Gaetano Immè

Gaetano Immè

mercoledì 26 giugno 2013

1978,1993 E 2013: SI COMPLETA LA FANTOMATICA TERZA VIA AL SOCIALISMO REALE.


Ieri 24 giugno 2013 è una data fondamentale nella marcia verso l’instaurazione di quel “ mondo migliore staliniano” che Palmiro Togliatti assicurava e prometteva ad un ancora analfabeta popolo italiano negli anni ’45 del secolo scorso che avesse votato PCI. Quel mondo migliore s’è poi visto che razza di schifezza , che razza di crudele e spietata dittatura fosse: intanto però, il timore dell’instaurazione di un regime clericale ed oscurantista da parte di una Chiesa Romana che da sempre era stato un ostacolo all’unificazione politica dell’Italia ( si pensi come solo nel 1870 – dopo nove anni dall’unificazione nazionale – lo Stato Pontificio di Roma fu annesso all’Italia; si pensi all’ambiguità con la quale la Chiesa Romana non ha mai preso posizione chiara contro il regime fascista, forse alcune volte anche favorendolo) praticamente regalò al PCI una valenza politica assolutamente fuori luogo: quella di essere considerato come una sorta di ultimo baluardo contro l’instaurazione di una dittatura clericale. Fu dunque con il raggiro, con la truffa, con lo sfruttamento della credulità popolare e per la cieca ottusità clericale che il PCI si ritrovò a sfruttare, nel 1948, il consenso – non sempre convinto – della classe colta del Paese ( i famosi “intellettuali organici”) con i quali, ma grazie soprattutto ai generosissimi e criminali finanziamenti di Stalin, riuscì a dominare ed a forgiare settori fondamentali del Paese: editoria, Scuola, Università, cultura, arti figurative, letteratura, giornalismo ed anche magistratura. Ci pensò Pietro Germi, anch’esso vittima di quel criminale raggiro, a tratteggiare ( fin dall’ anno 1948, col film “ In nome della Legge”) la figura del “nuovo magistrato” che, seguendo l’ideologia classista e comunista, avrebbe dovuto creare quel “mondo migliore” dove non vi fosse più posto, come sosteneva la propaganda comunista, per lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Dunque ecco a voi, signori, il processo politico, riecco a voi, dopo quello ad Aldo Moro nel 1978 da parte delle Brigate Rosse, il “ processo nel tribunale del popolo” tanto caro ad Adriano Sofri, ecco l’inquisizione puritana che commina pene capitali con processi sommari, ecco a voi il processo che piace alla gente comunista, gente indottrinata con dosi industriali di rancore sordo ed odio contro ogni avversario politico che viene loro raffigurato come “ il male da eliminare fisicamente ”, un processo che se ne sbatte altamente delle basi del diritto, che se ne frega delle prove dei reati addebitati all’inquisito, della loro valenza oltre “il ragionevole dubbio” , che se ne sbatte di “ parti lese” e simili idiozie piccolo borghese. La novità giuridica è il completamento della “rivoluzione proletaria” compiuta dalla procura di Milano, dopo l’esordio del “Tribunale del popolo” dei brigatisti del ’78, senza uso di armi convenzionali, ma con impensabile dispiegamento dei “ regali e tirannici poteri “ proprii della sola Magistratura italiana: la sua impunità assoluta ed il suo totale arbitrio nell’esercizio dell’azione penale, tramutato in “ rancorosa persecuzione contra personam “ quando l’accusato è un avversario politico, persecuzione attuata con azioni di arrogante sopraffazione e di totale controllo e dominio sul potere politico grazie alla espulsione dalla Costituzione democratica del Paese delle guarentigie costituzionali, baluardo di civiltà contro ogni possibile forma di intimidazione e di sopraffazione, espulsione perpetrata nel 1995 dagli stessi magistrati milanesi ai danni del sistema democratico del Paese, senza spargimento di sangue. Quella sentenza è una minaccia a mano armata, una intimidazione bella e buona, il sistema criminale col quale una associazione di semplici Magistrati , che con incredibile preveggenza erano stati relegati dai Padri costituenti fra gli “ordini” dello Stato e non certo fra i suoi “poteri”, ricatta il potere legislativo democratico, la politica: comandiamo noi, voi non siete niente, ma a mano armata, non col sorriso disarmante dell’Alberto Sordi nel Marchese del Grillo. Se dunque Roma è come Teheran o Kabul , il Tribunale di Milano è la riedizione, riveduta e corretta, di quello di Via Gradoli.

La sentenza del processo Ruby è dunque una svolta storica, sia dal punto di vista giurisprudenziale sia in termini di filosofia del diritto: fino al 24 giugno 2013, infatti, l’eliminazione fisica dell’avversario politico era un fatto squisitamente “rivoluzionario”, quindi non previsto dall’ordinamento giuridico esistente. Da oggi, invece, è un fatto giuridicamente creato, ormai dentro l’ordinamento giuridico esistente. Assunto, dal Tribunale del popolo di Milano, con l’arrogante contributo della presenza – alla lettura della rivendicazione rivoluzionaria – anche del Capo di quella Procura: Bruti Liberati. Se il Tribunale del popolo delle brigate rosse nel 1978 condannò a morte Aldo Moro perché il Presidente della DC stava corrompendo il PCI per via del suo annunciato ingresso nell’area di governo col compromesso storico, sottraendolo in tal modo al compito profetico e d’opposizione che l’ideologia marxista leninista e gramsciana della base comunista gli aveva cucito addosso, così , dopo Bettino Craxi , la cui esecuzione giudiziaria fu il secondo banco di prova dello stesso Tribunale del popolo di Milano negli anni ‘92/94, Silvio Berlusconi deve essere fucilato, eliminato, indipendentemente da “prove certe”, da “parti lese” e simili piccolezze imperialistiche, perché come Moro, come Craxi, è un ostacolo per la conquista del potere da parte delle nuove brigate rosse di magistrati. D’altra parte, non aveva forse Berlinguer già negli anni ’76 e ’78 previsto che il PCI seguiva la fantomatica “ terza via nazionale ” – che non era né succube della politica sovietica né solamente anti imperialistica – per la conquista del palazzo d’inverno italiano?

E’ sufficiente che l’uomo politico che si vuole eliminare frequenti ragazze, che sia un essere volgarmente eterosessuale, anziché un signore rispettabilissimo dedito alle orge con maschietti compiacenti o trans perché il Tribunale del popolo, con cattedra etica e morale, lo condanni come corruttore di fanciulle, così come condanna alla lapidazione una donna sposata che si conceda ad un amante maschio. Ed è anche sufficiente che l’uomo politico in questione commetta la leggerezza di telefonare in questura per perorare la liberazione di una ragazza, finita nel frattempo nei guai, perché venga formulata nei suoi confronti l’accusa di concussione, anche se il funzionario in questione dichiara di non essere stato concusso. Il tribunale del popolo condanna ed uccide pur senza reato,pur senza parti lese, perseguendo i testimoni che non si prostrino al teorema dell’accusa. Una trentina di persone, citate come testi di difesa, fra i quali vari funzionari di Polizia e magistrati di sorveglianza, sono stati infatti, dal Tribunale del Popolo, accusati di falsa testimonianza. Un altro preciso messaggio malavitoso, mafioso, violento, alla società civile italiana: qui comandiamo solo noi e chi si mette contro di noi ne pagherà il prezzo. Altro che KGB o Stasi!

Questa non è una difesa di Berlusconi perché alla sua difesa provvedono già i suoi numerosi avvocati. E’ soltanto una riflessione davanti alla storia degli ultimi venti anni di questo Paese. In filosofia del diritto si diceva una volta che la rivoluzione è un fatto normativo, cioè un fatto che prevede il cambiamento dell’ordinamento giuridico esistente e la sua sostituzione con un ordinamento giuridico nuovo. Ma non è un fatto giuridico perché allora vorrebbe dire che l’ordinamento giuridico esistente prevede il proprio cambiamento violento. Mentre con la sentenza di oggi la rivoluzione popolare è diventata un fatto giuridico, cioè l’uomo politico viene eliminato per via giudiziaria, attraverso un procedimento giudiziario che non legittima la rivoluzione ma ne crea i presupposti. E, guarda caso, per spiegarlo debbo rifarmi sempre al PCI, a quando,durante la Resistenza e persino dopo il 25 aprile del ’45, un folto gruppo di partigiani comunisti tentò la rivoluzione comunista , ammazzando centinaia di partigiani che non appartenevano alla propria parte politica, oltre a preti e civili innocenti che bisognava far fuori per arrivare alla rivoluzione proletaria. La rivoluzione proletaria non riuscì e quei partigiani comunisti furono costretti a scappare in Cecoslovacchia perché avevano violato l’ordinamento giuridico ( Moranino ed altri). Oggi i giudici che hanno emesso la sentenza contro Berlusconi non scapperanno certo in Cecoslovacchia , anche perché non esiste più e perché, anzi, saranno elogiati da tutti gli avversari del Cavaliere. Alludo a quei “ finti vedenti “ che, con faccino compunto davanti ad un simile scempio del Diritto e della civiltà giuridica di questo Paese, hanno la faccia di culo di dire , boccuccia a forma anch’essa di culo di gallina, che “ le sentenze vanno rispettate”. Le brigate rosse di magistrati hanno promosso una rivoluzione proletaria attraverso la quale fare fuori qualcuno che non appartiene allo stesso campo politico.

Così, mentre i magistrati trucidano gli avversari politici ( con Craxi fu distrutto il PSI, con Berlusconi si sta distruggendo anche il centrodestra ), Letta perde tempo, cazzeggia con la Idem, adotta la tattica del “ prender tempo”, di “ rinviare”, appunto per irretire e squalificare politicamente chi abbia avuto la dabbenaggine di sostenerlo. Letta ci sta portando nel baratro. Dopo il tempo perso con lo smacchiatore di giaguari ora stiamo anche perdendo consensi sostenendo un tremebondo democristiano la cui tattica governativa attendistica e di rinvio ( vedi Iva, vedi Imu, vedi F35, vedi il decreto del fare , etc) serve solo ai suoi compagni comunisti per aspettare che la compravendita dei transfughi dal M5S consenta al P.D. di garantire ad un indecorosamente silente e complice Giorgio Napolitano ( ma non è lui il Capo , appunto, di questa banda di criminali del Diritto?) di non indire, davanti all’ormai imminente fallimento del Governo delle larghe intese, le nuove elezioni e di affidare il terzo incarico esplorativo a qualche altro utile idiota di turno.

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Cannigione mercoledì 26 giugno 2013

Gaetano Immè



lunedì 24 giugno 2013

ROMA COME TEHERAN, PEGGIO DI KABUL.


Non lo si deve nascondere, anzi, bisogna urlarlo a voce piena: oggi lunedì 24 giugno 2013 è un giorno storico per l’Italia. Il peggiore oscurantismo ideologico mascherato da principio etico sta definitivamente schiacciando , disintegrando, rovesciando lo Stato democratico di diritto ed instaurando in Italia il regime di magistrati che nessuno ha eletto. Come a Teheran, come a Kabul. C'è la sentenza di primo grado sul caso Ruby. Una condanna che è una esecuzione contro Berlusconi, da parte di un Tribunale del popolo che ha condannato per concussione quando non c’è un concusso e per prostituzione minorile quando non c’è la prostituta. Una sentenza che è basata non sul diritto, ma sul pregiudizio politico. Inorridisco se penso – dopo tante battaglie della vita: fascismo, nazismo, comunismo, clericalismo, etc – che un Tribunale italiano si sia arrogato( nel complice perché meschinamente interessato silenzio della sinistra bacchettona e clericale – quella stessa che defraudò l’analfabeta popolo italiano del secondo dopo guerra appropriandosi di notevole consenso proprio sbandierando il pericolo del dominio di quell’oscurantismo clericale ed etico che oggi, invece, innalza come proprio vessillo da crociata di retroguardia - )anche il diritto di decidere – con codici e pandette – persino su una questione culturale e morale. La morale e l’etica sono principi estranei ad uno Stato di Diritto, ad uno Stato laico, perché sono questioni che attengono ad uno Stato teocratico, nel quale esiste un regime simil religioso che porta a tramutare un peccato in un reato. E’ semplicemente assurdo e vomitevole pensare che nel momento in cui in Italia ci si batte per dare dignità all’omosessualità e quando dunque occorre essere indulgenti con i vezzi , con i vizi e con le isteriche pretese altrui, fino al punto di pensare ad una legge che imponga il rispetto dell’omosessuale ( come dire imporre per Legge l’educazione, un stronzata megagalattica),quello stesso Stato, tenuto sotto minaccia fin dal 1995 da una banda di criminali mascherati da Magistrati milanesi - che imposero, col ricatto e l’intimidazione, ad un Parlamento di corrotti e ricattati guidato da un Giorgio Napolitano ricattato ed intimidito,la modifica dell’articolo 68 della Costituzione italiana- si improvvisi maestro di etica pubblica e che si faccia cattedratico della morale privata altrui. Che s’impanchi ad essere occhiutamente talebano,evangelicamente intransigente, ma solo con i peccati degli altri. Perché se quella guarentigia di civiltà , del Diritto e della Democrazia fosse ancora in vigore, nessun parlamentare, Berlusconi compreso, potrebbe essere processato per presunti reati se non dopo il vaglio del Parlamento, come si usa nei Paesi civili. In Italia, invece, lo Stato laico, di diritto e democratico è ostaggio della Magistratura e del suo strapotere che umilia quel principio di reciproca indipendenza ed autonomia che era il pendolino che reggeva la democrazia e lo stato di diritto in Italia. Chi non capisce questo è un imbecille, che ha il cervello indottrinato ed avvelenato dalla campagna contro il nemico politico da trattare come Stalin trattava i dissidenti: da fucilare, da abbattere. Mi dispiace dire questo di altri italiani, ma purtroppo è così. Da sempre. Fin dal 1945, ma questa non è affatto un’altra storia, perché è sempre la stessa storia, la nostra.

L’avvocato Franco Coppi dovrà poi autorevolmente convincere entro qualche mese la Corte di Cassazione delle ragioni della difesa di Berlusconi nel processo Mediaset. L’ istinto è rispondere con il buonsenso a una decisione che va contro il buonsenso e che smentisce anni ed anni di giurisprudenza costituzionale con una colossale ingiustizia costituzionale: la Consulta ha stabilito ( sentite quanti applausi di quanti l’hanno insultata quando ha difeso Napolitano dalle grinfie della procura di Palermo buonanima) che presiedere un Consiglio dei ministri non può impedire, ai sensi della legge, ad un capo di Governo italiano di presenziare ad una udienza giudiziaria. La tesi – ben nota da tempo e scritta con l’ideologia del più squallido antiberlusconismo “ad personam” - dei soliti 11 giudici costituzionali sui 15 totali – drappello che imbarazzanti Capi di Stato degli ultimi nove anni si sono sempre affrettati ad implementare con nomine scandalosamente e sfacciatamente politiche - è che per legge debba essere il tribunale stesso a giudicare se quell’impedimento sia autentico o valido, e con questo argomento è seppellita , fra scroscianti applausi di quello stesso popolo di buoi tutto ira viscerale e niente cervello, la Costituzione Italiana e quella basilare autonomia ed indipendenza che devono caratterizzare il “potere” elettivo legislativo ed anche “l’ordine” impiegatizio della Magistratura . Berlusconi ha reagito con grande stile ed equilibrio affermando che il suo profilo di leader della maggioranza di larga coalizione non è affatto incrinato da questo nuovo atto di furia legale ai suoi danni. All’ingiustizia costituzionale ha opposto lealtà istituzionale, senso della misura e realismo. A scorno dei suoi arcinemici.

