Gaetano Immè

Gaetano Immè

mercoledì 24 aprile 2013


PROGETTO POLITICO E FALLIMENTO TOTALE
Il Prof. Miguel Gotor, quello il cui progetto politico era tutto in quel suo sprezzante “ mai con quell’individuo”( alludendo ovviamente  a Silvio Berlusconi e quindi ai dieci milioni e passa di italiani che votano per il partito di quel leader politico) ormai non ha altra scelta se vuole salvare la sua faccia : o si dimette da senatore del P.D. o va in pellegrinaggio, in ginocchio a Via dell’Umiltà  o a Palazzo Grazioli, aspettando dietro la porta di servizio, con il cappello in mano, che sia ricevuto da qualcuno del personale di servizio.Il principale artefice dell'incredibile patatrac ottenuto dall'ormai ex segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani ha un volto ed ha un nome e un cognome preciso. Ha dell’inspiegabile come abbia fatto costui a convincere il famoso tortello magico del Pd (Vasco Errani, Maurizio Migliavacca, Miro Fiammenghi, Orfini, Fassina, ecc ) a seguire la sua strepitosa linea politica – complimenti vivissimi per il successo -che ha portato tutto  il P.D a mortificare il suo ennesimo Segretario P.L. Bersani e personalità come Romano Prodi e Franco Marini conducendoli baldanzosamente ad una debacle semplicemente vergognosa.

Il nome è sempre quello, ormai  da un paio d’anni:Certo  è proprio lui, sì, il geniale scrittore, il professore di una “ storia parallela” a quella vera , Miguel Gotor appunto. Il gran consigliere di Bersani. Il principe dei guru, anzi un”grande para guru”. Il Vissani  del bersanismo si è ritrovato cucinato a dovere insieme con tutto il  tortellone magico. Miguel Gotor,  che qualcuno servilmente e ridicolmente già chiamava “ Mago Gotor”, tanto per rivalutare a rango di scienziato il Mago Otelma al minimo confronto. Quello che “il berlusconismo era finito e sepolto” , spacciando così  la sua innata iraconda e biliosa invidia ( di omuncolo dedito al servaggio di un nome potente ) per l’uomo di successo Silvio Berlusconi con le soluzioni politiche per gli italiani; quello che diceva che il paese si doveva cambiare facendo “scouting”  sul M5S;  quello che teorizzava la fine del Pdl scambiando i suoi miserevoli  sogni da “commissario politico del PCI “ – che agognavano  la fucilazione o l’ impiccagione immediata  per  tutti gli avversari politici  – con quelli del popolo italiano. Quello che gioiva quando la “ congrega dei boia miserabili “ ( Zanda, Migliavacca, etc) premevano perché il Parlamento votasse una Legge ad hoc per  fucilare impunemente  il leader del centrodestra trasformando così un Parlamento democratico in una squadraccia di assassini politici , come nella migliore tradizione del compagno Andrej  Zdanov ; quello che considerava Renzi un eretico quando  accusava Bersani di stare lì a perdere tempo , quello stesso che ora è disposto a leccare i piedi ed altro a Renzi in odor di premierato; quello che ogni giorno vedeva nel M5S la stella politica in grado di  cambiare il paese, mettendo insieme le smacchiature  di Bersani e i vaffanculo di Beppe Grillo. Quello che escludeva al cento per cento che il Pd suonasse al campanello di Arcore. Quello che diceva  “mai mai mai con l'impresentabile Berlusconi “ e che alla fine ha dovuto arrendersi al fatto che - tu guarda - il paese reale altro non voleva che  far nascere un governo ed eleggere un presidente della repubblica insieme ad un solo  convincimento : quello di andare a braccetto con il centrodestra di Silvio Berlusconi.

E così - di fronte al grande accordo della disperazione fatto dal Pd con Pdl, Lega e Monti per eleggere il nuovo presidente della Repubblica, e altro che governo del cambiamento - si capisce come oggi il coltissimo e intelligentissimo “para guru” sia più o meno nelle stesse condizioni di tutta quella marea di incazzati politici di sinistra che negli ultimi due mesi hanno sempre ricordato come  fosse preferibile cercare una larga intesa con i simpaticoni del M5S, gli stessi  che ieri pomeriggio sono scesi in piazza a Montecitorio a urlare “ golpe golpe golpe “ alla fine dell'elezione di Napolitano piuttosto che ricercarla con quei manigoldi e impresentabili del centrodestra , come ebbe a dire una raffinata politologa qual è Lucia Annunziata, anch’essa evidentemente pronta ad un cattedra per la “ storia dello squallore umano e politico “). Oggi questi politici, questi guru e questi grandi paraguru  che fino a qualche giorno fa con eroica testardaggine provavano a sostenere che con Berlusconi neanche un caffè, oggi dicevo questi “ commissari politici del PCI” si trovano al cospetto di un Pd che dopo aver visto svergognati e derisi personalità come Rodotà, come Prodi, come Marini e segretari come Bersani  si ritrova seduto al desco  con il centrodestra berlusconiano  a condividere con quel popolo laico, liberale, europeista, antistatalista e democratico non un caffè  ma addirittura il nuovo presidente della Repubblica ed un nuovo governo per il Paese reale.

C'è poco da dire sul soggetto in questione. Lo sentii parlare durante una trasmissione di “ Porta a Porta”, subito dopo gli ultimi risultati elettorali. Dopo averlo ascoltato attentamente mi chiesi come facesse, un personaggio simile, ad essere un Professore universitario di Storia . Il suo ragionamento era lo stesso che, negli anni ’50 e ’60 , veniva costruito dai “commissari politici “che davano l'indirizzo all'azione politica del PCI , erano i padreterni delle sezioni del "partito" , copiati fedelmente dal sistema bolscevico. Ora qualcuno li chiama consiglieri o "guru". Costui sprizza odio da tutti i pori. Lo ricordo ,da Vespa, con la sua prosopopea, dire “Ho letto Moro e Togliatti. Io mastico politica da quando sono nato, e vi dico che faremo un governo stabile e duraturo. Neanche un tè  con il PDL”. Quando si parte da presupposti del genere il ragionamento è corroso da un cancro intellettuale  che lo rende tossico. Perché il PCI e le sue derivazioni non è stato un partito politico nato e sviluppatosi con lo scopo di governare un Paese  ma per opporsi ad un progetto politico e sociale altrui. E’ nella sua storia, nel suo dna, una ideologia nata per “opporsi” a qualcuno e non una ideologia nata per governare un Paese . Il fenomeno del ribellismo psicologico si trasfonde in un partito politico che nella psicologia del ribelle ( a qualcosa) trova la sua realizzazione. Non nella sua capacità di astrarsi dalle rivendicazioni più o meno giuste per costruire un proprio progetto politico che possa governare un Paese nell’interesse di quel Paese, senza avere un nemico da combattere con ogni mezzo, lecito ed anche illecito.

C’è storicamente una grandissima colpa della Chiesa cattolica – lo dico da laico rispettoso – nell’affermazione del pensiero comunista in Italia dal 1945 in poi , fino al punto che se la Chiesa non ci fosse stata o fosse stata altrove, forse il PCI non avrebbe avuto quell’innegabile successo che ha avuto nel Paese . Alla base di questo successo vi era il fondato – fondatissimo – timore che una  vittoria della DC di De Gasperi nelle elezioni del 1948  instaurasse nel Paese un oscurantismo clericale. Uso le parole di quel tempo. Certo che la Chiesa era stata sempre un ostacolo formidabile  al processo di maturazione politica e di unificazione politica e sociale dell’Italia. La presa di Roma, per esempio,avvenne ben dopo l’anno dell’unificazione. La Breccia di Porta Pia del 20 settembre del 1870, fu l'episodio che sancì l'annessione di Roma al Regno d’Italia, decretando la fine dello Stato Pontificio e del potere temporale dei Papi. La stessa Chiesa aveva fiancheggiato la politica liberale di fine ed inizio secolo ed aveva poi largamente appoggiato il successivo regime fascista. Dunque la difesa del laicismo contro l’invadenza del clericalismo era non solamente un retaggio storico irrinunciabile per la cultura italiana  ma, davanti alla schiacciante vittoria della Dc nelle elezioni del 1948, vittoria ottenuta con il concorso decisivo della stessa Chiesa, diventava una sorta di dovere civico , una necessità attualissima. Ecco quindi che buona parte del mondo intellettuale laico vede, essenzialmente nel PCI, il principale bastione per impedire una clericalizzazione della società italiana. L’elenco degli uomini di cultura  che aderirono dunque al PCI , consegnando allo stesso partito una larga egemonia culturale, è lungo. Tralascio i tanti nomi, ma voglio ricordare il caso di Luigi Russo, insigne storico della letteratura italiana, di stretta formazione idealistico – crociana che sostenne come i “più accesi  ed efficaci propugnatori dell’ideologia comunista fossero proprio gli angusti, faziosi, miopi difensori della Chiesa Cattolica”. Insomma moltissimi intellettuali aderirono al PCI pur essendo lontani mille miglia da quella ideologia , appunto come emblematicamente fatto da Luigi Russo. E verso questi uomini di cultura, il PCI, promosse e svolse, con estrema lungimiranza , un’azione politica di forte mobilitazione ed anche di grandissima valorizzazione, aprendo loro i suoi giornali e riviste ( L’Unità, Rinascita, Società, Vie Nuove, ecc) , avvalendosi della casa editrice del figlio di Einaudi, Giulio, che svolse una immane opera di fiancheggiamento. In verità, se si studia la storia del PCI, ci si rende conto che in quegli anni, la difesa che il PCI faceva della “ libertà della cultura” era puramente strumentale e propagandistica, non solo perché nell’URSS e nei Paesi satelliti tale libertà non esisteva affatto, ma anche perché nella stessa Italia il PCI non rinunciava affatto ad interventi di carattere censorio contro gli intellettuali allorquando vedeva messa in pericolo la propria linea politico – culturale. Basta ricordare quel che accadde allo scrittore siciliano Elio Vittorini , iscritto al PCI , Direttore della rivista “Il Politecnico”, quando Mario Alicata, per ordine di Togliatti stesso, lo accusò di approfittare della libertà concessa magnanimamente dal PCI per redigere sulla sua rivista una antologia non organica alla visione politico – culturale del PCI. Cosa c’entravano personaggi come Kafka, come Gide, come Sartre, come Joyce, come Hemingway, come Faulkner, che nell’URSS erano stati messi al bando, nella sua rivista?  Il Politecnico chiuse, Vittorini fu cacciato dal PCI. La verità è che la “difesa della libertà di cultura” che il PCI portava avanti in Italia era diretta formalmente “ contro” l’oscurantismo clericale , ma in realtà era un alibi che celava una linea politica e culturale ben precisa : quella del partito, dalla quale nessuno poteva derogare. Occorreva essere per forza dei “neorealisti”- nella pittura, nel cinema, nell’arte – mai “ astrattisti”: così s’è creata una lunga e ricca corrente intellettuale neorealista mentre invece Picasso e tutti i pittori astrattisti erano ignorati e mal sopportati. Come si vede il PCI fingeva di combattere un tipo di oscurantismo clericale ma per instaurare un nuovo tipo di oscurantismo , basato su dogmi e modelli mutuati dal realismo socialista e sovietico, un oscurantismo non meno incompatibile di quello clericale , con il libero pensiero e con le piene libertà individuali.

