Gaetano Immè

Gaetano Immè

lunedì 5 novembre 2012

 
LA SICILIA, IL PONTE SULLO STRETTO, LA MAFIA

 Giunge notizia, tutta da verificare, che si siano fatti avanti alcuni potenti gruppi “cinesi” dichiarando la loro disponibilità a costruire il famoso “ Ponte sullo Stretto”, ma allungandolo addirittura fino alla Calabria jonica. Non sono note le condizioni, ma vedremo. Siccome però è noto come una Paese isolato ( com’è la Sicilia) non venga per questo  “dominato” dalla malavita locale;  siccome l’ isolamento della Sicilia, che dura dall’età mesozoica e non dalla discesa in campo di Berlusconi, ha come, è noto a tutti, definitivamente eliminato mafia e malavita  siciliana ; siccome è notorio come sono stati soprattutto, se non addirittura  solo, i libri, anche se pochissimi, scritti da Roberto Saviano e quelli – troppi e fatti con lo stampino – usciti dalle fotocopiatrici  di Andrea Camilleri a sconfiggere la malavita ( inutile che polizia, carabinieri, forze armate si intromettano e che spendano nostri soldi perché, com’è altrettanto noto, sono proprio loro e solo loro  a fomentare ed a sorreggere mafia e malavita siciliana , come dimostra la Procura di Palermo che ha condannato  Mori e Contrada, che indaga su Silvio Berlusconi e su Marcello Dell’Utri,  quattro  mascalzoni che mascherati  da Carabinieri, da   agente del Servizio Segreto, da politico e da Premier hanno avuto la spudoratezza di arrestare galantuomini come Riina e come Provenzano, che Dio li stramaledica e di creare il “ carcere duro” per il fior fiore della “ società civile “ siciliana ); anche il  governo Monti ha voluto dire la sua in merito, anche per passare alla storia.  Con la scusa di  evitare di pagare penali alla società di progettazione , questo Governo di mafiosi ha provveduto spudoratamente  a congelare per altri 540 giorni il progetto per il Ponte di Messina.Capito che faccia tosta? Che aiuto alla mafia? Mica ha liquidato la società del Ponte, no! L’ha solo rimandata e dunque salvata, perché vuole attentare al felice isolamento della Sicilia.  Ne è seguito ovviamente un dibattito illuminante. Altero Matteoli, un ex Ministro dell’ultimo Governo Berlusconi,  ha detto che il progetto proseguirà se il Pdl tornerà al potere. Che spudorato colluso con la mafia! E subito, un cristallino galantuomo, Antonio Di Pietro,  ha colto al volo l’occasione per fare la consueta sceneggiata di piazza contro il Governo Monti, accusandolo di voler agevolare la rinascita della mafia ed ordinando gli dunque di eliminare subito tutto, in  primo luogo  quella “ scellerata” società di Stato che si occupa ancora del Ponte. Con l’avvicinarsi della Santa Pasqua sono risuscitati anche i “ Verdi del sole che ride” , tutti indignati , tutti a strapparsi vesti e mutande di dosso ( verdi, tutti verdi, come Hulk) , tutti a fare le prèfiche ululando che “quella decisione del Governo è uno schiaffo all’Italia onesta”. Più che esatto, addirittura perfetto. Se è assodato che la Sicilia isolata è la guida economica dell’Italia intera; che la Sicilia isolata è la Regione che spende di meno per il suo sobrio mantenimento; se la Sicilia isolata è la Regione italiana che contribuisce più di tutte le altre a versare le imposte prodotte nella Regione, se la Sicilia isolata ha il minor numero di impiegati regionali, il minor numero di forestali, il minor numero di netturbini;  se la Sicilia isolata da quando è uscito “ Sodoma e Gomorra” e il primo ciclostile sul “ Montalbano sugnu!” non sa più cosa sia il pizzo e la mafia; se la Sicilia isolata non sa più cosa sia, finalmente, il “ voto di scambio”; ma per quale recondito e scellerato motivo questo Governo vorrebbe agevolare  la costruzione di questo malefico Ponte che porterebbe la Sicilia in braccio alla criminalità organizzata?
P.S.:  

