Gaetano Immè

Gaetano Immè

mercoledì 24 aprile 2013


PROGETTO POLITICO E FALLIMENTO TOTALE
Il Prof. Miguel Gotor, quello il cui progetto politico era tutto in quel suo sprezzante “ mai con quell’individuo”( alludendo ovviamente  a Silvio Berlusconi e quindi ai dieci milioni e passa di italiani che votano per il partito di quel leader politico) ormai non ha altra scelta se vuole salvare la sua faccia : o si dimette da senatore del P.D. o va in pellegrinaggio, in ginocchio a Via dell’Umiltà  o a Palazzo Grazioli, aspettando dietro la porta di servizio, con il cappello in mano, che sia ricevuto da qualcuno del personale di servizio.Il principale artefice dell'incredibile patatrac ottenuto dall'ormai ex segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani ha un volto ed ha un nome e un cognome preciso. Ha dell’inspiegabile come abbia fatto costui a convincere il famoso tortello magico del Pd (Vasco Errani, Maurizio Migliavacca, Miro Fiammenghi, Orfini, Fassina, ecc ) a seguire la sua strepitosa linea politica – complimenti vivissimi per il successo -che ha portato tutto  il P.D a mortificare il suo ennesimo Segretario P.L. Bersani e personalità come Romano Prodi e Franco Marini conducendoli baldanzosamente ad una debacle semplicemente vergognosa.

Il nome è sempre quello, ormai  da un paio d’anni:Certo  è proprio lui, sì, il geniale scrittore, il professore di una “ storia parallela” a quella vera , Miguel Gotor appunto. Il gran consigliere di Bersani. Il principe dei guru, anzi un”grande para guru”. Il Vissani  del bersanismo si è ritrovato cucinato a dovere insieme con tutto il  tortellone magico. Miguel Gotor,  che qualcuno servilmente e ridicolmente già chiamava “ Mago Gotor”, tanto per rivalutare a rango di scienziato il Mago Otelma al minimo confronto. Quello che “il berlusconismo era finito e sepolto” , spacciando così  la sua innata iraconda e biliosa invidia ( di omuncolo dedito al servaggio di un nome potente ) per l’uomo di successo Silvio Berlusconi con le soluzioni politiche per gli italiani; quello che diceva che il paese si doveva cambiare facendo “scouting”  sul M5S;  quello che teorizzava la fine del Pdl scambiando i suoi miserevoli  sogni da “commissario politico del PCI “ – che agognavano  la fucilazione o l’ impiccagione immediata  per  tutti gli avversari politici  – con quelli del popolo italiano. Quello che gioiva quando la “ congrega dei boia miserabili “ ( Zanda, Migliavacca, etc) premevano perché il Parlamento votasse una Legge ad hoc per  fucilare impunemente  il leader del centrodestra trasformando così un Parlamento democratico in una squadraccia di assassini politici , come nella migliore tradizione del compagno Andrej  Zdanov ; quello che considerava Renzi un eretico quando  accusava Bersani di stare lì a perdere tempo , quello stesso che ora è disposto a leccare i piedi ed altro a Renzi in odor di premierato; quello che ogni giorno vedeva nel M5S la stella politica in grado di  cambiare il paese, mettendo insieme le smacchiature  di Bersani e i vaffanculo di Beppe Grillo. Quello che escludeva al cento per cento che il Pd suonasse al campanello di Arcore. Quello che diceva  “mai mai mai con l'impresentabile Berlusconi “ e che alla fine ha dovuto arrendersi al fatto che - tu guarda - il paese reale altro non voleva che  far nascere un governo ed eleggere un presidente della repubblica insieme ad un solo  convincimento : quello di andare a braccetto con il centrodestra di Silvio Berlusconi.