Mancando un nemico da combattere e da abbattere , il PCI diventava debole, imbrigliato in tentazioni di doppi binari che mal s’addicono ad una logica politica. Infatti una volta metabolizzato e dunque ridotto a semplice icona la lotta al clericalismo specie dopo la salita al soglio pontificio di Giovanni XXIII esimo, l’azione politica del PCI perse vigoria sociale e consenso, tentando addirittura di accreditarsi come partito di lotta ma anche  di governo con le esperienze degli anni 62 /64 dei governi della non sfiducia. In tal modo l’Italia fu immersa in un clima politico e sociale si immobilismo e di stagnazione anche grazie al miracolo economico , dovuto soprattutto ai governi del primo centrosinistra, che non potevano non sfociare nel ribellismo del movimento studentesco del 68. Ecco, il movimento studentesco , che si era abbeverato alla tradizione massimalistico – rivoluzionaria propria del PCI, contribuì, grazie alla mistificazione  del nuovo nemico da combattere ( la società immobile alla quale, però, aveva dato fondamentale contributo lo stesso PCI ), a ravvivare le posizioni politiche “ di lotta“ e massimalistiche del PCI, all’incremento di una nuova forma di cultura comunista ( si pensi ai “ Quaderni rossi”, a “ Classe operaia”, a “La sinistra”, ecc.) che ridette vitalità e consenso al PCI.

Così, dopo gli anni settanta e l’esperienza dell’autonomia( non certo di rottura)  berlingueriana dall’Urss , verso gli anni ’80 il PCI trovò il nuovo nemico da abbattere, trovò nuova linfa vitale nell’esperienza del socialismo craxiano. Si fa strada, in questi anni, un altro settore pubblico che la vecchia DC aveva lasciato fin dal ’48 nelle mani della cultura comunista: la magistratura. Con l’aiuto della Magistratura  “organica” al PCI, come lo furono gli intellettuali degli anni cinquanta, il ribellismo psicologico dell’ideologia comunista assume una connotazione di maggiore debolezza quanto più dimostra di avere bisogno dell’azione politica della Magistratura per riuscire ad abbattere il “ nemico di turno”. Con Craxi, il PCI inaugura una stagione di svilimento della sua azione politica ed inizia la nuova stagione che non vede più il PCI armarsi e sollevare le masse “ contro” un nemico da abbattere, ma vede un PCI agli ordini della Magistratura “organica” alla quale il PCI consegna le chiavi della guida politica che fu dell’Urss. Ecco quindi Tangentopoli, ecco il PCI salvato dai Magistrati organici che poi verranno premiati dal partito con seggi e prebende pubbliche ( da Di Pietro a D’Ambrosio passando per Violante, per Emiliano, etc) . Lo schema, collaudato con la stagione del craxismo, finito con la fucilazione del nemico politico, resta identico anche per la lunga stagione della così detta Seconda Repubblica, quando il PCI , autoridottosi ad una dependance della Magistratura organica, non riesce più negli ultimi venti anni ad elaborare un progetto politico che non sia il solito schema : quello che l’amica Magistratura o un Parlamento di giannizzeri facciano il lavoro sporco di uccidere Berlusconi come fecero con Craxi.

Non serve un Professore, né tanto meno un ideologo o un guru per fucilare l’avversario politico, basta una pistola. Insomma le idee del Prof. Gotor sono semplicemente la ennesima riedizione del ribellismo infantile del PCI, la dimostrazione della sua innata incapacità di sopravvivere senza un nemico da abbattere, la sua impressionante limitatezza culturale , assolutamente incapace di elaborare un proprio progetto storico politico che non sia una riedizione dell’ormai inguardabile ed incivile eliminazione fisica, ma non politica, del nemico. Tralascio, volutamente, di descrivere quelle tre o quattro cose che so di lui, della sua cattedra, delle sue frequentazioni, delle sue prestazioni editoriali, perché ho voluto dare alla mia critica un taglio squisitamente e rigorosamente intellettuale. Le tante, troppe miserie private degli uomini che si autocelebrano come esempi di specchiata legalità  e di moralità non mi interessano. Mi disgustano.

 

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RODOTA’ E LA MORALITA’

A proposito poi di moralità e di legalità, c’è forse da aggiungere altro a proposito di Stefano Rodotà?

 Quello che segue è un clamoroso conflitto di interessi. Maria Laura Rodotà, figlia di Stefano,  ha cominciato a fare la giornalista, come stagista, grazie alle amicizie politiche e clientelari di Stefano Rodotà. Insomma Stefano Rodotà, quello per capirci spacciatosi come esempio conclamato di moralità e di legalità, ha piazzato la figliola Maria Laura e la moglie Carla nel giornalismo  sottobanco, con le raccomandazioni, con il ricatto che proviene dal posto occupato nella burocrazia italiana. Concussione? Quel reato vale solo contro Silvio Berlusconi o contro Dell’Utri, lo sappiamo. Sappiamo che la legge è uguale per tutti ( quelli che non votano a sinistra).

Rodotà Stefano, padre e marito affettuoso, ma anche corruttore di amici , ha avuto anche la faccia tosta si dire «Mi piace definirmi moralista» Solo il M5S ed un risibile “favoliere delle Puglie” un Vendola che ha ridotto il suo SEL dal 6/7% all’attuale 2 % ,  pronto ad accoltellare alle spalle l’amicone Bersani per flirtare con tutti gli omaccioni del M5S  sostenendo Rodotà  potevano avere questa sfacciataggine. Stefano Rodotà («il nuovo che avanza»: classe 1933, in politica almeno dal 1976!) l'espressione di un'opinione pubblica illuminata e responsabile che vuole «voltar pagina» ed essere governata da quel partito delle persone oneste oggetto della feroce ironia di Benedetto Croce. Rodotà padre candidato grillino al Colle, Rodotà figlia interpellata dal Pd come mediatrice telefonica per far desistere il padre dal Colle, e il giornalista Sabelli Fioretti (Un giorno da pecora, Radio2) che ha preso otto voti al terzo scrutinio per il Colle, due in più di Franco Marini, e che ha questo aneddoto sulla famiglia Rodotà nel cassetto delle sue famose interviste. Un'amicizia con Rodotà padre, che le raccomandò la giovane figlia quando era direttore, e con la moglie di Rodotà padre, Carla, che ebbe una rubrica in un successivo giornale diretto da Sabelli Fioretti. Che poi ebbe una rubrica, a sua volta, dal giornale “ Amica “  di cui Rodotà figlia, firma del Corriere, è stata direttrice: È uno squallido backstage , un miserabile  incrocio di collaborazioni, di amicizie, di assunzioni, di clientelismo che nessuno pareva aver visto. Beati i monoculi in terra cecorum!  Pensate che grandi statisti: vendoliani e grillini che  si sono ritrovati in piazza a inneggiare proprio a Ro-do-tà, tutti probabili divoratori dei suoi volumi di diritto (il più citato, ovviamente solo il titolo, è Il diritto di avere diritti). La Casta dei Rodotà? Macché, solo un'élite di persone colte e per bene. Il loro salotto televisivo ideale è quello di Fabio Fazio. Che in effetti, su Twitter, ha fatto il tifo per il giurista: «Rodotà è da sempre impegnato per l'affermazione dei diritti di tutti. E i diritti sono il fondamento di ogni gesto e pensiero». Non ha fatto nessun endorsement pro Rodotà il collaboratore di Fazio, nonché prestigiosa firma della Stampa, Massimo Gramellini, ex marito della figlia di Rodotà, mentre ha firmato appelli  a ripetizione  pro Rodotà il solito Michele Serra, firma di Repubblica e firmaiolo di appelli in quantità industriali

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DEMOCRAZIA E DOMINIO DEL WEB.

 

La sinistra è passata dalla dittatura del proletariato alla dittatura  dei followers . Più i seguaci (chiamiamoli così all’italiana) diventano dominus della politica, più i leader diventano marionette in balia dell’onda del momento. C’è una pericolosa, pericolosissima tendenza a formare un’equazione: pensiero dei follower, urla della rete uguale democrazia. Ma che razza di imbecille sei se dici queste cretinate?  La rete, Twitter, non ha nulla a che vedere con la democrazia e non ne è neanche una sua pallida approssimazione. Ciò non vuol dire che essa non sia importante, che non si debba ascoltare, ma farsi dominare dalla rete , però,  è da idioti puri. Ci stiamo facendo condizionare (il discorso vale per tutti) dall’umore mutevole e immediato che si riscontra sui social network. Con il piccolo particolare che i graffiti elettronici avvengono in tempo reale. Non sono punibili (grazie al cielo, anche se la libertà d’insulto non si capisce perché sia lecita se intermediata da un pc) e danno l’impressione di essere numerosi. I numerosi gradassi dei social network sono simili a quegli automobilisti incazzosi che vi insultano ma solo da lontano. Sono tutti leoni quando sono protetti e chiusi al calduccio dell’involucro di metallo e vetro: un tempo facevano gestacci, oggi urlano e insultano. E anche la rete dà quella calda  e vigliacca sensazione di poter insultare liberamente un terzo con la certezza di non guardarlo mai dritto negli occhi, senza alcuna possibilità di replica. Con il pensierino irresistibile per il quale la rete è democratica, disinteressata, numerosa, giusta e sempre libera. Ma per l’amor di Dio!  In Italia ci sono 20 milioni di cittadini che non hanno una connessione internet e ce ne sono 29 milioni che si collegano una volta al mese. In Italia ci sono 4 milioni di utenti twitter .

 

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COLOMBO ANCORA PARLA

''Domani mi iscrivo al Pd per poter stracciare la tessera '. Gherardo Colombo, ex magistrato e componente del Cda della Rai, nominato proprio dal partito democratico, ha scritto alcuni tweet al veleno sul suo profilo. Colombo è furioso per la mancata elezione di Stefano Rodotà a presidente della Repubblica.

. ''Mi piacerebbe sapere - scrive Colombo - che difetto avrebbe Rodotà secondo il Pd''. E ancora: ''Dominano la paura di novità e la voglia che tutto resti come prima''. ''Se un uomo come Rodotà che sostiene il diritto di avere diritti non piace ad una parte, il problema è di quella parte'', conclude amaro.

Ah, Gherardo, Gherardo!

Ti metti pure a fare il finto tonto! Non hai capito perché una gran parte degli elettori di sinistra non ha votato Rodotà? Perché quella gran parte è stufa della supponenza, dell'intoccabilità, dello smisurato potere usato male dei suoi colleghi magistrati rossi! Rodotà non avrebbe fatto altro che continuare a "proteggerli" da ogni strale e, soprattutto, da una futura riforma della magistratura che, giustamente, metterà dei paletti insormontabili!! Egregio, la pacchia è finita....forse!! Meglio non mettere il carro davanti ai buoi! Dott. Colombo, cosa aspetta starsene zitto? Non bastano i danni che ha fatto con la Bicamerale di D’Alema?  Lui  crede di essere parte di una classe di eletti, in realtà appartiene alla categoria dei privilegiati e degli impuniti.

 

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IL P.D. E’ FINITO. AL VOTO !!! AL VOTO!!!!

