Gaetano Immè

Gaetano Immè

sabato 1 giugno 2013

LA SINISTRA: SEMPLICEMENTE INCAPACE DI GOVERNARE. PER SUA NATURA.


Singolare ma né seria né grave, anzi risibile, la pretesa di parecchi esponenti, anche di vertice, del Pd di chiedere ad Enrico Letta di formare il governo chiesto da Giorgio Napolitano con il Pdl , ma facendo ben attenzione che nella compagine non figurino personaggi del centro destra che gli stessi radical chic avevano bollato con il marchio papalino d’infamia da santa inquisizione, quello della “impresentabilità”. Né seria né singolare dicevo, in primo luogo perché agli esponenti della sinistra politica nessuno ha mai conferito e riconosciuto non dico “una supplenza ” ma neppure uno sgabelletto ( tipo “ angolo del chiacchierone”) ,figuriamoci una cattedra dall’alto della quale rilasciare patenti di presentabilità. Il rilascio di questo genere di “salvacondotti ” infatti è talmente intriso di razzismo politico e di regime staliniano da fare semplicemente schifo e ribrezzo ad ogni persona che sia almeno minimamente democratica. Già questo la dice molto lunga sullo spessore civile e culturale di buona parte di questa sinistra ormai risucchiata , a folle velocità, verso il pensiero nazista e stalinista in base al quale – lontana com’è anni luce dall’accettare democraticamente i voti espressi dalla sovranità politica del popolo italiano che premia Silvio Berlusconi ed il suo partito ininterrottamente dal 1994 fino ad oggi - l’avversario politico non va solo criminalizzato, isolato, spiato, perseguitato, deriso ed infine anche internato in qualche manicomio di Stato o lager , ma meglio se viene immediatamente sgozzato o impalato , come agogna , senza vergogna, buona parte della sinistra politica italiana ( cito solo Zanda, Bindi, Bersani, il suo tortello magico, Vendola, Di Pietro, Zagrebelsky, Scalfari, ecc.) che, invece di creare un progetto politico in grado di battere il centrodestra berlusconiano con la dialettica ed il consenso popolare e democratico, agogna, senza vergogna alcuna e per di più facendosene anche un vanto, di trasformare il Parlamento democratico italiano in una banda di assassini politici che voti una legge per impiccare Silvio Berlusconi ed i dieci milioni di suoi elettori , ma garantendosi una assoluta impunità penale, tipo Moranino di memoria comunista, appunto. Ma non è nemmeno singolare, non è certo una novità, insomma, perché per tutta la sua vita repubblicana , la sinistra italiana ha sempre avuto bisogno di un “nemico” da eliminare, di un teorema complottardo ed indimostrabile da accusare, contro i quali mobilitare le masse, contro i quali ribellarsi, trovando in quello spirito, settario e fideistico, il vero ed unico collante che cementasse e marmorizzasse la sua base elettorale. Il discrimine fra un partito politico ed un partito di lotta sta tutto in questo assunto. Un partito nato e cresciuto “contro un nemico” non è un partito nato per formare una classe dirigente utile al Paese ma per allevare e riprodurre, in serra ed in vitro, i cultori del “ribellismo”. Il ribellismo è una categoria psichiatrica importante perché caratterizza quegli individui che, anziché creare un proprio futuro con la forza di un proprio progetto di vita o un futuro del proprio Paese in forza di un proprio progetto politico, trovano la loro realizzazione nel ribellarsi contro qualcuno o nell’elucubrare qualche indimostrabile complotto. La loro mira, sempre “particulare” e mai oltre la pura e semplice rivendicazione, ne limita la portata intellettuale, perché tutta la loro capacità politica si esaurisce nel creare e nel sollecitare l’avversione contro il nemico politico prescelto o contro teoremi complottardi indimostrabili. Il ribelle non può sopravvivere senza immaginare un complotto che sostituisca la realtà dei fatti e senza un nemico da criminalizzare, mentre il suo nemico e la realtà dei fatti sono, per converso, la sua stessa fonte di vita. E, non troppo stranamente, le profonde differenze che dividevano, fin dagli anni post bellici, il PCI dalla DC ,sono molto simili, mutatis mutandis, a quelle che oggi, dopo ancora la bellezza di sessantacinque anni, oppongono il P.D. e la sinistra erede del PCI e il PDL, erede del centrismo democratico e liberale. Seguono dunque quattro esemplari dimostrazioni storiche dell’assunto.