Nessuna sorpresa. La consulta ha scritto il finale di una storia già scritta. Il "no" al ricorso per il legittimo impedimento del Cav per il processo Mediaset era già stato deciso da tempo. La Cassazione non poteva che adeguarsi a quanto deciso nel gennaio del 2011 dall'allora giudice relatore Sabino Cassese. Nella sentenza della Corte Costituzionale che ha decretato l'illegittimità parziale della legge sul legittimo impedimento il punto fermo era uno: "Il principio di leale collaborazione tra poteri ha carattere bidirezionale, nel senso che esso riguarda anche il presidente del Consiglio, la programmazione dei cui impegni, in quanto essi si traducano in altrettante cause di legittimo impedimento, è suscettibile a sua volta di incidere sullo svolgimento della funzione giurisdizionale". Copia e incolla - Un principio, quello portato avanti da Sabino Cassese, che è stato ripreso completamente nelle motivazioni che mercoledì 19 giugno, hanno portato alla bocciatura del ricorso dei legali di Berlusconi. Cassese dixit, Consulta esegue. Puro stile mafioso. Perché Sabino Cassese è l'uomo rosso. Le toghe hanno fatto squadra e hanno in pratica replicato la "sentenza preventiva" di Cassese. Quello di Cassese è un nome troppo pesante perché qualcuna delle 11 toghe di sinistra , anche se della Consulta, possa contraddirlo. Sulla sua posizione c'è stata una maggioranza bulgara. La camera di consiglio è durata lo spazio di un'ora e mezza. Giusto il tempo di ascoltare la tesi di minoranza votata solo da 4 giudici. Gli altri 11 avevano già deciso da tempo. Cassese è un uomo legato per diversi motivi a quella sinistra che vuole vedere Berlusconi fuori dai giochi. A marzo scorso fu spinto verso il Quirinale con un endorsement esplicito da Repubblica. Fu proprio Ezio Mauro a consigliare il nome di Cassese a Bersani. "Si parla a bassa voce di un nome molto autorevole e stimato, un giudice della Corte costituzionale attualmente in carica. Dal profilo bipartisan e senza precedenti parlamentari ma con esperienza politica. Mister x potrebbe essere Sabino Cassese", scriveva il quotidiano romano. Insomma Cassese piaceva tanto alla sinistra. Lui che aveva inguaiato Berlusconi sul legittimo impedimento meritava una ricompensa. E' stato nominato giudice della Corte Costituzionale nel 2005 da Ciampi, anzi dal "partigiano" Ciampi. La sua nomina riempì un'altra casella di quella squadra di giudici costituzionali che la sinistra ha allestito con la collaborazione del Colle per bloccare ogni riforma giudiziaria dei governi Berlusconi. Il legittimo impedimento era una di queste. Cassese fece il suo dovere. La Consulta ieri ha replicato. Senza "se" e senza "ma". Quando c'è Berlusconi di mezzo il muro rosso si ricompatta.

Così stasera Roma sembra Teheran o Kabul.

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Cannigione, lunedì 24 giugno 2013

Gaetano Immè



mercoledì 19 giugno 2013

LA CONSULTA ED IL LEGITTIMO IMPEDIMENTO: LA VERGOGNA DEL PAESE.



Leggo le motivazioni della Consulta e leggo che secondo la Consulta, tocca ai giudici valutare l’effettiva impossibilità a presentarsi in tribunale per un Premier e tocca all’"imputato Presidente del Consiglio" rispettare "il principio della leale collaborazione tra poteri dello Stato". La rileggo , poi la rileggo ancora, perché non credo ai miei occhi. E mi chiedo, sorpreso ( ma mica è vero, lo sapevo! Ah! Se lo sapevo! ): ma Magistratura e Politica non devono essere indipendenti una dall’altra secondo la “ sacra Costituzione” e forse anche secondo Benigni ? E allora, perché la Consulta sta dicendo che la Magistratura ha poteri di controllo e di decisione, insomma di comando sulla politica? Perché deve essere la Magistratura a stabilire se esista il legittimo impedimento e non lo stesso Premier o il CdM o la stessa Legge ? Perché deve essere “l’imputato” a rispettare la leale collaborazione tra poteri dello Stato e non la Magistratura a rispettare la divisione e l’indipendenza fra i poteri della Costituzione ? Ma che stronzata è mai questa? La risposta è ovvia. Certo, in quella brutta copia della Consulta prevista dalla Costituzione come organo super partes, oggi siedono 15 ricchi signori, dei quali 11 provengono dalla sinistra politica e dei quali 4 oculatamente nominati dal Presidente Napolitano durante il suo precedente mandato. Dove sta scritto, nella “sacra Costituzione” che la Consulta deve essere “ di parte”?

Tutto fatto per benino, un bel progettino, degno di una Repubblica Popolare, sotto la guida illuminata dei “ Magistrati ottimati”. L'art. 68 della Costituzione è stato riformato sotto il ricatto del Pool di Milano nel 1995, con Napolitano finto tremebondo e vile Presidente della Camera, un difensore a chiacchiere della Costituzione e del sistema democratico , scuola Togliatti e Frattocchie, ma che non ha avuto, come al solito, né le palle né l’ onestà d’intelletto di pronunciar parola per difendere il Parlamento democratico e la sua sacra indipendenza dall’assalto dei giannizzeri vestiti con la toga. Così, per punire alcuni corrotti e per salvare sfacciatamente i molti compagni , Napolitano ha sacrificato la Costituzione ai voleri ricattatori della Magistratura, buttando il bambino con l’acqua sporca. Lo dico da allora, perché costui non ha pagato il prezzo politico della sua inqualificabile ignominia? Così i parlamentari non godono più di alcuna immunità. Con il vecchio articolo 68 l’On. Berlusconi non avrebbe mai potuto essere inquisito senza l'approvazione della Camera di appartenenza. Si chiamano guarentigie costituzionali e furono piazzate là dai Padri Costituenti a difesa ferrea della democrazia contro ogni forma di dittatura, di sopruso, anche della Magistratura. Adesso invece i signori Magistrati celebrano i processi dei parlamentari senza averne la previa autorizzazione ed addirittura se ne fregano della norma che non permette intercettazioni nei riguardi dei parlamentari se non previa autorizzazione o addirittura anche di Presidenti della Repubblica. Non intercettano direttamente l'onorevole, intercettano tutti i suoi amici, conoscenti e parenti e poi con la faccia da culo dicono che non era lui l'oggetto della intercettazione. Complimenti, signori di sinistra, avete creato una vera “casta di impuniti”, quella dei magistrati. Perché vi hanno tenuto bordone, vi hanno aiutato, perché sono della stessa vostra parte, lo sono fin dal 1947, quando il PCI fu allontanato dal Governo ed il partito di Togliatti si accaparrò il dominio sulla cultura (scuola, Università, editoria, giornali, ecc) e sulla Magistratura ( ricordate il film “In nome della Legge” di Pietro Germi ? Era il disegno comunista del famoso “ mondo migliore” che la “nuova Magistratura” avrebbe dovuto portare in Italia onde instaurarvi quel paradiso che era il regime comunista staliniano, per abbattere il vecchio sistema corrotto). Tutti inganni e specchietti per allodole e per babbei coglioni. Eccoli i Magistrati, non rispondono ad alcuno, vengono promossi per età anche dopo errori incredibili , godono di una autonomia che non esiste nel mondo occidentale ( ma esiste in Iran, in Siria, in Afghanistan, in Corea del Nord, a Cuba, ecc) talmente vasta da risultare insopportabile per qualunque paese che si dica libero e civile. Ed a questi veri babbei – voglio essere tenero stasera – che oggi esultano per quest’obbrobrio della Consulta, gente come Di Pietro – ricordate quel figuro?- come Orlando Cascio – lo ricordate come pazziava con Padre Pintacuda a Palermo quando avevano instaurato il Tribunale del Popolo il cui motto era “ il sospetto è l’anticamera del reato” - , gente che va in giro gridando come cerebrolesi “ intercettateci tutti! Inquisiteci tutti! Indagateci tutti !”, credendo di fare un servizio alla civiltà giuridica dell’Italia, voglio sbattere in faccia che non si rende neanche conto che invece sta cacando e pisciando sopra la “ sacra Costituzione “, perché così facendo pretende che non ci sia più la presunzione di innocenza “ fino a sentenza definitiva” , valida per tutti i cittadini, onorevoli compresi e che a semplice desiderio di un P.M. di turno tutti possano essere aggregati alle patrie galere e senza neanche perder tempo e soldi con un processo. Basta quello del popolo. Questo appunto accade in Iran, a Cuba, in Afghanistan, in Siria, ecc e in altri stati che hanno una tirannia degli ottimati di turno . La verità: siete proprio una vergogna.

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QUANTO  STARNAZZANO LE OCHE DELLA SINISTRA IDIOTA


Lo sforamento del tetto del 3% nel rapporto deficit/Pil imposto dall'Ue è la richiesta italiana a Bruxelles. Ma quale provocazione di Berlusconi: il partito dello sforamento del 3% è non solo bipartisan, ma trasversale nella società italiana. Come lo è, purtroppo, il partito della spesa. Quando si chiede all'Europa la “golden rule”, cioè lo scorporo dal calcolo del deficit dei cosidddetti «investimenti pubblici produttivi» ( una richiesta che ha sempre trovato d'accordo partiti, organizzazioni imprenditoriali e sindacali, economisti da salotto tv, i giornaloni e foglietti, i salotti negli attici e le caverne dei trogloditi ) non si sta forse chiedendo il permesso di sforare il 3%? Solo gli imbecilli non lo sanno. Il ministro per gli affari europei Moavero ha spiegato alcuni giorni fa alle commissioni parlamentari competenti cosa si impegnerà ad ottenere il governo Letta dalla Commissione Ue e dal Consiglio europeo del 27 e 28 giugno: non solo di poter utilizzare il margine che si aprirà nel 2014 tra il rapporto deficit/Pil previsto (2,4%) e il tetto del 3% (quindi uno 0,6%), ma anche di dedurre ( dedurre significa :levare, togliere, decurtare, sottrarre, ecc) dal deficit i 12 miliardi di cofinanziamenti nazionali ai 31 circa dei fondi strutturali europei ancora da spendere entro il 2015. Di sforare il tetto del 3%, insomma, come ha ribadito ancora Silvio Berlusconi.

Vi è di più: il suggerimento dell'ex premier sembra riprendere quello che non più di un mese fa, il 17 maggio scorso, compariva sulla prima pagina del “Corriere della Sera” a firma Alesina - Giavazzi: «Quel 3% non sia un tabù» era il titolo e il nocciolo dell’intervento, dell’auspicio. Per i due economisti non vale la pena impiccarsi alla soglia del 3%, perché dal momento che quest'anno saremo sotto d'un soffio, non ci saranno comunque margini per ridurre le imposte. La chiusura della procedura di infrazione da parte della Commissione Ue avrà un effetto quasi solo simbolico: «A parte una questione di orgoglio, non ne guadagneremmo sostanzialmente nulla. Non si riduce la disoccupazione con l'orgoglio». Quindi suggeriscono al ministro Saccomanni ( un vero chiacchierone, ma perché non se ne sta un po’ zitto?) di «puntare alto, non perdersi come un Ragionerucolo, dietro i decimali». In pratica, di dire a Bruxelles: noi sforiamo, ma per attuare un piano, da voi verificabile, di tagli alle tasse (50 miliardi: più sufficienti ad abolire l'Imu sulla prima casa, evitare l'aumento Iva e a cancellare l'Irap) e alla spesa (un punto di Pil all'anno per tre anni). Certo, la Commissione non chiuderebbe la procedura di sorveglianza, dovrebbe approvare il piano e verificarne l'effettiva attuazione, ma sarebbe il “nostro” piano e, soprattutto, ben più di una speranza di tornare a crescere. Di questo Saccomanni dovrebbe discutere a Bruxelles, non della seconda cifra decimale del rapporto deficit/ Pil, come noiosamente e pedantemente sproloquia.

Insomma, sforare il tetto del 3% non è di per sé una bestemmia berlusconiana, né un peccato mortale né un'eresia. Certo che dipende per fare cosa? Se dobbiamo sforare per elargire soldi con una pioggia di piccoli investimenti pubblici ( che solo gli euro-burocrati e i politici italiani ritengono «produttivi») che hanno già dimostrato in passato di non funzionare non ci stiamo. Temo ,purtroppo, che il governo Letta si prepari a chiedere e l'Europa, forse, a concedere proprio questa ulteriore sciocchezza. No, grazie, non ci stiamo. Sforare, invece, ha senso solo per tagliare le tasse a cittadini e imprese.



SIAMO LADRI, SIAMO LADRI, SIAMO LADRI

Sarà l’effetto dell’età che, inesorabile, avanza e, soprattutto, devasta, sarà che ho studiato quando a Scuola esisteva il “merito”, sarà quel che sarà ma sempre di più ho l’impressione della solitudine, di sentirmi come un cieco da un solo occhio approdato in terra cecorum. Vi voglio subito avvertire: c’è da troppo tempo un nuovo mantra che s’è fatto largo nella cappa dell’ipocrita ignoranza che soffoca questo stramaledetto Paese , quello della disoccupazione giovanile. Proprio alcuni minuti fa un telegiornale parlava della disoccupazione – che era salita in Italia – al 13% circa e poi giù profluvi di chiacchiere lacrimose sull’entità della “ disoccupazione giovanile”, trattata, questa inoccupazione, come fosse un fenomeno a sé stante rispetto al problema della disoccupazione. Non c’è giorno che qualche giornalone progressista, tipo la corazzata di Largo Fochetti, non ci trituri e ci smazzi i cabasisi ( colgo l’occasione per informare i cortesi e famosi cinque lettori cinque, che il suddetto termine , abusato da quell’antipatico del Commissario Montalbano, creato dalla fotocopiatrice – più che dall’ispirazione dell’autore , vista la ripetitività ossessionante dei suoi romanzetti - di casa Camilleri, è “cabasisi” e non “gabbasisi” come erroneamente svalvola di brutto l’Andrea nostro, termine usato, peraltro, solo dagli anziani ed in alcune zone della Sicilia centrale ) fingendosi disperatamente alla ricerca non solo della “ripresa economica” ma anche di “ uno sbocco lavorativo ai giovani “. Siamo sempre alle solite! E’ stata creata un’altra emergenza, un’altra categoria, quella dei giovani, per la quale – altra cancrena del cervello degli italiani fregnacciari – servano “misure ad ho”, vale a dire “ misure speciali”. Sapete com’è, no, in Italia? Piove troppo? Misure speciali contro l’emergenza idrica. Non piove mai? Misure d’emergenza contro la siccità che ci annienta. Arrivano le cavallette ? Misura ad hoc pure contro l’emergenza delle cavallette. E vai con le “ authority” che fanno ricchi i prescelti, vai con le “leggi speciali” che aumentano la montagna di leggi che seppellisce già l’Italia sotto il corrotto dominio della burocrazia regnante (Stato, Provincie, Regioni, Magistratura, etc) .Si ritiene che siano necessarie misure ad hoc (che servono, ma tra poco vedremo quali) e non soluzioni più generali che mettano in moto il sistema produttivo. L’occupazione, lo ripeto da una vita, nei Paesi civili e liberi ( non quindi in Italia dove metà popolo vuole che sia lo Stato ad accudirci dalla nascita alla morte, vita lavorativa compresa) non si fa con i decreti legge dei governi, ma si crea con le imprese che vanno bene, che fanno utili. Creare una sorta di “club dei giovani disoccupati” per poi fare una serie di “ leggi speciali” per proteggerlo, porta solo alla creazione di un’altra categoria di “ privilegiati” e di “ assistiti”. Roba da vomitare. Alcuni “ scienziati” ci illustrano riduzioni del costo del lavoro solo per i giovani. Una “cacata pazzesca” per dirla con delicatezza, come Fantozzi. Perché in questo modo si creerebbe una nuova classe sociale ( il giovane inoccupato) che condannerà i “ non più giovani” che hanno perso l’occupazione, ad essere molto meno appetibili per il loro reimpiego e difficilmente riassorbibili dal settore produttivo.

