Gaetano Immè

Gaetano Immè

sabato 3 marzo 2012

SAPERE, DOPO ANNI ED ANNI DI PROCESSO, ALMENO PER QUALE REATO UNO SIA INCRIMINATO, GIA’ SAREBBE UNA BELLA SODDISFAZIONE!


ULTIME NOTIZIE DAL PIANETA DELLE SCIMMIE IN TOGA

MARIOMOREIDE

Spero, prima o poi, ma possibilmente entro , diciamo, un decennio , di poter conoscere la ragione per la quale la Procura di Palermo, P.M. il Dr. Ingroia, ha instaurato il processo che vede sul banco degli accusati il Generale Mario Mori ed altri, processo che – a quanto venne detto al suo inizio – avrebbe dovuto svelare se ci fosse mai stata una “trattativa” fra la mafia ed alcuni servitori dello Stato. Si trattava ed ancora si tratta della ormai famosa “trattativa tra Stato e Mafia” : siamo negli anni della tensione massima, nell’anno dell’uccisione del Giudice Giovanni Falcone con moglie e scorta , nell’anno della successiva stage di Via D’Amelio dove fu trucidato il giudice Borsellino e la sua scorta, nell’anno degli attentati a Roma, a Firenze. Quando il regime del carcere duro per i mafiosi, quello indicato con l’articolo “ 41 bis” e che era esteso a tutti i detenuti accusati di reati di mafia , venne revocato dal competente Ministero della Giustizia con due successivi provvedimenti che liberarono dal carcere duro circa 500 mafiosi . In effetti gli attentati terminarono dopo quei due provvedimenti del Ministro Conso.

Il Gen. Mario Mori è stato “compagno di banco” del titolare di questo blog al Liceo classico Virgilio di Roma, negli anni dal 1954 in poi. Figlio di carabiniere ( il padre dirigeva la Tenenza dei Carabinieri vicina al carcere di Regina Coeli, nel cuore antico di Trastevere e proprio di fronte al Liceo Virgilio), fratello di carabiniere, Mario Mori, uscito con la maturità classica dal Liceo, prosegue i suoi studi all’Accademia Militare di Modena. Nel 1965 consegue la nomina a Tenente dei Carabinieri , dal 1972 al 1975 lavora presso il Servizio Informazioni Difesa a Roma e, divenuto Capitano, dal 1975 al 1978 comanda il Nucleo Radiomobile di Napoli . Il giorno del sequestro dell’on. Aldo Moro ( 16 marzo ’78) , Mori viene nominato comandante della Sezione Anticrimine del Reparto Operativo di Roma, iniziando un lungo periodo che lo vedrà protagonista nella lotta al terrorismo. Com’è noto , in seguito all’uccisione di Aldo Moro , esattamente il successivo 9 Agosto 1978, il Generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa viene nominato dal Governo "coordinatore delle forze di polizia e degli agenti informativi per la lotta al terrorismo". Le Sezioni anticrimine - reparti creati dall’Arma dei Carabinieri per il contrasto al terrorismo e dislocati nei centri più sensibili al fenomeno – diventeranno la componente operativa ed investigativa più efficace e specialistica nel settore. Sono numerosi gli arresti effettuati in quel periodo dalla Sezione anticrimine guidata, appunto, da Mario Mori: tra questi spiccano quelli della Balzerani Barbara ed altri estremisti sia di destra che di sinistra. Nel 1986, ormai divenuto Tenente Colonnello, Mori assume il comando del Gruppo Carabinieri Palermo 1, incarico che manterrà fino al settembre del ‘90. In quegli anni la mafia , capeggiata da Salvatore Riina , cambiava strategia e Mori abbandona il classico schema investigativo , mirando piuttosto e soprattutto ad individuare e disarticolare le connessioni e le collusioni stabilmente intrecciate dalla mafia con il mondo politico-imprenditoriale. In poche parole Mori cerca di colpire la mafia nel suo principale centro d’interesse: quello economico. Il 3 dicembre 1990 Mori contribuisce a creare il ROS (Raggruppamento Operativo Speciale) , struttura che diventa il fiore all’occhiello per le indagini nel settore della criminalità organizzata e terroristica. Mori ne diventerà prima vice comandante, agosto del 1992, con il grado di Colonnello, e poi, promosso Generale di Brigata nel 1998, comandante. Da una tale impostazione deriva quella famosa ed articolata “ informativa”, curata dall’allora Capitano Giuseppe De Donno, denominata in seguito “ mafia ed appalti” che verrà consegnata il 20 Febbraio 1990 alla Procura di Palermo. Tale iniziativa fu sostenuta dal dr. Giovanni Falcone e, dopo la sua morte, dal dr. Paolo Borsellino , che la considerano non solo un salto di qualità nella lotta a “cosa nostra”, ma anche e soprattutto la causa scatenante delle due stragi , di Capaci e di Via D’Amelio. Tale indagine, tuttavia, non solo non trova pari accoglienza ma addirittura insospettisce i responsabili della Procura della Repubblica di Palermo, tanto che si crearono una serie di contrasti tra la stessa Procura ed il Comando del ROS in merito alla conduzione delle indagini, contrasti destinati a perdurare nel tempo. In particolare le incomprensioni iniziali si riferiscono a quell’aspetto dell’indagine che prende in esame le connivenze tra “uomini d’onore” da una parte e “ politici “ dall’altra, per i quali la Procura di Palermo chiederà ed otterrà l’archiviazione dell’inchiesta il 20 Luglio 1992, il giorno dopo la morte di Paolo Borsellino. Da quella parte dell’informativa “mafia e appalti” , diciamo, sopravvissuta, scaturirono diverse altre vicende investigative che portarono all’arresto di una serie di imprenditori considerati molto vicini ai vertici di “cosa nostra” ( Angelo Siino, Giuseppe Li Pera, Giuseppe Lipari, Antonio Buscemi, Filippo Salamone ed altri) tutti coinvolti in attività imprenditoriali illecite riconducibili ad interessi mafiosi. Questa tipologia d’indagine, riproposta anche nel contrasto alle altre forme di delinquenza mafiosa, quali la ‘ndrangheta , la camorra e la criminalità pugliese, confermerà la sua validità ottenendo eccellenti risultati pratici con lo smantellamento di pericolosi ed agguerriti sodalizi criminali.

