Gaetano Immè

Gaetano Immè

domenica 4 novembre 2012

 
PER DIFENDERE I PRIVILEGI DEI DOCENTI SOLITO ARMAMENTARIO IDEOLOGICO TARDO SESSANTOTTINO

Esordio con gli insegnanti oggi, perché una recentissima statistica europea,  sottoposta da poco all’attenzione del responsabile del  Dicastero, mette in luce alcuni spunti interessanti. La spesa pro-capite per  ogni alunno, in Italia, è di  Dollari 8.670, circa 7.000,00 euro .La Francia, che ha più popolazione scolastica, spende per alunno dollari 6.373, circa 6.000,00 euro, la Spagna dollari 6.619 e la Germania dollari 7.466, circa 6.200 euro. Dunque, primo ossimoro politicamente corretto: la scuola italiana non è affatto gratuita, come recitano gli stolti. Ci costa , invece, una barca di soldi  che provengono dal le nostre imposte da pagare.  Siccome , è notorio, l’Italia è un Paese di ricchi, quella stessa statistica mostra come noi manteniamo un docente  per ogni 11 alunni. Più che un docente un  principesco aio , un tutor  gratuito perché a carico della collettività, roba da “Piccolo mondo antico”. La Francia mantiene un docente ogni 22 alunni, praticamente il doppio che da noi.  Solo questi due aridi dati dimostrano la motivazione degli stipendi da misera sopravvivenza dei nostri docenti, la scuola trasformata in stipendificio è opera dei governi degli anni settanta/ottanta, opera poi, ovviamente, scelleratamente proseguita da quelli successivi. Dalla stessa statistica emerge che in Europa sono diversi anche gli orari di lavoro degli insegnanti. Quando nel 1968 il titolare di questo blog iniziò la sua carriera di docente di Ragioneria di ruolo l’orario di lavoro era (udite!udite!) di 14 ore settimanali per quella materia. Successivamente, con l’introduzione berlingueriana dei famigerati “ decreti delegati”, l’orario di lavoro passò a diciotto ore settimanali. A stipendio inalterato. Oggi un docente ha un impegno didattico giornaliero di tre ore che dovrebbe dunque essere esteso a quattro ore giornaliere Negli altri Paesi europei gli insegnanti lavorano quasi il doppio delle ore settimanali che da noi. Tanto per dare l’esatta misura delle cose, negli anni in cui il mio orario di docente era di diciotto ore settimanali la seconda moglie di mio padre, in Francia, aveva un orario settimanale di ventiquattro ore alle quali si dovevano sommare le ore dedicate al pranzo .

Non mi è piaciuta affatto la scomposta reazione di stampo vittimistico e tardo sessantottina  dei docenti italiani davanti alla decisione di prolungare il loro orario di lavoro a ventiquattro ore settimanali. Capisco che l’incremento prospettato sia sostanzioso, ma qui si tratta di risparmiare, sulle supplenze, qualcosa come circa 1 miliardo di Euro a regime. A sentire le loro ragioni, più urlate che ragionate – proprio come accadeva in quegli anni quando i famosi “ collettivi” erano dominio violento ed arrogante della minoranza rossa durante i quali era praticamente impossibile discutere –, pare di vederli  sempre chini  su compiti da correggere, sempre rinchiusi  in casa,  sempre dediti a studi ignoti e misteriosi, sempre dediti ad immani sacrifici personali pur di dedicarsi “ anema e core” a “ quel meraviglioso rapporto docente – discente” che pare essere la stella polare della loro vita. Sono, invece, con le dovute eccezioni, una massa di infingardi lavativi, di bugiardi e di ipocriti, di mediocri incapaci di guadagnarsi da vivere in altro medo, mettendosi magari in discussione, cercando un altro lavoro, gente che coscientemente s’accontenta di guadagnare poco per lavorare poco o niente e per godersi tutti i privilegi. Perché, signori docenti, lo stipendio sarà pure modesto, ma arriva puntuale  ogni ventisette di ogni mese sul vostro conto corrente perché la “ Scuola non fallisce” anche se l’avete ridotta a pezzi; perché nessun pubblico dipendente può essere licenziato, nemmeno se abusa sessualmente delle alunne o degli alunni; perché nessuno controlla quel che fa o non fa un docente. Tutto questo, signori docenti, non esiste nel mondo reale del lavoro vero, quello dove lo stipendio va “ guadagnato”, quello dove lo stipendio va strappato a quella bestia immonda che è la crisi, quello dove ogni giorno c’è il pericolo di essere licenziati, quello dove il datore di lavoro può fallire. Non sopporto tutta questa vostra demagogia vittimistica della quale vi compiacete con l’interessato appoggio dei sindacati scolastici ( altra greppia da mettere sotto i raggi X della trasparenza, prima o poi) : avete sempre fatto così, signori docenti, mandando , con i vostri gridi di dolore per le fatiche disumane cui siete sottoposti(!), un preciso messaggio mafioso alla politica: lasciateci godere dei nostri sotterfugi e dei nostri  privilegi ( devo proprio fare l’elenco o basta ricordare: le baby pensioni con 14 anni,6 mesi ed un giorno, una telefonata e “ sto male”, la “ settimana bianca “ rituale, i telegrammi di rinuncia agli esami di Stato con incorporati due mesi di vacanza…..) e noi vi assicuriamo il nostro voto. Di scambio, ovvio, do ut des. Senza nessun Ingroia  che indagasse sulla “ notitia crimins”.