IL NEMICO PRIMIGENIO



Negli anni dell’immediato dopo guerra, il PCI potette affermarsi, pur senza mai vincere un’elezione democratica, grazie all’invadente ed ottuso clericalismo della Chiesa di quel tempo, che faceva temere l’instaurazione di un oscurantismo clericale “contro il quale” (ecco il nemico primigenio ) si scagliò il PCI, trovandovi la sua affermazione sociale, culturale e consensuale. La Chiesa, infatti, era stata un formidabile ostacolo al processo di unificazione politico e sociale del Paese. Non solo aveva ritardato l’unificazione dell’Italia, dato che solo nel 1870 avverrà la caduta del potere temporale dei Papi e l’annessione di Roma all’Italia , ma fu proprio sulla difesa del laicismo contro l’ottuso clericalismo che il PCI riuscì a costruire quella egemonia nella cultura, nella scuola, nella magistratura, che da sempre ha rappresentato – come ancora oggi rappresenta - il suo punto di forza . Non va inoltre dimenticato come non solo la Chiesa non si fosse mai decisamente opposta al fascismo , non solo come forse lo avesse ed anche largamente appoggiato e sostenuto, né quanto sostegno la DC di De Gasperi abbia ricevuto da quella Chiesa nella sua cavalcata trionfale nelle elezioni del 1948, per capire la reale portata ed ampiezza del pericolo clericale e la infida lungimiranza dell’azione che il PCI intraprese in quegli anni quaranta.



E fu proprio intestandosi furbescamente la battaglia contro quell’ottuso clericalismo, contro l’invadenza politica della Chiesa, che il PCI , sfruttando la innegabile connessione ed interdipendenza fra la Dc di De Gasperi e quella Chiesa, conquistò il suo ruolo primario fondamentale nella politica italiana come partito di lotta, ma con ciò stesso però confermando il suo limitato spessore politico , tutto concentrato sul suo “ribellismo contro l’oscurantismo clericale”. Fu per questo motivo che in quegli anni il PCI trovò larghissime adesioni nel mondo della cultura, dell’arte, della pittura, ecc nei quali settori costruì assai presto una vera e propria nonché assoluta egemonia . Scrittori come Pratolini, Vittorini, Repaci, Quasimodo, Sapegno, pittori come Guttuso, Purificato, Mafai, filosofi e storici come Della Volpe e Manacorda ebbero dunque il compito di guidare, nel nome del PCI, una forte mobilitazione politica e sociale ed un’azione anche finanziaria di grande valorizzazione a favore degli intellettuali , giornalisti, verso i nuovi artisti, verso i nuovi laureati, verso i nuovi Magistrati. E se a qualcuno non fosse chiaro quel preciso disegno politico di egemonizzare l’Italia distrutta dalla seconda Guerra Mondiale ed oppressa da una altissima analfabetizzazione,sotto il profilo culturale e specialmente nei confronti della nuova Magistratura , basta che si vada a rivedere il film di Pietro Germi “ In nome della Legge” girato nel 1948. Un giovane magistrato (Massimo Girotti) viene inviato come pretore a Capodarso ( a Barrafranca nella realtà), paesino siciliano e, per amore della giustizia e della legalità, si trova costretto a combattere contro varie ingiustizie sociali. Il suo zelo lo porterà a scontrarsi contro un notabile, il barone Lo Vasto e contro la mafia, rappresentata dal massaro Turi Passalacqua e dai suoi uomini. Tutto ciò contornato da una realtà omertosa e fortemente diffidente che non fa che ostacolare il suo lavoro. Solo contro tutti, appoggiato unicamente dal maresciallo della locale Stazione Carabinieri e dal giovane amico Paolino (la cui barbara uccisione lo convincerà a rinunciare alle dimissioni appena presentate), condurrà fino alla fine la sua battaglia che consiste non solo nell’applicare la legge ma anche nell’insegnarne il valore. Quel film di Germi rappresentò una convinta adesione al "programma ideologico ed estetico del neorealismo", l’egemonia della sinistra nel settore artistico e popolare come il cinema con tutta la sua forza di seduzione su una popolazione allora fortemente ancora analfabetizzata e dunque facilmente influenzabile. Seguirono così innumerevoli film “ organici” alla nuova società profetizzata dal PCI che già dunque dal 1948 aveva messo le sue basi ideologiche per produrre una Magistratura ideologizzata. Inoltre, cinema e teatro a parte, basta ricordare come tutte le pagine dei loro giornali (L’Unità) e delle loro riviste (Rinascita, Società,Il Settimanale, Vie Nuove) e la stessa casa Editrice Einaudi, fondata da Giulio Einaudi il figlio di Luigi Einaudi , svolsero una fondamentale opera di fiancheggiamento e di affermazione anche economica.



