Gaetano Immè

Gaetano Immè

lunedì 1 aprile 2013


QUOSQUE TANDEM, NAPOLITANO, ABUTERE PATIENTIAE NOSTRAE?

 

Personalmente non ho mai nascosto la mia profonda  diffidenza , la mia totale sfiducia nei confronti di Giorgio Napolitano, senza false cautele, senza ipocriti alibi, senza falsi infingimenti, in modo dunque sempre  rispettoso ma  leale ed  aperto. Non  credo neanche ad una virgola di quel che ci racconta  Giorgio Napolitano con la storiella dei “ dieci saggi” , ma non solo da oggi e dal Colle, ma da sempre. Né sono in grado di concepire il perdono – per il suo passato – come ci narrano sia stato capace di fare Gesù Cristo ,  né , tanto meno , ho mai concesso soverchia  attenzione al fastidioso bisbiglio del coro dei melensi , alle litanie del numeroso esercito di prefiche e di leccaculo a pagamento che ne decanta, con agiografica  ma sempre ben prezzolata devozione, pretesi ma mai dimostrati suoi “cambiamenti”. Questa mia diffidenza verso Giorgio Napolitano, chiarisco per le anime belle che già vedo agitarsi, non si basa solamente sulla sua milizia comunista dimostratasi   – al di là di quel  suo “migliorismo” di pura facciata – peraltro di stretta osservanza staliniana, ma anche su tutta una serie di sue azioni politiche, sia durante il periodo della “ guerra fredda” che dopo la caduta del Muro.

C’è, però, da anteporre a tutto, l’esame dell’aspetto umano di Giorgio Napolitano, un aspetto che attiene alla valutazione etica della persona, quella valutazione che,pur restando estranea alla sfera politica e giudiziaria, pure fa ben comprendere quale sia lo spessore culturale , la valenza etica e dunque anche l’affidabilità e l’onestà intellettuale della persona stessa. Per questo mi riferisco alla sua ascesa al Quirinale, avvenuta nel 2006, quando il Governo Prodi dell’Unione  era stato appena nominato, ma grazie a un’inezia di voti in più alla Camera ( 24.000) e ad una montagna di voti in meno (500.000) al Senato .Ebbene Giorgio Napolitano si prestò a recitare la sua parte nella cerimonia  della sua deposizione  sulla poltrona quirinalizia, pur con il solo 51% dei voti di quel nuovo Parlamento e cioè con i voti della sola sinistra. Tutti sappiamo che l’articolo 87 della Costituzione preveda come, non trovandosi per tre votazioni la maggioranza richiesta del 75% per  eleggere il Presidente di tutti gli italiani, la Costituzione preveda “ anche” che, dopo la quarta votazione, la nomina possa avvenire anche con la maggioranza semplice del 51%. Disposizione che i padri costituenti introdussero per  assicurarsi che l’Italia potesse comunque avere un’istituzione funzionante ,così da potersi difendere dai temuti, a quel tempo, pericoli di restaurazione sia comunista che fascista. La previsione costituzionale dunque concedeva una considerevole apertura di credito verso i futuri parlamentari, contando su un accorto e rispettoso utilizzo che  costoro avrebbero fatto di quella norma residuale, per la dignità stessa del Paese.