 

 

E’ MORTO UN ARCHIETTO DI SUCCESSO, UNA PERSONA, NON ALTRO.

La morte di Gae Aulenti è stata l’ultima occasione per rimirare l’incommensurabile ipocrisia italiana. Si chiamava Gaetana, ma preferiva storpiare questo suo nome, peraltro raro, in Gae. De gustibus, diceva anche Totò, non est sputazzandum. Come professionista, come architetto intendo,  un vero schianto. Le sue creazioni architettoniche sono sicuramente eccezionali. Parlare invece dell’essere umano- che è cosa diversa dal professionista -  diventerebbe  dissacrante,  in questo melenso  coro di becera e squallida  ipocrisia. Ma ci sono azioni umane che meglio di ogni parola dimostrano chi sei e cosa vali e quale sia il tuo spessore umano . Il loro racconto, dunque, vale molto di più di tante chiacchiere incensatorie. 

Ecco dunque Gaetana Aulenti  nella sua lunghissima  unione con Carlo Ripa di Meana, una ventina d’anni in quella «Milano da bere» degli anni sessanta dove lui era stato a lungo presidente del prestigioso Club Turati di via Brera, il laboratorio intellettuale degli uomini e delle idee del primo centro-sinistra e il simbolo della storia migliore del socialismo italiano riformatore. Il socialismo milanese, dove stava maturando la prepotente personalità politica di Bettino Craxi, un nome che solo  per i cretini è divenuto sacrilego da pronunciarsi e che invece appartiene per intero alla storia del nostro Paese e la marchia indelebilmente e non solo a quella prettamente politica. Poi la coppia scoppia, le strade si dividono. Capita nella vita. Ma l’astio umano  e l’intollerante odio politico – Gae era stata poi molto vicina ad Inge Feltrinelli ed a quel mondo felpato e ricco che credeva di legittimare la sua straripante opulenza aprendo i suoi dorati salotti ed il suo portafoglio agli esponenti dello stragismo politico delle brigate rosse riempiendoli di vacui “ bad living toys “ – covavano, come la lava sotto un vulcano, sotto il suo aspetto nero ed elegante. Certo, l’essere umano è impastato  anche di rancori, di odi,  ma  che delusione, che amarezza , che sconforto e sopra tutto  che pena  nello scoprire che in una sua intervista di qualche tempo fa la Aulenti si riferisse in termini  così astiosi e vendicativi al compagno ed a quel mondo socialista degli anni Sessanta del quale, invece,  lei e Carlo erano stati  dei veri  capisaldi.

Quando poi, il 2 giugno 1977, Indro  Montanelli fu vittima a Milano di un attentato delle Brigate Rosse , solo due persone espressero rammarico per la mancata morte del giornalista. Una sopraffina espressione della più sana democrazia, credo. Queste due persone furono Inge Feltrinelli e Gae Aulenti.
Valgono più due comportamenti per capire chi sei veramente , che cento agiografie.
 

A SINISTRA HANNO SMARRITO LA MEMORIA E NON SOLO.