Il 15 gennaio 1993 il capitano Sergio De Caprio, noto anche come capitano "Ultimo, grazie a questa attività investigativa , riesce ad arrestare Salvatore Riina capo indiscusso della mafia siciliana. Per tale episodio la Procura di Palermo metterà sotto processo Mori e De Caprio con l’accusa di favoreggiamento nei confronti di “cosa nostra”, ma non, come molti credono, per la mancata perquisizione dell’abitazione del Riina dopo il suo l'arresto, ma per avere omesso di informare la Procura di Palermo che il servizio di osservazione alla casa di Riina era stato sospeso. Il dibattimento si concluderà con l'assoluzione sancita dal Tribunale di Palermo perché "il fatto non costituisce reato", con sentenza del 20 febbraio 2006, non appellata dalla stessa Procura della Repubblica di Palermo - che peraltro aveva anch’essa richiesto l’assoluzione – e divenuta poi irrevocabile l'11 luglio 2006. Nel dettato della sentenza i giudici, prese in considerazioni tutte le testimonianze ed i verbali disponibili, oltre ad assolvere Mori e De Caprio per i reati imputati, ribadiranno che “l'istruzione dibattimentale ha consentito di accertare che il latitante (Riina, ndr) non fu consegnato dai suoi sodali, ma localizzato in base ad una serie di elementi tra loro coerenti e concatenati che vennero sviluppati, in primo luogo, grazie all'intuito investigativo del cap. De Caprio”.