E così - di fronte al grande accordo della disperazione fatto dal Pd con Pdl, Lega e Monti per eleggere il nuovo presidente della Repubblica, e altro che governo del cambiamento - si capisce come oggi il coltissimo e intelligentissimo “para guru” sia più o meno nelle stesse condizioni di tutta quella marea di incazzati politici di sinistra che negli ultimi due mesi hanno sempre ricordato come  fosse preferibile cercare una larga intesa con i simpaticoni del M5S, gli stessi  che ieri pomeriggio sono scesi in piazza a Montecitorio a urlare “ golpe golpe golpe “ alla fine dell'elezione di Napolitano piuttosto che ricercarla con quei manigoldi e impresentabili del centrodestra , come ebbe a dire una raffinata politologa qual è Lucia Annunziata, anch’essa evidentemente pronta ad un cattedra per la “ storia dello squallore umano e politico “). Oggi questi politici, questi guru e questi grandi paraguru  che fino a qualche giorno fa con eroica testardaggine provavano a sostenere che con Berlusconi neanche un caffè, oggi dicevo questi “ commissari politici del PCI” si trovano al cospetto di un Pd che dopo aver visto svergognati e derisi personalità come Rodotà, come Prodi, come Marini e segretari come Bersani  si ritrova seduto al desco  con il centrodestra berlusconiano  a condividere con quel popolo laico, liberale, europeista, antistatalista e democratico non un caffè  ma addirittura il nuovo presidente della Repubblica ed un nuovo governo per il Paese reale.

C'è poco da dire sul soggetto in questione. Lo sentii parlare durante una trasmissione di “ Porta a Porta”, subito dopo gli ultimi risultati elettorali. Dopo averlo ascoltato attentamente mi chiesi come facesse, un personaggio simile, ad essere un Professore universitario di Storia . Il suo ragionamento era lo stesso che, negli anni ’50 e ’60 , veniva costruito dai “commissari politici “che davano l'indirizzo all'azione politica del PCI , erano i padreterni delle sezioni del "partito" , copiati fedelmente dal sistema bolscevico. Ora qualcuno li chiama consiglieri o "guru". Costui sprizza odio da tutti i pori. Lo ricordo ,da Vespa, con la sua prosopopea, dire “Ho letto Moro e Togliatti. Io mastico politica da quando sono nato, e vi dico che faremo un governo stabile e duraturo. Neanche un tè  con il PDL”. Quando si parte da presupposti del genere il ragionamento è corroso da un cancro intellettuale  che lo rende tossico. Perché il PCI e le sue derivazioni non è stato un partito politico nato e sviluppatosi con lo scopo di governare un Paese  ma per opporsi ad un progetto politico e sociale altrui. E’ nella sua storia, nel suo dna, una ideologia nata per “opporsi” a qualcuno e non una ideologia nata per governare un Paese . Il fenomeno del ribellismo psicologico si trasfonde in un partito politico che nella psicologia del ribelle ( a qualcosa) trova la sua realizzazione. Non nella sua capacità di astrarsi dalle rivendicazioni più o meno giuste per costruire un proprio progetto politico che possa governare un Paese nell’interesse di quel Paese, senza avere un nemico da combattere con ogni mezzo, lecito ed anche illecito.