Ora i troppi Caini , i Bruti, gli Iago si sparano fra di loro e così credono – le Spinelli, i Zagrebelsky, gli Scalfari, i Mauro, i Padellaro, i Gomez, gli Eco, i Camilleri, i Saviani, i professionisti dell’appello, le Hack, le De Monticelli, ecc – ancora una volta di salvarsi. Hanno guidato, dal sessantotto ed anche negli ultimi  venti e passa anni, la linea culturale della sinistra  colmando  il vuoto creato dal crollo del comunismo sovietico sotto palate di  una sotto cultura dominante ( perché di “ Scuola di Stato”) basata  sulla staliniana criminalizzazione del nemico politico ed hanno così  creato una nuova classe di quarantenni semplicemente da vergogna .Gente incapace della minima libertà intellettuale, anche semplicemente estetica, gente che  deve sentirsi inquadrata in un gruppo, gente che ritrova solo nel branco consenziente  la legittimazione del proprio  pensiero invece che  nel suo libero e pacifico affermarsi. Insomma, manca la riesumazione dell’eskimo e saremmo a posto. Tornati da dove questa gente è venuta, dalla “Scuola di Stato”, dalla “ cultura di Stato”. Sentire ieri sera le parole di Fassina di un Orfini, imbacuccati nella divisa dell’ “io sono de sinistra” con la barba d’ordinanza e quell’apparente disponibilità al dialogo e le loro tesi ( per Fassina Prodi era un nome unificante il Paese mentre  Orfini aveva pure la sfacciataggine di lamentare il tradimento dei cento parlamentari si sinistra che non hanno votato per Prodi ) era come rendersi conto d’avere allevato con amore, con dedizione , con sacrifici gente come Pietro Maso o Erika . Ma questi, almeno, hanno espiato la loro pena.

Se per due decenni semini vento, non puoi che raccogliere tempesta. Se ti affidi poi a quarantenni “figli di papà”, cresciuti nelle assemblee studentesche  dove la loro sopraffazione vinceva sulla ragione, se per venti anni non hai fatto altro che inoculare nelle vene dei tuoi fan il disprezzo per il nemico politico, l’odio per l’avversario politico, la sua demonizzazione basata anche su falsi e menzogne (purché reggano per qualche tempo e purché vadano a sputtanarlo), se l'unico pensiero che scalda il cuore dei tuoi  è “ eliminare anche fisicamente Berlusconi” arrivando anche ad  utilizzare  il Parlamento per trasformarlo da una libera assemblea di uomini liberi in una banda di criminali in doppio petto pronti a crearsi una legge che consenta loro si sparare in bocca a Berlusconi e di restare impuniti. Era, il loro parlare, nichilismo politico puro. Era un inno all’agire con violento egoismo, senza calcolare le conseguenze dell’azione. Così com’era nelle assemblee studentesche,al buio. Spinti da una propulsione oscura, da una pura  logica vendicativa e divisoria , da un’insopportazione caratteriale, culturale, e da un’ambizione politica che poggia su una sola certezza: distruggere più avversari possibile, scompaginare i giochi, spaccare il partito e la coalizione, fare sponda con chiunque, anche con il M5S, anche con l’infido web,  pur di raggiungere lo scopo distruttivo anche senza avere una mèta definita. La malattia nichilista è un morbo parlamentare conosciuto, la Prima Repubblica ne morì, tra le bombe di mafia e l’imperversare di bande in conflitto nel corso dell’elezione di un presidente. Cento e più franchi tiratori, ieri.

Replicare a Fassina su Prodi, uomo che unirebbe secondo Fassina,  è come sparare sulla Croce Rossa: non voglio infierire su un moribondo. Bastano i fatti e gli atti criminali del professore bolognese, basta la rivolta popolare davanti a Montecitorio di ieri per esprimere tutto il disgusto di un popolo per quest’uomo. Per Orfini, invece,  qualche parolina. Costui lamenta che vi siano stati 100 traditori sul nome di Prodi. Ma davvero, Orfini? Costui, come tutti gli scienziati del tortello magico che hanno sfigurato, smerdato, svergognato  quell’onesto anche se  modesto, irresponsabile e limitato funzionarietto del PCI che è sempre stato P.L. Bersani , improvvisamente ritiene che la libertà politica del parlamentare , che nei casi di Fini, di Casini, di Follini, di Bocchino, di Granata, ecc. avevano difeso a spada tratta come fosse una perla di quella Costituzione più bella del mondo ( perché serviva a denigrare e criminalizzare l’avversario politico), oggi , usata dai suoi che Orfini voleva in ginocchio a seguire gli ordini del suo partito senza obiezioni di sorta, sia cosa esecrabile. E come mai, Orfini? E la coerenza, Orfini? E perché mai, allora, Orfini, i padri costituenti avrebbero imposto alla votazione per il Capo dello Stato la segretezza dell’urna, se non proprio per rafforzare quell’indipendenza del parlamentare da ogni forma ricattatoria e coercitiva? Ma di che cosa e , sopra tutto, con chi devo parlare ?

Ai tanti “ maestri” dei tanti Orfini e  dei tanti inculcati seguaci cresciuti a acqua e criminalizzazione dell’avversario politico , dopo trenta e passa anni ad allevare i giovani nei recinti  dei buoi inferociti  è poi difficile spiegare ai propri lettori, elettori,discepoli  ed ai propri eletti, che bisogna far scegliere il nome del nuovo presidente della Repubblica agli “impresentabili”, come premessa di chissà quale altro accordo per far nascere una sottospecie di Governo. Sulla scelta del prossimo inquilino del Colle un Pd sovietizzato  sta svolgendo il suo congresso, in pratica una guerra tra bande. E sono giunti a maturazione i frutti velenosi di trenta e passa anni di vampirismo ( essere umani che sopravvivono dopo essere morti succhiando il sangue dei vivi) e di vent'anni di antiberlusconismo, l'eterna maledizione che la sinistra e i suoi leader si sono auto-inflitti. Grazie alle Spinelli, ai Zagrebelsky, ai Flores d’Arcais, ai Camilleri, alle De Monticelli, alle Hack, agli Jannacci, ai Fo, ai Vecchioni, ai Saviano, ai Fazio, agli Scalfari, ai Mauro, ai Serra, ecc la radicalizzazione del Pd in questi anni è tale che oggi  la pancia del partito non può reggere ad alcuna concessione a Berlusconi, nemmeno ad un nome condiviso per il Quirinale e nemmeno se è un esponente storico dello stesso Pd. Una personalità come Marini, che 7 anni fa un centrosinistra compatto imponeva come seconda carica dello Stato a colpi di maggioranza, oggi lo ha spaccato  a metà come una mela. La linea politica di questi anni, di demonizzazione deresponsabilizzante dell'avversario, ai danni dell'immagine stessa del paese, e l'insensato inseguimento dei grillini di queste ultime settimane, hanno finito per aggravare, anziché sanarla, la contraddizione, la frattura storica interna sia al popolo che ai partiti di sinistra: quella tra riformisti(inesistenti, ai fatti, come i vecchi “miglioristi”)  e massimalisti, tra partito di governo e partito di lotta.

Il risultato che si tocca con mano oggi è che una quantità di parlamentari, anche vicini al segretario del Pd, per i quali ogni compromesso è a prescindere un inciucio da demonizzare – anche quando è l'unica via realistica per un governo di cui il paese ha disperatamente bisogno, o è soltanto per mettere a capo della Repubblica una figura di garanzia – e che vagheggiano un governo con il M5S propiziato, una volta schernito ed umiliato come merita Prodi,  dall'elezione di Rodotà al Quirinale, dimostrando un'idea ingenua, immatura, ottusa e al tempo stesso pericolosa di democrazia. Se Bersani credeva di poter fare scouting tra i grillini, in queste ore si sta amaramente accorgendo che è Grillo ad avergli già sfilato Vendola e a fare scouting persino tra i suoi fedelissimi. E adesso? Quella di Franco Marini era  una candidatura che nasceva  per un'elezione largamente condivisa, con i 2/3 dell'assemblea alla prima votazione. Che senso avrebbe eleggerlo a maggioranza, con più voti dal centrodestra che dal Pd? Tra l'altro, sarebbe stato un suicidio portarlo, o riproporlo, al quarto scrutinio, considerando che i 521 voti presi alla terza votazioni da Marini  sono superiori i al quorum di 504 della maggioranza relativa .

Dall'inizio di questa crisi entrare a Palazzo Chigi è stato l'unico scopo che ha guidato l'azione di Bersani.Fallito il tentativo con Grillo, ha provato la strada del dialogo con Berlusconi a partire dall'elezione del presidente della Repubblica, ma così facendo ha spaccato il suo partito, nemmeno i suoi hanno digerito la svolta di 180°. Ad uscire sconfitto  da questo  naufragio del segretario è senz'altro Renzi, che dall'inizio ha sparato ad alzo zero sull'ipotesi Marini e che ha spinto per Prodi. Fondati i suoi argomenti contro l'ex presidente del Senato, ma  assolutamente pretestuosi, visto che si possono applicare anche alle figure da lui stesso ritenute preferibili, cioè Prodi e Rodotà.Non fanno costoro forse parte di foto  di  30 anni fa? Esattamente come Marini, corrispondono al profilo di politico che secondo i canoni renziani sarebbe ora di rottamare. Il primo, due volte presidente del Consiglio, controverso manager di Stato, collante di una fallimentare coalizione di governo. E che dire poi di Rodotà? Parlamentare per ben quattro legislature (da quando ancora c'era il Pci), primo presidente del Pds, 7 anni come garante della privacy, con una pensione d'oro di poco inferiore a quella leggendaria di Amato, e anche lui ottantenne come Marini. Prodi e Rodotà rappresentano forse la “visione di paese” che ha in mente Renzi? Sono forse il segnale di “cambiamento” che gli italiani aspettano? No, è che anche il sindaco di Firenze  è semplicemente un fasullo, un falso, uno spaventapasseri. In poche parole, un inutile simil “ migliorista” , come lo sono stati Amendola, Napolitano, Macaluso, ecc, gente che a chiacchiere voleva “migliorare” la linea politica di Togliatti ma che poi vi si inchinava, obbediente. Se hai le palle, un partito te lo crei, anche con la scissione. Ha insegnato qualcosa, oso sperare, la storia politica di questo Paese in tal senso?

Un'altra lezione da trarre da questa vicenda è che finché l'elezione del presidente della Repubblica è in mano ai partiti è del tutto naturale che il prescelto sia innanzitutto un loro garante e non il favorito degli italiani. Chi vuole un presidente “del popolo” abbia la coerenza di sostenere il presidenzialismo. E fino ad oggi la sinistra si è sempre opposta a questa modifica costituzionale. Sempre, e, spesso, con mezzi e sistemi ricattatori.  L'impressione è che oggi tutti quei cattivi maestri che  si scandalizzano per Marini, per Prodi  e che sostengono Rodotà, o altri nomi più originali, non accettano di affidarsi alla volontà del popolo in una elezione diretta. Pretendono semplicemente  che sia  ascoltata “l'avanguardia illuminata “ ( eia eia alalà!) interprete dei suoi presunti voleri. Cioè, solo loro stessi.

Ma mi facciano il piacere!!!!!!!!

 

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Roma mercoledì 24 aprile 2013

Gaetano Immè

sabato 20 aprile 2013


IL P.D. E’ FINITO. AL VOTO !!! AL VOTO!!!!

Ora i troppi Caini , i Bruti, gli Iago si sparano fra di loro e così credono – le Spinelli, i Zagrebelsky, gli Scalfari, i Mauro, i Padellaro, i Gomez, gli Eco, i Camilleri, i Saviani, i professionisti dell’appello, le Hack, le De Monticelli, ecc – ancora una volta di salvarsi. Hanno guidato, dal sessantotto ed anche negli ultimi  venti e passa anni, la linea culturale della sinistra  colmando  il vuoto creato dal crollo del comunismo sovietico sotto palate di  una sotto cultura dominante ( perché di “ Scuola di Stato”) basata  sulla staliniana criminalizzazione del nemico politico ed hanno così  creato una nuova classe di quarantenni semplicemente da vergogna .Gente incapace della minima libertà intellettuale, anche semplicemente estetica, gente che  deve sentirsi inquadrata in un gruppo, gente che ritrova solo nel branco consenziente  la legittimazione del proprio  pensiero invece che  nel suo libero e pacifico affermarsi. Insomma, manca la riesumazione dell’eskimo e saremmo a posto. Tornati da dove questa gente è venuta, dalla “Scuola di Stato”, dalla “ cultura di Stato”. Sentire ieri sera le parole di Fassina di un Orfini, imbacuccati nella divisa dell’ “io sono de sinistra” con la barba d’ordinanza e quell’apparente disponibilità al dialogo e le loro tesi ( per Fassina Prodi era un nome unificante il Paese mentre  Orfini aveva pure la sfacciataggine di lamentare il tradimento dei cento parlamentari si sinistra che non hanno votato per Prodi ) era come rendersi conto d’avere allevato con amore, con dedizione , con sacrifici gente come Pietro Maso o Erika . Ma questi, almeno, hanno espiato la loro pena.