Capita un po’ troppo spesso al Prof. Gustavo Zagrebelsky di prendere fischi per fiaschi senza neanche rendersene conto. Sarà colpa del suo inconscio sabaudo, che lo convince di essere “ er mejo fico der bigoncio”, sarà per la sua notoria puzzetta sotto il naso, ma,giorni fa, su Repubblica ( anch’essa, guarda caso, tutta sabauda e schizzinosa, Direttore di Cuneo, proprietario di Torino) il Professore si indignava per la nuova legge sulla diffamazione in discussione al Senato, che prevede sanzioni pecuniarie a carico degli editori. “Neppure il fascismo” tuonava , indignato, “aveva osato prevedere una disciplina del genere”! Ma cosa va dicendo? A me risulta che il fascismo impose agli editori dei due maggiori quotidiani di quell’epoca ( “ La Stampa  e “ Il Corriere della Sera” per l’esattezza ) di cedere la proprietà che, da allora , è nelle mani di potentati familiari ed industriali, tra l’altro molto vicini al Professore stesso. Per “ La Stampa” avvenne che nel 1926, con l’avallo delle autorità fasciste, la proprietà passò totalmente alla compiacente  Famiglia Agnelli ( tramite la FIAT), mentre per  Il Corriere della Serala sua “ fascistizzazione “ iniziò prima, nel 1925,  quando il regime impose ai Crespi, comproprietari del giornale,  una scelta obbligata: estromettere gli Albertini o altrimenti perdere il giornale. E i Crespi obbedirono.

Ma non basta questo  già gravissimo errore , che di fatto già da solo ridicolizza l’intemerata del Professore, perché l’esimio finge di non sapere, cosa ancora più grave della prima , che in Italia  l’editore è già coinvolto in quello che Zagrebelsky definisce, bontà sua,il “grazioso patto fra editore, direttore e giornalisti” e cioè l’assunzione , totale o parziale, a carico dell’editore stesso delle condanne pecuniarie del proprio staff per diffamazione. Ma quale “ editore puro”, ma quale “editore anglosassone” (che, come sappiamo, esercita l’edizione del giornale operando  una sorta di “opinion power “ ma indipendentemente da interessi politici)! Caro Professore, senza sporgersi troppo dal finestrino ( si può far male), senza andare a ficcare il suo sabaudo naso nelle case e nei “casi” degli altri ( nel patto di sindacato del Corriere della Sera, per esempio, come Lei fa per tergiversare e  per confondere il suo già abbastanza “indoctus” lettore), le sarebbe bastato guardare in casa sua, caro Prof, a Repubblica intendo, per ammirare la perfetta  fotografia dello squallido editore italiano ( non il solo, ovviamente), che è stato promosso, voluto e sostenuto , per i propri interessi politici,proprio  da quella classe dirigente e politica alla quale  lei stesso apparteneva ed ancora appartiene e con la quale organizza continuamente Palasharp mediatici dove sfrutta, come mosche per  amo , senza alcun pudore o vergogna, come i famigerati “ papponi pasoliniani” il corpo e l’anima di  inconsapevoli minorenni.  Invece Lei nel suo articolo dipinge un giornale onirico, il giornale edito da Pollicino, o da Biancaneve, dipinto ed illustrato come fosse un sessantottino “collettivo di redattori” i quali , pur essendo “ nominati” dall’editore, ne ignorerebbero gli interessi materiali e politici. Ma per favore!!!!!!!!!!!!!!!!

Egregio Professore, affrontare problemi fondamentali per uno Stato di Diritto qual è la libertà di stampa come fa Lei, in un quadro bugiardo ed astratto dalla realtà delle cose italiane, per confezionare conclusioni faziose e precostituite, è una squallida e spudorata forma di pura presa per il culo del lettore e del Paese, che non le fa certo onore. Lei è sceso da tempo dalla sua  “cattedra” di Diritto, ma è sceso troppo in basso se oggi riesce  a confezionare, abusando di sfacciate menzogne, solo queste squallide e furfantesche cortine fumogene per impedire che i lettori sappiano la verità. Ritrovi un po’ di equilibrio, un po’ di dignità e di onestà intellettuale – difficile, lo capisco, se continua a servire i piani politici dell’editore di Repubblica, caro Professore – non basta abbaiare alla luna, non basta calunniare “ gli altri” accusandoli di essere solo “dei cani da guardia del potere”,facendo poi lei stesso parte e pure importante di un “branco di  feroci maremmani da guardia “ dello sconfinato  potere economico e politico dell’editore di Repubblica, non basta urlare “cornuto” come fa un bue contro un asino, caro Professore, per abbindolare chi usa il cervello e la conoscenza anziché gli occhiali dell’ideologia o dell’odio viscerale nel leggerla. Ammonire, a ditino alzato, come scrive Lei che “ l’editore non può entrare nelle redazioni “ in Italia  è semplicemente una “crozzata”.  