C’è storicamente una grandissima colpa della Chiesa cattolica – lo dico da laico rispettoso – nell’affermazione del pensiero comunista in Italia dal 1945 in poi , fino al punto che se la Chiesa non ci fosse stata o fosse stata altrove, forse il PCI non avrebbe avuto quell’innegabile successo che ha avuto nel Paese . Alla base di questo successo vi era il fondato – fondatissimo – timore che una  vittoria della DC di De Gasperi nelle elezioni del 1948  instaurasse nel Paese un oscurantismo clericale. Uso le parole di quel tempo. Certo che la Chiesa era stata sempre un ostacolo formidabile  al processo di maturazione politica e di unificazione politica e sociale dell’Italia. La presa di Roma, per esempio,avvenne ben dopo l’anno dell’unificazione. La Breccia di Porta Pia del 20 settembre del 1870, fu l'episodio che sancì l'annessione di Roma al Regno d’Italia, decretando la fine dello Stato Pontificio e del potere temporale dei Papi. La stessa Chiesa aveva fiancheggiato la politica liberale di fine ed inizio secolo ed aveva poi largamente appoggiato il successivo regime fascista. Dunque la difesa del laicismo contro l’invadenza del clericalismo era non solamente un retaggio storico irrinunciabile per la cultura italiana  ma, davanti alla schiacciante vittoria della Dc nelle elezioni del 1948, vittoria ottenuta con il concorso decisivo della stessa Chiesa, diventava una sorta di dovere civico , una necessità attualissima. Ecco quindi che buona parte del mondo intellettuale laico vede, essenzialmente nel PCI, il principale bastione per impedire una clericalizzazione della società italiana. L’elenco degli uomini di cultura  che aderirono dunque al PCI , consegnando allo stesso partito una larga egemonia culturale, è lungo. Tralascio i tanti nomi, ma voglio ricordare il caso di Luigi Russo, insigne storico della letteratura italiana, di stretta formazione idealistico – crociana che sostenne come i “più accesi  ed efficaci propugnatori dell’ideologia comunista fossero proprio gli angusti, faziosi, miopi difensori della Chiesa Cattolica”. Insomma moltissimi intellettuali aderirono al PCI pur essendo lontani mille miglia da quella ideologia , appunto come emblematicamente fatto da Luigi Russo. E verso questi uomini di cultura, il PCI, promosse e svolse, con estrema lungimiranza , un’azione politica di forte mobilitazione ed anche di grandissima valorizzazione, aprendo loro i suoi giornali e riviste ( L’Unità, Rinascita, Società, Vie Nuove, ecc) , avvalendosi della casa editrice del figlio di Einaudi, Giulio, che svolse una immane opera di fiancheggiamento. In verità, se si studia la storia del PCI, ci si rende conto che in quegli anni, la difesa che il PCI faceva della “ libertà della cultura” era puramente strumentale e propagandistica, non solo perché nell’URSS e nei Paesi satelliti tale libertà non esisteva affatto, ma anche perché nella stessa Italia il PCI non rinunciava affatto ad interventi di carattere censorio contro gli intellettuali allorquando vedeva messa in pericolo la propria linea politico – culturale. Basta ricordare quel che accadde allo scrittore siciliano Elio Vittorini , iscritto al PCI , Direttore della rivista “Il Politecnico”, quando Mario Alicata, per ordine di Togliatti stesso, lo accusò di approfittare della libertà concessa magnanimamente dal PCI per redigere sulla sua rivista una antologia non organica alla visione politico – culturale del PCI. Cosa c’entravano personaggi come Kafka, come Gide, come Sartre, come Joyce, come Hemingway, come Faulkner, che nell’URSS erano stati messi al bando, nella sua rivista?  Il Politecnico chiuse, Vittorini fu cacciato dal PCI. La verità è che la “difesa della libertà di cultura” che il PCI portava avanti in Italia era diretta formalmente “ contro” l’oscurantismo clericale , ma in realtà era un alibi che celava una linea politica e culturale ben precisa : quella del partito, dalla quale nessuno poteva derogare. Occorreva essere per forza dei “neorealisti”- nella pittura, nel cinema, nell’arte – mai “ astrattisti”: così s’è creata una lunga e ricca corrente intellettuale neorealista mentre invece Picasso e tutti i pittori astrattisti erano ignorati e mal sopportati. Come si vede il PCI fingeva di combattere un tipo di oscurantismo clericale ma per instaurare un nuovo tipo di oscurantismo , basato su dogmi e modelli mutuati dal realismo socialista e sovietico, un oscurantismo non meno incompatibile di quello clericale , con il libero pensiero e con le piene libertà individuali.

Mancando un nemico da combattere e da abbattere , il PCI diventava debole, imbrigliato in tentazioni di doppi binari che mal s’addicono ad una logica politica. Infatti una volta metabolizzato e dunque ridotto a semplice icona la lotta al clericalismo specie dopo la salita al soglio pontificio di Giovanni XXIII esimo, l’azione politica del PCI perse vigoria sociale e consenso, tentando addirittura di accreditarsi come partito di lotta ma anche  di governo con le esperienze degli anni 62 /64 dei governi della non sfiducia. In tal modo l’Italia fu immersa in un clima politico e sociale si immobilismo e di stagnazione anche grazie al miracolo economico , dovuto soprattutto ai governi del primo centrosinistra, che non potevano non sfociare nel ribellismo del movimento studentesco del 68. Ecco, il movimento studentesco , che si era abbeverato alla tradizione massimalistico – rivoluzionaria propria del PCI, contribuì, grazie alla mistificazione  del nuovo nemico da combattere ( la società immobile alla quale, però, aveva dato fondamentale contributo lo stesso PCI ), a ravvivare le posizioni politiche “ di lotta“ e massimalistiche del PCI, all’incremento di una nuova forma di cultura comunista ( si pensi ai “ Quaderni rossi”, a “ Classe operaia”, a “La sinistra”, ecc.) che ridette vitalità e consenso al PCI.