Ho fatto alcuni conti. Del  Ponte sullo Stretto si è sempre parlato, parlato, parlato. Ne cominciò a parlare addirittura Plinio il Vecchio, che ci racconta della costruzione di un ponte di barche  nel 251 a.c., da parte del Console Lucio Cecilio Metello. Se ne occupa anche Carlo Magno, se ne occupa poi  Roberto il Guiscardo ed  anche, nel più vicino 1840, Ferdinando II di Borbone, Re delle due Sicilie. Se ne occuparono poi tutta una serie di Governi unitari e , dopo il referendum del 1946, ancora tutta una serie infinita di Governi repubblicani. Lo promise anche Benito Mussolini , che ne fece un suo impegno , poi non mantenuto. Lo promise anche Bettino Craxi, che  lo aveva nel cuore e nel cervello, ma lì gli restò. E, dulcis in fundo,  lo promise , invano,  anche  Berlusconi.

Memento:

Nel 1996 fu proprio Di Pietro che portò il Ponte in Consiglio dei ministri quand’era ministro dei Lavori Pubblici , definendo  l’opera  come «urgente». Ai “Verdi del sole che ride”, risorti prima di Pasqua  “ a miracol mostrare” ,   ricordo che furono proprio i voti di Di Pietro , il 25 ottobre 2007, a bocciare un loro emendamento  che voleva appunto sopprimere la società di progettazione. Se la vedessero fra di loro, senza scassare gabasisi altrui.

La Sicilia , isolata, esulta. Solo lasciandola ancora più isolata, solo lasciandola alle  cure dei soli libri di  Saviano e alle dispense ciclostilate di Camilleri ed ora anche alle amorevoli cure di Leoluca Orlando Cascio ed a quelle di  Crocetta , solo lasciandola senza carabinieri, poliziotti, carabinieri ed altra gente mafiosa, la Sicilia isolata potrà dimostrare al mondo intero tutto il suo splendore. Senza alcuna macchia di mafia sul suo suolo, finalmente libero dalla malefica influenza del “ continente”.

Auguri.

 

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 FALLITO IL PRODISMO, FALLITO IL BERLUSCONISMO, STA FALLENDO IL PAESE. GIOIRNE E’ DA DELINQUENTI.

 
Perché Silvio Berlusconi  non è stato capace di attuare quella rivoluzione liberale  che aveva promesso di attuare fin dall’immediata sua discesa in campo? Perché Silvio Berlusconi rappresenta oggi, nell’immaginario collettivo di metà degli italiani, il “male assoluto” che mina il Paese mentre è, per l’altra metà, il “ sogno liberale agognato e mai realizzato”? Che cosa non ha funzionato in Silvio Berlusconi? Per discutere serenamente di un leader politico che ha diviso l’Italia, occorre, prima di tutto, ammetterne dapprima la sua superiore statura politica e poi  la sua fine. Le illusioni non solo muoiono all’alba, ma sono anche deleterie perché conducono alla schizofrenia. Chi di sogni vive,appunto,in realtà  disperato muore. Certo, Silvio Berlusconi ha spesso sorpreso e  sconquassato l’ingessato “piccolo  mondo antico della politica  italiana”: dato per morto, tornato in auge quando nessuno se l’aspetta. Come dicevo, tralasciamo ogni alibi, scansiamo ogni illusione . E pensiamo all’unica cosa reale: il berlusconismo è finito, prima ancora del ritiro del suo ispiratore.

