dichiarazioni di Gerardo D’Ambrosio né minacce di querele. Tutto tacque. Tacquero D’Alema, D’Ambrosio, Di Pietro, Davigo, Borrelli, tacquero tutti, anche Italo Ghitti, il GIP di Milano che si piegò alla volontà di D’Ambrosio ed archiviò l’indagine contro Marcello Stefanini ed il PCI-PDS. Tacquero tutti, meno Tiziana Parenti.  La quale fu subito estromessa dall’inchiesta: aveva osato sfiorare il PCI-PDS con inchiesta analoga a quelle sulla DC e sul  PSI e dunque fu “esiliata”, alla moda sovietica. Le fu tolta l’inchiesta e la sedia. Fu allora che Tiziana Parenti si dimise dalla Magistratura, si iscrisse all’Ordine degli Avvocati, ancora oggi esercita la libera professione e si allontanò dal PCI-PDS , al quale era iscritta fin dai tempi della sua gioventù a Pisa, passando addirittura nelle file di Forza Italia. Una lezione di dignità e di vita per i tanti tromboni. Il muro di omertà, di complicità, di aiutini ed aiutoni che consentirono al PCI-PDS si salvarsi fece anche altre illustri vittime, anche fra i Magistrati.

Il Dr. Carlo Nordio per esempio, Procuratore di Venezia, ebbe a lavorare su quegli atti di Milano, trasferiti a Venezia. Approfondendo quelle indagini, il Dr Nordio decise di chiedere di interrogare un tale  Luigi Carnevale il quale chiamava esplicitamente in causa D’Alema, Occhetto, Stefanini.  Bene, non ostante quella richiesta , Luigi Carnevale non fu mai sottoposto ad interrogatorio. Chissà perché!

E come dimenticare poi quel miliardo di vecchie lire in contanti che lo stesso Raul Gardini , allora Patron di Enimont, portò personalmente a Botteghe Oscure e sul quale esistono svariate testimonianze , per il quale pagò per tutti con sei anni di carcere Sergio Cusani?

Nessun Magistrato, né di Pietro, né D’Ambrosio, né altre Procure vollero andare a fondo per sapere in quali mani quel denaro fosse realmente finito. Per Occhetto e per D’Alema non è mai valso quel “ non poteva non sapere”, quell’orribile principio della “ responsabilità oggettiva” con la quale fu fucilato in più riprese Craxi ed anche Forlani. Eppure c’era la testimonianza di Sergio Cusani che aveva riferito di aver consegnato quel miliardo direttamente nelle mani di Achille Occhetto. Il Tribunale che condannò Cusani scrisse testualmente :” Gardini si è recato di persona nella sede del Pci portando con sé un miliardo di lire. Il destinatario non era quindi semplicemente una persona, ma quella forza di opposizione che aveva la possibilità di risolvere il grosso problema che assillava Enimont ed il fatto così accertato è stato dunque esattamente qualificato come illecito finanziamento di un partito politico”.  

Non si ricordano le urla e gli strepiti di Di Pietro in quella circostanza, né della così detta società civile o della stampa che urla contro  il bavaglio ma lo mette ai propri lettori ogni giorno. Così D’Alema ed Occhetto non furono neanche interrogati perché quel miliardo sarà stato trasformato da quel Tribunale , da quei Magistrati , da  una “ tangente”, con un concusso ed un concussore penalmente condannabili, ad   un semplice “ finanziamento illecito “ ad un partito politico irrilevante penalmente .

Si manifesta in questo modo come il PCI-PDS, anziché essere il “ simbolo della diversità” così decantata da Enrico Berlinguer, era invece un partito del tutto uguale, speculare ed omologo alla DC, al PSI, del tutto consenziente alla divisione delle tangenti nel famoso e famigerato “ un terzo, un terzo, un terzo” e che, anzi, avendo, nel passato,  ricevuto anche  dei finanziamenti  dall’Unione Sovietica non solo era più compromesso degli altri partiti ma anche il più ricco. A tutti, anche ad appartenenti a Magistratura democratica,  apparve la verità nuda e cruda. I Magistrati di sinistra , Di Pietro e D’Ambrosio in primis, non hanno voluto processare D’Alema ed Occhetto e tutto il Pci-Pds e, pur avendo avuto la realtà dei fatti sotto gli occhi, avevano preferito chiuderli, gli occhi. Se ne accorse , con sgomento, la “ toga rossa “ per antonomasia, il P.M. romano Francesco Misiani: le inchieste di Tangentopoli sono state condotte prevalentemente da magistrati di sinistra i quali per ideologia ( vedi D’Ambrosio) e per convenienza (vedi Di Pietro) hanno operato una selezione chirurgica su uomini e partiti. Il laser della morte.