Se si gira il mondo occidentale economicamente florido e libero e si guarda la vita senza preconcetti ideologici, ci si rende conto del perché, se andate in un bar, in un bistrò, in un pub, in un ristorante in America, a Londra, in Germania, anche in Francia, persino in Spagna, trovate sempre un cameriere giovane. Semplice la risposta : perché in quei Paesi esiste un sistema di lavoro flessibile e la manodopera non è incastonata, seppellita a vita nel proprio lavoro. La flessibilità nel mondo del lavoro è una misura che si deve adottare per rendere la società più flessibile e meno imbalsamata. In un’economia come quella italiana , che già non cresce , immaginare pure, come ha fatto il Ministro Fornero, una serie di regole giuslavoristiche fisse e rigide, sia pure pensate per tutelare i più deboli, non fa che marmorizzare del tutto quel sistema, trasformando , peraltro, quelle nicchie che si credevano protettive per i giovani, in vere e proprie bare di marmo.

Altri veri e propri “ scienziati” poi aprono bocca e parlano dell’Università, come fosse un servizio gratuito. La Scuola di Stato gratis, l’Università di Stato gratis. Vere coglionate da veri coglioni e per autentici coglioni. Scuola ed Università, invece, sono finanziate per l’80 per cento dalla fiscalità generale e solo per la residua parte dalle tasse degli studenti. La meritocrazia universitaria deve dunque essere la regola, come impone specificamente la nostra Costituzione. L’università non è un diritto proprio perché viene pagata dalla collettività. Si ripete l’ossimoro che portò, negli anni sessantotto / settanta, al terrorismo rosso: i giovani ed i loro genitori che pretendono un posto di lavoro (possibilmente fisso, eterno, privilegiato, sotto casa, pubblico, adeguato ai propri studi , ecc) dimenticando che quegli studi sono stati pagati da altri. Non riesco a capire dunque per quale motivo – che non sia il “verbo comunista”- la collettività non solo deve finanziare i loro studi, ma si deve anche occupare e preoccupare di finanziare la loro disoccupazione.

Ce ne fosse almeno uno, fra i tanti “ scienziati” di “Repubblica” che avesse le palle e il cervello per dire la cosa più semplice di questo mondo: cari giovani, non rompete le palle, andatevene fuori dall’Italia perché è dal 1945 che vi abbiamo seppellito , vi abbiamo scavato la fossa con il nostro welfare. Ora abbiamo proprio sigillato le vostre bare, perché, grazie ad uno scienziato come Monti, le pensioni dei più giovani saranno calcolate sui contributi versati. Grande pensata! Immensa coglionata! Perché la stragrande maggioranza dei pensionati di oggi incassa invece assegni di pensione del tutto scollegati dai contributi versati, perché rapportati –che Dio vi fulmini, maledetti stronzi! – all’ultimo stipendio. E allora? Nel settore pubblico ( Stato, Regioni, Provincie, Comuni, Esercito, RAI, Magistratura, Politica, ecc), giù alle promozioni estreme, senza senso e ragione, tanto paga Pantalone! Questi veri “ scienziati” ci vomitano addosso montagne di chiacchiere e stronzate , del cuneo fiscale, della solita tiritera dell’evasione fiscale, ma nessuno che abbia il coraggio di dire che oggi assistiamo ad una gigantesca truffa , una montagna di risorse rubate ai più giovani dagli attuali pensionati, che sono i padri ed i nonni dei giovani. Questo non è un Paese per i giovani, dunque, perché i genitori sostengono i propri figli sempre più grandi, ma solo grazie alla rapina di cui sono vittime proprio i loro stessi figli. E nemmeno ci vergogniamo!

Cannigione, 19 giugno 2013

Gaetano Immè



lunedì 17 giugno 2013

ANCORA UN ALTRO COMPLOTTO SU MORO. NON VE REGGO PIU’!!!!!!!


Stranamente, oggi, lunedì 17 giugno 2013, dopo che a maggio scorso erano tracimati sui media italiani, oltre ai fiumi orografici anche fiumi e fiumi di ipocrite paginate sulla fine di Aldo Moro, roba di trentacinque anni fa, stranamente, dicevo, oggi appiano, sull’argomento, due notizie: una, dalla Procura di Roma, che dice di riaprire le indagini sul caso Moro. La seconda la si trova scorrendo “ Repubblica” dove a pagina 19 Vincenzi e Gotor dedicano al caso Moro una intera paginata. Leggendola balza evidente il suo “scopo finale ”. Alla Vincenzi è stato assegnato il compito di mettere a fuoco, per i propri lettori, il nuovo “ teorema” di “Repubblica” e cioè che seppure Moro fu certamente trucidato dalle BR, sia Cossiga che Andreotti ( il primo, ormai defunto, allora Ministro degli Interni non avrà la possibilità di replicare come il secondo, allora Presidente del Consiglio) e dunque buona parte della DC, furono organici e dunque corresponsabili di quell’omicidio. In poche parole per la Vincenzi e per “ Repubblica “ le BR furono aiutate, sollecitate, protette perché quella fetta della DC, che era contraria alla trattativa su Aldo Moro, si alleò con i terroristi rossi per eliminare Aldo Moro. Tutto questo, per placare i vari servizi segreti che tenevano l’affare Moro sotto controllo, come quelli americani e tedeschi che non avrebbero gradito un Pci al governo dell’Italia pur insieme alla DC – che era il progetto politico di Aldo Moro, di Zaccagnini e di Fanfani – e il KGB sovietico, ugualmente interessato alla vicenda , perché nel 1978 il regime comunista staliniano non avrebbe certo gradito che il suo partito in Italia, cioè il PCI, così generosamente finanziato negli anni settanta con una cifra mostruoso da 5 milioni annui di dollari dati non certo per organizzare le Feste dell’Unità né per beneficenza, si imborghesisse invece di portare avanti quella gloriosa rivoluzione proletaria che avrebbe dovuto portare anche l’Italia a godere di quel vero paradiso in terra che era lo Stato comunista sovietico.

Il compito di Gotor è altrettanto chiaro e semplice: fornire un supporto argomentativo e da storico , sulla necessità di riaprire le indagini, anche se sono passati, appunto, trentacinque anni e pure qualche condanna definitiva. Così a Gotor basta ed avanza riproporre la solita pappardella, ripetere tutti i “sentito dire”, le solite “congiure”, i soliti “ complotti” , le solite “ tesi complottarde” che tanto di moda sono andate in Italia dal 1968 in poi, specie fra il numeroso popolo dei puri fregnacciari e che hanno fatto ricche falangi e falangi di scrittorucoli, di registucoli, di attorucoli, di giornalistucoli o pennivendoli ed ignoranti come zampogne o zucche i nostri poveri giovani educati a pane e complotti ( come una volta si usavano invece “ il pane ed il moschetto”). Non avevo dubbio alcuno su Gotor, un esempio paradigmatico del “ servile clientelismo” che regna nella sinistra comunista italiana fin dalla nascita della Repubblica , una riedizione malriuscita degli arroganti e violenti studentelli extraparlamentari del ’68, un simulacro ridicolo dei “ commissari politici” che catechizzavano il “popolo analfabeta” nelle sezioni del PCI degli anni 45/50: tutta la sua “carriera” è consistita nel mettere a disposizione della sinistra comunista la sua faccia ed il suo cervello, fare, cioè, quello che Togliatti imponeva agli intellettuali: essere al servizio del PCI per averne i trenta denari. E Gotor, soppesando il suo curriculum da un lato e la sua “carriera giornalistica e politica ” dall’altro , di denari non ne ha ricevuti solamente trenta , ma molti, molti di più.

Ferdinando Imposimato? Un Magistrato irrimediabilmente corroso dalle metastasi del complotto, un Magistrato che altro non sa dire , ogni volta che un crimine è stato sanzionato da qualche Tribunale italiano, che manca sempre qualcosa, che nessuno ( salvo lui, s’intende) se ne è accorto ma che c'è un mandante, che poi è sempre politico: così, tanto per fare di Ferdinando Imposimato un simulacro del Dan Brown de' Trastevere. Una veloce rivisitazione del suo curriculum spiega meglio chi sia Ferdinando Imposimato.

Diventa magistrato nell’anno 1964. Istruisce alcuni tra i più importanti casi di terrorismo: quello di Aldo Moro , chiuso definitivamente con condanne ( salvo tornarci ora sopra con improvvisi ricordi), l’attentato al Papa da parte di Ali Agca, sempre circondato da mistero anche se lui stesso ha condannato Agca, l'omicidio del vicepresidente del Csm Vittorio Bachelet, la strage di Piazza Nicosia, il processo alla Banda della Magliana, altra telenovela infinita. Non poteva mancare in questo quadro opulento, un bel seggio politico: eccolo arrivare nel 1987, come indipendente di sinistra, Imposimato viene eletto al Senato e nel 1992 alla Camera. Ha anche scritto sei soggetti cinematografici per la RAI. I relativi film sono stati prodotti da una co-produzione tra le televisioni di Italia, Francia, Germania, Austria e Spagna. Si tratta di sei storie giudiziarie, dal titolo Il giudice istruttore, che raccontano alcune delle sue inchieste . Il 13 aprile 2013 il suo nome compare nella lista dei candidati alla carica di Capo dello Stato scelti a seguito del secondo voto online degli iscritti al M5S.Il 13 maggio 2013 dichiara: "Non sono aderente al M5S ma trovo esagerati e ingiusti gli attacchi a Grillo. Egli ha denunziato la paralisi e l'impotenza del Parlamento, che non si può disconoscere. Il Parlamento, quale organo che approva leggi per il bene comune, di fatto non esiste. E' un'amara realtà, non un'offesa al Parlamento. La Boldrini non si deve offendere, deve prenderne atto. Vorrei sapere quali leggi il Parlamento ha approvato nei suoi primi mesi di vita! E quali sta discutendo, di quelle che interessano i giovani e il lavoro. Nessuna! La finta legge che cercava risorse, abrogando il finanziamento pubblico dei partiti, dovrebbe entrare in vigore solo nel 2017! Vergogna “!

E cosa ne diranno, della nuova tesi complottarda, Prodi e Zanda? C’è forse logica e giustizia nel voler processare due morti (Cossiga ed Andreotti) per presunti reati e sorvolare su due colpevoli accertati ed indiscutibili, cioè proprio, per restare alla tesi di Imposimato e di “Repubblica”, Romani Prodi e Zanda Loy?

Sul Prof. Romano Prodi non voglio ripetermi: è arcinoto al mondo intero come l’allievo di Beniamino Andreatta abbia avuto la faccia tosta di giurare , davanti ai Magistrati ( tipo Imposimato, per dire!) che furono alcuni “ spiriti” a scrivere su un piattino la parola “ Gradoli”, quando, durante una seduta spiritica, Prodi ed altri suoi amici avevano chiesto all’aldilà dove fosse tenuto Aldo Moro! Nessun Magistrato che abbia avuto la dignità di sbatterlo in galera, come avrebbe meritato!

Luigi Zanda, ora occhiuto moralista capogruppo al Senato del P.D.,ha il gran culo di nascere in Sardegna ed in una culla patrizia. Suo padre, tale Efisio Zanda Loy, era un uomo politicamente importantissimo come capo della polizia di Stato, specialmente nella dura e torbida stagione del terrorismo. Ovvio che Luigi facesse una carriera fulminante: uffici legali dell'Iri, consulente del ministero per la riforma della Pubblica amministrazione, presidente del Consorzio Venezia Nuova, presidente e amministratore delegato dell'Agenzia per il Giubileo per un quinquennio, presidente della Quadriennale di Roma e della Fondazione Palaexpo, consigliere d'amministrazione della Rai in quota Margherita. Il suo ingresso in politica è squallido perché Luigi Zanda si trova in Senato in quanto alle elezioni suppletive per il Senato del 23 giugno 2003 (convocate nel collegio di Frascati per la morte del senatore Severino Lavagnini) si presentò senza avversario, dato che la Casa delle libertà non raccolse firme sufficienti a candidare Francesco Aracri (An). Risultò quindi eletto col cento per cento dei suffragi, ma con la più bassa percentuale di partecipazione al voto dell'intera storia repubblicana: il 6,47%. Proprio di che andarne fiero! E non è tutto, perché ancora devo parlare dei suoi due capolavori: quello di segretario e portavoce di Francesco Cossiga ministro degli Interni e poi presidente del Consiglio. Figurarsi il minuetto fra questi due sardi. E quello di consigliere e poi di vicepresidente del Gruppo Espresso, quotidiano La Repubblica incluso. Zanda, come ho detto, fu prima il più stretto collaboratore di Cossiga e poi di Repubblica. Senza provare imbarazzo. E oggi è nel Pd, appena eletto capogruppo, carica che gli consente di dichiarare con tono politicamente minaccioso di essere pronto a votare l'ineleggibilità di Silvio Berlusconi, che poi è il suo benefattore politico per via di Aracri di cui sopra. Spero che sia chiaro a tutti che il proposito di minacciare l’ineleggibilità di Berlusconi riveli nella sua profonda meschinità la pochezza morale ed intellettuale di un arrogante e classico “ figlio di babbo” che, non avendo la capacità di liquidare politicamente un avversario ed essendo abituato a farsi strada grazie a “babbo ed alle sue conoscenze”, sogna - com'è nella tradizione della casa - il solito colpo alla nuca per Berlusconi.