Silvio Berlusconi, entrando in politica nel ‘94, si era dato un compito ben più ambizioso di quello di tutti i suoi omologhi  europei di centrodestra. Nel 1994 non doveva solo impostare una politica estera diversa da quella asfaltata sulle posizioni filo palestinesi di Andreotti , di Amato, della sinistra ulivista di Prodi e di  D’Alema ma doveva  essenzialmente liberare l’Italia dal sistema dei poteri forti che la opprimevano ,ridando fiato al liberismo culturale, attuando un deciso ridimensionamento del centralismo statale in vigore nel Paese , aprire l’Italia alla competizione sul  mercato libero mondiale, attuare quelle riforme istituzionali e costituzionali necessarie per rendere il Paese non solo “ governabile” ma anche più moderno e meno rinchiuso nel catafalco ingessato di una Costituzione superata e tremebonda che imprigionava lo sviluppo del Paese. Doveva insomma ristrutturare tutto il sistema-paese. Compito immane, perché la sua attuazione avrebbe condannato fatalmente i poteri forti e dominanti il Paese,  a misurarsi con la competitività dell’estero, col rischio concreto di perdere  quelle posizioni dominanti e di potere che si erano accaparrati con il loro dominio dal 1948 fino al 1994. Figurarsi la violenza della reazione! L’imprenditore e magnate delle televisioni di successo senza pari, peraltro del tutto estraneo se non addirittura apertamente avverso alla camarilla confindustriale , avulso dal sistema assistenzialista e consociativo nel quale galleggiavano arricchendosi  le imprese italiane, colui che produceva un sistema di servizi che nessun altro imprenditore avrebbe pensato ed attuato, famoso in tutta Italia ed anche nel mondo  già dai primi anno ottanta, è stato praticamente  l’unico personaggio, peraltro estraneo al circuito politico tradizionale,  ad intuire ed indicare  quali fossero i mali radicati nel sistema: un centralismo soffocante, una giustizia disfunzionale e ideologizzata, una Costituzione ormai datata, uno Stato centralista e dirigista, onnipresente nell’economia alla quale toglieva l’iniziativa libera , un  sistema fiscale che  strangolava il bambino nella culla, che soffocava già dal suo nascere  l’economia  della produzione e, sopra tutto,  una cultura  fondata sull’invidia sociale profusa da una sistema scolastico pubblico e di fatto governato dallo Stato stesso e dunque privo di ogni libertà culturale. Perché l’Italia degli anni novanta era un disastro: un Paese dominato economicamente da Sindacati ai quali Ciampi regalò, come fosse stato un Principe medioevale, un potere di veto e controllo che la Costituzione non prevedeva; un Paese in cui la Costituzione era stata sfregiata dalla stessa classe politica che aveva supinamente subito il ricatto dell’Ordine della Magistratura e si era denudata delle sue prerogative costituzionale consegnandosi, praticamente, al giustizialismo forcaiolo; una Magistratura che, una volta sopraffatto il potere legislativo, dominava il Paese, intromettendosi in ogni pertugio, in ogni orifizio, limitando con le sue azioni giudiziarie  sempre di più le libertà personali e costituzionali, fino ad arrivare al punto di annullare, con artifici giudiziari , la sovranità politica del popolo , tronfia ed arrogante nella sua immonda impunità. Scese in campo personalmente, perché era evidente come  nessuno dei leader politici dei primi anni ’90 avesse il coraggio di promettere un cambiamento così imponente che avrebbe compromesso il consenso politico, in sintesi, meglio il voto di scambio che il benessere del Paese. Non poteva fare altrimenti, per la semplicissima ragione che tutti gli uomini politici cresciuti nel secondo dopoguerra, tutti, nessuno escluso, erano stati allattati ed imbevuti di quella stessa cultura politica che doveva essere profondamente cambiata.

Partendo da questi presupposti e dalla constatazione che gli obiettivi prefissati non sono stati raggiunti, possiamo dire che Berlusconi sia fallito, proprio perché non è mai stato “ Berlusconi Primo Ministro “ ma solo “ un Primo Ministro” .  Alludo al potere decisionale, assente nelle disposizioni costituzionali che riguardano appunto il Capo del Governo, anche se presente nella persona di Berlusconi. Da questo punto di vista appare in tutta la sua pretestuosità la ripetuta accusa rivolta a Silvio Berlusconi di essere un dittatore o simili scemenze. Non ricordo , disgraziatamente,  alcuna riforma “memorabile” di quelle promesse. Tentativi, forse. Come quello sulla “ riforma delle pensioni” , poi cancellato dal Governo Prodi, come il tentativo di liberalizzare il “ mercato del lavoro” liberandolo dai privilegi ottocenteschi che lo irrigidiscono e proponendo l’attenuazione temporanea del famoso articolo 18 della Legge 300/75. Diciotto anni in primo piano nel Parlamento italiano, , nove anni al Governo, nove anni all’opposizione, un’alternanza casuale, ma non  vedo  alcuna differenza sostanziale fra l’Italia del 2012 e quella del 1994: i problemi che ci affliggono oggi sono esattamente gli stessi di allora. Le ideologie collettiviste e l’invidia sociale che egemonizzavano la nostra cultura allora, sono tuttora dominanti.  Ed è proprio qui il fulcro del fallimento del berlusconismo: sono mancati l’indispensabile  rinnovamento culturale ed il riformismo costituzionale. Poco importa per quale ragione queste riforme non sono state attuate, ragioni che pure sono validissime,  ma restano pur sempre degli alibi .

