Gaetano Immè

Gaetano Immè

domenica 12 maggio 2013


IMPASTATI DI MENZOGNE

Massimo Giannini, vice direttore di Repubblica ( quello che si presenta sempre con unSono Massimo Giannini, sono Vice Direttore di Repubblica e sono molto colto”) s’è dato da fare nei giorni scorsi per scrivere , sulla velina di Carlo De Benedetti, quattro amenità  circa un “ grande corruttore”, cioè su quel Silvio Berlusconi che da venti anni procura, a lui ed al suo giornale, lauti guadagni. Diciamo che ha vomitato la sua solita litania , quel “fritto misto” di verità e di bufale che tanto piace ai suoi indottrinati lettori. Ai quali, però, il “geniaccio”si guarda bene  dallo spiegare  anche i fatti reali,i fatti  nudi e crudi, senza condimenti e commenti , i soli fatti che hanno scatenato questo ennesimo processo e le prime due condanne contro Mediaset e contro Silvio Berlusconi. Così, come al loro solito, Giannini e Repubblica fanno quel poco  che sanno fare: versare  una melassa ( melassa o merda vera e propria? Bah!) fatta da verità distorte e da bufale varie ,versata direttamente nelle viscere dei propri lettori , ormai abituati, almeno da venti anni,  a mangiarne  quotidianamente quantità industriali , per sentirsi satolli e soddisfatti. Che volete, quei lettori sono stati allevati dalla “scuola di Stato con la cultura di Stato” proprio per farli diventare così, un esercito di coglionazzi che credono a tutte le bufale che quella velina propina loro. Allora mi permetto di spiegare io , al posto di quel “ geniaccio” di Massimo Giannini, cosa c’è dietro questo processo, con la speranza che il Vice Direttore –peraltro assai colto – ed i suoi indottrinati  lettori, abbiano gli strumenti necessari per capire.

Fino al 2009 tutta la grande finanza , le grandi imprese italiane, le grandi industrie manifatturiere, le Banche italiane più importanti, in generale tutta l’area finanziaria dell’Italia considerava normale prassi, anche fiscale, costituire una propria holding estera, spesso residente in Paesi a fiscalità molto più vantaggiosa  che in Italia ( Lussemburgo  per tutti ). Ogni Banca italiana, per esempio, moltissime industrie, hanno avuto ed hanno la propria  holding in ciascun Paese estero. D’altra parte ,se una società italiana deve curare i propri interesse in un Paese straniero ( cito come esempio un  produttore di burro italiano che impianta un suo centro produttivo in Romania per vendere il proprio prodotto in quel Paese ) appare logico che quell’attività si realizzi in nome di un soggetto residente in quel Paese, posseduto ,ovviamente, dal soggetto italiano. Ricordo solo qualche altro esempio : la Fiat – Ifil , con la sua holding lussemburghese, il  Gruppo  Cir - Olivetti  di Carlo De Benedetti con la propria holding sempre nel Lussemburgo, il  Gruppo Tod’s di Diego Della Valle , con varie holding sparse in vari Paesi a fiscalità agevolata, il Gruppo di Luca Cordero di Montezemolo, la Luxottica di Del Vecchio, la Bosch , ecc. Ovvio che gli utili che venivano prodotti ed assegnati alle holding , se residenti in Paesi a fiscalità agevolata rispetto al fisco espropriativo del nostro Paese , abbiano consentito notevoli risparmi di imposte, nel mentre creavano disponibilità finanziarie in quei Paesi.  Ebbene tutto questo, fino al 2009,  non era riprovevole, non era vietato, non rientrava neanche nel concetto di elusione fiscale , ma era una conseguenza, semmai, della fiscalità rapinatrice del nostro Paese.

E’ poi accaduto che il 13 maggio 2009, la Corte di Cassazione, con sentenza  della Sezione Tributaria abbia  introdotto in Italia, anche in ambito tributario, la figura” dell’abuso di diritto”. Dispone quella sentenza cheil divieto di abuso del diritto si traduce in un principio generale antielusivo, il quale preclude al contribuente il conseguimento di vantaggi fiscali ottenuti mediante l’uso distorto, pur se non contrastante con alcuna specifica disposizione, di strumenti giuridici idonei ad ottenere un’agevolazione o un risparmio d’imposta, in difetto di ragioni economicamente apprezzabili che giustifichino l’operazione, diverse dalla mera aspettativa di quei benefici. In sostanza, il concetto di abuso del diritto tributario è stato, di fatto, un allargamento del concetto di elusione, circoscritto (secondo il sottoscritto anche erroneamente) a fattispecie casistiche (art. 37-bis del Dpr 600/1973).Tutto questo, ovviamente, deve decorrere dal 13 maggio 2009.