Se per due decenni semini vento, non puoi che raccogliere tempesta. Se ti affidi poi a quarantenni “figli di papà”, cresciuti nelle assemblee studentesche  dove la loro sopraffazione vinceva sulla ragione, se per venti anni non hai fatto altro che inoculare nelle vene dei tuoi fan il disprezzo per il nemico politico, l’odio per l’avversario politico, la sua demonizzazione basata anche su falsi e menzogne (purché reggano per qualche tempo e purché vadano a sputtanarlo), se l'unico pensiero che scalda il cuore dei tuoi  è “ eliminare anche fisicamente Berlusconi” arrivando anche ad  utilizzare  il Parlamento per trasformarlo da una libera assemblea di uomini liberi in una banda di criminali in doppio petto pronti a crearsi una legge che consenta loro si sparare in bocca a Berlusconi e di restare impuniti. Era, il loro parlare, nichilismo politico puro. Era un inno all’agire con violento egoismo, senza calcolare le conseguenze dell’azione. Così com’era nelle assemblee studentesche,al buio. Spinti da una propulsione oscura, da una pura  logica vendicativa e divisoria , da un’insopportazione caratteriale, culturale, e da un’ambizione politica che poggia su una sola certezza: distruggere più avversari possibile, scompaginare i giochi, spaccare il partito e la coalizione, fare sponda con chiunque, anche con il M5S, anche con l’infido web,  pur di raggiungere lo scopo distruttivo anche senza avere una mèta definita. La malattia nichilista è un morbo parlamentare conosciuto, la Prima Repubblica ne morì, tra le bombe di mafia e l’imperversare di bande in conflitto nel corso dell’elezione di un presidente. Cento e più franchi tiratori, ieri.

Replicare a Fassina su Prodi, uomo che unirebbe secondo Fassina,  è come sparare sulla Croce Rossa: non voglio infierire su un moribondo. Bastano i fatti e gli atti criminali del professore bolognese, basta la rivolta popolare davanti a Montecitorio di ieri per esprimere tutto il disgusto di un popolo per quest’uomo. Per Orfini, invece,  qualche parolina. Costui lamenta che vi siano stati 100 traditori sul nome di Prodi. Ma davvero, Orfini? Costui, come tutti gli scienziati del tortello magico che hanno sfigurato, smerdato, svergognato  quell’onesto anche se  modesto, irresponsabile e limitato funzionarietto del PCI che è sempre stato P.L. Bersani , improvvisamente ritiene che la libertà politica del parlamentare , che nei casi di Fini, di Casini, di Follini, di Bocchino, di Granata, ecc. avevano difeso a spada tratta come fosse una perla di quella Costituzione più bella del mondo ( perché serviva a denigrare e criminalizzare l’avversario politico), oggi , usata dai suoi che Orfini voleva in ginocchio a seguire gli ordini del suo partito senza obiezioni di sorta, sia cosa esecrabile. E come mai, Orfini? E la coerenza, Orfini? E perché mai, allora, Orfini, i padri costituenti avrebbero imposto alla votazione per il Capo dello Stato la segretezza dell’urna, se non proprio per rafforzare quell’indipendenza del parlamentare da ogni forma ricattatoria e coercitiva? Ma di che cosa e , sopra tutto, con chi devo parlare ?

Ai tanti “ maestri” dei tanti Orfini e  dei tanti inculcati seguaci cresciuti a acqua e criminalizzazione dell’avversario politico , dopo trenta e passa anni ad allevare i giovani nei recinti  dei buoi inferociti  è poi difficile spiegare ai propri lettori, elettori,discepoli  ed ai propri eletti, che bisogna far scegliere il nome del nuovo presidente della Repubblica agli “impresentabili”, come premessa di chissà quale altro accordo per far nascere una sottospecie di Governo. Sulla scelta del prossimo inquilino del Colle un Pd sovietizzato  sta svolgendo il suo congresso, in pratica una guerra tra bande. E sono giunti a maturazione i frutti velenosi di trenta e passa anni di vampirismo ( essere umani che sopravvivono dopo essere morti succhiando il sangue dei vivi) e di vent'anni di antiberlusconismo, l'eterna maledizione che la sinistra e i suoi leader si sono auto-inflitti. Grazie alle Spinelli, ai Zagrebelsky, ai Flores d’Arcais, ai Camilleri, alle De Monticelli, alle Hack, agli Jannacci, ai Fo, ai Vecchioni, ai Saviano, ai Fazio, agli Scalfari, ai Mauro, ai Serra, ecc la radicalizzazione del Pd in questi anni è tale che oggi  la pancia del partito non può reggere ad alcuna concessione a Berlusconi, nemmeno ad un nome condiviso per il Quirinale e nemmeno se è un esponente storico dello stesso Pd. Una personalità come Marini, che 7 anni fa un centrosinistra compatto imponeva come seconda carica dello Stato a colpi di maggioranza, oggi lo ha spaccato  a metà come una mela. La linea politica di questi anni, di demonizzazione deresponsabilizzante dell'avversario, ai danni dell'immagine stessa del paese, e l'insensato inseguimento dei grillini di queste ultime settimane, hanno finito per aggravare, anziché sanarla, la contraddizione, la frattura storica interna sia al popolo che ai partiti di sinistra: quella tra riformisti(inesistenti, ai fatti, come i vecchi “miglioristi”)  e massimalisti, tra partito di governo e partito di lotta.

Il risultato che si tocca con mano oggi è che una quantità di parlamentari, anche vicini al segretario del Pd, per i quali ogni compromesso è a prescindere un inciucio da demonizzare – anche quando è l'unica via realistica per un governo di cui il paese ha disperatamente bisogno, o è soltanto per mettere a capo della Repubblica una figura di garanzia – e che vagheggiano un governo con il M5S propiziato, una volta schernito ed umiliato come merita Prodi,  dall'elezione di Rodotà al Quirinale, dimostrando un'idea ingenua, immatura, ottusa e al tempo stesso pericolosa di democrazia. Se Bersani credeva di poter fare scouting tra i grillini, in queste ore si sta amaramente accorgendo che è Grillo ad avergli già sfilato Vendola e a fare scouting persino tra i suoi fedelissimi. E adesso? Quella di Franco Marini era  una candidatura che nasceva  per un'elezione largamente condivisa, con i 2/3 dell'assemblea alla prima votazione. Che senso avrebbe eleggerlo a maggioranza, con più voti dal centrodestra che dal Pd? Tra l'altro, sarebbe stato un suicidio portarlo, o riproporlo, al quarto scrutinio, considerando che i 521 voti presi alla terza votazioni da Marini  sono superiori i al quorum di 504 della maggioranza relativa .

Dall'inizio di questa crisi entrare a Palazzo Chigi è stato l'unico scopo che ha guidato l'azione di Bersani.Fallito il tentativo con Grillo, ha provato la strada del dialogo con Berlusconi a partire dall'elezione del presidente della Repubblica, ma così facendo ha spaccato il suo partito, nemmeno i suoi hanno digerito la svolta di 180°. Ad uscire sconfitto  da questo  naufragio del segretario è senz'altro Renzi, che dall'inizio ha sparato ad alzo zero sull'ipotesi Marini e che ha spinto per Prodi. Fondati i suoi argomenti contro l'ex presidente del Senato, ma  assolutamente pretestuosi, visto che si possono applicare anche alle figure da lui stesso ritenute preferibili, cioè Prodi e Rodotà.Non fanno costoro forse parte di foto  di  30 anni fa? Esattamente come Marini, corrispondono al profilo di politico che secondo i canoni renziani sarebbe ora di rottamare. Il primo, due volte presidente del Consiglio, controverso manager di Stato, collante di una fallimentare coalizione di governo. E che dire poi di Rodotà? Parlamentare per ben quattro legislature (da quando ancora c'era il Pci), primo presidente del Pds, 7 anni come garante della privacy, con una pensione d'oro di poco inferiore a quella leggendaria di Amato, e anche lui ottantenne come Marini. Prodi e Rodotà rappresentano forse la “visione di paese” che ha in mente Renzi? Sono forse il segnale di “cambiamento” che gli italiani aspettano? No, è che anche il sindaco di Firenze  è semplicemente un fasullo, un falso, uno spaventapasseri. In poche parole, un inutile simil “ migliorista” , come lo sono stati Amendola, Napolitano, Macaluso, ecc, gente che a chiacchiere voleva “migliorare” la linea politica di Togliatti ma che poi vi si inchinava, obbediente. Se hai le palle, un partito te lo crei, anche con la scissione. Ha insegnato qualcosa, oso sperare, la storia politica di questo Paese in tal senso?

Un'altra lezione da trarre da questa vicenda è che finché l'elezione del presidente della Repubblica è in mano ai partiti è del tutto naturale che il prescelto sia innanzitutto un loro garante e non il favorito degli italiani. Chi vuole un presidente “del popolo” abbia la coerenza di sostenere il presidenzialismo. E fino ad oggi la sinistra si è sempre opposta a questa modifica costituzionale. Sempre, e, spesso, con mezzi e sistemi ricattatori.  L'impressione è che oggi tutti quei cattivi maestri che  si scandalizzano per Marini, per Prodi  e che sostengono Rodotà, o altri nomi più originali, non accettano di affidarsi alla volontà del popolo in una elezione diretta. Pretendono semplicemente  che sia  ascoltata “l'avanguardia illuminata “ ( eia eia alalà!) interprete dei suoi presunti voleri. Cioè, solo loro stessi.

Ma mi facciano il piacere!!!!!!!!

 

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Roma sabato 20 aprile 2013

Gaetano Immè

mercoledì 17 aprile 2013


 

 

 

 

 

 

LETTERA AL SIGNOR PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA IN PROCINTO DI LASCIARCI
Doveroso dichiarare preliminarmente  di non averla mai  percepita come un vero Presidente della Repubblica italiana. Lei, comunista convinto, coerente e mai pentito,non può e non potrà mai rappresentare un convinto liberale laico democratico, essenzialmente e fondamentalmente contrario ad ogni ideologia massificante come  il sottoscritto  e come  la maggior parte degli italiani che  mai hanno votato e che giammai voteranno per la sinistra post comunista e per quella post democristiana. Né Lei può pretendere di rappresentarci per “ nomina ricevuta”, come fosse per “ grazia ricevuta “ o per “ decreto Legge ” visto che siamo una vera moltitudine (se recentemente il voto ha avuto i risultati che Ella conosce benissimo), con un consenso popolare pressoché identico a quello dei presunti vincitori. Come  Ceausescu non rappresentava tutti i rumeni, come Mubarak non rappresentava tutti gli egiziani, come Mussolini o Stalin non rappresentavano tutti gli italiani o tutti  i russi. Il motivo fondamentale ( tralasciamo,pro bono pacis e per non scatenare la consueta giaculatoria delle tante prefiche  ed anime belle che, salmodiando, replicano come “ il comunismo non esista più”, senza sapere di profferire una stronzata  megagalattica) risale alla sua “deposizione” sul Quirinale E’ costituzionalmente inusuale, anzi decisamente emergenziale “che si elegga un PdR a maggioranza relativa ed ancor di più che questa “nomina” e la successiva “deposizione” avvengano grazie ai soli voti della parte politica del prescelto/nominato e subito appena la Legge consente di nominare con la maggioranza semplice, cioè al quarto scrutinio. Nel dettare quella norma costituzionale ( mi riferisco al terzo comma dell’articolo 83 della Costituzione italiana) i padri costituenti vollero garantire sia la necessaria ed indispensabile riservatezza ( scrutinio segreto ) dei parlamentari sia, soprattutto, che il Paese potesse contare su un’istituzione funzionante anche nei momenti di emergenza sociale onde iniettare, nel DNA della Repubblica italiana costituzionale, i germi necessari e sufficienti per auto espellere  ogni pur debole refolo di dittatura o di stallo. Così, siccome Lei non è stato “eletto” Capo dello Stato italiano ma è stato semplicemente “nominato, depositato, incaricato” di presiedere il Quirinale con il solo voto  dei suoi ben noti “sediari quirinalizi”, trovo, Onorevole Napolitano,  adatto, nel suo caso specifico, l’uso del termine “nominato o depositato” invece che quello ,evidentemente più nobile e decisamente consono ad un vero Presidente della Repubblica italiana, di “eletto”.

