Gaetano Immè

Gaetano Immè

giovedì 5 gennaio 2012

SERVI DI SCHIAVO ENCOMIO E DI SCODINZOLANTE OSSEQUIO

In un paese dove si può parlare male di tutti non può essere considerato un reato muovere qualche critica a Napolitano. L’imperante piaggeria, il dominante scodinzolante e servo ossequio, il viscido conformismo imperante obbliga a spandere oro, incenso e mirra di fronte al discorso di fine d'anno del Presidente della Repubblica. Ma che mi sia permesso – senza beccarmi l’accusa penale e medioevale di “ vilipendio”oltre alle consuete farneticazioni e mistificazioni di Repubblica - un minimo di realista buon senso e dunque sollevare almeno due critiche specifiche al messaggio lanciato in diretta televisiva unificata dal Capo dello Stato agli italiani.

La prima critica riguarda il contenuto del messaggio, che è stato fin troppo concretamente di “fine d'anno”. Cioè è stato un discorso esclusivamente “consuntivo”, di analisi della crisi ma sopra tutto di sfacciata difesa di quanto fatto per contrastarla attraverso il passaggio delle consegne governative da Silvio Berlusconi a Mario Monti. A prescindere quindi dall’invasione anticostituzionale di Napolitano nel campo della politica previo ormai ufficiale abbandono dal suo ruolo costituzionale di arbitro e notaio, a prescindere poi dai consueti apodittici appelli presidenziali a restare uniti di fronte alle difficoltà del futuro , il messaggio non ha dedicato neppure un breve accenno all'obbiettivo che deve essere perseguito, oltre alla ormai consueta ed abusata emergenza, dal “governo Napolitano – Monti “. Considerato che Mario Monti sostiene che i governi tecnici possono operare, a differenza di quelli politici, senza il condizionamento imposto dalle scadenze elettorali, Napolitano , che è l'unico e basilare artefice del governo tecnico, poteva semplicemente spiegare agli italiani perché ( testuali parole del Presidente ) “ i governi tecnici possono compiere le migliori scelte per il Paese senza dover pagare pedaggi di sorta agli umori volatili od ai pregiudizi popolari”. Visto che il messaggio era diretto agli italiani, ai quali Napolitano aveva sottratto il diritto costituzionale della sovranità politica sancito dal secondo comma dell’articolo 1 della Costituzione, Napolitano avrebbe dovuto spiegare loro quali fossero queste “migliori scelte” che il governo Monti dovrebbe realizzare senza la paura di dover affrontare una verifica elettorale. Per la verità avrebbe dovuto anche chiarire chi mai abbia deciso quali debbano essere  queste “migliori scelte” ed in base a quale alto principio democratico questo soggetto abbia potuto decidere in modo talmente irriguardoso ed arrogante  nei confronti del secondo comma dell’articolo 1 della Costituzione. Insomma, considerato che almeno la metà degli italiani non legge solo “ La Repubblica” e non vede solo il “ TG3” per ricevere le dovute istruzioni tipo Minculpop, Napolitano avrebbe dovuto anche rivelare al “ popolo bue e stronzo” se queste “ migliori scelte” sono state individuate solo da lui, oppure decise insieme a Monti, oppure concordate servendosi anche dello staff del Quirinale oppure  se la scelta  sia stata , come dire, anche “ indirizzata” su invito telefonico straniero. Ma forse sarebbe stato molto imbarazzante per Paolo Napolitano affrontare a viso aperto un simile argomento. Meglio dunque glissare, tanto ai lettori di Repubblica ed agli utenti di Rai3, l’imbroglio intellettuale del Presidente anncorchè macroscopico è certamente sfuggito.