Ecco, vista la sua contiguità d’azione e politica con Cossiga, io mi sono sempre chiesto ed ancora oggi mi chiedo come mai nessun Magistrato, nessun giornalista, nessuno abbia mai chiesto cosa avesse da dire l’On Luigi Zanda Loy sulla faccenda di Aldo Moro. Mi sono chiesto e mi chiedo come mai Luigi Zanda Loy, il furbetto sardo, non abbia mai voluto dire una sola parola di quel che dovrebbe sapere, o almeno immaginare, sulla vicenda più turpe e losca della storia repubblicana: l'azione di un commando militare a via Fani, la cattura, l'interrogatorio e la soppressione di Aldo Moro. Quella storia e quelle povere vittime non trovano pace. Ebbene, Cossiga sapeva benissimo quel che realmente accadde con l'affaire Moro e quel che fu fatto anche di inconfessabile e inconfessato per tentare di salvare la vita al leader democristiano o per agevolarne l’esecuzione. Si può dire, leggendo i verbali di una Commissione bicamerale d'inchiesta su Aldo Moro sulla quale fu calato il sipario della censura, che è dimostrato, per dichiarazione del procuratore generale di Budapest nel 2006 e di altri commissari, che molti uomini delle Br erano a libro paga e sotto comando militare del Kgb e della Stasi, inquadrati nell'organizzazione Separat del terrorista Carlos oggi all'ergastolo a Parigi. Ebbene, sconfitte militarmente le Brigate rosse italiane, Cossiga non fece altro che girare tutte le carceri italiane per concordare con alcuni detenuti una «verità storica» del tutto falsa, in grazia della quale fu imposto agli italiani di credere che i brigatisti erano un prodotto doc italiano. Tutti si lasciarono intimidire e nessuno ha il coraggio di dire perché fu ammazzato Moro. Voi direte, ma che diavolo c'entra Luigi Zanda Loy ? Ma come che c’entra! È stato ogni giorno con Cossiga nei giorni peggiori del periodo terrorista, ha visto quello che gli altri non hanno potuto vedere, ha sentito quello che nessun altro ha potuto ascoltare e l'unica cosa che ha da dire è: impediamo a Berlusconi di entrare in Parlamento? Glielo vogliamo dire, a questo figlio di babbo, che ha una faccia come il culo ?

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BERSANI, VELTRONI, SCESI FRA DI NOI PER EDUCARCI?

C’è una incredibile “ summa” delle enormi dosi di ipocrisia, di rancore, di invidia, di razzismo, di falsa etica, di oscurantismo intellettuale, di criminalizzazione dell’avversario , tutte perle del pensiero comunista, nella velenosa battuta di Bersani: «Renzi vuol fare il segretario? Per fare cosa, iscrivere Briatore e gente così?». Gente così, ha detto proprio così, gente così. Come se stesse parlando di qualche accattone, di qualche mentecatto, di qualche truffatore, di qualche delinquente. Io mi chiedo che razza di uomo sia questo Bersani che fa ancora l’arrogante quando dovrebbe andare a nascondersi dopo la figura da minchione rimediata con le elezioni di febbraio scorso. Forse crede di doverci educare, come facevano i “ Commissari politici” quando indottrinavano il popolo analfabeta nelle sezioni del PCI degli anni cinquanta. Perché il Signor Bersani non ci illustra quali cose abbia fatto negli ultimi cinquanta anni di vita politica italiana per l’Italia , a parte essere mantenuto coi soldi pubblici ed avere perso ignominiosamente e ridicolmente un’elezione politica che avrebbe vinto anche un cerebroleso. Che coppia di “immani statisti” il Bersani con Veltroni, altro eroe dei fregnacciari che gli credono, quello che ha detto , con una dose industriale di ipocrisia “ Stimo molto Renzi, ma quando va a pranzo con Briatore non lo seguo più “. Sono i soliti comunisti , quelli cresciuti nelle sezioni del PCI, coi “Commissari politici”, poi formati alla Scuola delle Frattocchie, che- come fece Togliatti e tutta la nomenclatura del PCI, in mancanza di idee e di progetti credibili con i quali vincere il confronto politico con gli avversari, preferiscono creare dei nemici da abbattere». De Gasperi, Cossiga, Craxi, Berlusconi, Briatore. Ora anche Renzi.

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ERT GRECA E RAI. SPULCIAMO LE CARTE

La Ert, non chiusa ma sospesa dal governo greco con la promessa di farne una emittente più piccola ed efficiente con un organico ridotto a 1.200 dipendenti, ha occupato finora 2.780 persone con una perdita costante di 300 milioni di euro l’anno. Il portavoce dell’esecutivo greco, Simos Kedikoglou, ex giornalista della stessa emittente, ha definito la televisione di stato greca “un’oasi di sprechi insopportabili, tanto più in un paese in crisi”. La Rai, nell’ultimo bilancio 2012, ha evidenziato un deficit di 200 milioni, che il direttore generale Luigi Gubitosi, nominato dal governo di Mario Monti, promette di portare al pareggio nel 2014, e all’utile nel 2015. Ma lo stesso Gubitosi non ha nascosto, nel Consiglio d’amministrazione del 9 aprile scorso, tutte le difficoltà nel raggiungimento di questi obiettivi, che subirebbero dunque il fallimento toccato a tutti i precedenti piani industriali di Viale Mazzini. I motivi: ai 200 milioni di rosso se ne aggiungono fin da ora 53 per un piano di prepensionamento che coinvolge 600 dipendenti. I quali, peraltro, sono 13.229, “dei quali” – osserva il documento – “quelli sotto i 30 anni (cioè anche a più basso costo del lavoro) sono meno di 50, mentre su 250 dipendenti appena 10 hanno meno di 40 anni”. In compenso la Rai vanta 43 direttori, il cui taglio a 28 (attraverso un accorpamento delle direzioni non con lo smaltimento fisico degli interessati) è saltato. Facendo un paragone con la Ert, il rapporto tra perdite e dipendenti è indubbiamente favorevole all’Italia, ma c’è da considerare che il canone è di 113,5 euro contro 51,6. Mentre il rapporto tra dipendenti e abitanti, cioè il massimo bacino potenziale di utenza, è addirittura migliore in Grecia: uno ogni 4.863 rispetto a uno ogni 4.459.

Quanto alla struttura delle due tv pubbliche, quella greca è più snella. Ert ha tre canali principali e altri due (Hd e News), oltre a 29 radio e una piattaforma web. La Rai ha tre reti generaliste, dodici canali tematici oltre alla immensa Tgr, la testata giornalistica regionale. Le testate radio sono dieci, più quelle regionali. Ma soprattutto Viale Mazzini ha sofferto, e soffre, di una perdita di fatturato pubblicitario che nel 2012 ha superato i 120 milioni su ricavi complessivi di meno di due miliardi: un problema che ha colpito anche Mediaset, dove però l’azienda ha varato da tempo un piano di austerity che alla Rai non si è visto. Il Biscione aveva perso anche più della rivale (287 milioni) ma nei primi tre mesi del 2013 è tornata in attivo grazie a una riduzione di costi preventivata prima in 250 milioni, poi in 302. Ora l’obiettivo è stato alzato a 450 milioni nel 2014. A Mediaset, dove i dipendenti sono 6 mila, sono stati tagliati i bonus e per le cariche di vertice anche gli emolumenti base. La Rai continua invece a usufruire di un contratto integrativo in aggiunta a quello giornalistico (l’ultimo è stato firmato il 7 febbraio scorso dopo un negoziato di un anno), gestito dal potentissimo sindacato Usigrai. L’integrativo non presenta né tagli, né piani di solidarietà come in tutte le redazioni italiane, né riduzioni particolari del costo del lavoro, che già nel 2011 aveva superato il miliardo di euro, aumentando a 1,027 milioni nel 2012: 77.630 euro a dipendente. Inferiore a Mediaset pro capite, ma triplo in rapporto al fatturato, proporzione che alla Rai tocca il 35 per cento. Neppure gli altri due principali concorrenti della Rai se la passano ovviamente bene: La7, l’altra tv generalista, è stata appena ceduta dalla Telecom a Urbano Cairo dopo avere accumulato perdite per 50 milioni.

Quanto a Sky, la televisione satellitare e monopolista di Rupert Murdoch fa i conti per la prima volta con un calo di abbonati – 51 mila su 4,78 milioni che ne rimangono – e di utile: in rosso di 11 milioni di dollari (7 milioni di euro) rispetto ai 40 milioni di dollari di attivo del 2011. Tuttavia rispetto a Sky, Mediaset e La7, la Rai presenta una singolare caratteristica: non aver varato nessun piano serio di austerity. Se a Mediaset si tagliano bonus e piccoli benefit – dai taxi alle mazzette di giornali – e La7 viene ceduta a un editore low cost come Cairo, mentre a Sky la News Corp di Murdoch ha messo in atto una strategia duplice di promozioni e tagli, nulla di tutto questo si riesce a scorgere dalle parti della Rai. Dove è passata in cavalleria perfino la vendita del palazzo di Viale Mazzini, peraltro non facilissima causa la presenza di amianto. Il risultato è una riduzione di investimenti che ha visto via via la Rai soccombere soprattutto nei diritti sportivi, e sempre a vantaggio di Sky: dal calcio alla Formula Uno alle Olimpiadi.

Del resto in nessun altro grande paese europeo c’è una televisione pubblica come la Rai (e come quella greca fino alla settimana scorsa): in Francia la privatizzazione di TF1 venne effettuata da Jacques Chirac e i canali di stato sono rimasti due, così come in Germania. Anche il mito inglese, la Bbc, ha due canali e dal 1990 deve vedersela con il Broadcasting Act promulgato nel 1990 da Margaret Thatcher; stessa situazione in Spagna dove la Tve è articolata su due reti che hanno un’audience di appena il 17 per cento.

Proprio sulla base di tutto questo, e ben prima della crisi, si era deciso in Italia di ridurre a due le reti pubbliche, e a due quelle terrestri Mediaset, spedendo sul satellite Rai3 e Rete4. Nulla si è mosso: ecco perché la chiusura di Ert è stata “un sussulto” per l’Italia. Che a quanto pare resterà tale. Altrove le televisioni pubbliche sono state riformate e riportate al loro giusto ruolo e dimensioni di mercato da governi forti, e ben prima della crisi. Da noi non ci si è riusciti né con il vincolo esterno né con il governo tecnico di Monti. Figuriamoci con le larghe intese: che proprio nella Rai hanno sempre trovato la massima larghezza, e la massima intesa.

Buone ragioni per chiudere la televisione e la radio di stato greca, l’Ellinikí Radiofonía Tileórasi (Ert), e riaprirla soltanto tra due mesi quando sarà completamente rinnovata e dunque meno onerosa per le finanze pubbliche, ce ne sono eccome. Sbagliano perciò quei colleghi giornalisti che in tutta Europa parlano di “oscuramento della democrazia”. Parola di Paschos Mandravelis, editorialista del quotidiano greco Kathimerini e fino al 2012 anche del Guardian. “Il governo ha fatto una scelta coraggiosa – dice il columnist di uno dei principali quotidiani greci, l’unico con una versione in inglese pubblicata in collaborazione con l’International Herald Tribune – Non c’era alternativa”. Ieri il governo ha parlato di una possibile parziale riapertura di Ert, e Mandravelis è consapevole di esprimersi controcorrente rispetto al coro di sdegno che ha accolto la decisione presa dall’esecutivo martedì scorso: “Controcorrente rispetto a una minoranza più rumorosa. In Grecia però c’è una maggioranza silenziosa che la pensa come me. Da quando la tassazione nel paese ha cominciato a salire vertiginosamente, infatti, l’opinione pubblica è più consapevole e scettica su come il gettito delle tasse viene gestito”.

Ecco, prendiamo il caso di Ert. Per l’editorialista di Kathimerini, la vicenda della “Rai” greca diventa incomprensibile se non si conosce la struttura pletorica della rete e l’opposizione dei suoi vertici a ogni precedente tentativo riformatore. “Ert aveva cinque canali televisivi e uno dedicato ai dibattiti parlamentari, sette stazioni radio ad Atene, tre nella seconda città del paese che è Salonicco, e 19 stazioni regionali. E da queste stazioni distaccate, circa l’80 per cento di quanto veniva trasmesso era solo una replica di quanto prodotto centralmente. In un paese in bancarotta fiscale, qualcosa andava cambiato, o no? Lo dico pur essendo sostenitore dell’idea che un servizio pubblico debba esistere a tutela dei cittadini. A condizione ovviamente che anche la qualità dei programmi sia garantita, mentre oggi Ert offre prodotti peggiori della Bbc inglese o della Rai italiana. La linea editoriale, per esempio, è sempre stata troppo filo governativa”. Al punto che qualcuno su Twitter fa ironia e dice che soltanto quando hanno visto minacciata la loro esistenza i giornalisti si sono messi a fare il loro mestiere. Insomma non ci sono soltanto i 2.700 dipendenti di Ert da conteggiare, le cui file peraltro si sono ingrossate anche con l’attuale esecutivo: “Oggi il canone annuale, pagato attraverso la bolletta dell’elettricità, è di 50 euro – continua Mandravelis – Ma con un milione e mezzo di disoccupati, è sbagliato pensare che il canone possa essere quanto meno dimezzato?”. Il commentatore di Kathimerini ricorda inoltre che “già nel 2011 il governo socialista di George Papandreou avviò una riforma che non è mai stata applicata per l’opposizione durissima di sindacati e partiti politici”. Allora Papandreou non chiese la luna, ma quanto meno di chiudere dieci delle 19 stazione regionali, far confluire nelle altre reti i canali ad hoc su cinema e sport, e infine interrompere le pubblicazioni della rivista di gossip “Radiotileorasi” edita sempre da Ert. A novembre il governo cadde e nel gennaio 2012 il consiglio d’amministrazione di Ert non solo annullò ogni decisione dell’esecutivo, ma si impegnò a “rafforzare” e “sviluppare” le sue produzioni. “L’ex presidente del Parlamento, il socialista Apostolos Kaklamanlis, arrivò a dire che più la crisi mordeva, più i cittadini avevano bisogno di canali televisivi”. Alla fine di questo mese, però, c’è la scadenza entro la quale la Troika – cioè Fondo monetario internazionale, Unione europea e Banca centrale europea – esige il licenziamento di 2.000 dipendenti pubblici in cambio degli aiuti internazionali. Da qui l’idea del governo di grande coalizione di chiudere temporaneamente Ert e ristrutturarla. “Visto l’operato dell’attuale esecutivo – dice con tono scettico Mandravelis – è difficile dire se ad agosto Ert saprà riaprire i battenti con un metodo di lavoro radicalmente nuovo. Certo, ora fanno sorridere quanti invocano le ‘necessarie riforme’ solo per scongiurare la chiusura. Dov’erano fino alla settimana scorsa?”. Poi una conclusione ironica: “Io sarei favorevole persino a istituire una ‘Nasa’ greca, sul modello dell’agenzia spaziale americana, ma se lo propongo pubblicamente sono tenuto a dire ai cittadini quante tasse in più gli chiederò in cambio”.

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CI SONO ALCUNE NOTIZIE CHE…..

Ci sono alcune notizie che scovi solo per caso, magari quando meno te lo aspetti. Così è successo al sottoscritto mentre discuteva della prossima seduta della Corte Costituzionale a proposito del legittimo impedimento per Berlusconi nel 2010. Il ragionamento è elementare , ma stenta a venir fuori. Dunque, la Consulta è formata da 15 membri. Oggi come oggi 11 di questi sono organici al centrosinistra e solo 4 al centrodestra. La Corte decide a maggioranza: bastano dunque otto voti a favore della tesi della Procura di Milano ( un evidente ossimoro: non è legittimo impedimento per un Presidente del Consiglio doversi tenere un Consiglio dei Ministri nello stesso giorno in cui vi è un’udienza a suo carico) . I Giudici di nomina presidenziale sono cinque. Ebbene attualmente sono in carica nella Corte ben sei Giudici costituzionali di elezione presidenziale: Gallo, Manzella, Cassese e Tesauro nominati da Ciampi e Cartabia e Grossi nominati da Giorgio Napolitano nel 2011. Facile il conto: senza i due nominati da Napolitano per il centrosinistra non sarebbe mai possibile raggiungere alla Consulta il numero di otto votanti favorevoli. Non credo alle casualità, ai casi fortuiti. Ho letto troppi libri di Imposimato, di Saviano, di Camilleri.