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A PROPOSITO DI EDITORE “ PURO” .

Ogni addio è accompagnato sempre, nell’Italia bacchettona ed ipocrita,  dalla consueta dose industriale di retorica e figurarsi se non doveva accadere anche per l’Ing. Carlo De Benedetti ( capita proprio  a proposito del Prof.  Zagrebelsky e del suo onirico editore puro e il suo annuncio di mezzo ritiro dalla scena). Nella sostanza , come nella Sicilia del Principe di Salina, tutto cambia affinché nulla cambi rispetto a prima, salvo l’utilizzo della migliore legge sulla successione, anche se berlusconiana,  per trasferire ai figli le sue quote nella holding di famiglia, la Carlo De Benedetti & c. Un asse ereditario robusto, risolto con largo  anticipo( perché, mi chiedo,assistere alle litigate della prole sul proprio testamento?) che gli assicura ancora il generoso vitalizio  da amministratore unico di Romed (2,5 milioni di euro l’anno) e la guida del gruppo editoriale che ha dentro Repubblica, i quotidiani locali di Finegil, le attività radiofoniche e televisive e il settimanale Espresso. Tanto è bastato per dedicare ieri sul quotidiano degli industriali italiani un’ampia intervista all’Ingegnere con un  annuncio:  «Ora farò l’editore puro». Editore puro? Editore puro uno che continua ad essere il capo di una “famiglia” con interessi nell’editoria, nell’energia, nella finanza, nella ristorazione, nella componentistica auto, nella sanità e decine di altri settori e che ha la tessera numero 1 di un partito politico , per l’esattezza del Partito Democratico ?  Uno insomma che mescola a suo piacimento ed interesse l’ orientamento politico e potentato economico? Giorni fa dunque,  Il  Sole 24 Ore – foglio della Confindustria nel cui consesso di poteri radicati, forti e diffusi l’Ing. Carlo De Benedetti stato da sempre un “maggiorente” - si è dedicato anima e corpo alla sua agiografia ed  è stata l’occasione buona  per ripercorrere,  fra incontenibili effluvi di incenso , di mirra e dosi industriali di smemoratezze e di ipocrisia la sua  carriera di imprenditore.

Carlo De Benedetti, lo sanno tutti, gode di altissima autostima ,come buona parte degli imprenditori di razza, non potrebbe essere diversamente. Ma qualcuno dovrebbe ricordargli anche che ammettere i propri errori è molto più dignitoso che concludere ottimi affari, specie quando l’età è avanzata e bisognerebbe essere di esempio ai figli, ai nipoti, agli eredi, ai giovani. Ma l’Ingegnere non se ne capacita, i suoi insuccessi sono sempre colpa degli altri. Mi ricorda uno dei due Fratelli De Rege e non quello impersonato dallo splendido Carlo Campanini ma l’altro  De Rege ( rappresentato dal grandissimo Walter Chiari) che veniva immancabilmente accolto  con la famosa frase “ Vieni avanti, cretino!” . Così, parlando del fallimento clamoroso della sua scalata alla cassaforte finanziaria del Belgio , la Sgb, Carlo De Benedetti , non contento della piaggeria sull’argomento  dell’ intervistatore confindustriale, afferma : «Il mio fu un errore di esecuzione, non di intuizione». Vale a dire: l’idea della scalata era roba sua, dunque formidabile. Ma l’esecuzione fu tentata con l’impiego di suoi uomini  e, ovviamente,  furono loro a fallire. Aggiunge ancora Carlo De Benedetti sull’argomento: «Purtroppo nella sua finalizzazione l’operazione fu gestita male. E ne abbiamo subito le conseguenze». Consiglierei all’Ingegnere dosi industriali di Memoril , necessario ad una certa età, per tutti. Forse con un aiutino farmacologico  l’ingegnere si ricorderebbe da quale boccuccia uscì quell’arrogante annuncio alla stampa belga, peraltro una rimasticatura di un celebre detto di De Gaulle : «La ricreazione è finita», che irritò la controparte belga e che fece naufragare l’intera operazione. Quella boccuccia era proprio la sua.