E’ poi mancato il supporto fondamentale in un Paese democratico: il partito politico . Se guardiamo con sincerità  all’interno dei partiti fondati da Silvio Berlusconi, Forza Italia prima, il PdL poi , ci accorgiamo che  la maggioranza degli esponenti di Forza Italia prima e del PdL poi  non hanno mai espresso entusiasmo  per il disegno di riforma del Paese concepito da Berlusconi. Anzi!  Non c’è mai stato alcun serio tentativo di sintonizzare sul progetto nuovo progetto riformista berlusconiano le tante e differenti ideologie , ereditate dal passato novecentesco, che avrebbero dovuto coagularsi nell’unico e vincente partito berlusconiano dove hanno trovato solo  un comodo e munifico rifugio,  quali il conservatorismo cattolico della democrazia cristiana di centrodestra, il liberalismo , il socialismo riformista d’origine craxiana. Anzi,con la fondazione del PdL il problema, se possibile, è ulteriormente peggiorato. Perché se pure  è avvenuta una fusione con un intero partito, Alleanza Nazionale ( la cui identità culturale peraltro- dopo l’abbandono del neo-fascismo del Msi-  non è neppure mai stata definita con chiarezza), le differenti “culture interne” non hanno mai consentito una loro fusione amalgamativa, ma solo emulsionata, come l’acqua con l’olio, per rendere l’idea.  

I “ poteri forti “ del Paese , quelli che hanno appositamente creato , nel loro sessantennale dominio del Paese,  quella “politica politicante” a loro organica, così tanto giustamente snobbata da Silvio Berlusconi,  premier “del fare”, si è ampiamente vendicata. I vari “ Principi di Salina” seduti in quel grumo di potere che mischia e distilla a proprio piacimento – Cuccia docet - politica , finanza, banche, informazione, istruzione, editoria,produzione industriale, ecc. sono riusciti a ridurre all’impotenza ogni ventata riformista del berlusconismo. Si è verificata una “ restaurazione” del più gretto conservatorismo che ha ricacciato indietro ogni “modernizzazione”, millantandosi per movimento “progressista”.

E’ successo al PdL quello che è accaduto all’Unione di Romano Prodi nel 2008:  senza un progetto politico unico e condiviso, senza alcuna comune visione del futuro, prima l’Unione  e poi  il PdL sono letteralmente esplosi ed implosi , dividendosi all’interno in congreghe politiche tra di loro  ostili, entrambi i partiti dopo solo due anni di governo. Si possono cercare giustificazioni quante se ne vogliono. Le colpe di Bertinotti, quelle di Pecoraro Scanio o di Bersani nell’Unione, oppure l’accerchiamento giudiziario, la feroce campagna di delegittimazione dei media, la cronica “ingovernabilità” del Paese, l’infedeltà di Bossi prima, Casini poi e infine di Fini per il berlusconismo. Ma il problema resta sempre lo stesso: senza un partito coeso , sia a destra che a sinistra, nulla è possibile. Silvio Berlusconi non ha saputo trasmettere la sua idea dell’Italia ai suoi uomini e i partiti che ha creato non sono serviti a niente. Non hanno sviluppato  alcun orientamento  politico e culturale al Paese. Così, con la crisi dei partiti politici,  si spiega la fine di  un progetto politico affascinante che, nel Paese, ha sempre conquistato la maggioranza dei consensi per diciotto anni. Dunque sciagurato chi oggi vilipende i cadaveri ormai quasi putrefatti  dei partiti politici,  cavalcando il pony facile e docile dell’antipolitica politicante ( io sono contro i politici, ma ne voglio prendere posto, potere e ricchezza). Sta contribuendo alla restaurazione del reazionarismo autoritario che sempre è pronto ad occupare gli spazi pubblici che la politica assassinata dall’antipolitica lascia incustoditi a disposizione di affaristi, demagoghi e malavita .