Così, dopo gli anni settanta e l’esperienza dell’autonomia( non certo di rottura)  berlingueriana dall’Urss , verso gli anni ’80 il PCI trovò il nuovo nemico da abbattere, trovò nuova linfa vitale nell’esperienza del socialismo craxiano. Si fa strada, in questi anni, un altro settore pubblico che la vecchia DC aveva lasciato fin dal ’48 nelle mani della cultura comunista: la magistratura. Con l’aiuto della Magistratura  “organica” al PCI, come lo furono gli intellettuali degli anni cinquanta, il ribellismo psicologico dell’ideologia comunista assume una connotazione di maggiore debolezza quanto più dimostra di avere bisogno dell’azione politica della Magistratura per riuscire ad abbattere il “ nemico di turno”. Con Craxi, il PCI inaugura una stagione di svilimento della sua azione politica ed inizia la nuova stagione che non vede più il PCI armarsi e sollevare le masse “ contro” un nemico da abbattere, ma vede un PCI agli ordini della Magistratura “organica” alla quale il PCI consegna le chiavi della guida politica che fu dell’Urss. Ecco quindi Tangentopoli, ecco il PCI salvato dai Magistrati organici che poi verranno premiati dal partito con seggi e prebende pubbliche ( da Di Pietro a D’Ambrosio passando per Violante, per Emiliano, etc) . Lo schema, collaudato con la stagione del craxismo, finito con la fucilazione del nemico politico, resta identico anche per la lunga stagione della così detta Seconda Repubblica, quando il PCI , autoridottosi ad una dependance della Magistratura organica, non riesce più negli ultimi venti anni ad elaborare un progetto politico che non sia il solito schema : quello che l’amica Magistratura o un Parlamento di giannizzeri facciano il lavoro sporco di uccidere Berlusconi come fecero con Craxi.

Non serve un Professore, né tanto meno un ideologo o un guru per fucilare l’avversario politico, basta una pistola. Insomma le idee del Prof. Gotor sono semplicemente la ennesima riedizione del ribellismo infantile del PCI, la dimostrazione della sua innata incapacità di sopravvivere senza un nemico da abbattere, la sua impressionante limitatezza culturale , assolutamente incapace di elaborare un proprio progetto storico politico che non sia una riedizione dell’ormai inguardabile ed incivile eliminazione fisica, ma non politica, del nemico. Tralascio, volutamente, di descrivere quelle tre o quattro cose che so di lui, della sua cattedra, delle sue frequentazioni, delle sue prestazioni editoriali, perché ho voluto dare alla mia critica un taglio squisitamente e rigorosamente intellettuale. Le tante, troppe miserie private degli uomini che si autocelebrano come esempi di specchiata legalità  e di moralità non mi interessano. Mi disgustano.

 

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RODOTA’ E LA MORALITA’

A proposito poi di moralità e di legalità, c’è forse da aggiungere altro a proposito di Stefano Rodotà?

 Quello che segue è un clamoroso conflitto di interessi. Maria Laura Rodotà, figlia di Stefano,  ha cominciato a fare la giornalista, come stagista, grazie alle amicizie politiche e clientelari di Stefano Rodotà. Insomma Stefano Rodotà, quello per capirci spacciatosi come esempio conclamato di moralità e di legalità, ha piazzato la figliola Maria Laura e la moglie Carla nel giornalismo  sottobanco, con le raccomandazioni, con il ricatto che proviene dal posto occupato nella burocrazia italiana. Concussione? Quel reato vale solo contro Silvio Berlusconi o contro Dell’Utri, lo sappiamo. Sappiamo che la legge è uguale per tutti ( quelli che non votano a sinistra).

