Gaetano Immè

Gaetano Immè

mercoledì 8 maggio 2013


UNA COSA E’ IL DISSENSO, ALTRA COSA E’ L’ESECUZIONE DELL’AVVERSARIO POLITICO.
E’ l’ABC del grande imbroglio, anzi il MABC, un acronimo che non indica Alfano, Bersani e Casini ma le vittime delle esecuzioni  giudiziarie eseguite dai giannizzeri giustizialisti di sinistra,degli avversari politici in era repubblicana  e cioè Andreotti – morto ieri -, Craxi, morto da tempo , Aldo Moro , morto anch’esso da tempo e Berlusconi, la cui pubblica impiccagione  è imminente, a Palazzo di Giustizia di Milano si sta allestendo il patibolo. Nell’imbarazzante compiacimento di un popolo ormai ridotto ad un esercito di indottrinati da più di mezzo secolo di “ scuola e di Università di Stato”,  dalla “ cultura di Stato”, guidato da arruffapopoli, tromboni,  retori , ciarlatani, ormai maestri nello spacciare i loro deliri antidemocratici, le loro utopie , le loro rabbie, i loro odii, le loro invidie come fossero verità assolute e così fomentando fanatismo politico  violento, ribellismo da strapazzo e da liceo, annunciando false catarsi , apocalissi e redenzioni  onde blandire energumeni e masse ormai ridotte a vivere per un solo cibo:l’odio del nemico politico.
Andreotti non è morto ieri, ma  è stato “ferito a morte”  da killers impuniti già il 27 marzo del 1993 quando un Magistrato ideologizzato – come lo è sempre stato quel Giancarlo Caselli  da studente e da Magistrato iscritto a M D– con il fattivo contributo di altro Magistrato politicizzato come Violante , scatenò contro il divo Giulio la Procura di Palermo e quella di Perugia sulla base di due teoremi: per la Procura di Palermo Andreotti era d’accordo con la mafia, per quella di Perugia era il mandante dell’ omicidio di Pecorelli.  A partire dal 1968 ed  ancor prima con la denuncia delle «trame» del Palazzo da parte di Pier Paolo Pasolini, scuola, cultura e giustizia, egemonizzate e dominate dal PCI al quale avevano aderito, volenti o nolenti, tutti gli intellettuali fin dall’immediato dopo guerra ( per opporsi all’oscurantismo clericale che una riprovevole Chiesa imponeva alla DC degasperiana  come prezzo del suo appoggio di consenso ) avevano prodotto  generazioni convinte di dover cambiare il mondo e di dover abbattere i santuari, fra i quali la Democrazia cristiana e i suoi inossidabili esponenti occupava  un posto di spicco. Sia Gian Carlo Caselli che Violante sono due , fra le tantissime prove viventi , di magistrati politicizzati, nei quali all’ordine della Costituzione ( il Magistrato deve applicare la Legge ed ha l’obbligo di essere ed apparire terzo) è stato surrettiziamente sostituito quel “ libero convincimento del giudice” che è un principio non solo assente ma del tutto contrario al dettato costituzionale. Ammassato  fra i resti di un passato democratico nelle botteghe dei rigattieri  il principio di terzietà del magistrato, abbiamo assistito , silenti e vili, al crollo del principio di divisione tra i poteri dello Stato moderno. E’ avvenuto con Tangentopoli, primi anni novanta. Iniziata questa stagione forse proprio con la lotta al terrorismo e poi con quella alla mafia, la dinamica dell’interventismo della Magistratura negli ambiti che non le sono consentiti costituzionalmente , sta proseguendo inarrestabile. Dopo Moro, dopo Craxi, dopo Andreotti, anche Berlusconi o chiunque altro strappi il consenso popolare al PCI ed ai suoi eredi anziché perder tempo ad abbatterlo per via  politica e democratica parlamentare , opera che è fuori delle capacità della sinistra italiana fin dal 1948 , va eliminato fisicamente anche a colpi di sentenze e di teoremi . Ma le sentenze hanno bisogno di prove certe e qui nasce la  tragedia del sistema giudiziario italiano che , in mancanza di “ prove certe” per giustificare comunque condanne e sentenze che gridano vendetta , finisce per favorire il reo  e a non tutelare più le vittime. La responsabilità politica di questo stato di cose è solamente e tutta del PCI e dei suoi eredi , che l’ha  promossa per via legislativa fin dal 1948 ( anzi dal ritorno in Italia di Togliatti) ed anche, perché no, di chi non ha saputo contrastarla nella sede più consona, cioè quella parlamentare. È bene ricordarlo: i giudici applicano la Legge e se questa è strutturata in maniera tale da essere facilmente aggirata la responsabilità non è certamente la loro.