La seconda critica invece riguarda quanto detto da Napolitano sulla necessità che “l'Europa resti unita” e che non vada “indietro verso anacronistiche chiusure ed arroganze nazionali”. Lungi da me contestare un simile auspicio,ma il Capo dello Stato avrebbe dovuto anche precisare – come tutto il mondo sa benissimo - che l'Europa non è affatto unita, che la sua totale mancanza di unità dipende dalle arroganze nazionali di alcuni governi ben identificati e noti a tutti e che il compito dell'Italia, oltre al dovere –diciamo-patriottico di rimanere unita all’Europa, dovrebbe essere invece proprio quello non di subire passivamente le violente arroganze tedesche e francesi, ma quello di sviluppare una precisa ed intensa azione politica all'interno dell'Unione Europea per rilanciare il progetto dell'unità politica del vecchio Continente. Perché mai Paolo Napolitano non lo ha fatto? Forse perché ha brutalmente, cinicamente  e realisticamente considerato l'impossibilità di un paese, che da quarant'anni arranca dietro il suo inarrestabile debito pubblico, di ritagliarsi un ruolo autonomo tra Germania e Francia per portare avanti, insieme con altri paesi poco disposti al vassallaggio nei confronti del direttorio franco-tedesco, il progetto dell'unità politica e democratica dell'Europa? E' probabile che sia così. E' possibile che il Presidente della Repubblica abbia volutamente evitato di indicare al paese un obbiettivo ( quello di farsi portavoce del programma “una moneta, una banca, un governo”che rappresenta l'unica via di suoeramento dell'attuale crisi speculativa) che considera non perseguibile da parte di una Italia che per compiere queste ipotetiche migliori scelte è costretta ad affidarsi ad un governo tecnico, libero dalle preoccupazioni elettorali (cioè dall' “inconveniente-seccatura” - diciamo - della verifica popolare imposto dalla democrazia).

Nessuno dubbio che nel non fornire chiarimenti del genere, Paolo Napolitano abbia compiuto una scelta di cruda opportunità. Inquietante la sua somiglianza a quel Novotny , ricordate?. Quel primo ministro ungherese, diciamo " fantoccio", guidato dal burattinaio Breznev dal Cremlino, che usava tristemente affermare come la sua opera fosse " opera normalizzatrice" per il popolo magiaro. Può mai, egregi pifferai di sinistra, un Capo di uno Stato, che sia Napolitano o che sia Novotny,  comunicare al suo popolo che lo ha " normalizzato", che lo ha condannato, senza processo, all’altrui vassallaggio?

Non per amore di critica o per tornaconto politico. Semplicemente, per parafrasare Prezzolini, per non morire soffocati di conformismo e di scodinzolante servo ossequio!


IL SOLITO REPORT MANIPOLATORE E IL CONSOLE DISONORARIO DI SALVADOR


Sembra che alcuni deputati italiani aspettino di vedere le mosse del Ministero degli Esteri per formulare le loro interrogazioni sulla “performance” del Console onorario italiano di Salvador (Brasile) sul programma Report dell’11 dicembre di Rai tre. Si tratta di un ampio e polemico servizio su Don Verzé, al centro di una complessa vicenda giudiziaria e scomparso proprio in questi giorni. Report ha attraversato l’Atlantico per andare a Salvador de Bahia a vedere le vicende del San Raffaele locale, voluto e fatto costruire da Don Verzé e da Giulio Andreotti. Fermo restando il diritto di Report di avere le sue opinioni, quello che non dovrebbe essere consentito a nessuno, neanche a Report, è propalare menzogne spacciandole per verità, criminalizzare persone per le loro convinzioni religiose, come ha fatto nel servizio di Report il Console Onorario dr. Giovanni Pisano.