Ma non poteva certo alla lunga sfuggire come la difesa del PCI della così detta “libertà di cultura” fosse invece una clamorosa falsità ,uno slogan puramente strumentale e propagandistico ,un vero e proprio specchietto per le allodole. Non solo perché nell’Urss e nei Paesi socialisti esaltati dai comunisti non c’era alcuna “ libertà di cultura”, né libertà di ogni genere, ma anche perché contemporaneamente lo stesso PCI italiano assumeva interventi di carattere censorio e rigidamente repressivi contro quegli intellettuali che usavano la tanto sbandierata “libertà culturale” finendo per mettere in seria discussione la linea politico culturale del PCI stesso. Due soli casi emblematici di quei tempi, per pura brevità. Il caso dello scrittore Elio Vittorini e della sua rivista “Il Politecnico”. Sul quale Vittorini, confidando, appunto, sulla strombazzata “ libertà di cultura” del PCI , ospitava anche filosofi e scrittori - come Gide,Sartre, Russel, Kafka, Joyce, Hemingway , Faulkner - che esprimevano concetti non organici alla visione politico culturale del PCI. Taluni di costoro, inoltre, cito Gide, erano addirittura messi al bando nell’Urss. Fu così che, dapprima Mario Alicata , su “Rinascita”, per finire con uno sprezzante Palmiro Togliatti , su “L’Unità”, ricordarono pubblicamente a Vittorini ( come fosse nuora perché suocera intenda) come “ non vi fosse alcuna omogeneità, alcuna coerenza marxista – leninista fra quegli scrittori e la linea politica del comunismo italiano “. E così imposero di fatto la chiusura di quel settimanale e quando Vittorini osò timidamente protestare, lo stesso Togliatti lo incenerì con quel suo brutale ed irridente “ Vittorini se n’è ghiuto e soli ci ha lassati….!”.Non dissimile il caso del Prof. Luigi Russo, uno storico della letteratura italiana di formazione crociana ed idealistica, il quale accusò apertamente la Chiesa ed i suoi angusti, miopi e faziosi difensori di essere i principali propugnatori dell’espansione dello spirito marxistico , costringendo, come avevano fatto con lui stesso - che mai comunista era stato – ogni laico e liberale a schierarsi con il PCI quale “ultima ratio” per combattere il loro oscurantismo clericale. Così la storia ha disvelato come il PCI fingesse di “combattere” contro il suo primo nemico, contro “l’oscurantismo clericale”, ma al solo scopo di imporre all’Italia, grazie al sistema dei così detti “ intellettuali organici”( cultura, stampa, giornalismo, scuola, magistratura, etc), un altro e ben peggiore oscurantismo , basato su dogmi e modelli di marca sovietica, un nuovo oscurantismo ugualmente incompatibile con la libertà di pensiero e con la libertà individuale quanto quello clericale. Grazie all’egemonia culturale così subdolamente arraffata ed esercitata , il PCI resse egregiamente il suo ruolo di partito di lotta per tutti gli anni successivi al ‘46/47. Il messaggio del PCI togliattiano era che solo una efficace battaglia anticapitalistica ed antifeudale ( essendo i capitalisti del Nord del Paese di fatto “alleati” con gli agrari del Mezzogiorno d’Italia) avrebbe potuto rinnovare profondamente la nostra cultura, liberandola dai suoi limiti storici di casta o di élite, consentendole di divenire una grande cultura nazionale e popolare, protagonista dello sviluppo e del progresso civile del Paese. Era,questo, un progetto apparentemente seducente, anche esaltante, che assegnava agli uomini di cultura compiti decisivi e che costituì , negli anni del secondo dopo guerra e fino al 1956, un formidabile mezzo di dominio per gli uomini della sinistra.