E che dire poi dei suoi “ non ricordo”, dei suoi “ non c’ero e se c’ero dormivo” , dei suoi “ vuoti di memoria” che l’agiografo confindustriale di turno  si guarda bene dal colmare per non svegliarlo, quando si lancia sulla sua  non felicissima storia nell’Olivetti?  Un vero capolavoro. Al Sole 24 ore Carlo De Benedetti racconta quel poco che si ricorda dell’Olivetti, i bei ricordi, come capita agli anziani nel giorno del pensionamento, fra vecchi colleghi, al Bar del Giambellino, fra un bicchierino e l’altro : «Una storia che rivendico con orgoglio – dice l’Ingegnere . “L’ho salvata da una morte che ha interessato tutti i nostri competitor di allora (…) Con Olivetti ho trasformato una fabbrica di macchine da scrivere in uno dei maggiori produttori di computer mondiali e poi in un grande operatore di telefonia mobile che rompeva un monopolio…». Con orgoglio dunque.

Con orgoglio  perché grazie a quell’azienda fu indagato a Milano dal pool mani pulite, poi letteralmente  inseguito da un mandato di cattura. Con orgoglio essere  pure stato arrestato (il processo fu talmente  lento da essere, insieme ad altri,  infine prosciolto, pensate nel 2003, perché i fatti erano ormai prescritti. Dico prescritti, pensa tu, mica assolto)! Comunque se è finita male - ed è finita malissimo - naturalmente la responsabilità è sempre di qualche altro. Bastava poco  però per raccontare la storia vera, magari non adatta alla festa di pensionamento, ma, vivaddio, almeno vera. Ve la rammento io. Perché Olivetti in mano all’Ingegnere non fu un successo imprenditoriale,ma  un vero  calvario, anche dovuto, certo alla crisi  industriale della  prima metà degli anni Ottanta. Andiamo con le verità negate:  il termine più volte associato ad Olivetti dal 1980 al 1994 fu il magico  «cassa integrazione» , significa stipendi ai dipendenti dell’Olivetti a spese nostre, non certo un grande successo. Detta in parole scorrette l’imprenditore affossava quell’azienda che poi  la politica rimetteva in piedi con vagonate di soldi pubblici. Perché?  Perché rappresentava un problema sociale e perché De Benedetti chiedeva e - come si faceva all’epoca - la politica riceveva il “pizzo” per reggere la baracca. Scuola FIAT. Lo ammise lui stesso - presentandosi naturalmente come vittima - davanti al pool Mani pulite che ormai lo aveva pizzicato: erano passati appena  quindici giorni da quell’assemblea degli azionisti Olivetti durante la quale lo stesso Ing. Carlo De Benedetti aveva negato tutto. Scrisse anche un memoriale, una specie delle “ Mie prigioni” di Silvio Pelico, come cantava Alberto Sordi. Per ridere, l’Albertone, per piangere il Carletto. Qualche spunto scritto di suo pugno:

«Non lavorare in particolari specifici settori della pubblica amministrazione italiana diveniva per noi inaccettabile (…). Questa prima fase era caratterizzata da pressioni dei mandatari del Psi e della Dc alle quali rispondevamo respingendo richieste specifiche del “caso per caso”, ma cercando di limitarci a donazioni generiche ai segretari amministrativi non riferite specificatamente a singoli lavori». Poi «subentrò una seconda fase in cui avvenne una sistematica, totale, ineludibile contrattazione da parte dei mandatari dei partiti su tutto quello che potevano controllare senza alcuna eccezione. Così il nostro atteggiamento subì un cambiamento e cioè invertimmo la nostra posizione, respingendo ormai disgustati qualsiasi finanziamento ai partiti, ma subendo di volta in volta i ricatti di loro mandatari su singoli specifici episodi». Insomma, pagò  circa 10 miliardi di lire di tangenti. Concusso, ma  per tenere in piedi l’Olivetti. Poi la prescrizione……una mano santa!