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Cannigione, lunedì 17 giugno 2013

Gaetano Immè



domenica 9 giugno 2013

OSSERVANDO GLI ULTIMI AVVENIMENTI


Cosa credete che abbiano partorito due veri “scienziati “ come Renzi Matteo – detto il Pinocchio fiorentino – e il più famoso “ prenditore” ( prende ed arraffa da tutto e da tutti mai con le buone quanto con le cattive - vedi, ad esempio, Olivetti, Fiat, Banco Ambrosiano, Mediaset, ecc- parlo dell’ing. Carlo De Benedetti del quale si veda la storia personale prima di arricciare vezzosamente il nasino) dell’Italia repubblicana, nel salotto benpensante di Repubblica? Berlusconi cacca. E’ da una vita, anzi da due o tre vite, che sono mazziati, assatanati, falliti, invidiosi incapaci, ma suonano sempre lo stesso refrain, lo stesso motivo . Come tutti i poveri di spirito e d’intelletto non sopportano ciò che non riescono a dominare. Così fu per il PCI di Togliatti la DC di De Gasperi negli anni del centrismo; così fu il “ miracolo economico” italiano per il PCI di quel decennio, immobile come statua di sale davanti a quella epocale rivoluzione sociale ; così fu, sempre per il PCI, Aldo Moro , incomprensibile nel tentativo di legittimarlo come forza di governo e dunque ecco l’osceno Aldo Moro da fucilare; così fu, sempre per il PCI di Berlinguer, il periodo del PSI di Craxi, quando la sinistra comunista sproloquiava di una fantomatica e mai svelata “ terza via politica “ che di sicuro mirava a sopprimere la libera iniziativa (l’impresa capitalistica) ed il mercato mentre celebrava i fasti della società sovietica dipinta come la società “ dove era stato abolito lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo” , dove ancora “ era stata finalmente statizzata l’economia” ( e infatti s’è visto quale fosse questa fantomatica società russa!). Così nel ’94 , quando Berlusconi tolse al PCI di bocca la vittoria elettorale, diventando così ,per loro, il Cavaliere nero, l'anomalia delle anomalie. Ora c'è posto anche per Grillo, che rappresenta la loro disperata frustrazione numero due. Perché se Berlusconi ha rovinato loro la vita elettorale dal 1994 ( dopo che la Magistratura organica aveva loro sgombrato il campo dai temibili competitors politici per via inquisitoria giustizialista), nel 2013 Grillo li ha sbeffeggiati pubblicamente rifiutando quella loro tanto agognata alleanza per comandare finalmente sul Paese, per celebrare la loro vendetta. Sbeffeggiati, dileggiati, umiliati, sputazzati, derisi dall’universo mondo, fatti sparire – temporaneamente- i vari Bersani, Gotor, Fassina ecc, cioè i veri responsabili di un’ulteriore “ vittoria certa” ( prima delle elezioni) tramutata, tragicomicamente, in una “vergognosa disfatta ”, ecco che i comunisti di sempre hanno totalmente perso la bussola. Le loro tre regole della “ perfetta autocrazia”,i loro tre comandamenti :noi siamo la verità, ogni cambiamento va osteggiato con qualsiasi mezzo, chi non si adegua alle nostre volontà è un nemico da fucilare o da impiccare sulla pubblica piazza, sono diventati “ Il Vangelo secondo Repubblica”, quella comunità o setta della sinistra comunista che ha Carlo De Benedetti come padrone, Scalfari come guru ed Ezio Mauro come truculento buttafuori. È gente che parla in nome del popolo, ma che lo disprezza, che si sente superiore in nome di niente, una minoranza che pretende di imporre a tutti il proprio pensiero. Eccoli, sempre loro, i vecchi nuovi comunisti con i difetti di sempre.

Così prima Renzi - De Benedetti, oggi Scalfari, tutti su “Repubblica” sanciscono che il presidenzialismo non piace agli italiani. Anzi , Scalfari taglia corto e oracola: l’Italia non ha bisogno di un Re. Il “profeta “ riempie addirittura due noiose e prolisse paginate del giornale per dire sostanzialmente due cosette: la prima che Berlusconi ci vuole portare fuori dall’Euro; la seconda che il presidenzialismo o il semipresidenzialismo sono una iattura perché stravolgerebbero la Costituzione. Come al solito Scalfari , che pure dice che “ parla con Dio”, poi scrive invece delle semplici frasi di propaganda politica,robetta da misero“commissario politico” del PCI degli anni del dopo guerra. E mai ne spiega le motivazioni,perché dire che uscire dall’euro è una pazzia o che il presidenzialismo stravolgerebbe tutta la Costituzione , non sono “ spiegazioni”, ma sono dei “perentori ordini dogmatici impartiti ai cervelli benpensanti” . Così i suoi “ pifferai abbindolati”, che lo seguono ormai inebetiti sorbiranno la razione domenicale di “ sottomissione intellettuale e cognitiva” al Profeta fallito. Fallito, bugiardo e pure finto tonto su tutto.

Comincio dalla faccenda della Merkel. Ossessionato , com’è giusto che Scalfari sia – e con lui anche tutta la sinistra – dallo straordinario consenso politico che lo stramaledetto Berlusconi continua ad ottenere e che da venti anni gli consente se non proprio di vincere tutte le elezioni politiche quanto meno di vincere tutti i “dopo elezioni” ( come questa volta e come nel 2006 ), Scalfari “ poareto” non riesce a capire, non ostante se ne parli ormai dal 2002, che farsi ascoltare dalla Merkel sul tema dell’Euro non significa affatto “ volere uscire dall’Euro” ma semmai significa “ salvare l’Euro prima che si sfasci da solo”. A Repubblica sono così furiosi e fuori di testa a causa del successo del centrodestra ed a causa della loro disonorante disfatta che , con sommo sprezzo del ridicolo, oggi Repubblica mostra in prima pagina un titolone :” Letta: non comanda Berlusconi” che da solo fa capire come sia profonda ed ormai a livello incurabile l’ossessione della sinistra italiana contro Berlusconi. Sarebbe da chiedere a Letta “ Ah si? E chi comanda, allora ?” per pisciarsi addosso dalle risate davanti a qualunque risposta che non tenga conto della elementare verità data dai numeri: il coltello sta nelle mani di chi può togliere l’appoggio al Governo Letta, elementare Watson, elementare. Torno a bomba. Ovviamente non è assolutamente vero che Silvio Berlusconi abbia invitato ad uscire dall’Euro, ma ha solo invitato il Premier Letta a voler ridiscutere le regole di questa Europa. Molti autori e molti studiosi hanno da tempo sollevato il problema degli “ indubbi ed enormi vantaggi” che questo Euro ha prodotto a favore della Germania. Per rendersene conto bisogna tenere d’occhio la “ bilancia dei pagamenti” dei due Paesi, quella che ai tempi della liretta, premiava l’Italia . Bene, la bilancia dei pagamenti della Germania, dopo l’enorme sforzo dell’unificazione, era in rosso in maniera comprensibilmente spaventosa e sempre lo è stata, ma, guarda caso, solo fino al 2002, proprio la data di introduzione dell’Euro. Da allora la bilancia dei pagamenti tedesca ha iniziato a recuperare fino a raggiungere risultati positivi incredibili nel 2012. Il contrario è accaduto alla bilancia dei pagamenti del nostro Paese e di altri Paesi ( Grecia, Spagna, Portogallo, ecc). Che è partita da un saldo positivo per arrivare , al 2012, al rosso profondo. Non è dunque vero che l’Euro favorisce le nostre esportazioni – come ci hanno voluto far credere – ma esattamente il contrario. Ed è anche logico, perché un Paese ( la Germania) dove i Sindacati gestiscono le imprese e non le bloccano come da noi; dove non esiste una Legge paragonabile al nostro Statuto dei Lavoratori; dove non esiste , come da noi, una cultura profondamente anti impresa, era logico che la produzione di un bene venisse a costare meno di quanto non possa costare in un Paese, come il nostro, che invece paga miliardi di ore di lavoro perse per scioperi, che sopporta una fiscalità ben superiore a quella tedesca, che protegge e privilegia “ il posto di lavoro” e non “la produzione”. Così una volta che tutta l’Europa ha dovuto dismettere le singole divise nazionali ( e l’Italia non poteva più svalutare la lira per rendere un suo prodotto competitivo sul mercato), essendo i prezzi in Euro, era fatale che venisse avvantaggiata la più solida e forte economia produttiva, quella tedesca. Solo che l’andazzo sta letteralmente distruggendo, come un cancro, l’Italia, la sua produzione, le sue esportazioni, le sue aziende, la sua economia e sta avvantaggiando in maniera iniqua la Germania. L’Italia sta morendo, abbiamo disoccupati record, giovani disoccupati da primato mondiale ed ancora abbiamo timore a chiedere che l’Europa si sottragga a questo dominio tedesco? Sottrarsi al vassallaggio finanziario al quale ci hanno svenduto i vari Prodi, Napolitano, Monti, Ciampi, Draghi, etc, non è solo un atto di dignità ma anche la base per consentire all’attuale Euro di eliminare tutte le sue storture.

Quanto alla riforma Costituzionale, il Profeta ha il brutto vizio di fingere di dimenticarsi delle cose del passato recente. Così Scalfari non solo si rifugia nel catastrofismo senza spiegazioni, accennando a sconvolgimenti costituzionali inimmaginabili, ma addirittura dimentica tante di quelle Commissioni Bilaterali che negli anni hanno cercato di modernizzare la nostra Costituzione. Capisco che non ricordi la Commissione Bozzi degli anni ottanta, ma che Scalfari finga di non ricordare almeno la Commissione D’Alema ( siamo negli anni ’98 ) mi pare degno di una vigorosa terapia a base di assunzioni di dosi industriali di Memoril. Fu proprio il “partito di Repubblica” a suggerire a D’Alema, il Presidente comunista di quella Commissione, quei punti di riforma sui quali ( fine del bicameralismo, premierato, riduzione del numero dei deputati, Senato federale, riforma delle carriere magistrali, ecc) vi era un accordo anche con il centrodestra. Scalfari rammenti bene come andarono le cose: nel settembre del ’98 fu un ben noto Magistrato del Pool di Milano che, con un’intervista al Corriere della Sera, definì quell’accordo “ come frutto della società del ricatto”, tutto in perfetto stile mafioso, minaccioso e intimidatorio. Fu un cazzotto in bocca non solo a D’Alema, che se la fece addosso e fece saltare il tavolo di quell’ultima Bicamerale, ma anche del Premier pro tempore , Prodi, che dovette infatti lasciare Palazzo Chigi. La Magistratura , che aveva consentito al PCI di uscire impunito, sano e salvo, dallo scandalo delle tangenti socialiste, richiamava tutti i compagni all’obbedienza minacciando un chiaro ritiro di quel “ salvacondotto” a suo tempo loro concesso : niente cambiamenti se noi Magistrati non li vogliamo. Caro Scalfari, vista la sua veneranda età, non sarebbe più dignitoso che Lei non dicesse più bugie e non prendesse più in giro i suoi lettori? Ma di quale Re sta cianciando, ridicolo simulacro di oracolo, quando Lei stesso ha tanto decantato appena due anni fa , Re Giorgio ed il suo Governo Monti? Ora, d’improvviso, dopo averlo non solo accettato, il Re Giorgio, ma addirittura anche sostenuto e difeso e addirittura incensato, oggi, solo perché l’idea piace, com’è sempre piaciuta, anche alla sua “magnifica ossessione” ( alias Silvio Berlusconi ed il centrodestra ), ora quel Presidenzialismo così bene incarnato dal tanto decantato Re Giorgio Napolitano non va più bene? Ma mi faccia il piacere!!

La sentenza, peraltro ancora di primo grado, sulla morte del povero Stefano Cucchi, non va giù alla sinistra stile complottarda, quella che gode come una maiala davanti alla copula di un bel complotto stile vetero comunista, quella per capirci alla Gotor,per citare l’ultimo arrivato in ogni senso , alla Sofri, alla Imposimato, alla Saviano, ridicoli simulacri di “profeti dello scontato”, di “pseudo storici” che hanno scritto, fra le tante altre amenità, che Aldo Moro fu pedinato per giorni e giorni da uno studente sovietico e che poi fu ucciso dal KGB e non dalle Brigate Rosse ( e come mai non dagli amerikani di Kissinger o da qualche fascista?) o che Giovanni Leone era un corrotto, che fu Calabresi a buttare dalla finestra Pinelli , che fu Berlusconi a finanziare gli attentati mafiosi a Roma ed a Firenze, che furono i fascisti a mettere la bomba alla stazione di Bologna, che fu Leone Piccioni ad ammazzare Wilma Montesi, che fu Enzo Tortora a spacciare droga a gente dello spettacolo come Lelio Luttazzi, che fu Berlusconi a pagare tangenti alla Guardia di Finanza, che il PCI sopravviveva e si arricchiva solo vendendo le salamelle alle Feste dell’Unità, e via fregnacciando di bufala in bufala. Dicevano che le sentenze si devono rispettare, anzi, si devono applaudire, come fecero con il Pool di Milano negli anni 92/94 per Tangentopoli, come stanno facendo da venti anni, se le sentenze bastonano il Cavaliere. Se però non seguono i loro schemi, le loro suggestioni e i loro desiderata, allora è lecito non solo criticarle,le sentenze, ma addirittura farle a pezzi. Ci voleva il caso Cucchi per far saltare, con la dinamite dell'indignazione, la contiguità, fra la “cultura rossa” e la magistratura. Per far spuntare sulla prima pagina del Manifesto un titolo che è un atto d'accusa: «Ingiustizia è fatta». Peggio di una requisitoria. C'è un certo “favoliere delle Puglie”, quel Nichi Vendola che dopo dieci anni di dominio nelle Puglie raccoglie per il suo SEL la miseria di un due virgola qualcosa per cento,che scrive «Questa sentenza non fa giustizia, non individua le responsabilità, lascia ancora aperta la ricerca della verità». Ma quale bilanciamento dei poteri! Ma quale attesa delle motivazioni! No, un minuto dopo il verdetto che assolveva gli agenti accusati di aver pestato a sangue Stefano Cucchi, opinionisti e politici tuonavano già contro la corte d'assise di Roma. E sul banco degli imputati ci finiscono loro, i giudici di Cucchi, in un rovesciamento dei ruoli. Solo pochi giorni fa i giornali descrivevano con disgusto la rabbia di Berlusconi per le motivazioni del verdetto Unipol e per l'evolversi del processo a Ruby. Allora andava bene così perché le sentenze “ contro” Berlusconi vanno rispettate. Oggi non è più così, perché la sentenza su Cucchi va contro i voleri della sinistra. La loro schizofrenia giuridica e politica non conosce limiti, né di tempo né di ridicolo. Sappiano comunque che a noi ripugnano i Tribunali del Popolo, le Sante Inquisizioni papaline e quanti vi si accodano scodinzolando. Su Cucchi il Tribunale ha indagato, fatto inchieste, ricerche, fatto eseguire perizie e super perizie, interpellato i Ros, i Nas , la Scientifica, esaminati i DNA e quanto altro occorreva, ma quel Tribunale ha deciso così: assolvendo le tre guardie carcerarie dall’accusa di avere “ ammazzato di botte” il povero Stefano Cucchi. Prendo atto che, invece, il “ Tribunale del Popolo” ha deciso il contrario, che le tre guardie carcerarie sono colpevoli di avere ammazzato di botte Stefano Cucchi: ma non ne forniscono le prove, perché per un Tribunale del Popolo la prova del reato è un orpello inutile, basta la semplice accusa ed il convincimento dei “ giudici del Popolo” per i quali – ci siamo fatti vecchi con questo ritornello – qualunque questurino è sempre colpevole, a prescindere. Storia vecchia, come la nostra zoppicante Repubblica!