Su questa concezione direi quasi mitologica ed agiografica dell’Italia futura , che aveva al suo centro il PCI visto come l’Arcangelo San Gabriele puro ed incontaminato che, con l’aiuto di una cultura nuova, di una scuola nuova, di una magistratura nuova avrebbe costruito in Italia una società nuova ma del tipo di quella che era in corso di costruzione nell’Urss e nelle così dette “democrazie popolari”, stava per abbattersi, come uno tsunami, come una lama di ghigliottina, il terribile anno 1956. La tragica sequenza di movimenti popolari e rivoluzionari contro il regime comunista in Polonia e in Ungheria non poteva passare inosservato. Furono numerosi gli intellettuali organici al PCI che , specialmente a seguito dell’invasione di Budapest, bruscamente presero coscienza della incredibilmente insanabile frattura fra il sogno comunista – tanto decantato in Italia – e la sua effettiva realtà. Di fronte a quello che avvenne a Budapest, di fronte alle fragili tesi assolutorie elucubrate dalla nomenclatura del PCI che, senza eccezione alcuna, qualificava la brutale repressione sovietica come la salvezza di quel mondo migliore comunista che veniva minacciato dai nemici del progresso bolscevico,un centinaio di intellettuali organici al PCI – e fra essi ricordo Natalino Sapegno, lo storico Piero Melograni, Renzo De Felice, Luciano Cafagna, ecc – il 29 ottobre del 1956 inviarono al Comitato Centrale del PCI una lettera al fine di avviare una discussione franca e coraggiosa, senza infingimenti, sull’accaduto. Quella lettera era stata inviata anche all’Unità, con preghiera di pubblicarla. Ma quella lettera non venne mai pubblicata dall’Unità. Fu un anno disastroso per il PCI, senza un nemico da abbattere, ma alle prese con una rivolta dei suoi stessi uomini “migliori”, quegli intellettuali organici che erano la base che serviva al PCI per costruire quella tanto decantata , favolosa e favoleggiata repubblica democratica che invece stava sempre di più mostrando il suo vero volto criminale e tirannico. Proprio in quel momento, una buona parte di quell’esercito di intellettuali non si lasciò convincere dalle minacce e dai ricatti orditi dal PCI , non vi furono, insomma, altri casi Vittorini - qualche anno era passato nel frattempo - e fu una trasmigrazione verso il PSI ( il caso più noto fu quello di Antonio Giolitti). Ecco una delle tante possibili dimostrazioni, per via storica, che il PCI, partito di lotta, non appena non disponeva di un nemico da abbattere e da criminalizzare o di un complotto da teorizzare , proprio nel momento in cui per la prima volta si apriva una crisi di identità interna all’intelligenza comunista , quel partito mostrava tutta la sua fragilità intellettuale e progettuale, rimanendo così, al primo serio attacco alla credibilità del suo progetto politico da parte dei propri militanti, vittima di una prima e sostanziale diaspora. Ed eravamo appena nel 1956! Quegli intellettuali non solo abbandonarono il PCI, non solo aderirono al PSI rafforzandolo tanto da farlo apparire alla DC di quel tempo come la naturale espansione della futura maggioranza ( di lì a poco ,appunto, verrà partorito il centrosinistra con il PSI), ma la loro critica non si limitò più allo “ stalinismo” - come era stato fatto in un primo tempo con una enorme dose di superficialità e di ingenuità – ma si estese al “leninismo” ed allo stesso “marxismo”, per la loro sottovalutazione delle libertà civili ed individuali, delle garanzie di uno Stato di Diritto, tutte cose che lo stesso Lenin e lo stesso Marx avevano liquidato con quel loro sprezzante “ si tratta di ipocrisie e di falsità borghesi”.