Rodotà Stefano, padre e marito affettuoso, ma anche corruttore di amici , ha avuto anche la faccia tosta si dire «Mi piace definirmi moralista» Solo il M5S ed un risibile “favoliere delle Puglie” un Vendola che ha ridotto il suo SEL dal 6/7% all’attuale 2 % ,  pronto ad accoltellare alle spalle l’amicone Bersani per flirtare con tutti gli omaccioni del M5S  sostenendo Rodotà  potevano avere questa sfacciataggine. Stefano Rodotà («il nuovo che avanza»: classe 1933, in politica almeno dal 1976!) l'espressione di un'opinione pubblica illuminata e responsabile che vuole «voltar pagina» ed essere governata da quel partito delle persone oneste oggetto della feroce ironia di Benedetto Croce. Rodotà padre candidato grillino al Colle, Rodotà figlia interpellata dal Pd come mediatrice telefonica per far desistere il padre dal Colle, e il giornalista Sabelli Fioretti (Un giorno da pecora, Radio2) che ha preso otto voti al terzo scrutinio per il Colle, due in più di Franco Marini, e che ha questo aneddoto sulla famiglia Rodotà nel cassetto delle sue famose interviste. Un'amicizia con Rodotà padre, che le raccomandò la giovane figlia quando era direttore, e con la moglie di Rodotà padre, Carla, che ebbe una rubrica in un successivo giornale diretto da Sabelli Fioretti. Che poi ebbe una rubrica, a sua volta, dal giornale “ Amica “  di cui Rodotà figlia, firma del Corriere, è stata direttrice: È uno squallido backstage , un miserabile  incrocio di collaborazioni, di amicizie, di assunzioni, di clientelismo che nessuno pareva aver visto. Beati i monoculi in terra cecorum!  Pensate che grandi statisti: vendoliani e grillini che  si sono ritrovati in piazza a inneggiare proprio a Ro-do-tà, tutti probabili divoratori dei suoi volumi di diritto (il più citato, ovviamente solo il titolo, è Il diritto di avere diritti). La Casta dei Rodotà? Macché, solo un'élite di persone colte e per bene. Il loro salotto televisivo ideale è quello di Fabio Fazio. Che in effetti, su Twitter, ha fatto il tifo per il giurista: «Rodotà è da sempre impegnato per l'affermazione dei diritti di tutti. E i diritti sono il fondamento di ogni gesto e pensiero». Non ha fatto nessun endorsement pro Rodotà il collaboratore di Fazio, nonché prestigiosa firma della Stampa, Massimo Gramellini, ex marito della figlia di Rodotà, mentre ha firmato appelli  a ripetizione  pro Rodotà il solito Michele Serra, firma di Repubblica e firmaiolo di appelli in quantità industriali

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DEMOCRAZIA E DOMINIO DEL WEB.

 

La sinistra è passata dalla dittatura del proletariato alla dittatura  dei followers . Più i seguaci (chiamiamoli così all’italiana) diventano dominus della politica, più i leader diventano marionette in balia dell’onda del momento. C’è una pericolosa, pericolosissima tendenza a formare un’equazione: pensiero dei follower, urla della rete uguale democrazia. Ma che razza di imbecille sei se dici queste cretinate?  La rete, Twitter, non ha nulla a che vedere con la democrazia e non ne è neanche una sua pallida approssimazione. Ciò non vuol dire che essa non sia importante, che non si debba ascoltare, ma farsi dominare dalla rete , però,  è da idioti puri. Ci stiamo facendo condizionare (il discorso vale per tutti) dall’umore mutevole e immediato che si riscontra sui social network. Con il piccolo particolare che i graffiti elettronici avvengono in tempo reale. Non sono punibili (grazie al cielo, anche se la libertà d’insulto non si capisce perché sia lecita se intermediata da un pc) e danno l’impressione di essere numerosi. I numerosi gradassi dei social network sono simili a quegli automobilisti incazzosi che vi insultano ma solo da lontano. Sono tutti leoni quando sono protetti e chiusi al calduccio dell’involucro di metallo e vetro: un tempo facevano gestacci, oggi urlano e insultano. E anche la rete dà quella calda  e vigliacca sensazione di poter insultare liberamente un terzo con la certezza di non guardarlo mai dritto negli occhi, senza alcuna possibilità di replica. Con il pensierino irresistibile per il quale la rete è democratica, disinteressata, numerosa, giusta e sempre libera. Ma per l’amor di Dio!  In Italia ci sono 20 milioni di cittadini che non hanno una connessione internet e ce ne sono 29 milioni che si collegano una volta al mese. In Italia ci sono 4 milioni di utenti twitter .

 

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COLOMBO ANCORA PARLA

''Domani mi iscrivo al Pd per poter stracciare la tessera '. Gherardo Colombo, ex magistrato e componente del Cda della Rai, nominato proprio dal partito democratico, ha scritto alcuni tweet al veleno sul suo profilo. Colombo è furioso per la mancata elezione di Stefano Rodotà a presidente della Repubblica.