Ad un certo punto del servizio, entra in campo questo dott. Giovanni Pisano, console onorario italiano a Salvador. Il quale , appositamente imbeccato dalla giornalista di Report dice: “La Ronzoni era un sigillo di don Verzé.” Aggiunge il nostro console: “Certo che la Ronzoni doveva diventare direttore medico del San Raffaele e Console onorario, andava ogni giorno a Messa come Andreotti”. Queste, parola più, parola meno, le affermazioni del nostro console poco onorario ma molto disonorante . Questo preclaro esempio di rozza ignoranza intellettuale, che spesso si accompagna con le lauree italiane spesso infarcite da diciotto politici di berlingueriana memoria, si riferisce a tale dottoressa Liliana Ronzoni, che è stata Console onorario e direttore sanitario del San Raffaele. Risulta anche a questo Blog che la dottoressa Ronzoni sia persona molto religiosa , addirittura una terziaria laica. Ma non capisco il nesso e l’unico che intravedo mi fa ribrezzo. Dovrebbe sapere, questo ignorante laureato, che il termine giusto per chi dirige la parte sanitaria di un ospedale è “direttore sanitario”, e non , come ha detto lui, “direttore medico”. Ma, questo a parte, da quando in qua in Italia le convinzioni religiose possono essere oggetto di atteggiamenti faziosi e sprezzanti? Report può fare e dire quello che vuole tanto per quel che conta…..!Ma un nostro console dovrebbe pensare a svolgere bene il suo compito invece di dedicarsi, come un utile idiota, a gettare fango sul Paese. Certamente è pacifico che la D.ssa Ronzoni ha il difetto di pregare molto, ma, quando era lei il console onorario in quel Paese , negli uffici non lavoravano giovinette sicuramente molto piacenti e compiacenti. Mi riferiscono da Salvador che la Ronzoni non ha cambiato la propria condizione economica, ne facendo il Console ne il direttore sanitario. Lo stesso non si può dire di alcuni italiani che hanno avuto a che fare con il San Raffaele e che adesso gli sparano addosso. In molti a Salvador si chiedono cosa leghi il console Pisano ad un giornale di quattro pagine con articoli anonimi chiamato “Italia”, con sottotitolo “dedicato alla comunità italiana”.Il giornale, sempre appeso alla bacheca del nostro consolato come una gazzetta governativa, è distribuito a mano ad alcuni ristoranti. Tutti sanno che i due “corrispondenti per il Brasile”, come indicati dal giornale, non pubblicisti e che mai hanno visto in vita loro un ordine giornalistico. Ma si sa che, dopo alcuni anni di esistenza, un giornale ha diritto ai congrui contributi per la stampa italiana all’estero.. Il console Pisano, invece di parlar male dei nostri uomini politici, avrebbe dovuto spiegare ai giornalisti che sbagliavano quando dicevano che il San Raffaele a Salvador è solo per ricchi. Il San Raffaele è un ospedale privato, ci vanno i brasiliani che hanno l’assicurazione sanitaria privata, ma vi vengono curati ed assistiti anche gli abitanti di un quartiere , tale Pao da Lima, una favela poverissima, senza che debbano pagare nulla.

Caterina Caselli cantava , anni orsono, “ la verità ti fa male, lo so!” e ancora oggi la verità fa male solo a tutti quelli che sulla sua manipolazione ideologica ci hanno costruito sopra carriere giornalistiche in Rai, sulla stampa scodinzolante ed anche tra le feluche anche onorarie strapagate .

CAMBIARE TUTTO, ANCHE LE PAROLE

Tutti invocano un piano per il lavoro. Già il piano, ovvero quella sinistra definizione che durante i "fasti" del socialismo si è ritenuto per 70 anni che potesse sostituire l'azione regolatrice del mercato. Se i sindacati volessero fare realmente l'interesse di chi cerca disperatamente lavoro, e non semplicemente un reddito ed anche una opaca sussistenza, si batterebbero affinché l'esecutivo dei professori alleggerisse il peso delle tasse. Il 2012 si apre con una raffica di rincari, in gran parte derivanti da decisioni governative, ed i sindacati tradizionali, Cgil in testa, invocano un piano per il lavoro. Già il piano, ovvero quella sinistra definizione che durante i "fasti" del socialismo realizzato faceva tremare i polsi ai popoli soggetti al dominio di una classe di burocrati che ha ritenuto per 70 anni di sostituire l'azione regolatrice del mercato e della concorrenza con quella assolutamente distorsiva di una politica centralizzata. Tant'è, occorre sempre ricordarlo ai posteri, che nonostante una accurata pianificazione l'Urss, che sotto gli zar era il primo esportatore mondiale di cereali, durante l'intero periodo comunista ha sempre dovuto importare ingenti quantità di grano, persino durante l'ultimo periodo della cosiddetta perestroika gorbacioviana. E sebbene nell'impero sovietico la disoccupazione fosse quasi assente, nondimeno c'era ben poco da comprare con i salari che il sistema collettivizzato dispensava: le lunghe file per la carne e il pane hanno rappresentato la norma per i popoli governati dalla falce e il martello. Eppure in tema di occupazione i nostri sindacati, ricompattati su una posizione radicale dalla crisi e da una concorrenza interna che li spinge sempre più su una deriva demagogica, chiedono all'esecutivo delle tasse non una politica di liberalizzazione, pronti ad alzare barricate sul sempre più marginale articolo 18, bensì una azione diretta, volta -non si sa bene come- a creare nuovi posti di lavoro per una massa crescente di cittadini. In sostanza, i sindacati vorrebbero mantenere l'attuale ingessatura normativa, con la quale il concetto di mercato del lavoro rappresenta un vago e irraggiungibile paradigma, e nel contempo stimolare l'occupazione attraverso una azione deliberata dell'esecutivo. Ma, come il buon senso e l'esperienza insegnano, l'unico modo diretto che ha un governo per garantire nuovi salari è quello di assumere nella già più che debordante pubblica amministrazione, aumentando ulteriormente una spesa che ha raggiunto livelli proibitivi. D'altro canto, così come la sfera politica non è in grado di far funzionare tutti quei processi produttivi che consentono ad una società avanzata come la nostra di godere di beni e servizi in gran quantità e di elevata qualità, allo stesso modo essa non è assolutamente capace di pianificare l'offerta di lavoro che deriva dallo sviluppo dei medesimi processi produttivi. Anzi, per quel che mi consta, la sfera politica può solo interferire pesantemente in senso negativo inasprendo, così come sta attualmente facendo, il livello della fiscalità allargata, in maniera tale da restringere ulteriormente le risorse e, conseguentemente, la propensione ai consumi ed agli investimenti della società spontanea, vero e unico motore della crescita economica. Ebbene, se Cgil, Cisl e Uil volessero fare realmente l'interesse di chi cerca disperatamente una occupazione produttiva, e non semplicemente un reddito garantito o assistenzialista e dunque pagato da qualcun altro, si batterebbero affinché l'esecutivo dei professori alleggerisse il peso delle tasse e della burocrazia sul mondo del lavoro, incentivando l'economia nel suo complesso a creare nuove opportunità professionali per tutti. Tuttavia, una siffatta visione liberale non è proprio nelle corde di coloro i quali, postisi come un macigno a tutela di chi è già più che garantito, continuano a rappresentare un elemento di freno e di conservazione nello sviluppo di una moderna articolazione nei rapporti tra Stato, imprenditorialità e manodopera, più o meno qualificata.