Hanno responsabilità enormi costoro, che non è ammissibile possano essere prive delle necessarie conseguenze solo perché riparate dal privilegio dell’impunità; hanno determinato costoro, una disgregazione di alcuni partiti politici che sono stati fatti scomparire con vere e proprie esecuzioni giudiziarie, mentre altri partiti, segnatamente e principalmente il PCI-PDS, ugualmente ed anche in misura maggiore degli altri vissuti e  prosperati nella più totale illegalità ( finanziamenti dall’Unione Sovietica e tangenti da concussioni ) sono stati salvati. Hanno determinato costoro una serie di suicidi per via del loro ricorso alla detenzione preventiva come arma di tortura; hanno determinato, costoro, un lacerante strappo alla vita democratica di questo Paese consentendo che, con loro  false accuse,venisse incriminato, per infamanti reati penali poi dimostratisi inesistenti, un Presidente del Consiglio eletto direttamente dal popolo italiano con la conseguenza di sostituire un  Governo eletto dal popolo con uno nato da un “disegno criminale” ordito e condotto da loro stessi; hanno determinato, costoro, avvalendosi delle loro false accuse,  la conseguente pubblica criminalizzazione di una forza politica, il centrodestra, che non poteva che uscire sconfitto di conseguenza anche nelle consultazione del 1996 .

Nessuno meglio di Antonio Di Pietro può parlare di “ operazione di killeraggio politico”, come ha fatto giorni fa in una intervista, parlando del servizio di Report su RAI3 di Milena Gabanelli su di lui. Quella condotta da Gabanelli non è stata affatto una inchiesta, perché tutto quanto svelato su Antonio Di Pietro, i suoi “scheletri nell’armadio”, era roba nota fin da sempre , bastava leggere la sentenza del Tribunale di Brescia, roba che risale al secolo scorso. Immaginate che Antonio Di Pietro era stato indagato fin dal  1995 , P.M. di Brescia Dr. Fabio Salamone, ipotizzando reati di concussione e abuso d'ufficio . Una seconda indagine venne aperta sempre a Brescia sulla base della denuncia  di un soggetto  inquisito dal Di Pietro, tale  Giancarlo Gorrini, sempre nello stesso 1995, su presunti traffici illeciti tra l'ex pm e una società di assicurazioni , le cui pratiche legali furono affidate, dietro pressioni del Magistrato Di Pietro,  alla moglie di Antonio Di Pietro, un avvocato di Bergamo,  mentre la società assicurativa era inquisita dallo stesso Di Pietro.Non parliamo poi della brutta storia dei rimborsi elettorali intascati da Antonio Di Pietro su un conto intestato a lui stesso, alla moglie ed ad una amica compiacente e non su un conto intestato al Partito IDV al quale lo Stato avrebbe dovuto pagare quei rimborsi . E parliamo di una cifra complessiva vicina ai 75 milioni di Euro dal 2000 al 2009. Sono anni che ne parla anche questo blog. In effetti Di Pietro ha ragione, quella della Gabanelli è stato niente altro che un regolamento di conti in sospeso. Sappiamo bene come oggi il P.D. non abbia più alcun bisogno dei voti dell’IDV, ecco dunque arrivato il momento giusto per sopprimere Di Pietro che da anni stava erodendo e strappando il consenso politico al P.D. . Momento sempre giusto anche per non temere più eventuali e prevedibili ritorsioni da parte del Di Pietro. Perché se ammettesse pubblicamente di essere stato insignito di un seggio senatoriale nel PCI-PDS come “pizzo” per aver fucilato i partiti politici avversari  non credo conserverebbe un briciolo di consenso e di credibilità. Ecco perché Milena Gabanelli, una brava cronista ma assolutamente organica al PCI-PDS , ora P.D., ha pensato bene di uccidere con un’arma di alta precisione il fastidioso Di Pietro, onde risucchiarne anche i consensi. Politicamente dunque l’ex P.M. Di Pietro è morto e sepolto, ucciso con precisione chirurgica dal suo stesso Mandante PCI-PDS  quello stesso che,  nel lontano 1994,  lo incaricò di uccidere , con identica precisione chirurgica,tutti i partiti politici che ostruivano la strada alla conquista del potere in Italia da parte del PCI-PDS. Come capita fra criminali, dove il mandante spara al killer da lui prezzolato per farlo tacere per sempre, così è successo fra P.D. e IDV, ora che i voti dell’IDV non servono più al P.D. Se non è questa una pura operazione di killeraggio politico ditemi voi che cosa è.   