Una simile forma di investitura può essere fatta apparire – cioè spacciata, riciclata, rifilata – come “ costituzionale” ma non lo è affatto. Anzi! Una simile vergogna internazionale – perché un Capo di Stato di parte, in un Paese che si dice anche democratico e la cui Costituzione si regge sui famosi e decantati “ pesi e contrappesi” , è una vera vergogna davanti al mondo intero – si è verificata, in Italia, solamente una volta, quando, nei lontanissimi anni sessanta (nel  ’62 per la precisione), Aldo Moro , che stava realizzando il famoso  “compromesso storico” – Lei ricorderà Onorevole Napolitano quali speranze e sogni di gloria fossero riposti in quel progetto - ebbe  la necessità di ottenere il consenso della DC non di sinistra. Fu un momento storico notevole per l’Italia, Antonio Segni era il conservatore democristiano che poteva costituire per il popolo della democrazia cristiana moderata , sempre nell’ottica del  bilancino dei pesi e contrappesi costituzionali - qualora  depositato al Quirinale - ,una valida garanzia politica ed istituzionale nei confronti di una politica che lasciava scettica quella parte del popolo italiano che non volle mai rilasciare all’On. Aldo Moro ed alla sua svolta a sinistra alcuna apertura di credito al buio. E non a torto, visto che il PCI non era certo contrariato o danneggiato, ma semmai agevolato da quel progetto politico ( evento che da solo era sufficiente per insospettire ed allarmare tutta la maggioritaria Italia anticomunista) e mentre l’ Italia , inoltre, viveva ancora sotto il tiro dei missili russi del Patto di Varsavia. E così fu. E di quella scelta dobbiamo essere noi italiani riconoscenti a Moro ed ad Antonio  Segni per aver consentito al Paese una convergenza politica che appariva ardua se non impossibile in un mondo dove lo spettro della guerra fredda era sempre presente. Era anche necessario che il PCI si potesse accreditare come “ forza di governo” e che abbandonasse  la sola veste di “partito di lotta” per apparire come una forza politica capace di governare un Paese come l’Italia , instradandolo verso una forma sempre più compiuta di democrazia.

Questi furono i veri motivi per i quali l’Onorevole Antonio Segni fu anche lui  “depositato” al Quirinale, fu praticamente “un nominato” dalla sola DC , non certo eletto dal Parlamento tutto, ma almeno lo fu dopo ben otto inutili scrutini tenuti in cerca di un nome condiviso. Otto votazioni sono una enormità, perché mentre le prime tre votazioni prevedono una maggioranza qualificata, le successive prevedono, come ho detto, invece, una maggioranza semplice. Ed allora il fatto che per l’On Segni la DC impiegò almeno ben sette votazioni senza convergere i propri voti sul suo nome, sta a significare come, non ostante i motivi appena indicati, la DC ebbe un comportamento costituzionalmente responsabile e corretto, cercando evidentemente di trovare una soluzione di compromesso che fosse più gradita dall’opposizione. Quando alla fine risultò evidente l’impossibilità di una scelta condivisa, solo allora la DC forzò la situazione e fece convergere su Antonio Segni i propri voti e quelli degli altri partiti moderati. Ma in Italia, onorevole Napolitano,  nel 2006 non esisteva certo alcuna emergenza democratica o costituzionale che potesse somigliare neanche lontanamente a quella storica opportunità. E vivevamo, inoltre, in un mondo libero e liberato dai due blocchi, ormai addirittura dimentico dei residui della guerra fredda. Tutti ricordano come allora  la coalizione del centrosinistra di Prodi vinse le elezioni alla Camera  per soli  24.000 voti, mentre aveva perso al Senato, nei confronti del centrodestra, per la bellezza di più di 500.000 voti. Tuttavia, grazie al Porcellum, il Governo Prodi si insediò e quella sola parte politica di quel Parlamento,senza che esistesse una pur minima motivazione, anziché ricercare e sollecitare il Parlamento a provvedere alla “elezione del PdR ”, celandosi dietro l’alibi dello scrutinio segreto, dopo la terza  inutile votazione, La “nominò” subito per il Quirinale e provvide ad ivi depositarla. Voleva dire non aver avuto neanche la benché minima volontà di un nome condiviso da tutto il Parlamento, significa aver voluto imporre un vero e proprio diktat senza star lì a perder tempo per salvare almeno la faccia. Dopo appena  la terza votazione ! Che premura, che fretta , che bramosia di arraffare quella nomina senza perdere ulteriore tempo, neanche per salvare le apparenze, mentre con l’On Antonio Segni ci vollero la bellezza di ben otto votazioni prima di far decidere la DC a nominare un suo uomo al Quirinale ! Come non giudicare disgustoso questo comportamento? E tutto questo avvenne, badi bene , dopo che quella stessa risicata maggioranza s’era già accaparrata sia la Presidenza del Senato (con Franco Marini) che quella della Camera ( con Fausto Bertinotti) e la maggioranza dei Giudici della Corte Costituzionale ( 11 membri su 15). Alla faccia dei pesi e dei contrappesi!

Durante la Prima Repubblica e non ostante il famoso “ patto ad escludendum” la distribuzione delle prime tre cariche dello Stato ha sempre seguito il filo logico dei pesi e dei contrappesi voluto dai padri dalla Costituzione. Eppure erano tempi agitati, pieni di fermento civile e sociale e mentre nel Paese si affrontavano Guelfi e Ghibellini, Capuleti e Montecchi, democristiani e comunisti. Al Quirinale, ad esempio, dopo i due grandi liberali ( De Nicola e Einaudi , dal ’46 al ’55), si sono succeduti due democristiani ( Giovanni Gronchi, vicino ai socialisti  dal ’55 al ’62 ed  Antonio Segni più  moderato dal ’62 al ’64), poi il socialdemocratico Giuseppe Saragat ( dal ’64 al ’71), poi un altro democristiano (Giovanni Leone dal ’71 al ’78), poi il socialista Sandro Pertini ( dal ’78 all’85 ) e poi , a conclusione della prima fase repubblicana , l’ultimo democristiano Francesco Cossiga ( dall’85 al 92). Nel contempo la Camera vedeva fin dal lontano 1968 alla Presidenza personalità dell’allora minoranza o dell’ opposizione : di Pertini Sandro ( dal ’68 al ’76), poi di Ingrao ( nel  76/79), poi di Jotti ( dal 79 all’83 e dall’87 al 92), poi Giorgio Napolitano ( dal ’92 al 94), mentre il Senato veniva riservato a personaggi della democrazia cristiana o di area liberale ( cito , oltre ai noti F anfani , anche Malagodi e Spadolini ).Tutto ciò fino alla Seconda Repubblica. Durante la successiva seconda Repubblica mentre il Colle vedeva un democristiano ( Oscar Luigi Scalfaro ), poi un indipendente ( Carlo Azeglio Ciampi) ed infine un ex comunista ( Giorgio Napolitano), la Camera aveva come Presidenti Giorgio Napolitano (‘92/’94), Pivetti ( ’94 – ’96), Violante ( ’96 – ’01 ) Casini (’01-06), Bertinotti (’06-’08) e Fini (’08-’12) ed il Senato era presieduto da Spadolini (92/94), da Scognamiglio (94/96), da Mancino ( 96/01), da Pera (01/06), da Marini (06/08) e da Schifani ( 08/12). Studiando questi dati storici ci si rende conto come nell’era del bipolarismo maggioritario e dell’alternanza, sia la Camera che il Senato vengono attribuite al partito vincente, ma lasciando il Quirinale al di fuori della logica spartitoria, come la Costituzione richiede ed impone.  Infatti con il Governo Berlusconi I (’94 -95) la Presidente della Camera era la leghista Pivetti e quello del Senato Scognamiglio ( allora di Forza Italia) mentre al Quirinale sedeva il democristiano O.L. Scalfaro. Col Governo Berlusconi II ( 01 -06) il Presidente della Camera era Casini (Udc) e del Senato Pera ( PdL) ma al Quirinale c’era l’indipendente C. A. Ciampi e col Governo Berlusconi III (08 – 11) la Camera era presieduta da Fini ( allora nel Pdl)  ed il Senato da Schifani (PdL) mentre al Colle sedeva un ex comunista, Giorgio Napolitano. Vi è dunque sempre stato il rispetto del dettato costituzionale dei “ pesi e contrappesi” durante i governi di centrodestra della seconda repubblica. Quando invece esaminiamo i Governi del centrosinistra della Seconda Repubblica ci rendiamo conto che l’equilibrio dei pesi e contrappesi viene sempre di più aggredito, dilaniato , sfilacciato, vilipeso, ignorato. Se infatti col Governo Prodi I la Camera ed il Senato erano presiedute da Violante e da Mancino mentre al Quirinale sedevano, stando alla pur cangiante etichettatura politica,quanto meno un democristiano (Scalfaro) e successivamente un Indipendente ( Ciampi ), nel Governo Prodi II, nel 2006 per l’appunto e per la prima volta nella storia Repubblicana costituzionale, tutte le cariche istituzionali furono accaparrate dal centrosinistra:al Colle l’On. Giorgio Napolitano, Fausto Bertinotti Presidente della Camera e  Franco Marini Presidente del Senato. A Palazzo Chigi c’era Romano Prodi. Alla Corte Costituzionale su 15 membri, 11 di estrazione di sinistra e solo 4 di estrazione di centrodestra. Cosa mancava da razziare ? Forse la Presidenza della Bocciofila di Montecitorio. E il tanto decantato “equilibrio fra pesi e contrappesi” (che renderebbe la nostra Costituzione la “ più bella del mondo”) dove l’aveva accantonato, Onorevole Napolitano ?