SEGNALAZIONE DI UNA LEGGE LIBERTARIA


Questo Blog segnala che ieri il Senato ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (D.d..L. 733) con un emendamento del senatore Gianpiero D'Alia (UDC) identificato dall'articolo 50-bis: "Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet". La prossima settimana Il testo approderà alla Camera. In pratica in base a questo emendamento se un qualunque cittadino dovesse invitare attraverso un blog a disobbedire o a istigare (cioè.. criticare ..??!) contro una legge che ritiene ingiusta, i providers saranno obbligati a bloccare il blog o il sito. L'attività di filtraggio dovrebbe avvenire entro 24 ore; pena, per i provider, sanzioni da 50.000 a 250.000 euro. Per i blogger è invece addirittura previsto il carcere da 1 a 5 anni oltre ad una pena ulteriore da 6 mesi a 5 anni per l'istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all'odio (!) fra le classi sociali. Una Legge liberticida che renderà l’Italia come l’ Iran, come la Birmania e come la Cina. Dopo la proposta di legge Cassinelli e l'istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra meno di 60 giorni dovrà presenterà al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al "pacchetto sicurezza" di fatto rende esplicito il progetto del Governo di "normalizzare" con leggi di repressione internet e tutto il sistema di relazioni e informazioni che finora non riusciva a dominare. Come Novotny nell’Ungheria della dominazione sovietica. Mentre negli USA Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet, l'Italia prende a modello la Cina, la Birmania e l'Iran. Cerchiamo di svegliare le coscienze addormentate degli italiani perché dove non c'è libertà di pensiero , di opinione e di critica – ma non di diffamazione gratuita – parlare di "democrazia" è inutile .


CRISI, POLITICA ,ECONOMIA, LEGGE ELETTORALE.

L’attuale crisi economica e finanziaria è, innanzitutto, una crisi politica. Anzi, è una crisi dovuta all’assenza di Politica, quella con la maiuscola, quella costruita sulle idee, sulla forza delle idee e sulla circolazione delle idee. Quella basata sulla conoscenza e sulla possibilità di conoscere, di sapere, di far sapere, proprio come ci ha insegnato Luigi Einaudi e come ci insegna il "metodo liberale".

Ma non basta: politica è cultura. Mi riferisco, insomma, a quella Politica basata sul pensiero e sull’azione, sulle proposte concrete e sul dialogo, sul contraddittorio e sulla lealtà. Purtroppo, questo modo di intendere la Politica è stato ripetutamente soppiantato da una concezione affaristica e spartitoria dovuta al Potere partitocratico. E’ necessario che la Politica ricostruisca se stessa, il proprio linguaggio, la parola, il senso della propria missione. Sono convinto che lo si possa fare ricomponendo un altro campo, un campo "altro", alternativo a quello trasversale del Potere fine a se stesso. E’ una questione di democrazia.