Torniamo ora al processo Mediaset. Al centro dell’inchiesta, i conti di due società collegate alla holding lussemburghese “Silvio Berlusconi Finanziaria , “la Century One “e la” Universal One”, alle quali sarebbero state accreditati importi di utili per approfittare delle minori imposte di quel Paese determinando così dei fondi neri  esteri derivati dalla compravendita dei diritti televisivi di film di produzione statunitense. Si tratta di fatti accaduti tra il 1999 e gli anni successivi e bisogna tenere  presente che Silvio Berlusconi  abdicò ad ogni carica in Mediaset dal 1995.  La ricostruzione fornita dai pm di Milano presenta invece Silvio Berlusconi come il vero regista dell’intera operazione, pronto a intascarsi 280 milioni di euro in nero e macchiandosi anche del reato di falso in bilancio oltre che di evasione fiscale per 7,5 milioni di Euro. Dal momento che il Cavaliere ha abdicato ad ogni carica di Mediaset dal 1995, lo snodo cruciale del processo è stato dimostrare come Silvio  Berlusconi abbia agito: fondamentali, in questo senso, le testimonianze di Carlo Bernasconi ( a capo della Silvio Berlusconi Communications,) di Oliver Novick (Direzione Corporate Development) e di Marina Camana, segretaria di Bernasconi. Al termine della requisitoria del processo di primo grado, i pm De Pasquale e Spadaro avevano chiesto per Silvio Berlusconi una condanna di 3 anni e 8 mesi per il reato di frode fiscale per 7,3 milioni di euro.

Ma se i fatti incriminati sono accaduti tra il 1999 ed il 2008 e cioè “ prima” della sentenza della Cassazione ( del 13 maggio 2009), come può quella sentenza esplicare effetto anche in via retroattiva? Prego notare come la cifra che Mediaset deve versare al fisco , come disposto da queste due sentenze, fra capitale, interessi e pene pecuniarie, ammonti ad Euro 10 milioni. Un niente, se paragonato a vari altri patteggiamenti. Cito la Bosch ( 300 milioni di Euro), cito il Monte dei Paschi di Siena per Euro 260 milioni, cito Banca Intesa per Euro 250 milioni di Euro, cito Unicredit per 96 milioni di Euro, cito Banca Popolare di Milano per 186 milioni  di Euro. Ebbene, cifre spaventose rispetto a quella affibbiata a Mediaset, cifre che evidenziano dunque evasioni proporzionalmente maggiori di trenta volte, di quaranta volte rispetto a  quella addebitata a Mediaset. Eppure nessuno di questi patteggiamenti ha prodotto una sola inchiesta penale, pur essendo tutti intervenuti “ dopo “ la data della Sentenza della Cassazione.  Credo sia chiaro come tutte le holding  e le finanziarie estere, come nel supposto caso di Mediaset e di Silvio Berlusconi, avevano il solo ed unico scopo di abbassare la pressione fiscale  che in Italia opprimeva tutti quei gruppi imprenditoriali di cui facevo elenco esemplificativo ma non certo esaustivo sopra. Quanto poi al fatto che queste holding servissero anche alla creazione di fondi neri esteri ( cito i casi della Ferruzzi e della Fiat) non mi risulta che in quei due casi siano state comminate sanzioni penale paragonabili a quelle che il Tribunale di Milano ha inflitto a Silvio Berlusconi. Ed anzi, in nessuna altra sentenza, alla pena si sono accompagnate, come nel caso di Mediaset e di Silvio Berlusconi , anche così pesanti sanzioni accessorie come la comminata a Silvio Berlusconi interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. Voglio essere ancora più preciso: a Romiti ( Fiat) fu comminata, per frode fiscale , un anno di reclusione, senza alcuna altra pena accessoria.

Solo Massimo Giannini e solo coloro che sono incapaci di ragionare con il proprio cervello senza farsi condizionare da preconcetti, odi, rancori, bili ecc. può credere che questa sentenza di secondo grado ( peraltro ,pare, fotocopia di quella di prima grado) sia una cosa seria.

 

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QUELLI CHE APPROFITTANO DELLA MORTE DI QUALCUNO PER PARLARNE MALE.