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MA QUALE GIORNALISMO D'INCHIESTA! QUELLO DELLA GABANELLI E DEL P.D. CON DI PIETRO  E' STATO SOLO CINICO OPPORTUNISMO

Sono anni che questo Blog ne parla, delle malefatte di Antonio Di Pietro, anni. Chi fosse questo Signore, lo sapevano tutti a Milano, perché una città è anche un paesello, dove poi si sa tutto di tutti. Si chiacchiera al bar, al circolo, nei corridoi. Questo Blog non ha potere, non ha protettori, non ha niente, solo il desiderio di vedere trionfare la verità e vilipesa la menzogna. Perciò, avendo studiato la vita di Antonio Di Pietro, letto delle sue belle cose, c’è voluto poco, a questo povero Blog, di dire pane al pane e vino al vino: Di Pietro Antonio  è un border line che ha vissuto sfruttando i suoi inquisiti, che  s’è sistemato con una favolosa baby pensione da Magistrato, arraffando   l’eredità della scellerata Erede Borletti- che lo riteneva  una sorta di “ intemerato giustiziere della notte”-,  facendosi ripagare dal PCI il lavoro sporco fatto in suo favore con l’omicidio del PSI e della DC di destra con un bel seggio al Mugello, che s’è intascato personalmente dal 2000 fino al 2009 la bellezza di 75 milioni di Euro dei rimborsi elettorali che lo Stato, cioè noi, ha pagato al partito IDV.  Insomma s’è fatto ricco, opulento ma anche pieno zeppo di nemici, come sempre accade quando uno pretende di sgargarozzarsi tutto il cucuzzaro fregando tutti gli altri ( vedere Di Domenico, Occhetto, Feltri, Giulietto Chiesa, Segni, etc).

Il Tribunale di Brescia l’aveva di fatto condannato quando, nel 1995, pur assolvendolo da un punto di vista esclusivamente “ penale” ( chi meglio di un  Magistrato sa fare “ le sòla “ e le “ concussioni” evitando di  sconfininare, con qualche minimo escamotage, nel reato penale?)  ne aveva scoperchiate tutte le zozzerie qualificandolo come meritava, un mariuolo, sentenza distruttiva per Antonio Di Pietro e che, guarda caso, non è stata appellata neanche dal Di Pietro stesso. La fifa fa novanta.

Ma stavano tutti zitti, perché Tonino prima aveva fatto un bel lavoro sporco fucilando alle spalle i partiti nemici ( PSI e DC di destra) e poi dopo stava in Parlamento con quel “partito azienda agricola Di Pietro e moglie” che appoggiava il P.D., prima con Veltroni – quello che non doveva apparentarsi con nessuno e poi si ficcò nel letto di Di Pietro piatendone i consensi - , poi con Bersani. Fino a ieri.

Poi, dopo le foto, pornografiche, di Vasto, ecco Di Pietro messo alla porta dal P.D.: praticamente ormai promesso sposo con Vendola e con Casini, Bersani s’è finalmente liberato dalla morsa ricattatoria dell’ex P.M.

Solo adesso quella grande giornalista della Gabanelli si accorge delle secolari  malefatte di Di Pietro e le spiattella a Report. Cioè, una grandissima lezione di onestà e di trasparenza: sei un poco di buono ma i tuoi voti mi servono per abbattere il Governo eletto democraticamente, perciò fingo di non sapere quello che tutti, anche questo Blog, ha sempre saputo. Ma non appena ho trovato altri “amichetti” che mi danno il consenso ma non mi ricattano come faceva Di Pietro, via! Ti sputtano sulla TV di Stato.Che coerenza, che onestà intellettuale, che giornalismo d’inchiesta, che schifo!!!!

Stavolta, Dio mi perdoni, sto con Antonio Di Pietro, che sarà pure quel border line che è, si sarà pure  fatto prestare soldi s scatafascio dai suoi inquisiti ( ma cacciarlo prima dalla Magistratura no?), ma è stato sempre sincero e ha rischiato in prima persona. Simili accoltellamenti alle spalle sono delle azioni da miserabili, peggio di Bruto, insomma da Gabanelli, sempre  agli ordini del P.D..

Roma lunedì 5 novembre 2012

Gaetano Immè

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