Ma la differenza fra le due ipotesi è troppo abissale per non comprenderne la portata. Una cosa è constatare, peraltro coram populo, di godere dell’apprezzamento, del  consenso, della stima, della fiducia del 75% per cento delle forze politiche parlamentari;  ben altra cosa è invece constatare di non godere di alcuna stima, di alcun apprezzamento, di alcuna fiducia  da parte del 50% delle forze politiche parlamentari. Per evidenziare come una simile forma di elezione quirinalizia sia storicamente considerata come  una sorta di bubbone che  tradisca  l’esistenza di una minaccia per tutto il Paese e contro la  quale occorra che il Paese si muova con una necessaria unità d’intenti istituzionale  fra Governo , Parlamento e Colle  basta osservare come, pur nella profonda diversità dei partiti politici di quegli anni , una sola volta la Repubblica italiana è scesa così in basso eleggendo, come ha fatto con Napolitano, un  suo Presidente con la maggioranza del 51% dei voti. Antonio Segni fu eletto Presidente della Repubblica il 6 maggio ’62 al nono scrutinio, con 443 voti su 842, con i voti quindi del suo partito, la  D.C. , del Partito Monarchico e del M.S.I. Aldo Moro non vedeva di buon occhio le manovre del presidente dell'ENI, Enrico Mattei miranti alla rielezione del Presidente uscente  Giovanni Gronchi e propose quindi ed ottenne dal suo partito la candidatura di Antonio Segni, ritenendo che l'elezione di quest'ultimo, che era un conservatore, fosse necessaria per rassicurare le correnti della destra DC e guadagnare anch'esse, come poi in effetti avvenne ,  alla sua politica di apertura alla sinistra. Ma nel 2006  non vi era motivo  che giustificasse una simile bassezza. Se non un sostanziale menefreghismo della sinistra nei confronti della Costituzione della quale si è sempre atteggiata a finta paladina e nei confronti della storia costituzionale di questo Paese, uniti ad  una pura bramosia di potere. Ma come si può pensare che una persona dabbene, una persona intellettualmente onesta, una persona che desideri tutelare la sua dignità personale e quella del proprio Paese ,una persona che non sia una semplice marionetta  in mano ad una fazione politica, possa farsi complice ed accettare di legare il suo nome, il suo passato, tutta la sua vita ad un simile squallida manovra ? E con che faccia e con quale prosopopea od arroganza  si può anche pretendere  di essere ascoltato, di essere creduto, di essere ritenuto in buona fede quando ci si è  prestati  a simili  indecenti manovre cercando anche di mistificare la realtà sostenendo pure che lo si è fatto nell’interesse del Paese?  E considerato allora che Antonio Segni si prestò a quella nomina  per un senso di  dovere verso la Patria, per consentire alla D.C. di  introdurre un progetto politico ( il centrosinistra ed il compromesso storico)  di portata storica per il Paese , non c’è dubbio che Giorgio Napolitano sia da annoverare, sotto l’aspetto della onestà intellettuale , sotto l’aspetto dell’effettivo rispetto della lettera e dello spirito stesso della Costituzione,  come il peggior Presidente della Repubblica Italiana , il primo e, speriamo  anche l’ultimo, Presidente della Repubblica  cui rinfacciare, senza alcuna riserva, remora od attenuante una totale mancanza di  dignità personale, di onestà intellettuale, l’essere stato un soldatino  agli ordini della sua fazione politica , l’aver concorso allo screditamento , nazionale ed internazionale, della  principale istituzione repubblicana del Paese. Il tutto per di più per i soli interessi della sua parte  politica e, aggiungo, con l’aggravante dei “ futili motivi”, come si usa scrivere nelle condanne penale, quando il reato , come in questo caso, è stato compiuto con fredda predeterminazione sotto la spinta di una motivazione meschina: il solo potere della propria fazione politica.