Il 1 Ottobre 2001 Mario Mori viene nominato Prefetto e direttore del Servizio Informazioni per la Sicurezza Democratica ( SISDE) , che verrà da lui diretto sino al 2006. Questo periodo è caratterizzato dalla crisi originata dall’attentato di New York dell’11 settembre 2001 e dal conseguente accentuarsi del contrasto alle iniziative terroristiche portate essenzialmente dal terrorismo islamico. Il SISDE così , con l’operazione “Tramonto”( i cui esiti vengono messi a disposizione dell’Autorità giudiziaria milanese) sventa un tentativo di ricostituzione delle BR e . riesce ad effettuare la cattura all’estero, dopo una difficoltosa ricerca in diversi paesi del Nord Africa, di Algranati Rita, esponente delle B R nonché anch’essa responsabile dell’omicidio dell'on. Moro . Dall’estate del 2008, , Mario Mori svolge attività di consulenza nel settore della sicurezza pubblica per conto dell’On. Alemanno, Sindaco di Roma..

Il gen. Mario Mori è attualmente sotto processo da parte del Tribunale di Palermo, insieme al Colonnello Mauro Obinu, per favoreggiamento alla mafia, a causa della mancata cattura, nel 1995, di Bernardo Provenzano. Secondo il testimone d'accusa, colonnello Michele Riccio, smentito e querelato dai denunciati, furono Mori e Obinu ad avergli impedito di catturare Provenzano in un casolare di Mezzojuso , indicato dal mafioso suo confidente Luigi Ilardo, poi assassinato da "cosa nostra" subito dopo aver accettato di collaborare con la giustizia. In questo processo si è poi aggiunta la testimonianza di Massimo Ciancimino, il quale riferisce di contatti ( peraltro già ammessi in più sedi giudiziarie da Mori e da un altro ufficiale dei Carabinieri) con il padre Don Vito Ciancimino. Secondo quanto riferito dal Ciancimino, “per instaurare una trattativa con “cosa nostra” così da giungere ad una sospensione della strategia stragista attuata all’epoca “, secondo Mori ed il suo dipendente “ per acquisire notizie sull’organizzazione mafiosa e realizzare la cattura dei grandi capi mafia “.Il 27 Ottobre 2010 “ ambienti investigati “ hanno confermato la notizia dell'iscrizione del generale Mori nel registro degli indagati della Procura di Palermo per l'ipotesi di concorso esterno in associazione mafiosa[, anche se, ad oggi, l'interessato non ha mai ricevuto alcun avviso di garanzia per l'ipotesi di reato ipotizzata a mezzo stampa.

Il processo in corso è sempre il prodotto del sospetto, sempre avuto dalla Procura di Palermo, che Mori e De Donno, dopo l’attentato del maggio ’92 di Capaci , abbiano contattato Don Vito Ciancimino sia per tentare di identificare i responsabili del terrorismo mafioso sia per cercare di fermare quella strategia terroristica che la mafia , in quell’anno, aveva scatenato in tutta Italia. Mentre la gente comune pensa che Mori e De Donno meritassero una ricompensa , la Procura di Palermo al posto della medaglia ha regalato loro un bel processone eterno e senza fine il cui scopo sembra quello di trasformare tutto il consueto lavoro giornaliero di un investigatore pubblico in reato penale Nel “ processone” è tornato, come indagato, anche l’ex Ministro democristiano Calogero Mannino, quello che era da poco stato assolto dopo – sue parole – una “ persecuzione giudiziaria durata diciassette anni compresi due anni di galera” , dall’accusa di “ concorso in associazione mafiosa. Mannino avrebbe "esercitato pressioni su appartenenti alle istituzioni affinché non fossero prorogati provvedimenti di 41-bis nei confronti di detenuti di mafia". Questo, secondo la procura di Palermo, sarebbe stato il ruolo dell'ex ministro nella trattativa tra Stato e Cosa nostra.