IL CASO MORO



Saltiamo tre decenni durante i quali il PCI avrebbe dovuto quanto meno correggere la sua impostazione “ ribellistica” e dunque molto limitativa sotto il profilo socio politico. Invece, quando Aldo Moro fu rapito e la sua scorta massacrata, il 16 marzo del 1978, il terrorismo rosso insanguinava il Paese da oltre un decennio. Era, quel terrorismo rosso, il prodotto incubato e covato dal movimento operaio – studentesco del 68 – 69 che aveva agitato tutti i temi più estremistici del marxismo rivoluzionario ( alla cui evangelizzazione si era dedicata dal 1948 in poi tutta l’intelligenza di sinistra nella Scuola, nella Magistratura, nel cinema, nel teatro, nel giornalismo, nella cultura, ecc) e dell’anarchia pura (abolizione dello Stato, abolizione della democrazia rappresentativa, abolizione della fabbrica capitalistica, ecc), aveva esaltato la famosa “ rivoluzione culturale cinese”, aveva ideologizzato i movimenti “ di liberazione dell’America Latina e del Terzo Mondo”, la guerriglia vietnamita contro gli americani, tutti temi riassumibili e sintetizzabili nella “ lotta anti imperialista”. Tutti temi e questioni che erano tenuti vivi e vegeti nell’Italia degli anni settanta / ottanta proprio dalla politica del PCI dell’epoca sempre alla perenne ricerca del nemico da criminalizzare, del complotto da minacciare. Si ricorderà come già nel 1969 si erano verificati alcuni episodi di violenza nelle fabbriche italiane contro dirigenti ed imprenditori, in un clima di rivolta generalizzata contro la “ disciplina della fabbrica”, contro “ lo sfruttamento esercitato dai padroni”, ecc. Fu su questo terreno culturale, coccolato e coltivato nonché anche incoraggiato dal PCI di quel tempo, che sorsero le organizzazioni estremistiche. Nel ’69 era sorta “ Lotta Continua” , guidata da Adriano Sofri, con l’intenzione di “organizzare tutti gli emarginati, i disagiati, gli scontenti”. Ma quelle apparentemente nobili intenzioni si rivelarono ben presto solo uno specchietto per le allodole, un tragico inganno per i giovani di quel tempo, ai quali Adriano Sofri insegnava invece – leggo un suo documento del 1971 – “ di prendersi la città attraverso una successione di violenze ( per il padrone) e di giustizia reale ( per il proletario)”, “ ad occupare le case delle quali si ha bisogno senza pagare l’affitto, a fare le stesse cose nei supermercati ..”mentre sul giornale “ Lotta Continua” lo stesso Sofri esaltava tutti gli episodi di rivolta nelle Università e nei luoghi di lavoro. Sempre Sofri su “ Lotta Continua” esaltò l’assassinio del Commissario Luigi Calabresi da lui stesso definito “ come un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria voglia di giustizia”. Tralascio di ricordare, per carità di patria e per disgusto personale , la miserabile storia , la invereconda caccia all’uomo ordita, in quei giorni, dal gruppo editoriale “L’Espresso” e da vari intellettuali organici al PCI (mi compiaccio invece molto nel ricordare alcuni nomi e cognomi a loro imperitura ignominia e vergogna : Bobbio, Scalfari, Colletti, Soldati, Moravia, Bocca, Argan, Natalia Ginzburg, Eco, Vito Laterza, Giulio Einaudi, ecc ) contro il Commissario Luigi Calabresi, accusato pubblicamente di essere l’assassino dell’anarchico Pinelli. Una schiera di pseudo intellettuali che aveva perso ogni senso di equilibrio, ogni capacità di ragionamento e che introdusse in quell’Italia già sconvolta dal terrorismo rosso quel loro estremismo isterico e cieco che condusse il Paese al tracollo. Sempre nel 1969 nacque pure “ Potere operaio”, nel 1968 era nata “ Avanguardia operaia”. In questo crogiolo di ideologie farneticanti, i gruppi più fanatizzati si opponevano alla strategia del PCI , che aveva assistito inerme all’affermarsi del miracolo economico ( anni 50 – 60) senza preoccuparsi minimamente di riparare a tutte le situazioni di profondo disagio che quel miracolo aveva innescato nel Paese ( la migrazione dal Sud verso il Nord, il consolidarsi di posizioni dominanti sul Paese, ecc). Il PCI dunque veniva apertamente accusato di non essere “ un partito rivoluzionario” come avrebbe dovuto essere secondo i dettami marxisti e leninisti. Davanti dunque alla proposta comunista di un “ compromesso storico” con la Democrazia Cristiana ( ecco un parallelo con quanto sta accadendo oggi) , quei gruppi violenti ed ideologizzati invocano un ritorno alle radici rivoluzionarie del movimento comunista , riprendono dallo stesso PCI la santificazione del mito della così detta “ Resistenza tradita” inaugurato proprio dal PCI dopo il suo allontanamento dal Governo nel 1947, presentano la DC come il “ bastione della reazione capitalistica ed imperialistica. La scelta, dunque, della “ lotta armata” venne quindi giustificata, da questi gruppi, per “ rovesciare lo Stato borghese “, per “ porre fine alla violenza capitalistica” ma, sopra tutto, per dare una sonora ed indimenticabile lezione al PCI per il suo riformismo traditore della causa rivoluzionaria. Ancora una volta, dunque, il PCI e la sua valenza politica mostrava tutta la sua inadeguatezza intellettuale e politica nel momento in cui osava legittimare il nemico politico, la DC dell’epoca, anziché criminalizzarla come tradizione impone. Una dimostrazione limpida di una ideologia incapace di governare, ma solo capace di ribellarsi contro un nemico della cui esistenza vivere.