A prototipo poi della sua inaffidabilità politica , mi basta  rammentare solo due o tre esempi  e, onde evitare che qualche anima bella e sensibile, mi obietti , con incorporato sorrisino da ebete, sempre la consueta trita favola per bimbi deficienti che  “ i comunisti non esistono più”, tralascio del tutto la storia di Giorgio Napolitano fino alla caduta del muro. Per prima cosa riandiamo al 3 Luglio del 1992 , Giorgio Napolitano era il Presidente della Camera dei Deputati davanti alla quale Bettino Craxi pronunziò il suo famoso discorso  sulla corruzione con la chiamata pubblica  in correità di tutto quel Parlamento. Craxi svelò in quella circostanza il “ pactum sceleris” che governava quella politica corrotta, quella suddivisione delle tangenti in tre terzi ognuno dei quali andava rispettivamente al PSI, alla DC ed al PCI. Craxi sfidò il Parlamento intero che , in un silenzio ipocrita e vile, chinò il capo davanti alla sfida e tacque, per vergogna, per viltà e per  meschino opportunismo. In quella occasione Giorgio Napolitano, quale Presidente della Camera, avrebbe dovuto replicare a Craxi, avrebbe dovuto difendere la dignità di quel Parlamento, avrebbe potuto e dovuto raccogliere la sfida lanciata da Craxi perché non poteva sfuggire all’esperto politico post comunista che replicare a Craxi avrebbe significato salvare e rafforzare quella istituzione democratica che era affidata alle sue cure. Eppure Napolitano era un deputato dei DS, eredi del PCI, il partito che sarà l’unico che non verrà mai punito per quella corruzione come invece  vennero fucilati gli altri. E se dunque fosse stato vero che il PCI fosse stato immune dalla  corruzione ( la cui bomba era deflagrata già dal Febbraio precedente)  per quale mai motivo non solo gli esponenti di quel partito ma anche addirittura il Presidente della Camera stessa non replicò a quella  chiamata di correità di Craxi  ? Perché se quel partito fosse veramente stato estraneo a quel sistema di corruttele a maggior ragione Giorgio Napolitano avrebbe dovuto difenderlo replicando immediatamente a Craxi. Ma tacque. Ma non era solo codardia, quella di Giorgio Napolitano, era invece un calcolo ben definito e programmato, che avrebbe portato a tre risultati tutti a favore della sinistra comunista e post comunista: in primo luogo il suo silenzio indeboliva istituzionalmente il Parlamento e la politica facendo apparire quel Parlamento come un’accolita di corrotti e di ricattabili, da mettere, insomma, sotto tutela; poi apriva un’autostrada sgombra sulla quale si metteva in marcia la Magistratura milanese, quel Pool di rito ambrosiano che già da quei giorni , avendo sentore della possibile discesa in campo di Forza Italia e di Silvio Berlusconi, rilasciava dichiarazioni alla stampa di tipo minaccioso ( come dimenticare, ad esempio, l’intervista di Saverio Borrelli, il Capo di quel Pool, che proprio in quei giorni rilasciava dichiarazioni minacciose tipo “ devono stare attenti i politici che  possano avere scheletri nei loro armadi….”; agevolava l’accondiscendenza dello stesso Pool verso il  PCI oltre ad una evidente captatio benevolentiae che otterrà ottimi risultati :l’impunità assoluta dello stesso PCI per le tangenti. Dunque un politico chiamato inganno e sordida trama, all’apparenza un pavido. Ma solo un anno dopo, esattamente il 12 ottobre del 1993, si capirà che quella silente viltà di Giorgio Napolitano era appunto solo una mossa studiata a tavolino, preordinata al fine di  completare quella “ riduzione in soggezione” della politica rispetto alla Magistratura , quale arma per sparare in testa a quel Silvio Berlusconi la cui entrata in politica si stava appunto concretizzando proprio nel corso del biennio 1992/1993. Era proprio il 12 ottobre del ’93 che accadde, alla Camera, quello che Napolitano e compagni attendevano, il frutto maturo della trappola costruita da Napolitano fin dal Luglio precedente. La Commissione per l’autorizzazione a procedere contro Craxi, quella che sovraintendeva all’applicazione della guarentigia prevista dall’originario testo dell’articolo 68 della Costituzione, si oppose alla richiesta di arresto di Craxi della Procura milanese. Fu il segnale convenuto, la riprova che quel Parlamento usava quella guarentigia per salvare i ladri politici, la casta, la certificazione, fornita a mezzo stampa collusa, che serviva una catarsi, una rigenerazione, un incendio per bruciare il marciume e sperare in un futuro in uno Stato etico sotto l’occhiuto controllo della Magistratura. E questo avvenne, su pressione del Pool di Milano e della stampa di sinistra, proprio il 12 maggio del 1993. Quel giorno la Camera dei Deputati guidata da Giorgio Napolitano, senza che mai costui avesse nemmeno provato a difendere quell’istituzione democratica protestando che si stava buttando il bambino insieme all’acqua sporca, quel giorno la Camera approvò la modifica dell’articolo 68 della Costituzione. Brenno , cioè la Magistratura, aveva gettato su un piatto della  bilancia della giustizia la sua spada , imponendo la sua dittatura sulla politica. Fu l’inizio della fine del più importante principio della nostra Costituzione, quello della reciproca indipendenza fra la politica e la magistratura. Con la scusa di aver difeso ladri, si gettò alle ortiche la Costituzione italiana che aveva nella reciproca indipendenza fra parlamento e magistratura la sua base democratica. Per ironia della storia il relatore di quell’obbrobrio , di quel massacro della costituzione fu Pier Ferdinando Casini. Fu il trionfo dell’ipocrisia: dietro l’alibi dell’aver difeso ( o tentato di difendere) dei corrotti si  distrusse , si mandò al rogo la democrazia e si consegnarono le chiavi della sovranità politica  a trecentomila P.M. dopo averle trafugate dalle mani del popolo. Giorgio Napolitano non fu certo il solo responsabile di questo scempio, ma ne ebbe grande, grandissima parte. Sicuramente offrì i suoi servigi interessati per far trionfare questo scempio costituzionale del 1993. Che di fatto salvava il PCI dalle condanne di Tangentopoli, lo rendeva unico e solo attore della scena politica italiana di quegli anni, consegnava alla Magistratura  orientata a sinistra un’arma di controllo e di minaccia e di ricatto sulla politica e si assicurava , per sé e per il PCI stesso, la protezione della magistratura stessa.