Nell'avviso di garanzia, notificato pochi giorni fa dalla DIA al deputato e firmato dal procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia ( dai pm Lia Sava, Paolo Guido e Nino Di Matteo) all'ex ministro la Procura contesta il reato di attentato a Corpo politico dello Stato, aggravato dall'avere agevolato la mafia e dall'aver commesso il fatto con più di dieci persone. Dunque Mannino avrebbe agito "in concorso con i vertici di Cosa nostra e con pubblici ufficiali che hanno abusato dei propri poteri e violato i doveri inerenti alle loro funzioni per turbare la regolare attività dei corpi politici e amministrativi dello Stato italiano". Non devo né voglio difendere Mannino, per l’amor di Dio! Ma vorrei chiedere al Dr Ingroia chi, se non proprio un parlamentare – e Mannino tale era –, può richiedere legittimamente che una legge sia approvata, che una legge sia modificata? Non è forse proprio quello il suo compito, il suo mandato? Egregio Dr Ingroia , visto che dunque , come spesso dite voi Magistrati, l’azione penale è obbligatoria, allora corra prima che la prescrizione li immunizzi, corra ad arrestare ed incriminare una cinquantina di parlamentari ( da Pannella a Marco Taradash, da Biondi alla Tiziana Maiolo ) che nel 1993 sentirono la necessità intellettuale , liberale e civile di chiedere l’annullamento dell’articolo 41 – bis in nome dei diritti umani, per quegli stessi diritti umani evocati sempre per Guantanamo.Secondo la Procura, lo Stato per scongiurare omicidi di politici – e pare che Mannino sarebbe stato il primo nella lista dei 'delitti eccellenti' messi dalla mafia in agenda - sarebbe sceso a patti con Cosa nostra facendo concessioni sul carcere duro e assicurando l'impunità al boss Bernardo Provenzano garante di una sorta di "tregua" nella stagione di sangue voluta dai boss e culminata nell'eliminazione dell'eurodeputato Salvo Lima nelle stragi del '92.A Palermo, come testimone , è stato anche convocato Nicola Mancino , a quei tempi Ministro dell’Interno.

La non segreta mira dei P.M. palermitani è quella di riuscire a provare che Mario Mori avrebbe costruito lo “ scellerato patto con la mafia “ – voi la piantate con le stragi e noi togliamo il carcere duro ai reclusi per mafia – con l’aiuto di alcuni importanti organi dello Stato. Proprio per confermare questa tesi sono stati già ascoltati , oltre Mancino, anche Scalfaro e l’ex Ministro Conso il quale ultimo ha ammesso di aver sottratto 500 “ picciotti” al regime dell’articolo 41 bis ( carcere duro) durante quell’anno, ma di sua propria iniziativa. Ora la dichiarazione di Conso è stata resa in sede di interrogatorio e se Conso non è stato denunciato dalla Magistratura per “ falsa testimonianza” debbo ritenere che abbia detto la verità. In tal modo il processo a Mario Mori affoga nelle scartoffie , si inabissa nel mare del ridicolo, perde il movente di base , non ha ancora un reato preciso . Vantare come “ elemento nuovo” le dichiarazioni di un Massimo Ciancimino , fantasioso figlio di Don Vito, che per circa tre anni è stato spacciato come “ pentito ventriloquo” ed esposto all’adorazione televisiva nei talk show, un volgare pataccaro non fa alcun onore a quel Tribunale.


BERLUSCONEIDE

Le stragi del 1993 vennero chieste a Leoluca Bagarella da Silvio Berlusconi e da Marcello dell’Utri tramite Vittorio Mangano. Mangano avrebbe indicato a Bagarella ”gli attentati che voleva fatto Silvio Berlusconi e Marcello dell’Utri” ( Bagarella parla così ) e gli obiettivi. Queste le dichiarazioni del pentito Giuseppe Monticciolo secondo quanto gli fu riferito da Bagarella stesso. E i giudici partono da queste dichiarazioni per costruire il teorema secondo il quale Berlusconi sarebbe il mandante delle stragi mafiose del 93. E andiamo!