. ''Mi piacerebbe sapere - scrive Colombo - che difetto avrebbe Rodotà secondo il Pd''. E ancora: ''Dominano la paura di novità e la voglia che tutto resti come prima''. ''Se un uomo come Rodotà che sostiene il diritto di avere diritti non piace ad una parte, il problema è di quella parte'', conclude amaro.

Ah, Gherardo, Gherardo!

Ti metti pure a fare il finto tonto! Non hai capito perché una gran parte degli elettori di sinistra non ha votato Rodotà? Perché quella gran parte è stufa della supponenza, dell'intoccabilità, dello smisurato potere usato male dei suoi colleghi magistrati rossi! Rodotà non avrebbe fatto altro che continuare a "proteggerli" da ogni strale e, soprattutto, da una futura riforma della magistratura che, giustamente, metterà dei paletti insormontabili!! Egregio, la pacchia è finita....forse!! Meglio non mettere il carro davanti ai buoi! Dott. Colombo, cosa aspetta starsene zitto? Non bastano i danni che ha fatto con la Bicamerale di D’Alema?  Lui  crede di essere parte di una classe di eletti, in realtà appartiene alla categoria dei privilegiati e degli impuniti.

 

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IL P.D. E’ FINITO. AL VOTO !!! AL VOTO!!!!

Ora i troppi Caini , i Bruti, gli Iago si sparano fra di loro e così credono – le Spinelli, i Zagrebelsky, gli Scalfari, i Mauro, i Padellaro, i Gomez, gli Eco, i Camilleri, i Saviani, i professionisti dell’appello, le Hack, le De Monticelli, ecc – ancora una volta di salvarsi. Hanno guidato, dal sessantotto ed anche negli ultimi  venti e passa anni, la linea culturale della sinistra  colmando  il vuoto creato dal crollo del comunismo sovietico sotto palate di  una sotto cultura dominante ( perché di “ Scuola di Stato”) basata  sulla staliniana criminalizzazione del nemico politico ed hanno così  creato una nuova classe di quarantenni semplicemente da vergogna .Gente incapace della minima libertà intellettuale, anche semplicemente estetica, gente che  deve sentirsi inquadrata in un gruppo, gente che ritrova solo nel branco consenziente  la legittimazione del proprio  pensiero invece che  nel suo libero e pacifico affermarsi. Insomma, manca la riesumazione dell’eskimo e saremmo a posto. Tornati da dove questa gente è venuta, dalla “Scuola di Stato”, dalla “ cultura di Stato”. Sentire ieri sera le parole di Fassina di un Orfini, imbacuccati nella divisa dell’ “io sono de sinistra” con la barba d’ordinanza e quell’apparente disponibilità al dialogo e le loro tesi ( per Fassina Prodi era un nome unificante il Paese mentre  Orfini aveva pure la sfacciataggine di lamentare il tradimento dei cento parlamentari si sinistra che non hanno votato per Prodi ) era come rendersi conto d’avere allevato con amore, con dedizione , con sacrifici gente come Pietro Maso o Erika . Ma questi, almeno, hanno espiato la loro pena.

Se per due decenni semini vento, non puoi che raccogliere tempesta. Se ti affidi poi a quarantenni “figli di papà”, cresciuti nelle assemblee studentesche  dove la loro sopraffazione vinceva sulla ragione, se per venti anni non hai fatto altro che inoculare nelle vene dei tuoi fan il disprezzo per il nemico politico, l’odio per l’avversario politico, la sua demonizzazione basata anche su falsi e menzogne (purché reggano per qualche tempo e purché vadano a sputtanarlo), se l'unico pensiero che scalda il cuore dei tuoi  è “ eliminare anche fisicamente Berlusconi” arrivando anche ad  utilizzare  il Parlamento per trasformarlo da una libera assemblea di uomini liberi in una banda di criminali in doppio petto pronti a crearsi una legge che consenta loro si sparare in bocca a Berlusconi e di restare impuniti. Era, il loro parlare, nichilismo politico puro. Era un inno all’agire con violento egoismo, senza calcolare le conseguenze dell’azione. Così com’era nelle assemblee studentesche,al buio. Spinti da una propulsione oscura, da una pura  logica vendicativa e divisoria , da un’insopportazione caratteriale, culturale, e da un’ambizione politica che poggia su una sola certezza: distruggere più avversari possibile, scompaginare i giochi, spaccare il partito e la coalizione, fare sponda con chiunque, anche con il M5S, anche con l’infido web,  pur di raggiungere lo scopo distruttivo anche senza avere una mèta definita. La malattia nichilista è un morbo parlamentare conosciuto, la Prima Repubblica ne morì, tra le bombe di mafia e l’imperversare di bande in conflitto nel corso dell’elezione di un presidente. Cento e più franchi tiratori, ieri.