Leggendo le troppe più o meno servili ed interessate sue magnificazioni  che la dipingevano come un politico con la schiena dritta, come uno strenuo paladino se non addirittura un guardiano della Costituzione italiana e del suo spirito, come una persona che nel suo percorso si è  sempre schierato a favore del popolo e dei suoi diritti, non riuscivo a capacitarmi di come invece, secondo il mio pensiero, quei suoi agiografici e servili ritratti fossero in aperto e solare conflitto con le sue azioni istituzionali e con quelle sue decantate doti di rigore e di sobrietà che l’avrebbero caratterizzata. Non riuscivo a capacitarmi che Lei, dipinto e santificato così rispettoso della Costituzione e del suo spirito, così dedito al solo ed esclusivo interesse della sovranità politica del popolo, così attento e misurato a  ritagliarsi addosso un abito di “terzietà super partes “ durante le sue cariche istituzionali alla Camera, avesse accettato supinamente, senza alcuna protesta, senza uno scatto di dignità umana e politica, una sua “forzata deposizione al Quirinale”, dove fu issato dai “ sediari quirinalizi del centrosinistra” a dispetto almeno dell’altra metà del popolo italiano e mentre la sua parte politica s’era già comportata come un manipolo di banditi da valico lanciato, ventre a terra, all’assalto dei posti istituzionali , alla loro razzia, senza il benché minimo rispetto della Costituzione italiana e dei famosi pesi e contrappesi. Vedrai,mi illudevo,che Giorgio Napolitano non accetterà mai, per suo personale decoro, per la sua personale dignità umana e politica, per non infangare un curriculum vitae indubbiamente prestigioso, non accetterà mai di non avere il consenso della massima parte del popolo italiano, non accetterà mai di passare alla storia del Paese come il complice dalla faccia presentabile di una banda politica dedita alla rapina delle poltrone costituzionali, non accetterà mai di doversi sedere al Quirinale  non per suo merito ma come fosse un palo destinato dalla sua  banda alla sorveglianza del Colle e per di più sentendosi pure  obbligato ed in debito – e dunque ricattato, minacciato e ricattabile – con i suoi complici. Vedrai, mi illudevo, che mai Giorgio Napolitano potrà accettare d’essere ricordato come il peggior Presidente della Repubblica italiana. Mi illudevo, appunto, perché Lei non perse tempo e subito recitò la sua parte in quella farsa .Dunque Lei si è consapevolmente e premeditatamente prestato ad agevolare il peggiore assalto per l’ occupazione dei posti chiave da parte di quel centrosinistra del quale Lei stesso era “magna pars”.

Ricordando i suoi numerosi  trascorsi anatemi contro “un certo potere politico” che avesse solo osato adombrare un simile affronto alla “costituzione più bella del mondo”e rammentando d’averla sentita per cinquanta e più anni ergersi a strenuo difensore di quel vero e proprio “sacrario di pesi e contrappesi costruito dai padri costituenti “, cioè della nostra Costituzione, che nessuno doveva osare nemmeno sfiorare, violare o manomettere e vederla invece tentare  pure di mistificare quella sua vergognosa rapina politica ammantandola con una  sua pretesa “terzietà super partes ” che  servili suoi chierici politici e mediatici spargevano a piene mani, mi ha fatto semplicemente vomitare. Lei s’è mascherato da dolce nonnino solo per fare scempio della Carta e della sovranità  popolare, per favorire i suoi “ sediari quirinalizi” e la loro lobby  politica. Un tale agire , una incostituzionale occupazione di tutti i posti istituzionali da parte di quella striminzita maggioranza di centrosinistra , vietata dalla Costituzione dei pesi e dei contrappesi, non ha assunto  il dovuto risalto come reato penale solo perché l’esercizio dell’azione penale spetta a quel simulacro di giustizia che è la nostra Magistratura, ma certo è  una pratica contraria allo spirito della Costituzione, una vergogna umana e politica incredibile ,il suo personale ed indelebile marchio di infamia politica.

La sua postura, estasiata e rapita,il suo viso atteggiato all’estasi ed alla celestiale beatitudine  nell’ascoltare qualche comico parassita ed imbecille recitare iperboliche cretinate, tipo “ la Costituzione più bella del mondo”, mi disgustavano, mi annoiavano . I suoi noiosi e liturgici sproloqui a perenne glorificazione della stessa Costituzione  che mano mano Lei stesso andava dilaniando e calpestando con le sue stesse azioni, mi rovinavano ogni fine d’anno. Possibile, mi chiedevo angosciato, che Giorgio Napolitano non s’accorga che quella stessa Costituzione che lui ha sempre difeso da ogni tentativo di modifica e di ammodernamento ( salvo però votare per la modifica del suo Titolo V quando il centrosinistra , vale a dire il suo partito , volle modificarla, con soli  quattro voti di maggioranza !), che quella stessa Costituzione che “ non si deve sfiorare neanche con un fiore”, ebbene proprio quella Costituzione così venerata, così osannata prevedesse, elevandolo al rango di dignità costituzionale, l’accordicchio, l’intrigo di palazzo, l’inciucio, la trattativa da corridoio  come sistema per la nomina del Capo dello Stato italiano. Perché questo c’è nella nostra Costituzione, questo è sancito dalla Carta Sacra, che il Capo dello Stato sia carica e nomina riservata ai prìncipi, ai parlamentari, ai dotti, ai Soloni, ai saggi, a coloro che vedono e che sanno, dove il popolaccio rozzo, incolto, puzzolente non abbia ad avere voce in capitolo perché lui è solo manovalanza da voto, una volta ogni cinque anni ed è già anche troppo. In altri Paesi, anche molto vicini al nostro,questo teatrino sudamericano o socialisteggiante, questo simulacro di democrazia , questo indegno ed incivile inganno del popolo, non esiste da un pezzo. Un Presidente francese, per esempio, non viene fuori da una “trattativa” fra partiti, magari nei cessi dell’Eliseo,  ma dal voto popolare, come anche quello inglese, quello tedesco, per non scomodare quello oltre oceano. Possibile, mi illudevo, che Giorgio Napolitano, sempre così paladino del popolo intero – non più della sola classe operaia, perdindirindina- non s’avvedesse come fosse  scandaloso, antidemocratico, corruttivo , demenziale che a dispetto di tutte le democrazie occidentali solo l’inquilino del Quirinale sia deciso come  una vera e propria riffa, come una  lotteria , come un Bingo, come fosse un uovo di Pasqua gigante o un Panettone extra large , dove un Parlamento, già peraltro pieno zeppo  di “ nominati,” si riunisce come fosse un seggio elettorale , dove peraltro nessuno deve parlare,nessuno deve profferire verbo,tutti devono, per regolamento, stare muti e zitti, tutti devono obbedire agli ordini dei segretari dei partiti, ai capi corrente, agli ordini di camarilla ricevuti e limitarsi a votare,rigorosamente a scrutinio segreto,un nome?  L’accordo su un nome può nascondere di tutto, corruzione, corruttele, compromessi, ricatti, intimidazioni, pressioni, concussioni,  il nome può essere quello di una  “ testa di legno”, quello di un burattino guidato da fili in mano a gente che vive altrove e che ha ben altri scopi che il benessere  del Paese , può celare agguati, forzature, rivalità. Possibile, mi chiedevo angosciato, che Giorgio Napolitano non si renda conto della “induzione alla corruttela” che questo ferrovecchio costituzionale inietta  nello spirito della Costituzione italiana che ci portiamo dietro dal 1948 e che tramuta gli “ onorevoli parlamentari” in bambinetti cretini, messi,silenziosi, in fila per quattro, con indosso il loro bel grembiulino da Onorevole, pronti a scrivere il nome che viene loro imposto, nome peraltro negoziato nell’oscurità di un corridoio anonimo, magari nei bagni ? Va bene così, vi rende orgogliosi che il nostro Presidente della Repubblica sia nominato così? Che sia il frutto di un baratto, di una trattativa, di uno scambio di favori? Ma che razza di Paese è l’Italia se si discute sulla nomina della più alta carica dello Stato a colpi di sputtanamenti sessuali o di palate di fango spruzzate a piene mani dalla stampa sui nomi non graditi ai loro editori? Gabanelli, Fo, Strada , Rodotà for President? E perché no Totti ? O Crozza? O Vissani ?

Voglio ora ricordare un’altra data, emblematica sia per l’On. Napolitano che per l’Italia, quella del 2 febbraio 1992. Giorgio Napolitano era il Presidente della Camera , Spadolini quello del Senato, al Colle c’era O.L. Scalfaro , al Governo c’era Giulio Andreotti per il suo VII governo. Quel giorno Napolitano ,davanti alla richiesta del P.M. Gherardo Colombo del Pool di Milano  che aveva spedito alla Camera la Guardia di Finanza con l’ordine di acquisire copia dei bilanci del PSI degli ultimi cinque anni, decise di reagire. Sfoggiando una virulenza inusuale nella difesa della dignità del  Parlamento – peraltro già in piena crisi di consenso - Napolitano replicò al Comandante della Guardia di Finanza che le forze dell’ordine non potevano entrare nel Parlamento in nome di quell’inviolabilità della quale il Magistrato inquirente – e cioè il P.M. Gherardo Colombo -  avrebbe dovuto essere ben edotto. I bilanci del PSI, come quelli di tutti i partiti politici, dovevano essere stati, inoltre,  pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale per obbligo di Legge. Dunque la richiesta del Pool di Milano , che cadeva ancora prima che esplodesse lo scandalo del mariolo Mario Chiesa, evento datato ufficialmente solo il 17 febbraio 1992 ma che certamente era in gestazione, non aveva alcuna logica né alcuna giustificazione, se non quella di costruire un quadro che permettesse di attribuire  un alone di difensore del Parlamento al suo Presidente, a Giorgio Napolitano. Perché, in verità, Napolitano non reagì, come avrebbe dovuto in quella occasione, contro la Magistratura, ma si scagliò, inspiegabilmente , contro l’ortolano del caso, contro la parte più debole , contro un organo di pura esecuzione, cioè contro la Guardia di Finanza.“ Si è richiesta in modo irrituale – scrisse nel comunicato stampa quel giorno Giorgio Napolitano – agli uffici della Camera copia di atti peraltro già pubblicati per obbligo di Legge  sulla Gazzetta Ufficiale. La segreteria generale della Camera ha  contestato la irritualità e la incomprensibilità di tale passo.” Perché mai, mi sono sempre chiesto, questa sua postura arrogante con i deboli e servile con i potenti (della Magistratura milanese), perché quel parlare impersonale senza fare nomi e cognomi che pure erano di dominio pubblico  se l’ordine del Tribunale e la firma era del P.M. Gherardo Colombo? E perché quell’ordine,inspiegabilmente, non era stato controfirmato, come avrebbe invece dovuto essere,anche dal Capo del Pool di Milano,  Saverio Borrelli? Perché, ancora, definire semplicemente “irrituale”  quello che era invece palesemente illegale ? Perché poi attribuire alla Segreteria della Camera e non alla sua stessa persona , al suo stesso Ufficio la diretta paternità di quella pur comprensibile  reazione ?  E, sopra tutto, come mai fu proprio il Pool di Magistrati milanesi a commettere tutta una incredibile serie di errori e di illegalità giudiziarie da far rabbrividire uno studentello del primo anno di laurea in Legge proprio e solamente  in quella occasione ? Già, come mai?