Non a caso, il dibattito sulla Riforma della legge elettorale è tornato al centro dell’attenzione politica. E’ un ritorno ciclico, forse ininterrotto, che ci portiamo dietro ormai da venti anni. Almeno dal referendum del 18 aprile 1993. Si tratta di una questione che si ripresenta periodicamente perché, in Italia, soprattutto sul tema del funzionamento democratico e del voto elettorale, ci sono state soltanto controriforme. Ogni cambiamento è stato sempre vanificato da meccanismi elettorali tesi a garantire la sopravvivenza e il dominio della vecchia partitocrazia. Così è stato con il proporzionale, così è stato con le preferenze, così è stato con il "mattarellum". Infine, abbiamo avuto l’apoteosi del sistema partitocratico attraverso l’approvazione del cosiddetto "porcellum", un sistema antidemocratico basato sulle liste bloccate e sulla conseguente nomina verticistica dei parlamentari da parte delle segreterie di partito. Insomma, per dirla in breve, all’elettore è concessa soltanto la possibilità di votare il simbolo del partito, secondo una logica surrettiziamente proporzionalista. E così, proprio in questi giorni, molti giornali, a partire dal Corriere della Sera, discutono con articoli ed editoriali dell’argomento. Anche L’Opinione, ormai da tempo, è tra le testate più attente alla questione e continua a sollecitare la classe dirigente ad affrontare il tema in modo liberale e democratico. Lo stesso Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel consueto discorso di fine anno, ha fatto esplicito riferimento alla necessità di una Riforma istituzionale che abbia al centro il cambiamento dell’attuale legge elettorale. Ma chi pensa che la scelta del modello elettorale sia soltanto un tecnicismo inganna se stesso e gli altri. Si può e si deve aprire una discussione sulla forma che si vuole dare alla nostra democrazia. E’ sicuramente positivo, dunque, che vi sia discussione, dialogo, contraddittorio perché soltanto così è possibile offrire elementi di conoscenza ai cittadini, ai lettori e agli elettori. Da tempo, i Radicali di Marco Pannella e di Emma Bonino hanno avviato una lotta politica per informare e far conoscere le diverse proposte messe in campo per modificare il "porcellum", con la convinzione che il dibattito non debba ridursi ai soli addetti ai lavori, ma ritornare a coinvolgere direttamente l’opinione pubblica. I Radicali continuano ad incalzare il Parlamento affinché si esprima a favore di una Riforma uninominale e maggioritaria. E qui il dibattito si chiude, invece di aprirsi. Molto, al contrario, ci sarebbe da dire e da scrivere perché, tra le altre cose, il sistema maggioritario consente di conoscere prima, cioè al momento del voto, l’alleanza o la coalizione che andrà a formare il governo.

Bisogna scongiurare, perciò, anche il pericolo che ritorni il vecchio malcostume partitocratico della cosiddetta Prima Repubblica: quando i governi si facevano e si disfacevano dentro il Palazzo, secondo le logiche anti-democratiche del Potere. Da sempre, infatti, i Radicali?sostengono?che la?riforma elettorale?in grado di fornire all’elettore?le maggiori garanzie?liberali e democratiche sia quella che ricalca il modello?anglosassone o americano. Tuttavia i deputati Radicali, nei mesi scorsi, hanno scelto di sottoscrivere in blocco la Proposta di legge di Andrea Rigoni, deputato del Pd, che propone il "doppio turno" alla francese. E’ un modo per tentare di discutere seriamente di qualcosa che riguarda la vita stessa della nostra democrazia. E non di un tecnicismo. Anche se, come giustamente ripete Marco Pannella, viviamo in una "democrazia reale". Quello della Riforma elettorale in senso maggioritario e uninominale è un discorso che dovrebbe interessare moltissimo il Popolo della Libertà, almeno tra coloro che hanno creduto, nel 1994, nella novità politica rappresentata da Forza Italia e che si sono riconosciuti nel programma per la "rivoluzione liberale". Intanto, al contrario, molti esponenti del Partito Democratico continuano a sostenere un sistema elettorale proporzionale sul modello tedesco. Con tutte le conseguenze del caso.

Roma giovedì 5 dicembre 2012

Gaetano Immè