Il 22 febbraio del 1998  Giorgio Napolitano era Ministro dell’Interno del Governo Prodi, tacque ancora una volta, ma stavolta tacque per paura, perché capì che la Magistratura aveva sì salvato il PCI dalla condanna per corruzione, aveva certo gradito il suo fondamentale aiuto nell’azione tesa a cancellare le guarentigie costituzionali, aveva per questo dato molte mani per rimettere la sinistra al potere dopo aver buttato giù dal ponte il Governo Berlusconi nel ’94, ma era sempre in grado di ricattare anche lui ed il suo partito, anzi, ancora di più degli altri. L’intervista di domenica 22 febbraio 1998  sul “Corriere della Sera” di Giuseppe D’Avanzo al P.M. Dr. Gherardo Colombo, storico componente del Pool milanese, altro non era se non un avvertimento in puro stile di minaccia ricattatoria verso tutti i politici ma sopra tutto verso la stessa sinistra post comunista che in quei giorni non solo aveva Romano Prodi a Palazzo Chigi e Giorgio Napolitano al Viminale, ma aveva anche Massimo D’Alema alla Presidenza della Commissione bicamerale che stava trovando un accordo con Berlusconi sulla riforma costituzionale che avrebbe investito sia la forma istituzionale del Paese quanto l’assetto stesso della Magistratura.  Dalle colonne del Corriere Colombo si permise di sputare in faccia a tutti, di accusare la società italiana di essere frutto di ricatto, di indicare quelle riforme come , appunto, frutto della società basata sul malaffare e sul ricatto. Anche in quella circostanza Giorgio Napolitano tacque, aveva compreso molto bene essere stata quella intervista una vera e propria dichiarazione di guerra contro la democrazia, ma si guardò bene dal pensare all’interesse del Paese che avrebbe dovuto reclamare la propria sovranità e cacciar via  quei tentativi di oppressione e di condizionamento. Ma tutto sommato, fra uscire allo scoperto per fare il bene del paese, avrebbe significare spiattellare davanti al mondo intero le trame, gli intrighi, le connivenze, le camarille che la sinistra aveva intrecciato da molti anni con la magistratura militante, significava distruggere il proprio partito ma salvare il Paese. Così Giorgio Napolitano, more solito, tacque. E l’Italia sta affogando sotto il tacco tirannico della Magistratura che non vuole sentir parlare di modifiche costituzionali. Appunto come la sinistra. Guarda caso.

Le azioni di Giorgio Napolitano sono sabbie infide, tranelli, vantaggi alla propria camarilla politica. Ora lo sta facendo con questa nomina di dieci persone. Chi sono? Dei nominati. Sono forse degli unti dal Signore? No, sono solo persone che stanno simpatiche a Giorgio Napolitano e che ora dovrebbero decidere cosa fare al posto dei partiti politici. Ma se le votazioni non contano più , se le decisioni politiche le prende il Quirinale, perché allora il Quirinale deve essere nominato nel buio del Palazzo, con gli intrighi e con le camarille? Perché non dare al popolo il voto diretto per scegliere il Capo dello Stato e trasformare questo simulacro di democrazia a cui Giorgio Napolitano ci ha portato in una vera e propria Repubblica Presidenziale? Invito coloro che sono stati prescelti da Napolitano per quest’altra farsa oscena a rifiutare l’incarico. Non prestate la vostra intelligenza e la vostra anima a questo misero tranello contro il popolo!

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Roma, lunedì 1 aprile ’13

Gaetano Immè

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