Abbiamo cinque milioni di disoccupati, tre giovani su quattro sono senza lavoro, il PIL è in caduta libera, siamo soffocati dalla burocrazia, abbiamo due mila miliardi di debito pubblico, ogni anno vanno in prescrizione duecentomila reati, il Mezzogiorno sopravvive per elemosina di Stato, le imprese chiudono a migliaia e davanti a questo sfacelo alcuni inguardabili parlamentari di prima fila del Pd, dal capogruppo Luigi Zanda Loy al sedicente storico Miguel Gotor ( sarà un caso, ma questo “ senatore” del PD - che era scomparso o forse opportunamente “fatto scomparire” per conclamata sua impresentabilità dopo la fine ridicola del suo ridicolissimo progetto di governo di Bersani con i grillini che ci ha ridicolizzato davanti a tutto il mondo e fatto perdere due mesi di tempo prezioso – come mi strazia l’anima accettare che questo buffo ceffo che incarna la quintessenza del peggior “ clientelismo” sia un Senatore della Repubblica italiana! – ricompare sulla scena non appena qualche deputato del M5S lascia quel partito forse per effetto di un inizio di un buying o scouting tanto agognati e sognati dal Gotor nel dopo elezioni! ) fino all'ex pm Felice Casson, non trovano di meglio che promuovere a razzo una conferenza stampa e di fatto riavviano la controinchiesta, genere giudiziario che dal '68 in poi ha avuto una certa fortuna presso il popolo dei fregnacciari. Ecco come si salva l’Italia, capito? Il popolo non ha pane? Che mangi i cornetti, cazzo! E non rompa i coglioni! Un copione già visto - dice niente la querelle infinita su Adriano Sofri? - e che verrà rinforzato con film, dibattiti, assemblee più o meno militanti, con qualche libercolo nella cui produzione questo puffo Gotor è molto svelto e bravo ( basti pensare che costui aveva persino scritto un libercolo, con quale sprezzo del ridicolo è facile immaginare, per divulgare quel capolavoro politico che aveva costruito addosso a Bersani!). E, chissà, pure un corteo sotto il Palazzo di giustizia della capitale. Magari, tanto per non interferire, alla vigilia del dibattimento d'appello. Sempre che la Magistratura lo consenta, però e che non s’incazzi sul serio. Come fece con la famosa Bicamerale di D’Alema, tanto per citare un esempio recente. Perché, per esempio, per l’Ilva, il garantismo della Costituzione non vale. Per quelli della sinistra il garantismo deve essere applicato solo ai loro amici. Fino ad oggi non c’è nemmeno una, che sia una, sentenza di un Tribunale che decreti gli effetti inquinanti del complesso industriale, che certifichi le colpe dei suoi proprietari e dei suoi manager. Non c’è nemmeno, se è per questo, una sentenza che dimostri la frode fiscale della famiglia Riva. So che porre queste domande e queste riserve sulla correttezza delle tesi accusatorie sarà scambiato per un sacrilegio, ma io, francamente, me ne frego altamente . Eppure sulla stampa nazionale Taranto viene descritta come fosse Chernobyl, i Riva come fossero una banda di criminali assassini e i dirigenti della fabbrica come fossero dei complici in disastro ambientale. Non sto esagerando, perché la fase delle indagini preliminari (che è quella in cui siamo) ha portato alla carcerazione preventiva, da un anno, tra gli altri, di Emilio Riva. I magistrati hanno sequestrato le aree a caldo dell’acciaieria. E, sempre in misura cautelare, hanno sequestrato anche un miliardo di suoi prodotti finiti. Una legge fatta dal governo Monti e che avrebbe permesso all’impresa di lavorare è stata bloccata dai magistrati di Taranto con un ricorso alla Corte costituzionale. Perso il ricorso, i magistrati otterranno più o meno lo stesso effetto grazie ad un sequestro mostruoso di 8,1 miliardi in capo all’azienda. In cui i capi reparto della fabbrica vengono accusati di complicità in reati ambientali. Inoltre , un’altra Procura, ha imputato ai medesimi Riva una frode fiscale di 1,2 miliardi. E’ una tesi d’accusa, sia chiaro, un’imputazione, ancora tutta da dimostrare davanti ad un giudice di primo grado. Nel frattempo, il governo,per tenere in piedi l’Ilva e per non mettere per la strada migliaia di dipendenti, ha dovuto commissariarla. Se ci pensate bene, non essendoci nessuna sentenza in merito, si tratta di un pericolosissimo precedente per chi non considera pregiudizialmente la proprietà privata come un furto. L’Ilva è in coma. Ma ciò che in Italia è morto è un minimo senso garantista verso persone e cose oggetto di una così invasiva attività giudiziaria. Per poi ritrovarci tra qualche anno a piangere sulla perdita di un settore industriale strategico e magari con sentenze definitive che ridimensioneranno colpe e pregiudizi.

Cannigione , domenica 9 Giugno 2013

Gaetano Immè

sabato 1 giugno 2013

LA SINISTRA: SEMPLICEMENTE INCAPACE DI GOVERNARE. PER SUA NATURA.


Singolare ma né seria né grave, anzi risibile, la pretesa di parecchi esponenti, anche di vertice, del Pd di chiedere ad Enrico Letta di formare il governo chiesto da Giorgio Napolitano con il Pdl , ma facendo ben attenzione che nella compagine non figurino personaggi del centro destra che gli stessi radical chic avevano bollato con il marchio papalino d’infamia da santa inquisizione, quello della “impresentabilità”. Né seria né singolare dicevo, in primo luogo perché agli esponenti della sinistra politica nessuno ha mai conferito e riconosciuto non dico “una supplenza ” ma neppure uno sgabelletto ( tipo “ angolo del chiacchierone”) ,figuriamoci una cattedra dall’alto della quale rilasciare patenti di presentabilità. Il rilascio di questo genere di “salvacondotti ” infatti è talmente intriso di razzismo politico e di regime staliniano da fare semplicemente schifo e ribrezzo ad ogni persona che sia almeno minimamente democratica. Già questo la dice molto lunga sullo spessore civile e culturale di buona parte di questa sinistra ormai risucchiata , a folle velocità, verso il pensiero nazista e stalinista in base al quale – lontana com’è anni luce dall’accettare democraticamente i voti espressi dalla sovranità politica del popolo italiano che premia Silvio Berlusconi ed il suo partito ininterrottamente dal 1994 fino ad oggi - l’avversario politico non va solo criminalizzato, isolato, spiato, perseguitato, deriso ed infine anche internato in qualche manicomio di Stato o lager , ma meglio se viene immediatamente sgozzato o impalato , come agogna , senza vergogna, buona parte della sinistra politica italiana ( cito solo Zanda, Bindi, Bersani, il suo tortello magico, Vendola, Di Pietro, Zagrebelsky, Scalfari, ecc.) che, invece di creare un progetto politico in grado di battere il centrodestra berlusconiano con la dialettica ed il consenso popolare e democratico, agogna, senza vergogna alcuna e per di più facendosene anche un vanto, di trasformare il Parlamento democratico italiano in una banda di assassini politici che voti una legge per impiccare Silvio Berlusconi ed i dieci milioni di suoi elettori , ma garantendosi una assoluta impunità penale, tipo Moranino di memoria comunista, appunto. Ma non è nemmeno singolare, non è certo una novità, insomma, perché per tutta la sua vita repubblicana , la sinistra italiana ha sempre avuto bisogno di un “nemico” da eliminare, di un teorema complottardo ed indimostrabile da accusare, contro i quali mobilitare le masse, contro i quali ribellarsi, trovando in quello spirito, settario e fideistico, il vero ed unico collante che cementasse e marmorizzasse la sua base elettorale. Il discrimine fra un partito politico ed un partito di lotta sta tutto in questo assunto. Un partito nato e cresciuto “contro un nemico” non è un partito nato per formare una classe dirigente utile al Paese ma per allevare e riprodurre, in serra ed in vitro, i cultori del “ribellismo”. Il ribellismo è una categoria psichiatrica importante perché caratterizza quegli individui che, anziché creare un proprio futuro con la forza di un proprio progetto di vita o un futuro del proprio Paese in forza di un proprio progetto politico, trovano la loro realizzazione nel ribellarsi contro qualcuno o nell’elucubrare qualche indimostrabile complotto. La loro mira, sempre “particulare” e mai oltre la pura e semplice rivendicazione, ne limita la portata intellettuale, perché tutta la loro capacità politica si esaurisce nel creare e nel sollecitare l’avversione contro il nemico politico prescelto o contro teoremi complottardi indimostrabili. Il ribelle non può sopravvivere senza immaginare un complotto che sostituisca la realtà dei fatti e senza un nemico da criminalizzare, mentre il suo nemico e la realtà dei fatti sono, per converso, la sua stessa fonte di vita. E, non troppo stranamente, le profonde differenze che dividevano, fin dagli anni post bellici, il PCI dalla DC ,sono molto simili, mutatis mutandis, a quelle che oggi, dopo ancora la bellezza di sessantacinque anni, oppongono il P.D. e la sinistra erede del PCI e il PDL, erede del centrismo democratico e liberale. Seguono dunque quattro esemplari dimostrazioni storiche dell’assunto.



IL NEMICO PRIMIGENIO



Negli anni dell’immediato dopo guerra, il PCI potette affermarsi, pur senza mai vincere un’elezione democratica, grazie all’invadente ed ottuso clericalismo della Chiesa di quel tempo, che faceva temere l’instaurazione di un oscurantismo clericale “contro il quale” (ecco il nemico primigenio ) si scagliò il PCI, trovandovi la sua affermazione sociale, culturale e consensuale. La Chiesa, infatti, era stata un formidabile ostacolo al processo di unificazione politico e sociale del Paese. Non solo aveva ritardato l’unificazione dell’Italia, dato che solo nel 1870 avverrà la caduta del potere temporale dei Papi e l’annessione di Roma all’Italia , ma fu proprio sulla difesa del laicismo contro l’ottuso clericalismo che il PCI riuscì a costruire quella egemonia nella cultura, nella scuola, nella magistratura, che da sempre ha rappresentato – come ancora oggi rappresenta - il suo punto di forza . Non va inoltre dimenticato come non solo la Chiesa non si fosse mai decisamente opposta al fascismo , non solo come forse lo avesse ed anche largamente appoggiato e sostenuto, né quanto sostegno la DC di De Gasperi abbia ricevuto da quella Chiesa nella sua cavalcata trionfale nelle elezioni del 1948, per capire la reale portata ed ampiezza del pericolo clericale e la infida lungimiranza dell’azione che il PCI intraprese in quegli anni quaranta.



E fu proprio intestandosi furbescamente la battaglia contro quell’ottuso clericalismo, contro l’invadenza politica della Chiesa, che il PCI , sfruttando la innegabile connessione ed interdipendenza fra la Dc di De Gasperi e quella Chiesa, conquistò il suo ruolo primario fondamentale nella politica italiana come partito di lotta, ma con ciò stesso però confermando il suo limitato spessore politico , tutto concentrato sul suo “ribellismo contro l’oscurantismo clericale”. Fu per questo motivo che in quegli anni il PCI trovò larghissime adesioni nel mondo della cultura, dell’arte, della pittura, ecc nei quali settori costruì assai presto una vera e propria nonché assoluta egemonia . Scrittori come Pratolini, Vittorini, Repaci, Quasimodo, Sapegno, pittori come Guttuso, Purificato, Mafai, filosofi e storici come Della Volpe e Manacorda ebbero dunque il compito di guidare, nel nome del PCI, una forte mobilitazione politica e sociale ed un’azione anche finanziaria di grande valorizzazione a favore degli intellettuali , giornalisti, verso i nuovi artisti, verso i nuovi laureati, verso i nuovi Magistrati. E se a qualcuno non fosse chiaro quel preciso disegno politico di egemonizzare l’Italia distrutta dalla seconda Guerra Mondiale ed oppressa da una altissima analfabetizzazione,sotto il profilo culturale e specialmente nei confronti della nuova Magistratura , basta che si vada a rivedere il film di Pietro Germi “ In nome della Legge” girato nel 1948. Un giovane magistrato (Massimo Girotti) viene inviato come pretore a Capodarso ( a Barrafranca nella realtà), paesino siciliano e, per amore della giustizia e della legalità, si trova costretto a combattere contro varie ingiustizie sociali. Il suo zelo lo porterà a scontrarsi contro un notabile, il barone Lo Vasto e contro la mafia, rappresentata dal massaro Turi Passalacqua e dai suoi uomini. Tutto ciò contornato da una realtà omertosa e fortemente diffidente che non fa che ostacolare il suo lavoro. Solo contro tutti, appoggiato unicamente dal maresciallo della locale Stazione Carabinieri e dal giovane amico Paolino (la cui barbara uccisione lo convincerà a rinunciare alle dimissioni appena presentate), condurrà fino alla fine la sua battaglia che consiste non solo nell’applicare la legge ma anche nell’insegnarne il valore. Quel film di Germi rappresentò una convinta adesione al "programma ideologico ed estetico del neorealismo", l’egemonia della sinistra nel settore artistico e popolare come il cinema con tutta la sua forza di seduzione su una popolazione allora fortemente ancora analfabetizzata e dunque facilmente influenzabile. Seguirono così innumerevoli film “ organici” alla nuova società profetizzata dal PCI che già dunque dal 1948 aveva messo le sue basi ideologiche per produrre una Magistratura ideologizzata. Inoltre, cinema e teatro a parte, basta ricordare come tutte le pagine dei loro giornali (L’Unità) e delle loro riviste (Rinascita, Società,Il Settimanale, Vie Nuove) e la stessa casa Editrice Einaudi, fondata da Giulio Einaudi il figlio di Luigi Einaudi , svolsero una fondamentale opera di fiancheggiamento e di affermazione anche economica.