Giunge notizia che la Procura di Milano abbia aperto una nuova inchiesta anche sulla strage di Piazza Fontana. Stando ad ambienti vicini alla Procura, si tratterebbe delle dichiarazioni di due persone, che non furono mai ascoltate dai precedenti inquirenti e che avrebbero reso testimonianza del fatto che nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura , nello stesso giorno dell’attentato ma in prima mattinata, era stato ricevuto un tale Dr. Silvio Berlusconi il quale, accompagnato da due sgherri, un tale Ghedini ed un picciotto di nome Marcello, aveva chiesto a quella Banca un grosso prestito che gli era stato negato . Si sospetta perciò una strage per vendetta in puro stile mafioso .

La Procura della Repubblica di Milano avrebbe aperto un procedimento a carico di tale Silvio Berlusconi con l’accusa di “ concorso esterno in associazione nemica invadente “ perché una avo di Silvio Berlusconi che ai tempi dell’invasione di Annibale prestava servizio quale guardia confinaria , non avrebbe chiesto il passaporto agli elefanti.

Nel frattempo i P.M. Ingroia e De Pasquale, in seguito alla presentazione di un “class action” richiesta dalla ADUSBEF e dallo stimato Avvocato Canzona, dietro specifico mandato dell’associazione delle vittime delle Guerre Puniche, stanno studiando se per le stragi di quelle Guerre la relativa prescrizioni decorra dalla data degli eccidi oppure da quando l’Italia ha compiuto la sua ultima visita in Tunisia con Silvio Berlusconi come Premier. Comunque nel registro degli indagati è stato iscritto, per ora con reati di “ concorso esterno in guerra tribale”, Silvio Berlusconi , ma voci bene informate ritengono che dopo la decisione sul termine di prescrizione il capo d’imputazione per Berlusconi potrebbe subire un peggioramento.

La Procura di Firenze, con decisione unanime dei sostituti e del Magistrato reggente, sta per emettere un ordine di comparizione a carico di Silvio Berlusconi in relazione alle circostanziate accuse riferite da tale ….omissis ……il quale sostiene che Pacciani era ospite ad Arcore quasi tutte le sere, dove su richiesta di Silvio Berlusconi, di Apicella e di Dell’Utri, prometteva loro di uccidere qualche coppietta appartata.

Pare che il P.M. di Milano, Dr. De Pasquale, abbia deciso di incriminare Silvio Berlusconi per aver indotto il Capitano Schettino a fare l’inchino ravvicinato al Giglio dove “ er nano de Arcore “ possiede, zitto zitto e sotto il nome di una srl, una casetta che concede “!aggratise” ad una flotta di mignottone che , sedotte da quell’inchino, hanno promesso che gliela avrebbero data. .



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VELTRONEIDE

Francesco Marchianò, un giovane sociologo , ha scritto per Ediesse un libro dal titolo «Walter Veltroni. Una biografia sociologica» . Pare più una commemorazione che una biografia, infarcito com’è di frasi «Dallo studio della sua biografia infatti è emersa una caratteristica di fondo della sua personalità cioè quella di sentirsi inadatto al ruolo di leader di partito. Questa premessa non è certamente di buon auspicio per chi vuole guidare un nuovo grande partito». Ma puoi dire che un avvocato non sa il codice? O che un medico non sa usare lo stetoscopio? Leggendo il saggio si comprende come il veltronismo ( inteso come quello che Veltroni esprime nelle sue esternazioni sociali e politiche ) è direttamente proporzionale alla innata capacità di Walter Veltroni di volatilizzarsi, di far perdere le proprie tracce, di dissolversi come un personaggio del suo amato cinema. Il mito del “ new deal”, dell’«I Care», del “ Yes we can”, del «A me importa», del “ sono contro ma anche a favore”si è introdotto in alcune menti – sempre troppe per il bene dell’Italia - perché non si sa mai a cosa o a chi quell’apodittismo sia diretto. “I care” cosa? “ Yes we can” cosa? E così via. Come per capire chi sia l’uomo Veltroni. E’ forse colui che voleva andare in Africa per dare un senso alla sua vita o è forse colui che l’Africa l’ha dimenticata , e con essa i suoi innumerevoli problemi, e che oggi si dedica ad essere “ contro “ il PD essendo iscritto al PD , ad essere con Vendola restando dentro il PD , ad andare contro la CGIL restando dentro un PD che resta al guinzaglio della CGIL ? Marchianò non riesce a sciogliere il rebus . Allora giù con significative epigrafi dell’”unto”, santificazioni ante litteram a go go, dallo strepitoso «Si poteva stare nel PCI senza essere comunisti. Era possibile, è stato così» da Premio Nobel della falsità storica e della sfacciata mistificazione ( chiedere info ad Elio Vittorini, please!) allo straordinario e commovente : «Penso al partito nel quale sono cresciuto, alle persone da cui ho imparato a fare politica. Il PCI, per me che non ero ideologicamente comunista». Come faceva a stare nel PCI, un partito dall’ortodossia ferrea, che sanzionava con durezza chi sgarrava dalla linea, senza essere comunista e come sia potuto crescere nei suoi ranghi, circondato da comunisti di varie gradazioni, da Longo , a Cossutta , a Napolitano, senza subire nemmeno un lieve contagio, è in fondo il segreto e l’essenza stessa del veltronismo.