E Gerardo D’Ambrosio? Tace, il Senatore del P.D. tace. Credo che non sappia cosa dire e in questi casi, come si dice, “ un bel tacer è d’uopo”! Ha capito che tacere , in Italia, vuol dire tacitare facilmente tutto. Forte dell’esperienza di quando, improvvidamente e sfacciatamente , davanti al terzo suicidio in carcere degli indagati dal Pool di Milano, D’Ambrosio fece sfoggio di un vergognoso “ A volte si muore anche per vergogna!”, che fece vergognare l’Italia , sconvolta di annoverare fra i suoi Magistrati un simile torturatore , da quando il Ministro Mancuso ha svelato i suoi scheletri nell’armadio, D’Ambrosio non parla più, tace. Pensa che averla fatta franca con Mancuso gli consentirà di farla franca anche adesso. Gli permetterà di continuare a sedere su un seggio ottenuto come merce di scambio per aver salvato, con artifici ed alla faccia della Giustizia, il PCI-PDS. Lui crede così. Dobbiamo averne pena. 
 

TRE UOMINI NELLA MEDESIMA BUFERA – FORMIGONI, VENDOLA, ERRANI – GIUSTIZIA “ AD PERSONAM” , PER NON PARLAR DI PENATI, DI TEDESCO, DI LUSI….

Per mesi e mesi Roberto Formigoni, Presidente della Regione Lombardia, di centrodestra, è stato sbertucciato da giornali e da talk show di sinistra sulle sue amicizie, su aspetti della sua vita privata, se ha la tale ricevuta firmata dall’amico Daccò, se ha la ricevuta fiscale di quel tale pranzo, perché aveva il costume a fiori mentre stava a prendere il sole su quella tale barca, perché sorrideva mentre guardava quella tal’altra persona  e via con questi  problemi – altro che gli scespiriani “questions”! – che per tanto tempo hanno totalmente occupato , vista la loro profondità filosofica, le meningi dei tanti Massimo Giannini dei quali dispone la “corazzata Repubblica”. Ma, dopo mesi e mesi di processi inquisitori, popolari , basati sui sospetti di moralisti a corrente alternata,  Roberto Formigoni  non era  stato ancora  ufficialmente indagato da alcuna Procura italiana per questi motivi . Vuol dire che  le tante accuse con le quali è stato pubblicamente diffamato in tutti questi mesi erano dicerie, sospetti, forse falsità vere e proprie , delle quali  nessuna si era  trasformata in “ prova” giudiziaria . Intanto nel frattempo il processo di piazza, mediatico, era  stato eseguito, il patibolo approntato, il boia pronto.  Formigoni è stato sommerso da oceaniche invettive  che ne pretendevano le “ immediate dimissioni”, per mesi e mesi su “ Repubblica” è stato invocato “ fuori gli indagati dalla politica”, insomma Formigoni è stato politicamente distrutto,  abbattuto. Nel puro stile comunista, non da una migliore e più convincente “offerta politica” , come si usa nei Paesi civili, non da  un “processo giudiziario ”, come si usa nei Paesi dove vige uno Stato di Diritto, ma da una serie di calunnie, di dicerie, di pettegolezzi che la stampa e la televisione di sinistra hanno  impunemente propalato. Come accadeva con i dissidenti sovietici, con quelli di Praga e di Budapest. Oggi, per dire, sappiamo tutto di Simone e di Daccò, sappiamo che per quella tale cena  Formigoni, Daccò e gli altri amici hanno speso tot euro, sappiamo che Formigoni non si è fatto rilasciare dai suoi amici la “ ricevuta” del pagamento della sua parte di spesa ( come, è notorio,  si fa di regola  nel mondo civile e moralista, quando si va a cena fuori casa con amici e paga uno per tutti , ciascuno poi si fa rilasciare la relativa ricevuta, con il relativo “ bollo di quietanza”, con la “ data certa”, con la firma di quattro testimoni, con allegate le fotocopie dei documenti di identificazioni dei testimoni avanti e retro. Se invece si va a cena a casa di una amico ciascuno su fa rilasciare dalla padrona di casa un’attestazione, sempre con data certa, sempre con allegate le fotocopie dei documenti degli inviatati, di quanto è stato speso, gas compreso e luce pure, nonché la ricevuta in doppia copia del rimborso della propria quota parte….) , ma sappiamo anche che, da quasi un anno e fino a Luglio scorso , nessun Magistrato lo aveva  , per questi motivi, indagato, inquisito.