Ma non poteva certo alla lunga sfuggire come la difesa del PCI della così detta “libertà di cultura” fosse invece una clamorosa falsità ,uno slogan puramente strumentale e propagandistico ,un vero e proprio specchietto per le allodole. Non solo perché nell’Urss e nei Paesi socialisti esaltati dai comunisti non c’era alcuna “ libertà di cultura”, né libertà di ogni genere, ma anche perché contemporaneamente lo stesso PCI italiano assumeva interventi di carattere censorio e rigidamente repressivi contro quegli intellettuali che usavano la tanto sbandierata “libertà culturale” finendo per mettere in seria discussione la linea politico culturale del PCI stesso. Due soli casi emblematici di quei tempi, per pura brevità. Il caso dello scrittore Elio Vittorini e della sua rivista “Il Politecnico”. Sul quale Vittorini, confidando, appunto, sulla strombazzata “ libertà di cultura” del PCI , ospitava anche filosofi e scrittori - come Gide,Sartre, Russel, Kafka, Joyce, Hemingway , Faulkner - che esprimevano concetti non organici alla visione politico culturale del PCI. Taluni di costoro, inoltre, cito Gide, erano addirittura messi al bando nell’Urss. Fu così che, dapprima Mario Alicata , su “Rinascita”, per finire con uno sprezzante Palmiro Togliatti , su “L’Unità”, ricordarono pubblicamente a Vittorini ( come fosse nuora perché suocera intenda) come “ non vi fosse alcuna omogeneità, alcuna coerenza marxista – leninista fra quegli scrittori e la linea politica del comunismo italiano “. E così imposero di fatto la chiusura di quel settimanale e quando Vittorini osò timidamente protestare, lo stesso Togliatti lo incenerì con quel suo brutale ed irridente “ Vittorini se n’è ghiuto e soli ci ha lassati….!”.Non dissimile il caso del Prof. Luigi Russo, uno storico della letteratura italiana di formazione crociana ed idealistica, il quale accusò apertamente la Chiesa ed i suoi angusti, miopi e faziosi difensori di essere i principali propugnatori dell’espansione dello spirito marxistico , costringendo, come avevano fatto con lui stesso - che mai comunista era stato – ogni laico e liberale a schierarsi con il PCI quale “ultima ratio” per combattere il loro oscurantismo clericale. Così la storia ha disvelato come il PCI fingesse di “combattere” contro il suo primo nemico, contro “l’oscurantismo clericale”, ma al solo scopo di imporre all’Italia, grazie al sistema dei così detti “ intellettuali organici”( cultura, stampa, giornalismo, scuola, magistratura, etc), un altro e ben peggiore oscurantismo , basato su dogmi e modelli di marca sovietica, un nuovo oscurantismo ugualmente incompatibile con la libertà di pensiero e con la libertà individuale quanto quello clericale. Grazie all’egemonia culturale così subdolamente arraffata ed esercitata , il PCI resse egregiamente il suo ruolo di partito di lotta per tutti gli anni successivi al ‘46/47. Il messaggio del PCI togliattiano era che solo una efficace battaglia anticapitalistica ed antifeudale ( essendo i capitalisti del Nord del Paese di fatto “alleati” con gli agrari del Mezzogiorno d’Italia) avrebbe potuto rinnovare profondamente la nostra cultura, liberandola dai suoi limiti storici di casta o di élite, consentendole di divenire una grande cultura nazionale e popolare, protagonista dello sviluppo e del progresso civile del Paese. Era,questo, un progetto apparentemente seducente, anche esaltante, che assegnava agli uomini di cultura compiti decisivi e che costituì , negli anni del secondo dopo guerra e fino al 1956, un formidabile mezzo di dominio per gli uomini della sinistra.



Su questa concezione direi quasi mitologica ed agiografica dell’Italia futura , che aveva al suo centro il PCI visto come l’Arcangelo San Gabriele puro ed incontaminato che, con l’aiuto di una cultura nuova, di una scuola nuova, di una magistratura nuova avrebbe costruito in Italia una società nuova ma del tipo di quella che era in corso di costruzione nell’Urss e nelle così dette “democrazie popolari”, stava per abbattersi, come uno tsunami, come una lama di ghigliottina, il terribile anno 1956. La tragica sequenza di movimenti popolari e rivoluzionari contro il regime comunista in Polonia e in Ungheria non poteva passare inosservato. Furono numerosi gli intellettuali organici al PCI che , specialmente a seguito dell’invasione di Budapest, bruscamente presero coscienza della incredibilmente insanabile frattura fra il sogno comunista – tanto decantato in Italia – e la sua effettiva realtà. Di fronte a quello che avvenne a Budapest, di fronte alle fragili tesi assolutorie elucubrate dalla nomenclatura del PCI che, senza eccezione alcuna, qualificava la brutale repressione sovietica come la salvezza di quel mondo migliore comunista che veniva minacciato dai nemici del progresso bolscevico,un centinaio di intellettuali organici al PCI – e fra essi ricordo Natalino Sapegno, lo storico Piero Melograni, Renzo De Felice, Luciano Cafagna, ecc – il 29 ottobre del 1956 inviarono al Comitato Centrale del PCI una lettera al fine di avviare una discussione franca e coraggiosa, senza infingimenti, sull’accaduto. Quella lettera era stata inviata anche all’Unità, con preghiera di pubblicarla. Ma quella lettera non venne mai pubblicata dall’Unità. Fu un anno disastroso per il PCI, senza un nemico da abbattere, ma alle prese con una rivolta dei suoi stessi uomini “migliori”, quegli intellettuali organici che erano la base che serviva al PCI per costruire quella tanto decantata , favolosa e favoleggiata repubblica democratica che invece stava sempre di più mostrando il suo vero volto criminale e tirannico. Proprio in quel momento, una buona parte di quell’esercito di intellettuali non si lasciò convincere dalle minacce e dai ricatti orditi dal PCI , non vi furono, insomma, altri casi Vittorini - qualche anno era passato nel frattempo - e fu una trasmigrazione verso il PSI ( il caso più noto fu quello di Antonio Giolitti). Ecco una delle tante possibili dimostrazioni, per via storica, che il PCI, partito di lotta, non appena non disponeva di un nemico da abbattere e da criminalizzare o di un complotto da teorizzare , proprio nel momento in cui per la prima volta si apriva una crisi di identità interna all’intelligenza comunista , quel partito mostrava tutta la sua fragilità intellettuale e progettuale, rimanendo così, al primo serio attacco alla credibilità del suo progetto politico da parte dei propri militanti, vittima di una prima e sostanziale diaspora. Ed eravamo appena nel 1956! Quegli intellettuali non solo abbandonarono il PCI, non solo aderirono al PSI rafforzandolo tanto da farlo apparire alla DC di quel tempo come la naturale espansione della futura maggioranza ( di lì a poco ,appunto, verrà partorito il centrosinistra con il PSI), ma la loro critica non si limitò più allo “ stalinismo” - come era stato fatto in un primo tempo con una enorme dose di superficialità e di ingenuità – ma si estese al “leninismo” ed allo stesso “marxismo”, per la loro sottovalutazione delle libertà civili ed individuali, delle garanzie di uno Stato di Diritto, tutte cose che lo stesso Lenin e lo stesso Marx avevano liquidato con quel loro sprezzante “ si tratta di ipocrisie e di falsità borghesi”.



IL CASO MORO



Saltiamo tre decenni durante i quali il PCI avrebbe dovuto quanto meno correggere la sua impostazione “ ribellistica” e dunque molto limitativa sotto il profilo socio politico. Invece, quando Aldo Moro fu rapito e la sua scorta massacrata, il 16 marzo del 1978, il terrorismo rosso insanguinava il Paese da oltre un decennio. Era, quel terrorismo rosso, il prodotto incubato e covato dal movimento operaio – studentesco del 68 – 69 che aveva agitato tutti i temi più estremistici del marxismo rivoluzionario ( alla cui evangelizzazione si era dedicata dal 1948 in poi tutta l’intelligenza di sinistra nella Scuola, nella Magistratura, nel cinema, nel teatro, nel giornalismo, nella cultura, ecc) e dell’anarchia pura (abolizione dello Stato, abolizione della democrazia rappresentativa, abolizione della fabbrica capitalistica, ecc), aveva esaltato la famosa “ rivoluzione culturale cinese”, aveva ideologizzato i movimenti “ di liberazione dell’America Latina e del Terzo Mondo”, la guerriglia vietnamita contro gli americani, tutti temi riassumibili e sintetizzabili nella “ lotta anti imperialista”. Tutti temi e questioni che erano tenuti vivi e vegeti nell’Italia degli anni settanta / ottanta proprio dalla politica del PCI dell’epoca sempre alla perenne ricerca del nemico da criminalizzare, del complotto da minacciare. Si ricorderà come già nel 1969 si erano verificati alcuni episodi di violenza nelle fabbriche italiane contro dirigenti ed imprenditori, in un clima di rivolta generalizzata contro la “ disciplina della fabbrica”, contro “ lo sfruttamento esercitato dai padroni”, ecc. Fu su questo terreno culturale, coccolato e coltivato nonché anche incoraggiato dal PCI di quel tempo, che sorsero le organizzazioni estremistiche. Nel ’69 era sorta “ Lotta Continua” , guidata da Adriano Sofri, con l’intenzione di “organizzare tutti gli emarginati, i disagiati, gli scontenti”. Ma quelle apparentemente nobili intenzioni si rivelarono ben presto solo uno specchietto per le allodole, un tragico inganno per i giovani di quel tempo, ai quali Adriano Sofri insegnava invece – leggo un suo documento del 1971 – “ di prendersi la città attraverso una successione di violenze ( per il padrone) e di giustizia reale ( per il proletario)”, “ ad occupare le case delle quali si ha bisogno senza pagare l’affitto, a fare le stesse cose nei supermercati ..”mentre sul giornale “ Lotta Continua” lo stesso Sofri esaltava tutti gli episodi di rivolta nelle Università e nei luoghi di lavoro. Sempre Sofri su “ Lotta Continua” esaltò l’assassinio del Commissario Luigi Calabresi da lui stesso definito “ come un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria voglia di giustizia”. Tralascio di ricordare, per carità di patria e per disgusto personale , la miserabile storia , la invereconda caccia all’uomo ordita, in quei giorni, dal gruppo editoriale “L’Espresso” e da vari intellettuali organici al PCI (mi compiaccio invece molto nel ricordare alcuni nomi e cognomi a loro imperitura ignominia e vergogna : Bobbio, Scalfari, Colletti, Soldati, Moravia, Bocca, Argan, Natalia Ginzburg, Eco, Vito Laterza, Giulio Einaudi, ecc ) contro il Commissario Luigi Calabresi, accusato pubblicamente di essere l’assassino dell’anarchico Pinelli. Una schiera di pseudo intellettuali che aveva perso ogni senso di equilibrio, ogni capacità di ragionamento e che introdusse in quell’Italia già sconvolta dal terrorismo rosso quel loro estremismo isterico e cieco che condusse il Paese al tracollo. Sempre nel 1969 nacque pure “ Potere operaio”, nel 1968 era nata “ Avanguardia operaia”. In questo crogiolo di ideologie farneticanti, i gruppi più fanatizzati si opponevano alla strategia del PCI , che aveva assistito inerme all’affermarsi del miracolo economico ( anni 50 – 60) senza preoccuparsi minimamente di riparare a tutte le situazioni di profondo disagio che quel miracolo aveva innescato nel Paese ( la migrazione dal Sud verso il Nord, il consolidarsi di posizioni dominanti sul Paese, ecc). Il PCI dunque veniva apertamente accusato di non essere “ un partito rivoluzionario” come avrebbe dovuto essere secondo i dettami marxisti e leninisti. Davanti dunque alla proposta comunista di un “ compromesso storico” con la Democrazia Cristiana ( ecco un parallelo con quanto sta accadendo oggi) , quei gruppi violenti ed ideologizzati invocano un ritorno alle radici rivoluzionarie del movimento comunista , riprendono dallo stesso PCI la santificazione del mito della così detta “ Resistenza tradita” inaugurato proprio dal PCI dopo il suo allontanamento dal Governo nel 1947, presentano la DC come il “ bastione della reazione capitalistica ed imperialistica. La scelta, dunque, della “ lotta armata” venne quindi giustificata, da questi gruppi, per “ rovesciare lo Stato borghese “, per “ porre fine alla violenza capitalistica” ma, sopra tutto, per dare una sonora ed indimenticabile lezione al PCI per il suo riformismo traditore della causa rivoluzionaria. Ancora una volta, dunque, il PCI e la sua valenza politica mostrava tutta la sua inadeguatezza intellettuale e politica nel momento in cui osava legittimare il nemico politico, la DC dell’epoca, anziché criminalizzarla come tradizione impone. Una dimostrazione limpida di una ideologia incapace di governare, ma solo capace di ribellarsi contro un nemico della cui esistenza vivere.



IL CASO CRAXI


La decadenza politica del PCI era già cominciata negli ultimi anni della segreteria di Enrico Berlinguer. Mentre infatti dilagava in Italia il terrorismo rosso, il 29 luglio 1976 , sotto la regia di Aldo Moro e di Benigno Zaccagnini, fu data vita al “ governo della non sfiducia” di Andreotti, un governo che durò dal mese di Luglio del 1976 fino al mese di Gennaio del 1978. La DC ottenne infatti le “ esplicite astensioni” sul Governo Andreotti da parte del PCI e degli altri partiti di sinistra (PSI, PSDI, PRI e PLI). Dunque in quella drammatica situazione il PCI imboccava la via del “ partito di governo” senza richiedere alcuna contropartita. Ma la marcia del PCI verso la sua trasformazione a “ partito di governo” conobbe momenti drammatici. Nell’invero nel 1976 quel governo della “ non sfiducia” attuò una manovra finanziaria da paura: aumento della benzina, aumento del tasso di sconto, aumento delle tariffe elettriche, abolizione di sette festività infrasettimanali, ecc. Il PCI, che negli anni passati avrebbe bollato la manovra come “una stangata”, ora invece, l’accettava e addirittura , con scarso senso del ridicolo, la difendeva e persino Luciano Lama, segretario della CGIL , in una intervista a Scalfari su “ La Repubblica” ( del 24 gennaio 1978) affermava che “…noi non possiamo più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori esorbitante rispetto alle reali possibilità produttive”, “ noi riteniamo che le aziende abbiano il diritto di licenziare…”. La posizione di Berlinguer in quei frangenti fu insana: egli portò il PCI , per giustificare le misure economiche del Governo Andreotti, da un lato ad invocare una società fondata sull’austerità e sulla parsimonia diretta al superamento del “capitalismo” (visione che non poteva non apparire arcaica e pericolosa, assai vicina al “ socialismo reale”) mentre , al tempo stesso, cercava di portare avanti il processo di autonomia , ma non di rottura, con l’Urss. Il successivo 1 dicembre del 1977 il PCI firmò una mozione sulla politica estera che ribadiva la necessità della fedeltà dell’Italia alla Nato, come misura necessaria per l’integrazione europea. Insomma Berlinguer volle portare il PCI in area di governo ed i suoi accordi con Aldo Moro furono coronati da successo di strategia, ma condannati politicamente. Basta pensare che il voto di fiducia alla Camera per il nuovo governo Andreotti basato sul “ patto di desistenza” con il PCI era fissato per il 16 marzo 1978. Ma quella mattina a Via Fani, il commando brigatista rosso rapì Aldo Moro e sterminò la sua scorta. L’ideologia marxista leninista che ardeva dentro il PCI e dentro tutta la sinistra aveva dato la sua risposta : niente patti col nemico, mai. E Moro fu trucidato.