Perché si è trattato di una manovra concordata fra quel Pool di Mani Pulite ed il PCI/DS. Erano partite le grandi manovre che di lì a pochi giorni avrebbero scatenato il così detto scandalo di Tangentopoli, quell’operazione di polizia criminale diretta all’eliminazione, per via chirurgica e giudiziaria, di tutti i partiti che sbarravano al PCI/DS la strada del dominio politico . Lo scopo, troppo evidente tra l’altro, era quello di accreditare presso l’opinione pubblica  la figura di Giorgio Napolitano come quella di un comunista ferreo paladino della Costituzione e dei diritti del  Parlamento contro anche i più modesti soprusi della Magistratura, ma  senza infierire troppo sul Pool di Milano e, sopra tutto, senza inimicarselo. In questo modo il  PCI/DS e Magistratura politicizzata, in concorso fra di loro, stavano mettendo le mani alla  gola del Paese , preparandolo al golpe che di lì a poco la Magistratura avrebbero compiuto ai danni della Carta costituzionale e del Parlamento stesso con la complicità del PCI/DS. Una preparazione preordinata, scientifica, chirurgica, mirata a sottomettere Parlamento e Politica alla Magistratura Per raggiungere quello scopo,era essenziale una figura : quella di  un Presidente della Camera , Giorgio Napolitano, circondato da un’aureola di difensore delle prerogative del Parlamento e dunque della Costituzione, non ostante stessero emergendo atti corruttivi sistemici che coinvolgevano  tutto il Parlamento. Era sotto osservazione la Commissione delle Autorizzazioni a procedere, quella prevista dall’articolo 68 della Costituzione e la grande stampa stava creando l’ambiente forcaiolo e giustizialista adatto per la stagione dei boia prezzolati che di lì a poco avrebbe distrutto la democrazia italiana. E infatti mentre il Procuratore capo Saverio Borrelli dirà, per quell’ occasione, semplicemente di non sapere nulla fingendo di cadere dalle nubi( come  anni dopo farà un Checco Zalone), il sostituto Gherardo Colombo si affrettò a scaricare ogni responsabilità sull’ortolano del caso, cioè sulla Guardia di Finanza. Si assistette quindi ad un infido, sconcertante, stranissimo minuetto fra Giorgio Napolitano e il Tribunale di Milano, nel quale ad uscire con le ossa rotte non fu il vero colpevole di quella situazione ( cioè il Pool di Mani Pulite, che non sapeva essere quei bilanci già pubblicati e che inviò la Guardia di Finanza sia per lanciare un avvertimento alla politica che per “costruire” quell’incidente ), ma l’ortolano di turno, ovvero la parte debole del triangolo, cioè la Guardia di Finanza, un’arma adusa ad obbedir tacendo, figurarsi! . Passò dunque mediaticamente il messaggio di un Giorgio Napolitano difensore del Parlamento, anche se quell’istituzione non avrebbe meritato tutta quella stima perché  andavano emergendo e crescendo, in essa, i casi di corruzione.

Fu un susseguirsi di eventi micidiali nel breve volgere di un anno. Inchieste, scandali, arresti, una campagna di stampa e mediatica  incredibile, tutto contribuì a rendere ancora più convincente e comprensibile la successiva preordinata silenziosa resa dello stesso  Giorgio Napolitano, Presidente della stessa Camera- prima da lui difesa quasi a spada tratta -  quando, fra il 12 maggio ed il 12 ottobre del 1993, la stessa Magistratura milanese impose a quel Parlamento di corrotti,di impavidi e sopra tutto di ricattati ( come lo erano tutti quelli del PCI / DS e dunque anche Giorgio Napolitano che ne era “ magna pars”, che avevano già concordato la loro salvezza con quel Pool con i relativi prezzi da pagare ai singoli artefici di quello scempio giudiziario ) di scardinare impunemente la Costituzione italiana  con l’abolizione dell’ immunità parlamentare , contenuta nell’articolo 68 della Costituzione. Quel Parlamento di corrotti, di impavidi, di ricattati, di intimoriti, con un Giorgio Napolitano silente , complice perché ultimo beneficiario delle azioni giudiziarie di quel Pool di intimidatori, il 12 maggio 1993 ( con 525 sì, 5 no ed 1 astenuto) e quel Senato di corrotti, di impavidi, di intimiditi  il 12 ottobre 1993 ( con 224 sì e 7 astenuti ), completarono quel disegno criminale, approvarono la decapitazione dell’articolo 68 della Costituzione. Era il segnale convenuto fra Magistratura militante e PCI/DS, era il segnale della salvezza del PCI/DS, ma era anche il segnale della capitolazione di tutta la  politica, della sua riduzione a succube della Magistratura, era il fallimento dell’indipendenza dei poteri, era lo sfacelo della Costituzione e dei suoi pesi e contrappesi. Ma tutto questo fu fortemente voluto da  Giorgio Napolitano e dal suo partito, perché era, per loro, l’unica via che permettesse loro di vincere – per mancanza di competitori politici – le elezioni politiche italiane.

Così cadde quell’articolo della Costituzione , unico elemento che fungeva da vero perno , da contrappeso rispetto alle forze dell’ordine giudiziario ( che non certo a caso i padri costituenti non vollero elevare al rango costituzionale di “potere”) Giorgio Napolitano ed il PCI/DS assistettero, anzi contribuirono,  a tutto questo – e ad altro ancora – senza minimamente difendere la democrazia: il primo esibiva la maschera di paladino del Parlamento per quanto fatto nel 1992  come chi , adesso, davanti allo sfacelo delle inchieste, non potesse che arrendersi alla intimidazione della Magistratura. Il secondo concorreva sulle piazze ad attizzare la canizza forcaiola e giustizialista: non fece schifo a nessun comunista stare gomito a gomito con i fascisti,  a lanciar monete a Craxi, invocando la forca in piazza. Lo dico con parole pesanti ma chiare: la politica del pentapartito fu presa alla gola dalle mani di quel Pool di Milano e da quelle del  PCI/DS da dove mai si levò un grido di dolore per lo scempio della costituzione . La strenua difesa della Costituzione, il paladinismo dei “ pesi e contrappesi” che avevano caratterizzato tutta l’azione del partito comunista e dei suoi eredi d’improvviso, scomparve. La lezione di Togliatti, d’improvviso, dimenticata. Quel suo sussurrare, inerte , colpito dal Pallante, in quel luglio del ’49 “ adesso state calmi. Non fate fesserie” apparteneva ad un altro mondo. Il PCI/DS non doveva più seguire la via democratica per una nuova democrazia , ma farsi schiavo di un protettore potente, la Magistratura, che l’avrebbe lasciato spadroneggiare in un campo vuoto. Nessuno, da quel partito, nessuna dalle sue riviste, nessuno Zagrebelky o Onida o Flores d’Arcais o Spinelli o Scalfari o Camilleri che avessero speso una parola per  salvare la democrazia, per  condannare i corrotti ma senza decapitare la democrazia, nessuno che pregasse perché la democrazia, per la quale pure tutti avevano combattuto, non fosse sversata in una discarica della civiltà, gettata al macero, come un bambino che si getta con l’acqua sporca. Che fine avevano fatto i sedicenti miglioristi , gli Amendola, i Napolitano, i Debenedetti, i Morando, i Macaluso ?

Napolitano assistette, immobile, ma compiaciuto, soddisfatto e grato , a quell’ esecuzione , senza reagire. Giorgio Napolitano sapeva perfettamente quello che stava succedendo, era ben conscio delle conseguenze infernali di quella resa. Fu gettato il bambino con l’acqua sporca, fu gettata nel cassonetto la nostra democrazia parlamentare e costituzionale con la scusa che la corruzione aveva pervaso quasi tutti i partiti politici. Si buttò alle ortiche un sistema democratico costato sessanta anni di guerra, morti, sacrifici, guerra civile, fame , miseria  invece che punire tutti i colpevoli. Fu il  PCI/DS che preferì accettare di vivere sotto il ricatto dell’amica Magistratura compiacente piuttosto che eliminare tutte le metastasi del male. La così detta stampa si inchinò agli ordini dello strapotere giudiziario, intimorita, ricattata, condizionata ed invece che protestare contro quello scempio della Costituzione, si prestò a diffondere il messaggio delinquenziale che una Commissione delle autorizzazioni che salvava dall’arresto Bettino Craxi legittimasse l’abolizione della guarentigia invece che la giusta pena per tutti i corrotti. Era la riedizione di Piazzale Loreto, altro che  giusto ed equo processo politico e giudiziario. Per fare un parallelo, è come quando si parla di fare un’opera per ammodernare la Sicilia. Si dice che è meglio non farla, perché ci si potrebbe infiltrare la mafia. E’ la delinquenziale logica che guida i ricchi professionisti dell’antimafia e quegli scribi che fanno soldi denigrando il Paese davanti a tutto il mondo. Così la Sicilia muore di inedia,di marciume  e la mafia impera sulla miseria, così la camorra, la sacra corona, la ‘ndrangheta commosse e riconoscenti, ringraziano. Quella Magistratura, quel Pool di Milano, i Di Pietro, i Borrelli, i D’Ambrosio, i Colombo, ecc potettero fare questo vero e proprio golpe costituzionale perché il PCI/DS con la sua stampa organica aveva loro regalato un consenso pressoché plebiscitario, perché presentati come gli angeli vendicatori che sterminavano i corrotti. E soprattutto perché gli italiani , popolo di indotti e di indottrinati, mostrarono tutta la loro abissale ignoranza , elevando gente indegna  di una Magistratura indegna  a Madonna pellegrina della lotta alla corruzione. Non solo invece costoro fecero pulizia etnica e chirurgica , non solo sterminarono solo una parte dei corrotti, ma  salvarono sfacciatamente solo i corrotti del PCI/DS, lo stesso partito di Giorgio Napolitano guarda caso , senza che gli italiani e la stampa alzasse un dito. Quel Pool di Milano se ne sbatteva della Legge e del Diritto. Forti di quel consenso popolare  ottenuto intimidendo la stampa e la politica, quel Pool , in barba al dettato costituzionale che impone essere la responsabilità penale solo “ personale”, portò a termine uno scandaloso “processo ad un sistema politico” che non esisteva nel Diritto italiano.

Oggi sappiamo che la Magistratura protesse  e  risparmiò dalla condanna solo il  PCI ed i suoi eredi, troppi sono gli episodi che provano e confermano questa infamia. Non fu certo un caso che fu proprio quello stesso Pool di Milano, con Antonio Di Pietro come PM, a scagliare accuse di corruzione alla Guardia di Finanza contro Silvio Berlusconi non appena costui vinse, con Forza Italia, le elezioni politiche del 1994. Non è certo un caso che fu sempre il Pool di Milano che non appena inopinabilmente  Berlusconi vinse le elezioni del 1994  gli scatenò addosso trentasei procedimenti penali. Non è certamente un caso che fu proprio grazie alle accuse contro Berlusconi del 1995 – quelle , false , di Antonio Di Pietro sulle così dette “ tangenti alla Guardia di Finanza” -  che con la complicità di O.L, Scalfaro governarono  dei tecnici anziché i vincitori delle elezioni e che nelle elezioni del ’96 vinse la sinistra davanti ad un Berlusconi criminalizzato da quella valanga di  capi d’imputazione. Ma non è altrettanto  un caso che da quelle stesse accuse del 1995 la Cassazione prosciolse Silvio Berlusconi “per non aver commesso il fatto” , anche se solo nel 2001 e  che, da quella sentenza in poi,  il centrodestra abbia trovato consenso popolare maggioritario e costante , non ostante gli altri 35 processi scagliati sulla testa di Silvio Berlusconi. Infatti nel decennio 2001 ( data assoluzione definitiva di Berlusconi ) ad oggi, il centrodestra ha vinto due elezioni su tre e sempre ( 2001 e 2008) con maggioranze sostanziose. Giorgio Napolitano sapeva che tutto questo sarebbe accaduto, lo immaginava, lo caldeggiava, era stato tutto calcolato e preparato fra il PCI/DS e la Magistratura militante. Sapeva che consegnare il potere alla Magistratura , cancellando la guarentigia  costituzionale, serviva alla sinistra per essere aiutata a tornare a governare il Paese usando la complice protezione delle inchieste  “ contra personam et partitum” della Magistratura stessa e metteva pure in conto di poter essere a sua volta vittima della Magistratura.  Solo che mentre ricattare ed intimidire un deputato o un senatore, un leader politico è , per qualsiasi P.M., cosa facilissima – basti pensare al caso recente di Woodckook e di De Gregorio esploso poco prima delle elezioni del febbraio scorso per delegittimare il consenso al centrodestra per via giudiziaria ma non certo politica  e terminato poi  nel nulla – farlo con un  Presidente della Repubblica è praticamente impossibile. Se ne è accorta la Procura della Repubblica di Palermo, se ne è accorto il Dr. Ingroia per le telefonate fra Mancino e Napolitano registrate dalla Procura di Palermo che indagava sulla così detta trattativa Stato – Mafia degli anni ‘92/’93. Subito Giorgio Napolitano si è avvalso delle sue prerogative che la Costituzione riserva al Capo di Stato, subito ha richiesto il conflitto di attribuzione alla Corte Costituzionale la quale, ovviamente, composta com’era e com’è  da “nominati”, cinque dei quali scelti dal Presidente della Repubblica  e composta da 12 membri di sinistra  contro soli 3 di centrodestra – anche la Consulta faceva parte del bottino di quell’assalto alla Repubblica del 2006 – non poteva che dare ragione a Giorgio Napolitano. La sua impunità è garantita ormai: il 15 maggio prossimo Giorgio Napolitano diventerà un ricco pensionato,nessuno potrà chiamarlo a render conto di quanto ha fatto.