Sia chiaro, solo  a Luglio 2012, dopo quasi un anno di gogna mediatica per i motivi illustrati, arriva, dalla Procura milanese, la conferma sullo status di indagato di Formigoni. Ma il reato che gli viene ascritto è quello di corruzione , in concorso con Daccò, Antonio Simone, Umberto Maugeri e Costantino Passerino, per reati diversi insomma da quelli per i quali era stato sbertucciato per circa un anno. Solo dopo forti insistenze mediatiche il procuratore capo di Milano si è deciso a affermare  che il governatore lombardo era stato  iscritto nel registro degli indagati dal 14 giugno 2012.

Ora prendiamo Vasco Errani, anch’egli come Formigoni, Presidente di una Regione, l’Emilia Romagna, ma “ de sinistra”.  Suo fratello Giovanni, con la sua Cooperativa “ Terre emerse” ha ricevuto un contributo Regionale di 1 milione di Euro. Con la firma d’autorizzazione di Vasco, si intende. Insomma, Vasco ha preso un milione di Euro di soldi pubblici ( ovvero nostri) e li ha dati a Giovanni. Questi sono i fatti, risalgono ad anni precedenti, non supposizioni.  Tutto in famiglia. L’inchiesta giudiziaria è partita però solo a Febbraio del 2012 , ma non anche  quella mediatica: solo i “bene informati” e gli “ addetti ai lavori” sanno quel che ha fatto Vasco per Giovanni. Si capisce, l’amore fraterno va sopra ogni cosa.  Ma non s’è visto un articolo su Repubblica o un talk show televisivo dove si parlasse di Vasco che aiuta il fratello regalandogli un milione di soldi pubblici.  Poi, dopo un silenzio sulla faccenda , ecco l’8 novembre  la buona novella. Vasco è stato assolto. Agevolato dalla  sua richiesta del “ rito abbreviato”, il processo di primo grado è durato solo sei mesi.  In primo grado dunque Errani è stato assolto. Ne sono lieto, perché siamo tutti stufi di familismi, di clientele politiche, di baronie e di simili porcherie.