Una forma sofisticatissima di apparente adattamento camaleontico, per cui mentre si trovava in Via delle Botteghe Oscure capitava che Veltroni si colorasse di rosso carminio dalla testa ai piedi nel mentre, però – c’è da credergli - dentro di sé rimasticava la sua indole assolutamente anticomunista e liberale . Uno sconosciuto potere di gestione schizofrenica della vita , anzi di due vite, vissute contemporaneamente e totalmente. Veltroni usa la politica come un taxi, per spostarsi dove gli conviene e dove trova greppia, salvo poi andare un poco i n letargo, poi risvegliarsi dopo le politiche del 2008, rifugiarsi nell’altra vita ( chissà quale sia!) fino alle successive regionali del 2009, svegliarsi per rifondare il PD per poi lasciarlo a Franceschini ed oggi , sceso dall’altra vita, accorgersi , senza avervi minimamente contribuito – ci mancherebbe altro! - , che una figlia è sistemata nel clan romano dei padroni del cinema ( clan come i De Sica, i Verdone, i Tognazzi, gli Amendola, i Gassman , etc) con tanto di “ loft” nella Grande Mela . Insomma, ci vorrebbe un approfondito esame psicanalitico, che inizi da quando Walter amava giocare con le figurine dei calciatori facendone la radiocronaca, cosa che ci illumina sulla perspicacia del Veltroni direttore dell’Unità di allegare la ristampa degli album della Panini al quotidiano fondato da Gramsci. Forse quello è stato il Veltroni autentico, colui che coniugò il grande Torino di Valentino Mazzola, con la Juventus di Moggi, essere del PCI ma con la assoluta libertà dipensiero, Gentile e Francois Marie Aruet con Marx ed Hegels. Si, certo, Veltroni è adatto allo stile terzo polo, due ,, tre, quattro forni, Franza o Spagna, destra o sinistra, sono contro ma anche a favore,. stare con un alleato o con un partito e starci contemporaneamente contro. Se pensatori illustri come Fini, Casini e Rutelli si stringono un po’, un posto a tavola in più si rimedia sempre.

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DEDICATO A DALLA , A CELENTANO ED A TUTTI VOI.

Ma c’è qualcuno che abbia notato la differenza di stile, di anima, di comportamento fra il Lucio Dalla nostro e Celentano nel recente Festival di Sanremo? Lucio stava in secondo piano, era dedito alla sua musica, non parlava ma faceva parlare la sua cosa più bella, la sua arte musicale ed era molto umilmente , senza arroganti pretese sconclusionate, quasi direi al servizio di un giovane cantante. Terminata l’esibizione musicale, Dalla ha preso cappello, ringraziando in silenzio. Che Signore, che fior di uomo, che persona dignitosa se raffrontata con un ridicolo Mago Otelma , con quel saccente cialtrone , arrogante e prepotente di Adriano Celentano. Nella vita la voce non basta, bisogna sempre imparare, mai impancarsi. Meditate gente, meditate!

Roma sabato 3 marzo 2012

Gaetano Immè