IL CASO BERLUSCONI


Inutile adesso parlare della criminalizzazione di Silvio Berlusconi e del partito da lui condotto, è cosa troppo nota. Ma la strategia della sinistra è sempre la stessa: il P.D., ultimo erede del PCI, si avvale delle forze sociali che ha “allevato in vitro” durante la Prima Repubblica: la cultura , la Magistratura e stampa . E dal 1994 che le varie forme di cultura e la stampa criminalizzano il centrodestra liberale ( cinema, libri, giornali, riviste, etc), mentre la Magistratura si scaglia contro Berlusconi ma solo dal momento in cui costui scenderà in politica e sbaraglierà ( elezioni del ’94) la sinistra. Ed è dal 1994 che la sinistra vive sui risultati di questa “caccia all’uomo”, “ al nemico da abbattere” e che “premia” con una “taglia di soldi pubblici” , con seggi senatoriali e parlamentari, tutti i “ bounty killers” che appunto dal 1994 hanno dato la caccia a Silvio Berlusconi. Di Pietro, Violante, D’Ambrosio, Casson, Emiliano, Tedesco, ecc , i nomi più evidenti.



PER TERMINARE, LE CONCLUSIONI


Per costoro è assolutamente naturale immaginare un governo che pur essendo formato dall'intesa politica tra Pd e Pdl, preveda l'esistenza di un doppio livello di cui quello superiore sia appannaggio degli uomini più rappresentativi della sinistra e quello inferiore sia assegnato ai rappresentanti più scoloriti ed anonimi del centro destra. La giustificazione portata avanti dalla dirigenza della sinistra post comunista è che i propri elettori non potrebbero capire ed accettare una fine così repentina del pregiudizio strumentale nato quando la linea del partito era quella della chiusura all'esecrato fronte moderato e delle blandizie al Movimento Cinque Stelle. Ma è chiaro come questa giustificazione sia del tutto inaccettabile. O meglio. Abbia un senso solo se la sinistra post comunista , per paura di perdere i voti degli schiavi della propria propaganda, non volesse fare il governo preteso dal Quirinale ma puntasse alle elezioni anticipate. Se è così non hanno che da dirlo. E farla finita con la paralisi che ormai da più di settanta anni hanno imposto al paese!

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SERBARE MEMORIA VA BENE. MA DI COSA?


Il giorno della memoria, dicono che il 23 maggio è il giorno della memoria. Ma “ memoria” di che cosa? Del massacro del Magistrato Giovanni Falcone, di sua moglie e della sua scorta che avvenne il 23 maggio del 1992, ventuno anni fa? Delle stragi della mafia degli anni novantadue, invece dicono. Per un “percorso di legalità”, aggiungono. Cosa voglia dire “un percorso di legalità” lo sanno solo loro, parlano una lingua che solo loro capiscono. Ma perché, c’è forse qualche pazzo che vorrebbe un “ percorso di illegalità”? C’è forse qualcuno che vorrebbe far trionfare il male sul bene ? Perché - neanche varrebbe la pena di sottolinearlo - nessuno vuole la mafia, come nessuno vuole la camorra o la sacra corona o la ndragheta, insomma la malavita. Si tratta dunque solo di triti slogan, di frasi fatte, di ingannevoli simulacri di valori ad uso e consumo di chi s’è bevuto la fregnaccia che la lotta alla mafia ed alla malavita organizzata abbia come eroi due Magistrati ed un carabiniere, cioè Falcone, Borsellino e Dalla Chiesa. Per questo nutrito esercito di ignoranti , babbei e autentici coglioni , la lobby dei ricchi professionisti dell’antimafia – sono quei tanti scribacchini, pennivendoli, cantastorie , il nutrito plotone di gentarella che vive facendo come professione il “parente di “ - replica, come musicanti da strapazzo, la solita sinfonia liturgica sulla mafia. Gli fa eco il trombonismo ipocrita che soffoca ed opprime questo paese sotto un regime mediatico giudiziario che, ormai, definire illiberale e fazioso è semplicemente riduttivo. Certo, nessuno si sogna di negare che Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino, le loro scorte non siano vittime illustri dello stragismo mafioso, dell’insopportabile arrogante e prepotente strapotere del malaffare. Ma non sono i soli che sono morti di mafia, come non saranno gli ultimi: questo va sbattuto in faccia al coro dei melensi che sbava di falconismo, di borsellinismo per conculcare nelle menti deboli il concetto che solo dagli anni novanta in poi s’è sviluppato il problema dell’illegalità mafiosa e malavitosa. Naturalmente si tratta di una mega fregnaccia sesquipedale, di una menzogna storica semplicemente ridicola, perché tutte le forme di malavita del mezzogiorno hanno radici antiche, quanto meno a far data dall’unità d’Italia. Tutte queste forme di malavita locale, dunque, esistevano fin dall’unità d’Italia, si sono rafforzate specialmente nel secondo dopo guerra del secolo scorso, dominando e governando svariate regioni italiane ( Sicilia, Calabria, Puglia, Campania, ecc) senza che alcun Governo, alcun partito politico, alcun uomo politico, alcuna Giunta Regionale abbia preso , nel corso degli ultimi settantacinque anni, provvedimenti significativi contro la malavita. Non è minimamente pensabile che la politica centrale ignorasse le realtà malavitose locali quando ogni angolo del Paese è da sempre sotto controllo dei Carabinieri, della Polizia, del Prefetto, delle Preture, delle Procure. La connivenza fra la politica e la malavita non è sorta con gli anni novanta del secolo scorso, ma è sempre esistita e tutti i partiti politici, tutti – chi più, chi meno, ma sopra tutto i due più grandi e cioè la DC ed il PCI - se ne sono giovati. Solo che la mafia non era stata mai ostacolata, infastidita, bastonata come lo fu con l’inasprimento dell’articolo 41-bis introdotto nell’ ottobre 1986 dal II Governo Craxi. In occasione del decennale della strage di Capaci, il 24 maggio 2002 il Consiglio dei Ministri approvò un disegno di legge di modifica degli articoli. 4-bis e 41-bis che fu poi approvato dal Parlamento come Legge 23 dicembre 2002, n. 279 Modifica degli articoli 4-bis e 41-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di trattamento penitenziario, prevedendo che il provvedimento ministeriale non poteva essere inferiore ad un anno e non poteva superare i due e che le proroghe successive potessero essere di solo un anno ciascuna; il regime di carcere duro venne esteso anche ai condannati per terrorismo ed eversione. L'insopportabile trombonismo ipocrita italiano - erede del clericalismo più ottuso -  non ha mai fine.

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LAUREATI MA IGNORANTI

Fantastico, Marco Travaglio e i pentastellati hanno scoperto la giurisprudenza. Dopo aver copiato milioni di sentenze, il nostro laureato in filosofia ha scoperto che esiste una «interpretazione della legge» come quella che dal 1957 ha riguardato la 361, la norma sull’incandidabilità dei titolari di concessioni statali, quella che - effettivamente - avrebbe dovuto impedire a Berlusconi di candidarsi. A corto di bersagli, il nostro cabarettista se l’è presa con il giurista Michele Ainis che sul Corriere l’aveva messa così: «Nel diritto parlamentare ogni errore reiterato si trasforma in verità». E questa è una «solennissima corbelleria», secondo Travaglio: il quale ignora, per cominciare, che il suo amicone Gustavo Zagrebelsky (costituzionalista come Ainis) aveva espresso concetti identici a Piazza Pulita di lunedì scorso. Ignora che ciò non accade nel diritto parlamentare: accade nel diritto e basta. Finge di ignorare, soprattutto, che la giurisprudenza - intesa come facoltà d’interpretare una legge sino a stravolgerla o spesso a rovesciarne i propositi iniziali - è esattamente quella che negli ultimi 24 anni ha permesso ai suoi amici magistrati e ai loro addetti stampa d’interpretare la legge a loro uso e consumo, fottendosene delle velleità del legislatore e tradendo lo spirito di chi elaborò il Codice penale del 1989. Ma, soprattutto, facendo perdere un sacco di tempo a tutti: perché in Italia si biascica sempre di «riforma della Giustizia» come se servissero nuove regole per sostituire quelle vecchie, ma è falso, servono nuove regole soltanto per rendere inequivoca l’applicazione delle vecchie: che da principio andavano benissimo ma che i magistrati hanno stravolto con la prassi, con il libero convincimento, la giurisprudenza, la corte di Cassazione e la Corte Costituzionale.

La semplificazione dei riti: era già contenuta nel Codice del 1989. La terzietà del giudice e la pari dignità giuridica dell’avvocato e del pubblico ministero: era l’ossatura fondamentale dello stesso Codice del 1989, col processo accusatorio che avrebbe dovuto soppiantare l’inquisitorio; la differenziazione delle carriere ne era l’ovvia conseguenza. La responsabilità dei magistrati che commettano errori gravi: quella norma l’abbiamo votata nel referendum del 1987, ma è restata lettera morta. E le intercettazioni, il segreto istruttorio? Il Codice di procedura del 1989, agli articoli 114 e 329, metteva nero su bianco le stesse novità che il centrodestra vorrebbe reintrodurre e che fanno gridare «bavaglio» ai poveretti. Il vicepresidente del Csm, nel 1992, diceva: «La stampa deve intervenire solo a conclusione delle indagini, e l’avviso di garanzia deve essere protetto da segreto istruttorio». Il professor Giandomenico Pisapia, relatore del Nuovo Codice, chiarì che «è il processo che è pubblico, non le indagini. Il Nuovo Codice vieta la divulgazione di atti che sono in gran parte segreti: il segreto delle indagini c’è, e serve a tutelare l’indagato». E la carcerazione preventiva, allora? Doveva essere «l’extrema ratio»: spiegatelo ai giudici della stagione di Mani Pulite.

Anzi spiegatelo a Travaglio, che se le prende col professor Ainis soltanto perché non è amico suo: «Per i giuristi come lui rispetto delle leggi non è un valore», ha scritto, fingendo abilmente di essere ignorante. Ma se la prenda con la categoria da lui tanto amata, quella che il Codice l’ha fatto a pezzi. Fu la magistratura a usare Antonio Di Pietro come ariete e a operare una contro-legislazione dall’alto: alcune sentenze della Corte costituzionale (n. 255 del 3 giugno 1992) e una legge suicida fatta da una classe politica spaventata dalla strage di Capaci (la riforma dell’articolo 371, che consentiva l’arresto per reticenza) di fatto ristabilirono e rafforzarono lo strapotere delle indagini preliminari. Altro che processo alla Perry Mason, altro che parità tra avvocato e pm, altro che prova che si formi rigorosamente in aula: ai pubblici ministeri tornò a essere sufficiente estrarre verbali d’interrogatorio e riversarli meramente in processi che non contavano più nulla, ridotti a vidimazioni notarili delle carte in mano all’accusa. La totale discrezionalità dei pm prese a dipendere cioè dalla loro buona o cattiva disposizione, dalle trattative che l’indagato fosse disposto ad accettare pur di uscire dal procedimento o dalla galera preventiva: colpevole o innocente che si ritenesse. La riforma costituzionale dell’articolo 513, nel 1999 - cioè ben diec’anni dopo l’entrata in vigore del Codice - ristabilì proprio il principio chiave che Mani pulite aveva fatto a pezzi, ma appunto, per rimettere in riga i magistrati ci volle una riforma della Costituzione.

Non è neppure un caso che nel Codice del 1989 il famigerato «concorso esterno in associazione mafiosa» non esista proprio: è diventato la libera somma di due ipotesi di reato (il «concorso» previsto dall’art.110 e l’«associazione mafiosa» prevista dall’art. 416 bis) a mezzo del quale la magistratura ha ritenuto di colmare una lacuna legislativa: col risultato, noto, di aver creato una configurazione molto generica le cui applicazioni sono continuamente reinventate e stilizzate dalle sentenze appunto della Cassazione, e questo ben fregandosene dei supposti «principi molto rigorosi» con cui le Sezioni unite della stessa Suprema Corte hanno cercato più volte di disciplinarlo (come fecero con la sentenza Mannino del 2005, quella che il pm Antonio Ingroia, secondo il procuratore della Cassazione, nel processo Dell’Utri ha finto che non esistesse). Gli esempi sarebbero milioni, ma il problema secondo Travaglio è solo è la legge del 1957 da riesumare nella sua interpretazione originale, così da cacciare Berlusconi in barba alla giurisprudenza - paracula - che negli ultimi vent’anni gli ha permesso di fare politica con il placet dell’opposizione. I principi non si barattano, ma per una volta si potrebbe proporre uno scambio: gli diamo Berlusconi e loro ci restituiscono il Codice, la giustizia, questo nodo che angustia il Paese da decenni, questa zeppa sulla strada del Paese normale.

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CASSEZ-VOUS, GROS CONS!



Ricordate quando il presidente della Repubblica francese aveva deciso di elevare la tassa sui redditi più alti al 75 per cento ? Il proprietario del lusso più importante del mondo, aveva annunciato il suo espatrio. In Italia siamo degli innguardabili e schifosi ipocriti. Quì da noi chi è ricco è ladro, fa schifo, ribrezzo. Grazie ai vari Fanfani, Dossetti, etc , però ,non lo diciamo mai in modo brutale. Chi ha fatto soldi in Italia è un mascalzone. Siate sinceri con voi stessi: nel vostro intimo non c'è costruttore o meglio palazzinaro che non si sia arricchito cementificando le nostre splendide periferie. Non c'è stilista che non sia frocio ed un evasore fiscale. Non c'è industriale che non abbia inquinato , smazzettato, andato a troie. No, da noi non c'è il coraggio di dare del «coglione» al ricco che scappa. Da noi c'è un contesto ambientale più subdolo, noi ci nascondiamo dietro sorrisetti ipocriti contro chi ce l'ha fatta. Invece bisognerebbe rovesciare questo Paese di merda, far saltare il tavolo, ribaltare tutto. Giorni fa un pubblico ministero ha chiesto più di due anni e mezzo di carcere per Dolce e Gabbana. Ovviamente per frode fiscale. Sicuramente c'è qualche legge a cui si appiglia. D'altronde proprio ieri il segretario della Cisl Bonanni ribadiva la necessità di inasprire le pene detentive per gli evasori. Bravi. Ottima idea. Nel frattempo la Cassazione ha di fatto ampliato a dismisura il reato di frode fiscale, attraverso il principio tutto italico dell'abuso del diritto. Ve la facciamo semplice: un comportamento fiscalmente legittimo diventa vietato anche se non ha alcuna motivazione economica. Ovviamente a decidere della motivazione c'è un giudice. Figlio di quella mentalità di cui parlavamo prima. Sì, sbattiamo in galera Dolce & Gabbana ed anche i Riva, magari prima del processo. E le loro aziende? E che ci vuole! Le affidiamo a gente esperta, a grandi imprenditori, ai tristi e grigi professionisti nominati dal Tribunale. Forza, avanti. Che poi il lavoro ce lo daranno loro. Vi sembra normale l'accanimento giudiziario del caso Riva? Galera preventiva, richiesta di spegnimento della fabbrica, poi di esproprio, e ancora 1,2 miliardi di sequestro fiscale e poi, come se non bastasse, 8,1 miliardi di sequestro per equivalente. Manca la sedia elettrica, ma quasi ci arriviamo. Prendiamo i Benetton. Il ministero dell'Ambiente si è costituito parte civile per un supposto danno ambientale per la Variante di Valico e ha chiesto un rimborso di 800 milioni di euro alla loro società Autostrade. Ma quale politica industriale. In Italia manca rispetto e cultura dell'impresa. Che non è il nostro nemico. Ma la gente ignorante adora lo Stato, lo ritiene l'unico datore di lavoro che faccia crescere un Paese.



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Cannigione 31 maggio 2013

Gaetano Immè