C’è però un punto formale, che ha profonda sostanza politica: di Formigoni , il partito di Errani e quello di Vendola richiedevano a gran voce le dimissioni mentre non  era ancora  un indagato , mentre di Errani e di Vendola, che erano già  inquisiti,  nessuno ne richiedeva le dimissioni. Ed inquisiti restano, anche se  Nichi Vendola, imputato per concussione,  è stato  assolto la settimana scorsa.  Mi pare che pochi abbiano sottolineato che sia Vendola che Errani sono rimasti al loro posto anche “ dopo” essere stati ufficialmente indagati e senza che nessuno ne abbia a gran voce richiesto le dimissioni , al contrario di quanto è stato fatto con Formigoni, la cui iscrizione nel registro degli indagati è di molto posteriore al suo processo mediatico con insistenti richieste di sue dimissioni da parte dei partiti di Errani e di Vendola.  Costoro restano  imputati ed indagati fin quando la procura che li accusa, dopo il deposito delle motivazioni, ha la possibilità di appellare la sentenza. E se lo farà lo rimarranno a lungo, certo molto più in là delle imminenti scadenze elettorali. Cambia qualche cosa che essi siano stati assolti in primo grado ? No: restano degli “ indagati”, restano degli “inquisiti” ma restano anche,per me, dei presunti innocenti, come lo è chiunque  in primo grado avesse riportato  una condanna. Di Formigoni invece erano richieste a gran voce le dimissioni ancor prima che risultasse ufficialmente “indagato”. La differenza è lapalissiana, soli i ciechi non la vedono. Il “processo”, in Italia, è fatto di tre gradi di giudizio e la parola definitiva è solo l’ultima. Può non piacere , soprattutto può non far comodo, ma è così, per Costituzione. Se ne facciano una ragione.

E allora, se si dice “fuori gli inquisiti e gli imputati dalla politica, impediamo loro di candidarsi” s’intende con questo dire che Vasco Errani, che Nichi Vendola devono essere eliminati , che si devono dimettere e non ricandidarsi ? Secondo me questa è una cretinata e se  così fosse sarebbe contrario al diritto e protesterei difendendoli, per difendere il Diritto, non certo per difendere gli interessi di un partito politico-che ordina secondo il suo interesse di bottega cosa fare e non fare e non per il bene supremo del Diritto. Ma questo vale non solo per Errani e per Vendola , ma vale per tutti ,  perché,  se non vale per tutti,  non deve valere proprio per nessuno. Ecco perché urge una vera e profonda riforma della giustizia, che porti una giustizia che funzioni e che abbia tempi accettabili, che è sinonimo e segno di civiltà Non abbiamo bisogno di processi di piazza o di inquisizioni  moralistiche, che sono sempre barbarie incivili.

Perché, a questo punto e per completare l’esegesi del fatto non mettere in luce un altro aspetto , assai  rilevante, della vicenda Errani, Vendola e Formigoni. Se Formigoni  viene accusato e non  imputato,ma  le cronache raccontano, ogni giorno, per mesi e mesi , i dettagli delle carte d’indagine, senza risparmio di bassezze, mentre Vendola ed Errani, pur avendo sul groppone una inchiesta penale  incassano  un atteggiamento  quanto meno compiacente  dalla stampa e dalla televisione, subiscono forse  i tre Presidenti di Regione  lo stesso trattamento? No, perché Formigoni è stato praticamente  annientato prima di una sua iscrizione nel registro degli indagati, addirittura prima dell’inizio del processo eventuale , mentre gli altri due no. Se ad un governatore, ancora neanche imputato, viene richiesto a gran voce e con gran coro di dimettersi , mentre agli  altri due , giudiziariamente già  imputati, no, ditemi un poco, ma dove sta la civiltà?  Le idee possono essere diverse, ma  le regole mai : o vale che il sospettato o l’indagato ( e già le cose stanno diversamente, si capisce) sia  allontanato  dalla vita pubblica oppure  no. Ma la prima cosa equivale a cancellare la democrazia , equivale a consegnare il Parlamento alle procure, equivale, quindi, ad instaurare surrettiziamente una dittatura della Magistratura . La soluzione  è la giustizia che funzioni , non l’ipocrita moralismo.

Un’altra e penultima  ultima cosa. Dire “se venissi condannato in primo grado mi dimetterei”,come ha detto Vendola,  significa fare una sinfonia all’ipocrisia, significa  semplicemente battere la populista ed elitaria via di un vergognoso  compromesso fra il diritto ( e la civiltà democratica di un Paese)  e la demagogia giustizialista ( cioè una vergogna medioevale)e significa, forse, intimorire il Magistrato. Vendola ed Errani sembra vogliano ignorare la Costituzione, il cui totale rispetto dovrebbe contare, per gente come loro che si dipinge sempre come dei galantuomini , molto di più che ramazzare le fogne dell’odio di classe,sperando di racimolare  qualche voto  in più. O si dimettono perché  sono  imputati, e da subito, oppure  restino  perché sono ancora degli  innocenti, fino a prova contraria, come sostengo io. La riforma della giustizia si deve fare con le leggi che siano  uguali per tutti, non con quelle “contra personam” né con quelle “ ad personam”.