C’è sempre l’ideologia comunista dietro le grandi tragedie italiane. Basta pensare che dal 1948 ad oggi non esiste un “caduto emblematico ” di sinistra, ma esistono tanti caduti emblematici “non di sinistra” massacrati sempre e solo dalla sinistra. Da Aldo Moro , assassinato dopo un vero e proprio processo alla Democrazia cristiana da parte delle Brigate Rosse, per aver corrotto il PCI di lotta seducendolo con il centrosinistra in partito di governo, a  Craxi e ad Andreotti  tutti colpevoli , al contrario di ghettizzare il PCI e di escluderlo dal comando del Paese. Insomma chi osa sfiorare il PCI muore, sia se vuole farlo governare sia se vuole esautorarlo. Ecco come sono state radicate da questa  “cultura di Stato” alcune teorie ( il dietrologismo ) secondo le quali ci fosse  il potere politico avverso al PCI ed ai suoi eredi  dietro qualunque misfatto: stragi di Stato, mafia, servizi segreti, P2. Con la P2, colossale balla di un magistrato, senza un solo condannato (sarebbe stato difficile, essendovi fra gli iscritti, il generale Dalla Chiesa, il giornalista Roberto Gervaso, il giornalista Maurizio Costanzo,il comico della RAI  Alighiero Noschese), cominciò l'interventismo giudiziario, per riconoscere i metodi del quale dovrebbe essere letta nelle Università italiane la sentenza di Cassazione che proscioglie tutti gli imputati dall'accusa di associazione segreta e da ogni altra responsabilità penalmente rilevante.
Così, dopo Tangentopoli , la fine di Craxi e quell’orrenda impunità per il PCI che grida ancora vendetta,  arrivò anche il turno  di Andreotti, che non poteva essere colpito per corruzione o per finanziamenti illeciti o per un arricchimento personale o con motivazioni etiche. Andreotti non era certo un ideologo della DC, non aveva il carisma e le progettualità politiche di un  Fanfani o di un Moro, era piuttosto un suo guardiano, inamovibile  ma assolutamente incapace di qualsiasi forma di demagogia. E così come recita anche il Vangelo oltre che Craxi, occhio per occhio, a brigante brigante e mezzo, c’è la legge del contrappasso  nel fatto che a colpire Andreotti , l’antidemagogo, fu proprio quella corporazione di privilegiati, la Magistratura, nella quale, da un bel pezzo, la più pura demagogia ha trovato i suoi preclari campioni . Sono coloro che , ormai da più di quaranta anni e specialmente negli ultimi trenta, a suon di ridicoli teoremi giudiziari, testimonianze fasulle, pentiti subornati, falsi  ed anche ricattati, utilizzando come mezzo di tortura fisica la carcerazione preventiva , processi arbitrari quanto dispendiosi, sentenze precostituite ed inique , tutte dirette ad accreditare la tesi complottista secondo la quale la storia politica del nostro Paese è una storia criminale , cercano di ostacolare e di impedire  ogni sviluppo della vita politica del nostro Paese.  
L'azione fu gestita  dalla Procura di  Palermo, il dito sul grilletto era di Giancarlo Caselli all’epoca P.M. in quella Procura , la regia fu di Violante. Giulio Andreotti fu accusato di tutto: di associazione mafiosa e di assassinio. Ieri  quelle accuse hanno imperversato per tutta la giornata su  internet e soprattutto sui social network che hanno vomitato odio , livore, infamie, diffamazioni, ripescando le storie di quegli anni senza possibilità di contraddittorio e dando per verità assodate le congetture di quei  magistrati. Giornali come il Fatto Quotidiano, paladini e “nuovi bravi manzoniani”  di una schifosa  ed incivile Italia giustiziera della notte , hanno parlato del processo distorcendo la verità. E’ un Paese incivile questa Italia  che scambia la diffamazione ed il discredito con il dissenso politico. Vorremmo tanto spacciare questo momento per un momento di pacificazione dopo gli ultimi venti anni di guerra giudiziaria , quando invece Andreotti è vittima , anche da morto , dell'odio.