Nei favolosi anni Ottanta l’ Olivetti era un coacervo di conflitti di interesse da paura, ma allora non si mosse nessuna Boccassini, nessun Di Pasquale, nessun Ingroia, figurarsi poi un Colombo! Per il semplice fatto che nel Governo sedeva, come Ministro delle Finanze tale  Bruno Visentini il quale era stato A.D. e componente del CdA dell’Olivetti fino al giorno prima dell’accettazione della sua carica ministeriale. Cose note a tutti. Così fu un “ puro caso” che l’Olivetti fu salvata da una legge ideata dal Ministro delle Finanze, tale Bruno Visentini ( che è lo stesso di prima) del Governo Craxi, che impose i registratori di cassa a tutti i commercianti. Una valanga di soldi piovve a dirotto sulle uniche due aziende che furono autorizzate a produrre, su licenza del Ministero delle Finanze, i famosi registratori di cassa: l’Olivetti, e la Sweda.La quale ultima, pensate voi, fu acquistata  immediatamente  dalla stessa Olivetti. E i poveri risparmiatori privati che avevano investito le loro liquidazioni in Olivetti? Dove li mette l’Ingegnere ?Li sorvola, li sottace, li ignora, li dimentica. Ma resta il fatto che fra il 1985 e il 1996 l’Ingegnere ha bruciato a Ivrea la bellezza di  15.664 miliardi delle vecchie lire. Una finanziaria dello Stato, roba da far impallidire Madoff.  Le azioni Olivetti crollarono dalle  21mila lire  alla fossa delle Marianne  delle 600 lire , furono persi decine di migliaia di posti di lavoro, l’intero distretto produttivo del Canavese venne raso al suolo, seppellita per sempre una storia industriale d’eccellenza. Alla fine dell’impresa De Benedetti commentò piuttosto compiaciuto: «Missione compiuta». Missione compiuta, ma sicuro. Gli operai lo salutarono con una pièce teatrale. Tema: come si fa a pezzi una fabbrica. In scena l’avevano ribattezzato l’Ingegner De Maledetti. Per voi cos’è tutto questo? Capacità imprenditoriale o qualcos’altro degno del nostro Codice penale ?

Carlo De Benedetti, nel suo memoriale ed anche in ogni occasione, ha sempre  sostenuto di essere stato  “ricattato” dalla politica che minacciava di chiudergli  la famosa commessa delle Poste girando la richiesta delle telescriventi  anche ad aziende straniere. Ma, come sempre,la verità è molto semplice: De Benedetti pagò il pizzo e rifornì l’azienda di vecchie telescriventi mai usate ma  vendute a peso d’oro. In “Scienze delle Fregature” simili operazioni finanziarie si denominano con la locuzione di “ traslazione di sòla”. Quei trabiccoli spacciati per telescriventi li abbiamo pagati  noi, il pizzo alla politica  lo abbiamo pagato noi, mica lui. Ma l’incasso di quelle vendite se l’è intascato lui, l’Ingegner Carlo De Benedetti,mica noi. Qualche trabiccolo lo trovate  ancora oggi negli scantinati  di palazzo Chigi. Anche questo, ca va sans dire, è un bieco ricatto della politica, dice l’Ingegnere! Peccato, però, che  nell’archivio di Bettino Craxi ( vedi “ Fondazione Craxi”) e in quello di Giovanni Goria si trovano documenti che raccontano tutta un’altra  storia. Una storia piena di ossequiosa e melliflua gratitudine dell’Ingegnere Carlo De Benedetti verso Bettino Craxi, verso quel Governo dove sedeva quel suo ex A.D. di Bruno Visentini che impunemente  sfornava leggi fiscali “ ad aziendam”. Una storia  che racconta di tantissimi  cimeli garibaldini, notoriamente cari a Bettino Craxi e  generosamente donati, chissà perché, dall’Ingegnere Carlo De Benedetti a Craxi e tante fotografie che immortalano  la partecipazione di Carlo De Benedetti  a comizi del Psi sulla piazza di Brescia, con tanto di garofano rosso all’occhiello (foto visibili sempre nell’archivio della Fondazione Craxi).

Quante dimenticanze poi in quell’intervista! Nulla si dice, per esempio, di quando,  finite  le ricche commesse inutili all’Olivetti  arrivò l’esercito  di cassa integrati. L’Olivetti provò a rifilarne 1500 alla pubblica amministrazione, con una norma varata dall’ultimo governo di Giulio Andreotti. Il Parlamento italiano ebbe un sussulto di dignità e bocciò la truffa. Ma , non so come, l’Ingegner Carlo De Benedetti riuscì  ugualmente a scaricare 414 cassaintegrati Olivetti  sulle spalle dello Stato.