IL CASO CRAXI


La decadenza politica del PCI era già cominciata negli ultimi anni della segreteria di Enrico Berlinguer. Mentre infatti dilagava in Italia il terrorismo rosso, il 29 luglio 1976 , sotto la regia di Aldo Moro e di Benigno Zaccagnini, fu data vita al “ governo della non sfiducia” di Andreotti, un governo che durò dal mese di Luglio del 1976 fino al mese di Gennaio del 1978. La DC ottenne infatti le “ esplicite astensioni” sul Governo Andreotti da parte del PCI e degli altri partiti di sinistra (PSI, PSDI, PRI e PLI). Dunque in quella drammatica situazione il PCI imboccava la via del “ partito di governo” senza richiedere alcuna contropartita. Ma la marcia del PCI verso la sua trasformazione a “ partito di governo” conobbe momenti drammatici. Nell’invero nel 1976 quel governo della “ non sfiducia” attuò una manovra finanziaria da paura: aumento della benzina, aumento del tasso di sconto, aumento delle tariffe elettriche, abolizione di sette festività infrasettimanali, ecc. Il PCI, che negli anni passati avrebbe bollato la manovra come “una stangata”, ora invece, l’accettava e addirittura , con scarso senso del ridicolo, la difendeva e persino Luciano Lama, segretario della CGIL , in una intervista a Scalfari su “ La Repubblica” ( del 24 gennaio 1978) affermava che “…noi non possiamo più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori esorbitante rispetto alle reali possibilità produttive”, “ noi riteniamo che le aziende abbiano il diritto di licenziare…”. La posizione di Berlinguer in quei frangenti fu insana: egli portò il PCI , per giustificare le misure economiche del Governo Andreotti, da un lato ad invocare una società fondata sull’austerità e sulla parsimonia diretta al superamento del “capitalismo” (visione che non poteva non apparire arcaica e pericolosa, assai vicina al “ socialismo reale”) mentre , al tempo stesso, cercava di portare avanti il processo di autonomia , ma non di rottura, con l’Urss. Il successivo 1 dicembre del 1977 il PCI firmò una mozione sulla politica estera che ribadiva la necessità della fedeltà dell’Italia alla Nato, come misura necessaria per l’integrazione europea. Insomma Berlinguer volle portare il PCI in area di governo ed i suoi accordi con Aldo Moro furono coronati da successo di strategia, ma condannati politicamente. Basta pensare che il voto di fiducia alla Camera per il nuovo governo Andreotti basato sul “ patto di desistenza” con il PCI era fissato per il 16 marzo 1978. Ma quella mattina a Via Fani, il commando brigatista rosso rapì Aldo Moro e sterminò la sua scorta. L’ideologia marxista leninista che ardeva dentro il PCI e dentro tutta la sinistra aveva dato la sua risposta : niente patti col nemico, mai. E Moro fu trucidato.



IL CASO BERLUSCONI


Inutile adesso parlare della criminalizzazione di Silvio Berlusconi e del partito da lui condotto, è cosa troppo nota. Ma la strategia della sinistra è sempre la stessa: il P.D., ultimo erede del PCI, si avvale delle forze sociali che ha “allevato in vitro” durante la Prima Repubblica: la cultura , la Magistratura e stampa . E dal 1994 che le varie forme di cultura e la stampa criminalizzano il centrodestra liberale ( cinema, libri, giornali, riviste, etc), mentre la Magistratura si scaglia contro Berlusconi ma solo dal momento in cui costui scenderà in politica e sbaraglierà ( elezioni del ’94) la sinistra. Ed è dal 1994 che la sinistra vive sui risultati di questa “caccia all’uomo”, “ al nemico da abbattere” e che “premia” con una “taglia di soldi pubblici” , con seggi senatoriali e parlamentari, tutti i “ bounty killers” che appunto dal 1994 hanno dato la caccia a Silvio Berlusconi. Di Pietro, Violante, D’Ambrosio, Casson, Emiliano, Tedesco, ecc , i nomi più evidenti.