Tanto era cambiato dal ’68, ma  non era cambiato Giancarlo  Caselli, il pubblico ministero, che, come tutti noi, da studente all'università, da militante comunista , aveva sempre visto Giulio Andreotti come il «grande vecchio» che aveva costretto il PCI a stare a cuccia per tanti anni  e non poteva certo lasciarsi sfuggire l'occasione di poterlo fucilare, da magistrato e dunque avendo anche la certezza della propria impunità assoluta. Il processo palermitano ad Andreotti  ed allo Stato doveva essere esemplare, simile  a quello rivoluzionario che portò all’esecuzione  di Aldo Moro. Ma questa volta non c’ erano le Brigate Rosse, non c’era chi era pronto a premere il grilletto in nome di una ideologia, Andreotti doveva essere fucilato,  ma previa condanna da un vero e proprio tribunale della Repubblica italiana, con tanto di pubblici ministeri e di giudici veri. E quali erano, andavo a quel tempo ripetendomi,  le “prove” contro Andreotti?  Il famoso  bacio tra Andreotti e Riina a casa di uno dei Salvo, altro che “apostrofo roseo messo tra le parole “io t’amo”? O la sua fuga a Terrasini , alla guida di una Panda,  per vedersi con un mafioso, quando Andreotti non aveva neanche la patente? Ed ancora: perché Andreotti doveva essere processato a Palermo ,come capo corrente di un partito, quando tutta l'attività politica di quel partito si era svolta a Roma e dato che il suo collegio elettorale era stato in Ciociaria? Nessun Tribunale, men che meno quello di Palermo, ha dato risposte esaurienti a queste mie semplici domande. Mi sembrava di rivivere le assurdità del processo Tortora, ogni momento mi dicevo che ogni limite era stato  superato, e pure il senso del ridicolo. Ma mi sbagliavo: tutto era maledettamente vero.
Alla fine quello stesso Tribunale, quella stessa Procura di Palermo, lo stesso Caselli e lo stesso Violante non riuscirono a dare un minimo di credibilità, non dico di certezza, alle loro accuse . Andreotti doveva essere assolto e fu assolto. Ma la grande presa per il culo doveva continuare, the show must go on, perciò fu studiata  una formula assolutoria che non poteva essere più ambigua al fine di non svergognare Gian Carlo Caselli, Volante e la Procura di Palermo . Fu scritto in quella sentenza , onde poterla utilizzare come un bastone contro chi osasse criticare quell'indifendibile pubblico e falso accusatore- cioè lui, Gian Carlo Caselli, non altri - che i reati contestati a Andreotti fino al 1980 erano comunque prescritti e che lui risultava assolto soltanto per quelli che gli erano stato attribuiti dal 1980 al '92. Una vergogna giudiziaria forse peggiore della sentenza Tortora. Una sentenza messa su per non sconfessare Gian Carlo Caselli, l’ex rivoluzionarietto  da strapazzo, lo studentello arrogante divenuto arrogante ed impunito magistrato, pieno di odio e livore anziché di terzietà e di umanità. Ma chi ha testa , legge una sentenza profondamente  ingiusta e insensata. Perché ciò che è prescritto non può essere considerato reato, in assenza di quella verità giudiziaria che si definisce soltanto con il dibattimento che, a reati prescritti, non vi fu. Dunque meschina formula  di un meschino Tribunale , quello di Palermo, asservito ad un teorema politico e non alla verità giudiziaria. E intanto Andreotti assolto, con riserva, era già morto. E oggi nel coro dei melensi, dei falsi, degli ipocriti , di quelli che fingono di  rimpiangerlo  e lo onorano,  mancano le scuse e il pentimento di quelli che lo avevano accusato fantasiosamente e ingiustamente in nome della lotta politica. Quindi non della giustizia.
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Roma mercoledì 8 maggio 2013

Gaetano Immè

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