Replicare a Fassina su Prodi, uomo che unirebbe secondo Fassina,  è come sparare sulla Croce Rossa: non voglio infierire su un moribondo. Bastano i fatti e gli atti criminali del professore bolognese, basta la rivolta popolare davanti a Montecitorio di ieri per esprimere tutto il disgusto di un popolo per quest’uomo. Per Orfini, invece,  qualche parolina. Costui lamenta che vi siano stati 100 traditori sul nome di Prodi. Ma davvero, Orfini? Costui, come tutti gli scienziati del tortello magico che hanno sfigurato, smerdato, svergognato  quell’onesto anche se  modesto, irresponsabile e limitato funzionarietto del PCI che è sempre stato P.L. Bersani , improvvisamente ritiene che la libertà politica del parlamentare , che nei casi di Fini, di Casini, di Follini, di Bocchino, di Granata, ecc. avevano difeso a spada tratta come fosse una perla di quella Costituzione più bella del mondo ( perché serviva a denigrare e criminalizzare l’avversario politico), oggi , usata dai suoi che Orfini voleva in ginocchio a seguire gli ordini del suo partito senza obiezioni di sorta, sia cosa esecrabile. E come mai, Orfini? E la coerenza, Orfini? E perché mai, allora, Orfini, i padri costituenti avrebbero imposto alla votazione per il Capo dello Stato la segretezza dell’urna, se non proprio per rafforzare quell’indipendenza del parlamentare da ogni forma ricattatoria e coercitiva? Ma di che cosa e , sopra tutto, con chi devo parlare ?

Ai tanti “ maestri” dei tanti Orfini e  dei tanti inculcati seguaci cresciuti a acqua e criminalizzazione dell’avversario politico , dopo trenta e passa anni ad allevare i giovani nei recinti  dei buoi inferociti  è poi difficile spiegare ai propri lettori, elettori,discepoli  ed ai propri eletti, che bisogna far scegliere il nome del nuovo presidente della Repubblica agli “impresentabili”, come premessa di chissà quale altro accordo per far nascere una sottospecie di Governo. Sulla scelta del prossimo inquilino del Colle un Pd sovietizzato  sta svolgendo il suo congresso, in pratica una guerra tra bande. E sono giunti a maturazione i frutti velenosi di trenta e passa anni di vampirismo ( essere umani che sopravvivono dopo essere morti succhiando il sangue dei vivi) e di vent'anni di antiberlusconismo, l'eterna maledizione che la sinistra e i suoi leader si sono auto-inflitti. Grazie alle Spinelli, ai Zagrebelsky, ai Flores d’Arcais, ai Camilleri, alle De Monticelli, alle Hack, agli Jannacci, ai Fo, ai Vecchioni, ai Saviano, ai Fazio, agli Scalfari, ai Mauro, ai Serra, ecc la radicalizzazione del Pd in questi anni è tale che oggi  la pancia del partito non può reggere ad alcuna concessione a Berlusconi, nemmeno ad un nome condiviso per il Quirinale e nemmeno se è un esponente storico dello stesso Pd. Una personalità come Marini, che 7 anni fa un centrosinistra compatto imponeva come seconda carica dello Stato a colpi di maggioranza, oggi lo ha spaccato  a metà come una mela. La linea politica di questi anni, di demonizzazione deresponsabilizzante dell'avversario, ai danni dell'immagine stessa del paese, e l'insensato inseguimento dei grillini di queste ultime settimane, hanno finito per aggravare, anziché sanarla, la contraddizione, la frattura storica interna sia al popolo che ai partiti di sinistra: quella tra riformisti(inesistenti, ai fatti, come i vecchi “miglioristi”)  e massimalisti, tra partito di governo e partito di lotta.