PER TERMINARE, LE CONCLUSIONI


Per costoro è assolutamente naturale immaginare un governo che pur essendo formato dall'intesa politica tra Pd e Pdl, preveda l'esistenza di un doppio livello di cui quello superiore sia appannaggio degli uomini più rappresentativi della sinistra e quello inferiore sia assegnato ai rappresentanti più scoloriti ed anonimi del centro destra. La giustificazione portata avanti dalla dirigenza della sinistra post comunista è che i propri elettori non potrebbero capire ed accettare una fine così repentina del pregiudizio strumentale nato quando la linea del partito era quella della chiusura all'esecrato fronte moderato e delle blandizie al Movimento Cinque Stelle. Ma è chiaro come questa giustificazione sia del tutto inaccettabile. O meglio. Abbia un senso solo se la sinistra post comunista , per paura di perdere i voti degli schiavi della propria propaganda, non volesse fare il governo preteso dal Quirinale ma puntasse alle elezioni anticipate. Se è così non hanno che da dirlo. E farla finita con la paralisi che ormai da più di settanta anni hanno imposto al paese!

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SERBARE MEMORIA VA BENE. MA DI COSA?


Il giorno della memoria, dicono che il 23 maggio è il giorno della memoria. Ma “ memoria” di che cosa? Del massacro del Magistrato Giovanni Falcone, di sua moglie e della sua scorta che avvenne il 23 maggio del 1992, ventuno anni fa? Delle stragi della mafia degli anni novantadue, invece dicono. Per un “percorso di legalità”, aggiungono. Cosa voglia dire “un percorso di legalità” lo sanno solo loro, parlano una lingua che solo loro capiscono. Ma perché, c’è forse qualche pazzo che vorrebbe un “ percorso di illegalità”? C’è forse qualcuno che vorrebbe far trionfare il male sul bene ? Perché - neanche varrebbe la pena di sottolinearlo - nessuno vuole la mafia, come nessuno vuole la camorra o la sacra corona o la ndragheta, insomma la malavita. Si tratta dunque solo di triti slogan, di frasi fatte, di ingannevoli simulacri di valori ad uso e consumo di chi s’è bevuto la fregnaccia che la lotta alla mafia ed alla malavita organizzata abbia come eroi due Magistrati ed un carabiniere, cioè Falcone, Borsellino e Dalla Chiesa. Per questo nutrito esercito di ignoranti , babbei e autentici coglioni , la lobby dei ricchi professionisti dell’antimafia – sono quei tanti scribacchini, pennivendoli, cantastorie , il nutrito plotone di gentarella che vive facendo come professione il “parente di “ - replica, come musicanti da strapazzo, la solita sinfonia liturgica sulla mafia. Gli fa eco il trombonismo ipocrita che soffoca ed opprime questo paese sotto un regime mediatico giudiziario che, ormai, definire illiberale e fazioso è semplicemente riduttivo. Certo, nessuno si sogna di negare che Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino, le loro scorte non siano vittime illustri dello stragismo mafioso, dell’insopportabile arrogante e prepotente strapotere del malaffare. Ma non sono i soli che sono morti di mafia, come non saranno gli ultimi: questo va sbattuto in faccia al coro dei melensi che sbava di falconismo, di borsellinismo per conculcare nelle menti deboli il concetto che solo dagli anni novanta in poi s’è sviluppato il problema dell’illegalità mafiosa e malavitosa. Naturalmente si tratta di una mega fregnaccia sesquipedale, di una menzogna storica semplicemente ridicola, perché tutte le forme di malavita del mezzogiorno hanno radici antiche, quanto meno a far data dall’unità d’Italia. Tutte queste forme di malavita locale, dunque, esistevano fin dall’unità d’Italia, si sono rafforzate specialmente nel secondo dopo guerra del secolo scorso, dominando e governando svariate regioni italiane ( Sicilia, Calabria, Puglia, Campania, ecc) senza che alcun Governo, alcun partito politico, alcun uomo politico, alcuna Giunta Regionale abbia preso , nel corso degli ultimi settantacinque anni, provvedimenti significativi contro la malavita. Non è minimamente pensabile che la politica centrale ignorasse le realtà malavitose locali quando ogni angolo del Paese è da sempre sotto controllo dei Carabinieri, della Polizia, del Prefetto, delle Preture, delle Procure. La connivenza fra la politica e la malavita non è sorta con gli anni novanta del secolo scorso, ma è sempre esistita e tutti i partiti politici, tutti – chi più, chi meno, ma sopra tutto i due più grandi e cioè la DC ed il PCI - se ne sono giovati. Solo che la mafia non era stata mai ostacolata, infastidita, bastonata come lo fu con l’inasprimento dell’articolo 41-bis introdotto nell’ ottobre 1986 dal II Governo Craxi. In occasione del decennale della strage di Capaci, il 24 maggio 2002 il Consiglio dei Ministri approvò un disegno di legge di modifica degli articoli. 4-bis e 41-bis che fu poi approvato dal Parlamento come Legge 23 dicembre 2002, n. 279 Modifica degli articoli 4-bis e 41-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di trattamento penitenziario, prevedendo che il provvedimento ministeriale non poteva essere inferiore ad un anno e non poteva superare i due e che le proroghe successive potessero essere di solo un anno ciascuna; il regime di carcere duro venne esteso anche ai condannati per terrorismo ed eversione. L'insopportabile trombonismo ipocrita italiano - erede del clericalismo più ottuso -  non ha mai fine.