Un Magistrato italiano ancora in servizio, Gian Carlo Caselli ed il ragazzo di bottega delle Procure, Marco Travaglio, approfittano della morte di Giulio Andreotti per diffamarlo oltre misura, al riparo da ogni possibile contraddittorio. Bravi, anime grandi!  Ma chi veramente siano questi due individui lo sappiamo bene  per perdere ancora del  tempo a parlare delle loro meschine iniziative. Su Andreotti però, oltre a questi due, un raro esempio di ignoranza è venuto da un’onorevole del M5S , tale Giulia Sarti, la quale , su Andreotti dice “ E’ morto Andreotti, il condannato prescritto per mafia”. Una sintesi di una spaventevole ignoranza.  Vorrei che la Sarti sapesse che , non ostante i Gian Carlo Caselli, le Boccassini, gli Spataro, i Bruti Liberati, ecc la Magistratura e la Giustizia sono cose molto serie, non fregnacce di cui parlare all’osteria del curato. Che dire “ condannato prescritto” è come dire un ossimoro perché l’uno esclude l’altro.  Che non esiste l’assoluzione per “ prescrizione”, perché si assolve solo dopo un processo nel corso del quale devono formarsi prove a carico ed a discarico. Dunque  se è intervenuta la prescrizione vuol dire che quel reato prescritto non è stato oggetto di indagini né di processo. Dunque quando verrà il momento che gli ignoranti taceranno ?

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PER GLI IMBECILLI CHE PARLANO DI LEGALITA’

Per i tanti imbecilli, anche siciliani, che si scandalizzano della parola “mafia”. La mafia , amici sottosviluppati, è ormai il marchio della Sicilia e senza la mafia la Sicilia sarebbe un’isola nel mare, non altro. La mafia sta dentro ogni siciliano come ogni siciliano può essere un mafioso. Anzi lo è, perché la vita lo costringe ad esserlo. Acquisisci un modus vivendi che sarebbe impensabile  adottare altrove. Se il Sicilia la tua auto è chiusa da una macchina in doppia fila della quale non sai chi sia il padrone, puoi forse comportarti come ti comporteresti in un simile caso, poniamo, ad Udine? La mafia, poi, ha arricchito la Sicilia, ha arricchito molti siciliani, in primo luogo i professionisti della mafia: dunque Camilleri, Saviano, i vari attori come il Commissario Cattani, come  Montalbano, ecc. Film, documentari, fiction, romanzi, dove la realtà diventa fantasia. Prima di Puzo e del suo film con Brando, il capo non era “un padrino”. Prima della mafia i “Beati Paoli” era una congrega di giustizieri incappucciati ( una specie di Klu Klux Clan ) che ammazzavano i malvagi e difendevano i deboli. Parliamo della mafia da quando parliamo della Sicilia unita all’Italia, non dal 1994 e da allora che la Sicilia viene equiparata con la mafia. E siccome in Sicilia tutto accade se la mafia vuole ( perché se non vuole nulla accede, con le buone o con le cattive), così avremo il ponte se la mafia vorrà, avremo una nuova autostrada se la mafia vorrà, avremo pizzo, droga, omicidi, lupare, agguati, la vittoria di quel partito o di quell’altro sempre e solo se la mafia vorrà. Dal sempre, quanto meno dal 1860. E sapete, care anime belle che vi riempite quella bocca di deficienti con la parola “ legalità”, sapete anime belle perché tutto questo? Ve lo dico io: perché è dal 1860 che nella Sicilia dell’arretratezza ( culturale, economica, sociale, ecc) se ne è fatto un valore. Un valore che i furbi sfruttano. Appunto: tutta la politica da sempre e tutti quelli che vivono e prosperano grazie alla mafia. Attori, registi, scrittori, critici, giornalisti ed altri infami del genere.

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PER GAIA TORTORA

Come le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, così le opere dei padri non devono salvare i figli. Così, davanti al processo Mediaset, la Signora  Gaia Tortora si è risvegliata dagli ozi dei quali può godere grazie al lavoro del padre e intervenire  per dire che “ Berlusconi non si deve paragonare a mio padre”. Una bella dimostrazione di come da un padre intelligente e colto può anche venire un figlio non all’altezza. Perché la Signora Gaia che squittisce velenosa che “ mio padre ai processi ci andava” forse dimentica che Enzo Tortora era un sopraffino presentare della televisione e non un primo ministro eletto dal popolo che deve guidare un Governo. Meno parla , signora Gai, e meglio è per la memoria di suo padre. Anzi se ne stia proprio zitta e si goda i frutti di suo padre.

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Roma, domenica 12 maggio 2013

Gaetano Immè

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