Negli anni ’92 / ’93 il Pool di Mani Pulite di Milano procedeva con la forza inarrestabile di un carro armato. Dopo un annetto e mezzo di inchieste, indagini, arresti, carcere preventivo, confessioni, suicidi ed altre perle da Stato di Diritto , la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista Italiano, il Partito Repubblicano quello Liberale , insomma tutte le forze politiche che davano il loro consenso al governo Craxi, erano già ormai state rase al suolo. Tutti sapevano della divisione delle tangenti in tre terzi, dei quali uno spettava al PCI/DS. Ricordo, oltre al famoso discorso di Craxi in Parlamento e della sua chiamata in correità di tutto il Parlamento, anche la testimonianza del Tesoriere del PCI di Milano, tale Luigi Carnevale come anche del Tesoriere, sempre di Milano, della DC, tale Maurizio Prada, che misero a verbale la suddivisione delle tangenti in tre terzi e precisò anche, Luigi Carnevale, che il terzo che spettava al PCI andasse poi diviso in un terzo per i così detti “miglioristi” e per due terzi per gli occhettiani. Tutti dunque sapevano. Tanto che v’era l’attesa che quel Pool completasse  la pulizia totale , che colpisse e spazzasse via anche il PCI/DS. Lo stesso Ministero della Giustizia aveva dotato quel Pool di un altro Giudice che avrebbe dovuto dedicarsi proprio e soltanto alla corruzione del PCI /DS. Era il P.M. Tiziana Parenti. E così, non appena la Parenti inviò un “ avviso di garanzia” al Senatore del PCI Marcello Stefanini  e mentre la gente riteneva partita l’operazione di pulizia anche per l’ultimo terzo delle tangenti e ormai prossima anche l’incriminazione dei vertici del PCI, ecco apparire chiaro, limpido, inequivocabile, l’accordo sotterraneo fra quel Pool ed il PCI . Contro quell’avviso di garanzia il PCI cominciò con la consueta tattica, urlando alla “ strategia della tensione”. La campagna di stampa e mediatica contro quell’avviso di garanzia del P.M. Tiziana Parenti partì alla grande: Repubblica, La Stampa, Corriere della Sera, Espresso, L’Unità, TG3, ecc inondarono giornali e notiziari di notizie per sbarrare la strada a quel P.M. Di questa strategia , Giorgio Napolitano era magna pars. Eppure di quel sistema corruttivo nel PCI lo sapevano tutti. Come tutti, nel PCI, conoscevano la situazione, specialmente i due segretari – erano D’Alema e Occhetto – e sicuramente anche Giorgio Napolitano. E la riprova che anche il PCI vivesse di quelle tangenti risulta , oltre che dalle testimonianze raccolte dalla Parenti, anche confermato dal fatto che, non appena finito il ciclone di Tangentopoli e dunque terminato anche  l’incasso di quel terzo tangentizio, il PCI fu subito costretto, per sopravvivere, non solo a vendere la sede storica di Via delle Botteghe Oscure ma anche a ridimensionare il suo giornale, l’Unità.

L’avviso di garanzia al senatore Marcello Stefanini lo accusava di essere il sospetto ricettore di una tangente incassata da Primo Greganti, un funzionario del PCI. Fu a quel punto che scattò l’operazione “mani pulite dei comunisti”, una operazione mediatica e giudiziaria che ebbe come fulcro il Pool di Milano, un fulcro nel CSM , un fulcro nella stampa e che  fece il vuoto intorno al P.M. Parenti. Vediamo come. Ci pensò in prima persona Gerardo D’Ambrosio, un P.M. di quel Pool di Milano, un Magistrato che, è superfluo anche sottolinearlo, è al suo secondo mandato come Senatore del PCI/DS , ora P.D., guarda caso! L’azione congiunta scattò il 26 maggio 1993, con una intervista di D’Ambrosio all’Unità nella quale il P.M. annunciò che “ praticamente l’inchiesta su tangentopoli era terminata “. Un annuncio che avviene proprio nel momento in cui le indagini sono andate a colpire anche esponenti centrali e locali del PCI. In quell’intervista D’Ambrosio spiega “ …finita (l’inchiesta ) nel senso che ciò che doveva emergere nel filone politico – affaristico è emerso….”. Dunque per D’Ambrosio è manifesta la volontà del Pool di punire penalmente solo i partiti di governo, cioè essenzialmente la DC ed il PSI. Così che quando arriva a Milano la P.M. Parenti, nessuno pensava che costei osasse procedere al’incriminazione anche del PCI. Davanti a quell’inatteso ed imprevisto ostacolo , l’accordo fra il PCI e la Magistratura di quel Pool emerse in tutta la sua evidenza. Ancora una volta fu mandato avanti il futuro senatore di sinistra , Gerardo D’Ambrosio, quello stesso di quell’intervista sull’Unità. Se ci si riflette bene, pare tutto veramente coincidere con un accordo criminale. Chi saranno infatti i due magistrati di quel Pool più premiati direttamente e personalmente dal PCI? Proprio D’Ambrosio ( seggio senatoriale al Mugello non appena lasciata la Magistratura) e Di Pietro ( altro seggio senatoriale del PCI al solito Mugello, appena abbandonata la Magistratura ma dopo aver accusato Silvio Berlusconi, appena eletto Capo del Governo,  di tangenti alla Guardia di Finanza – accuse false ed inesistenti ( assoluzione nel 2001 per “ non aver commesso il fatto”) ma governo alle sinistre tecniche e politiche fin dall’accusa) . I conti tornano.

Perché dunque Gerardo D’Ambrosio? Perché il P.M. D’Ambrosio,  che durante tutta l’inchiesta di Mani Pulite non ricorderà mai che il codice  impone all’accusa di raccogliere prove anche per la difesa dell’accusato ( una modifica di vecchia data apportata nel 1989 al codice ), improvvisamente e solo nel caso di Stefanini e di Primo Greganti diventa anche il difensore degli imputati. E’ ben vero che il suo futuro da senatore comunista era ben garantito dal PCI e dai suoi maggiorenti, tra i quali Giorgio Napolitano era sempre magna pars, ma doveva essere guadagnato e l’imprevista iniziativa di Tiziana Parenti- che peraltro era accreditata di simpatie politiche di sinistra – contro il PCI doveva essere risolta dal Pool. Era il prezzo convenuto. E così l’attuale Senatore Gerardo D’Ambrosio scoprì di poter anche giocare a fare l’investigatore per la difesa di Greganti e del PCI. Nemmeno l’avvocato di Greganti osò tanto, D’Ambrosio, sicuro della sua impunità come Magistrato e del suo futuro da Senatore, invece sì! E scoprì il “conto Gabbietta”. Era un conto svizzero, sul quale Primo Greganti aveva la firma di traenza, mentre era un funzionario del PCI. A Greganti fu consigliato di sostenere che quel miliardo “ era roba sua”, era denaro che gli serviva per comprare una casa a Roma. Ebbene D’Ambrosio scoprì che Greganti aveva prelevato un miliardo di lire dal conto Gabbietta e gridò:” ecco la prova che il funzionario rubava per sé e non per il partito”.Greganti era finito in galera per tre mesi. La stampa raccontò la favoletta che se li era fatti perché uomo dabbene che non volle cedere ad alcuna confessione estorta con la carcerazione preventiva. D’Ambrosio chiede al GIP l’archiviazione dell’accusa della P.M. Parenti. Il Gip era il Dr Italo Ghitti, che non ebbe le palle per reagire alle pressioni ambientali del Pool di Milano. La Parenti, isolata e screditata come P.M., abbandonò la Procura di Milano. Tutto finì così. Il PCI, il partito di Napolitano, di D’Alema, di Occhetto, di Violante ecc era salvo. Missione compiuta, Verità negata. Napolitano sapeva , ma tacque. Veramente un grande uomo.

Ma era proprio così? No, non era così. Perché, sembra incredibile eppure le cose stanno proprio così come segue ( e guardate che mai, dico mai D’Ambrosio ha querelato i due o tre libri che riportano queste circostanze, mai!). Nessuno, né D’Ambrosio, né Ghitti, tutta gente che usa poi la dizione “ in nome del popolo italiano, ecc) hanno mai rilevato che Greganti aveva prelevato quei soldi  in Svizzera una certa mattina e che nella stessa mattinata, alle ore 9,30  era già dentro la filiale del Monte dei Paschi di Siena di Roma dove un Notaio redigerà l’atto pubblico di vendita di quella casa a favore di Primo Greganti. Nessuno si è chiesto come sia possibile stare alle 8,30 a Lugano a ritirare i soldi  ed alle 9,30 a Roma, con quei soldi. Troppo chiaro che i soldi per quell’appartamento non erano quelli prelevati dal conto Gabbietta.

Sono le azioni, signor Presidente, sono le azioni, le omissioni, i silenzi, i comportamenti  quelli che meglio di ogni parola , meglio di ogni agiografo prezzolato, meglio di ogni magnificazione illustrano l’indole di un uomo e di un politico. Questo brevissimo e modesto  riassunto delle sue recenti azioni, il loro intimo significato antidemocratico ed anticostituzionale, tutte queste sue imprese ( si fa per dire) Le arrecano un profondo ed imperituro disonore, signor Presidente. Lei può ingaggiare quanti agiografi vuole, Lei può avvalersi delle sue prerogative , Lei può trincerarsi dietro ai silenzi, Lei può portare a giudizio chi vuole, Lei può cercare riparo dalla Consulta , Lei può denunciare chi vuole, ma Lei non sfuggirà mai davanti a queste sue responsabilità. E come vede, Signor Presidente, si tratta di responsabilità dirette, personali, assunte  da Lei in piena coscienza e responsabilità, su cose delle quali Lei era ed è sempre stato ben informato. E come vede Lei ha sempre tradito la fiducia che in Lei ha riposto la metà degli italiani. Ma come può guardarsi allo specchio sapendo d’averla fatta franca da Mani Pulite in quel modo straccione? O come può ancora parlare di Costituzione proprio Lei che l’ha tradita in quel modo osceno, disgustoso, consapevole ? Non creda che quattro suoi discorsetti auto incensanti e quattro scribacchini prezzolati ed osannanti siano sufficienti per nascondere la vergogna per questi fatti or ora narrati. E badi bene, perché ho riportato solo “ azioni concrete” non certo opinioni politiche. Ma spero siano sufficienti , signor Presidente, per farle capire , finalmente e per sempre, perché Lei è stato il peggior Presidente di questo Paese. Anche se del futuro non v’è certezza ed il peggio non passa mai .

Gaetano Immè

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