Il risultato che si tocca con mano oggi è che una quantità di parlamentari, anche vicini al segretario del Pd, per i quali ogni compromesso è a prescindere un inciucio da demonizzare – anche quando è l'unica via realistica per un governo di cui il paese ha disperatamente bisogno, o è soltanto per mettere a capo della Repubblica una figura di garanzia – e che vagheggiano un governo con il M5S propiziato, una volta schernito ed umiliato come merita Prodi,  dall'elezione di Rodotà al Quirinale, dimostrando un'idea ingenua, immatura, ottusa e al tempo stesso pericolosa di democrazia. Se Bersani credeva di poter fare scouting tra i grillini, in queste ore si sta amaramente accorgendo che è Grillo ad avergli già sfilato Vendola e a fare scouting persino tra i suoi fedelissimi. E adesso? Quella di Franco Marini era  una candidatura che nasceva  per un'elezione largamente condivisa, con i 2/3 dell'assemblea alla prima votazione. Che senso avrebbe eleggerlo a maggioranza, con più voti dal centrodestra che dal Pd? Tra l'altro, sarebbe stato un suicidio portarlo, o riproporlo, al quarto scrutinio, considerando che i 521 voti presi alla terza votazioni da Marini  sono superiori i al quorum di 504 della maggioranza relativa .

Dall'inizio di questa crisi entrare a Palazzo Chigi è stato l'unico scopo che ha guidato l'azione di Bersani.Fallito il tentativo con Grillo, ha provato la strada del dialogo con Berlusconi a partire dall'elezione del presidente della Repubblica, ma così facendo ha spaccato il suo partito, nemmeno i suoi hanno digerito la svolta di 180°. Ad uscire sconfitto  da questo  naufragio del segretario è senz'altro Renzi, che dall'inizio ha sparato ad alzo zero sull'ipotesi Marini e che ha spinto per Prodi. Fondati i suoi argomenti contro l'ex presidente del Senato, ma  assolutamente pretestuosi, visto che si possono applicare anche alle figure da lui stesso ritenute preferibili, cioè Prodi e Rodotà.Non fanno costoro forse parte di foto  di  30 anni fa? Esattamente come Marini, corrispondono al profilo di politico che secondo i canoni renziani sarebbe ora di rottamare. Il primo, due volte presidente del Consiglio, controverso manager di Stato, collante di una fallimentare coalizione di governo. E che dire poi di Rodotà? Parlamentare per ben quattro legislature (da quando ancora c'era il Pci), primo presidente del Pds, 7 anni come garante della privacy, con una pensione d'oro di poco inferiore a quella leggendaria di Amato, e anche lui ottantenne come Marini. Prodi e Rodotà rappresentano forse la “visione di paese” che ha in mente Renzi? Sono forse il segnale di “cambiamento” che gli italiani aspettano? No, è che anche il sindaco di Firenze  è semplicemente un fasullo, un falso, uno spaventapasseri. In poche parole, un inutile simil “ migliorista” , come lo sono stati Amendola, Napolitano, Macaluso, ecc, gente che a chiacchiere voleva “migliorare” la linea politica di Togliatti ma che poi vi si inchinava, obbediente. Se hai le palle, un partito te lo crei, anche con la scissione. Ha insegnato qualcosa, oso sperare, la storia politica di questo Paese in tal senso?

Un'altra lezione da trarre da questa vicenda è che finché l'elezione del presidente della Repubblica è in mano ai partiti è del tutto naturale che il prescelto sia innanzitutto un loro garante e non il favorito degli italiani. Chi vuole un presidente “del popolo” abbia la coerenza di sostenere il presidenzialismo. E fino ad oggi la sinistra si è sempre opposta a questa modifica costituzionale. Sempre, e, spesso, con mezzi e sistemi ricattatori.  L'impressione è che oggi tutti quei cattivi maestri che  si scandalizzano per Marini, per Prodi  e che sostengono Rodotà, o altri nomi più originali, non accettano di affidarsi alla volontà del popolo in una elezione diretta. Pretendono semplicemente  che sia  ascoltata “l'avanguardia illuminata “ ( eia eia alalà!) interprete dei suoi presunti voleri. Cioè, solo loro stessi.

Ma mi facciano il piacere!!!!!!!!

 

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Roma mercoledì 24 aprile 2013

Gaetano Immè

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