A proposito di Vendola, ci sono delle novità intriganti. Il giudice che ha assolto Vendola  è un amico della sorella del governatore pugliese, Patrizia Vendola. Che a sua volta è anche amica di Gianrico Carofiglio un altro P.M. barese diventato, come D’Ambrosio e come Di Pietro,  senatore Pd.  Gianrico Carofiglio poi è anche il  marito di un altro P.M. barese, di  Francesca Pirrelli, amica anche lei della sorella di Nichi. Il P.M. Pirrelli Francesca è impegnato in prima persona nelle indagini sulla pubblica amministrazione, giunta Vendola inclusa. Un buon motivo, per il giudice, per astenersi dal giudicare il fratello della sua amica. Ne sono convinti due P.M. baresi , il Dr Francesco Bretone e la Dott. Desiree Digeronimo che hanno seguito l'inchiesta che portò al rinvio a giudizio per abuso d'ufficio del leader di Sel, poi assolto dall'accusa di aver abusato della sua posizione per riaprire i termini di un concorso per primario. Il GIP che ha scagionato  Vendola, e che oggi è l'oggetto di un carteggio durissimo dei due sostituti con il procuratore capo e il procuratore generale di Bari, si chiama Susanna De Felice. «Già prima del processo - scrive la coppia di pm - eravamo a conoscenza che la dottoressa De Felice fosse amica della sorella di Vendola, Patrizia. Li lega una amicizia diretta, sia la frequentazione di amici in comune quali il collega e attuale senatore Gianrico Carofiglio e la moglie dottoressa Pirrelli, sostituto di questo ufficio, entrambi amici stretti di Patrizia Vendola, vedi intervista del dottore Carofiglio che si allega». Effettivamente il 3 aprile 2009 l'ex P.M. Carofiglio, oggi senatore del P.D., a Repubblica confermava: «Mia moglie e io siamo amici di Patrizia Vendola, sorella del presidente della Regione. Il fatto è notorio (...). Quando a mia moglie recentemente è capitato un procedimento in cui l'indagato era il presidente della Regione (una querela per diffamazione, ndr) ha semplicemente fatto quello che fa un magistrato serio in un caso del genere: si è astenuta e il fascicolo è passato ad altri». I due pm aggiungono che se non sollevarono prima il problema della ricusazione fu solo per rispetto al giudice che avrebbe dovuto avere la sensibilità di astenersi. «Sta di fatto - continua la lettera - che dopo l'assoluzione di Vendola molti amici e colleghi ci hanno chiesto come mai fosse stato possibile che a giudicare il governatore fosse stata un'amica della sorella di Vendola nonché amica di suoi carissimi amici». E ancora. «Il processo, già di per sé delicato, veniva caricato di ulteriori contenuti dal Vendola il quale dichiarava più volte pubblicamente che in caso di condanna sarebbe uscito dalla scena politica: questo comportamento ha costituito a nostro giudizio una indebita pressione su un giudice che in caso di condanna avrebbe determinato l'uscita dalla scena politica del fratello della sua amica» Riportiamo il tutto per dovere ma , essendo dei garantisti cocciuti, aspettiamo la verità con tanta, ma tanta curiosità.

Torniamo a noi. Errani e Vendola hanno a disposizione un’occasione più unica che rara: sono inquisiti ed indagati giudiziariamente ma ancora innocenti per la Costituzione. Bene: dicano apertamente e senza  ipocriti infingimenti o infantili  grida spagnolesche cosa vogliono fare. Se seguire quel comandamento che i loro partiti pretendono di imporre agli avversari politici ( dimettersi anche senza essere indagati, come, appunto, con  Formigoni) oppure  attaccarsi alle gonnelle della  Costituzione più bella del mondo( ma solo quando fa loro comodo) e restare dove sono.

 

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Roma mercoledì 14 novembre 2012

Gaetano Immè

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