Altro silenzio assordante nell’ agiografica  intervista riguarda la faccenda Omnitel. Lui non ricorda, Il Sole 24Ore  compiacente, tace, prostrato paggescamente davanti al potente editore: ma io ricordo quel giorno, era il 28 marzo ’94, era anche l’ultimo atto del presidente del Consiglio, di quel Carlo Azeglio Ciampi che ha sempre vissuto con l’aura del galantuomo dell’ottocento.  Il quale galantuomo ottocentesco,prima di passare la mano al primo Governo  Berlusconi, decise per il secondo operatore di telefonia mobile italiano. In gara c’erano Fiat - Fininvest e De Benedetti. Naturalmente vinse De Benedetti. Quella sera il moribondo governo Ciampi fece nascere Omnitel. Fra l’altro, la documentazione per la gara d’appalto era un malloppo da 1.200 chili, esaminato con insolita e straordinaria rapidità. “Ora l’Ingegnere mostri quello che sa fare», scrissero i giornali. E infatti l’Ingegnere lo dimostrò appieno : rivendette Omnitel ai tedeschi della Mannesmann per una vagonata di quattrini. Ancora una volta un’operazione perfetta per sé, un po’ meno per il «sistema Paese» , locuzione della quale  si riempie la bocca nei convegni ufficiali. Il prezzo concordato fra Ciampi e De Benedetti per Omnitel fu di 750 miliardi di lire e il pagamento fu rateizzato in “ soli” 14 anni con rate annuali bassotte  di 76 miliardi. Ai tedeschi la medesima Omnitel fu venduta invece per 14mila miliardi. Cash,  senza rateizzazione. Da 750 a 14mila miliardi: il guadagno val bene la svendita all’estero di un patrimonio italiano. Chi ha protestato?

E del Banco Ambrosiano, che si dice del Banco Ambrosiano in quell’intervista? Nulla. Pazienza, penso io a rinfrescare la memoria. Era il 1981 quando Carlo De Benedetti  entrò nell'azionariato del Banco Ambrosiano, guidato allora dall'enigmatico presidente Roberto Calvi. Pensate: De Benedetti comprò soltanto il 2% del capitale della Banca , ma tanto poco bastò incredibilmente per accaparrarsi la carica di vicepresidente della Banca. Neanche passano due mesi che  l'Ingegnere lascia già l'istituto, già alle soglie del fallimento, motivandone le ragioni sia alla Banca d'Italia sia al ministero del Tesoro e cedendo la sua quota azionaria. De Benedetti fu accusato di averne ricavato una plusvalenza di 40 miliardi di lire per il suo due per cento e per questo fu  processato dalla Magistratura, per il reato di concorso in bancarotta fraudolenta. Accusa, però, del tutto falsa perché,non ostante due condanne in primo e secondo grado, De Benedetti fu assolto in Cassazione poiché non esistevano i presupposti per i quali era stato processato.

 

Nessun accenno, in quell’intervista, neanche  alla SME. I soli fatti, senza pettegolezzi. Il 29 aprile 1985 il Prof. Romano Prodi, in qualità di presidente dell'IRI, e Carlo De Benedetti in qualità di presidente della Buitoni, stipularono un accordo preliminare per la vendita del pacchetto di maggioranza, esattamente il 64,36% del capitale sociale della SME, la società finanziaria del settore agro-alimentare dell'IRI, zeppa di imprese alimentari  gioiello e di una liquidità di ottanta miliardi di lire , per il prezzo complessivo di 497 miliardi di lire, da pagarsi in dieci comode rate annuali. Il consiglio di amministrazione dell'IRI, presieduto dal Prof. Romano Prodi, approvò il contratto il successivo 7 maggio. Il Governo di allora, presieduto da Bettino Craxi,  richiese una verifica sull'opportunità dell'operazione. Il Premier stesso  dichiarò: "Se ciò che ci viene proposto risulterà un buon affare lo faremo. Se no, no". Si poneva quindi un problema di valutazione economica e sociale. Il 24 maggio (la scadenza per l'entrata in vigore dell'accordo, già prorogata dal 10 maggio, era prevista per il 28) l'IRI ricevette dallo studio legale dell'Avv. Italo Scalera un'offerta per 550 miliardi (10% in più dell'offerta Buitoni, il minimo per rilanciare); l'offerta non indicava i nomi dei mandanti, che sarebbero apparsi solo al momento della eventuale stipula, e l'avvocato Scalera, dopo quella prima ed unica lettera, non ebbe più contatti con l'IRI. Poco prima della mezzanotte del 28 maggio, data di scadenza dei termini, arrivò un'offerta via telex di 600 miliardi (altro rilancio minimo del 10%), più vantaggiosa, da una cordata, la IAR (Industrie Alimentari Riunite) composta da Barilla, Ferrero, Fininvest, a cui successivamente si sarebbe aggiunta” Conserve Italia “ la  lega di cooperative "bianche". Di seguito arrivarono ulteriori offerte ma il governo non diede la prevista autorizzazione alla vendita a nessuno dei potenziali compratori e decise di mantenere la SME in portafoglio. Contro questa decisione del Governo Carlo De Benedetti citò l'IRI davanti al tribunale di Roma. Sia in primo sia in secondo grado, però, i giudici non accolsero le tesi della Buitoni. La sentenza di secondo grado non fu neanche appellata in Cassazione dalla Buitoni. La SME fu successivamente venduta, ma non in blocco, previo suo “ spezzatino”. Dalla vendita separata di solo alcune delle società del Gruppo, lo Stato italiano  ricavò più del triplo  rispetto a quanto offerto solo alcuni anni prima da Carlo De Benedetti e da Romano Prodi.

Per finire, anche una delle sue ultime imprese, la M&C Management e Capitali, anche questa ignorata dall’intervista confindustriale. Tale società, fondata nel 2006, aveva il compito di risanare le imprese in difficoltà. La prima impresa in difficoltà che rilevò fu la Domopak, quella famosa della carta argentata da casa. Appena rilevata, l’Ingegnere annunciò il taglio di 190 operai della Domopak. Scioperi, proteste, blocchi dell’autostrada. Poi di M&C non si seppe più nulla sul piano industriale. Nessuna impresa salvata. In compenso se ne è parlato moltissimo sul piano finanziario: un susseguirsi di operazioni in Borsa, scalate, O.P.A., accordi, annunci di vendita, riacquisti, rilanci a Piazza Affari. Questa non è imprenditoria, questa è, direbbe Celentano, “ speculation”, finanza speculativa.

Ci sarebbero ancora cosette da ricordare, ma sono stufo.

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Dopo sette anni, Francesco Storace è stato assolto per lo scandalo Laziogate. Secondo la corte d’Appello, il fatto, addirittura, non sussiste. Dopo solo poco più di un anno invece, Nichi Vendola è stato assolto dall’accusa di aver favorito la nomina di un primario in un ospedale pugliese. Per i giudici di primo grado il fatto non sussiste. Due storie politiche agli antipodi, accomunate dalla necessità di fare i conti, umani e politici, con la condanna mediatica di processi celebrati sui giornali e nei talk show televisivi ancor prima che nelle aule giudiziarie.

Per i soloni manettari del “no indagati nelle liste”, la carriera politica sia di Vendola che di Storace sarebbero finite ormai da un pezzo. La reazione gretta,  da “ Guardiani d’Allah” , con forti  sapori forcaioli che pervade il paese , cavalcata senza ritegno da Antonio Di Pietro, dallo stesso Vendola da Grillo, dopo gli scandali che hanno travolto tutto il sistema-Regioni e che lambiscono  il Palazzo, è comprensibile politicamente ma non da un punto di vista della civiltà. A cosa sono servite quelle esecuzioni giudiziarie di vent’anni fa dei due principali partiti politici se poi  tutto è rimasto uguale ?  Molta opinione pubblica  vorrebbe eliminare  un’intera classe politica a colpi di pubbliche fucilazioni. Una classe politica che, sia chiaro, ha totalmente fallito  nei suoi propositi di cambiamento.

Ma quali sono le ragioni vere di questo fallimento? Uno dei motivi è  da ricercare dalla mancata risoluzione del “ corto circuito mediatico” in cui da un paio di decenni  versa il rapporto, ormai del tutto squilibrato alla faccia della Costituzione,  tra il potere esecutivo e l’ordine della magistratura. Questo Blog condivide, seppure in parte,  le critiche mosse a chi vorrebbe sottoporre l’azione dei magistrati al  controllo degli altri poteri della repubblica, perché esse  hanno un senso più “ temporaneo” che “ istituzionale”  (si pensi, ad esempio, all’attuale grado di inaffidabilità del nostro ceto politico, che potrebbe, lo si spera, sparire ), mentre  sono motivate le obiezioni di chi, come questo Blog,  ancora si dice indignato  dell’eccessivo condizionamento che le Procure esercitano sull’azione del Parlamento. Ma è una battaglia da combattersi sul piano della cultura delle istituzioni, sul piano di una corretta informazione  e dell’etica della cosa pubblica. Vergognoso, invece, senza se e senza ma, specie per chi crede nella Costituzione che sancisce l’innocenza di ciascun indagato fino a sentenza definitiva, è pretendere che chi viene indagato, oltre a scontare la gogna del circo mediatico, debba necessariamente farsi da parte,  prima che se ne sia accertata la eventuale colpevolezza. E sostenere ancora  che questa aberrante barbarie giuridica   dovrebbe essere stabilita da una legge è una vergogna mondiale.
Roma domenica 4 novembre 2012
Gaetano Immè