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LAUREATI MA IGNORANTI

Fantastico, Marco Travaglio e i pentastellati hanno scoperto la giurisprudenza. Dopo aver copiato milioni di sentenze, il nostro laureato in filosofia ha scoperto che esiste una «interpretazione della legge» come quella che dal 1957 ha riguardato la 361, la norma sull’incandidabilità dei titolari di concessioni statali, quella che - effettivamente - avrebbe dovuto impedire a Berlusconi di candidarsi. A corto di bersagli, il nostro cabarettista se l’è presa con il giurista Michele Ainis che sul Corriere l’aveva messa così: «Nel diritto parlamentare ogni errore reiterato si trasforma in verità». E questa è una «solennissima corbelleria», secondo Travaglio: il quale ignora, per cominciare, che il suo amicone Gustavo Zagrebelsky (costituzionalista come Ainis) aveva espresso concetti identici a Piazza Pulita di lunedì scorso. Ignora che ciò non accade nel diritto parlamentare: accade nel diritto e basta. Finge di ignorare, soprattutto, che la giurisprudenza - intesa come facoltà d’interpretare una legge sino a stravolgerla o spesso a rovesciarne i propositi iniziali - è esattamente quella che negli ultimi 24 anni ha permesso ai suoi amici magistrati e ai loro addetti stampa d’interpretare la legge a loro uso e consumo, fottendosene delle velleità del legislatore e tradendo lo spirito di chi elaborò il Codice penale del 1989. Ma, soprattutto, facendo perdere un sacco di tempo a tutti: perché in Italia si biascica sempre di «riforma della Giustizia» come se servissero nuove regole per sostituire quelle vecchie, ma è falso, servono nuove regole soltanto per rendere inequivoca l’applicazione delle vecchie: che da principio andavano benissimo ma che i magistrati hanno stravolto con la prassi, con il libero convincimento, la giurisprudenza, la corte di Cassazione e la Corte Costituzionale.

La semplificazione dei riti: era già contenuta nel Codice del 1989. La terzietà del giudice e la pari dignità giuridica dell’avvocato e del pubblico ministero: era l’ossatura fondamentale dello stesso Codice del 1989, col processo accusatorio che avrebbe dovuto soppiantare l’inquisitorio; la differenziazione delle carriere ne era l’ovvia conseguenza. La responsabilità dei magistrati che commettano errori gravi: quella norma l’abbiamo votata nel referendum del 1987, ma è restata lettera morta. E le intercettazioni, il segreto istruttorio? Il Codice di procedura del 1989, agli articoli 114 e 329, metteva nero su bianco le stesse novità che il centrodestra vorrebbe reintrodurre e che fanno gridare «bavaglio» ai poveretti. Il vicepresidente del Csm, nel 1992, diceva: «La stampa deve intervenire solo a conclusione delle indagini, e l’avviso di garanzia deve essere protetto da segreto istruttorio». Il professor Giandomenico Pisapia, relatore del Nuovo Codice, chiarì che «è il processo che è pubblico, non le indagini. Il Nuovo Codice vieta la divulgazione di atti che sono in gran parte segreti: il segreto delle indagini c’è, e serve a tutelare l’indagato». E la carcerazione preventiva, allora? Doveva essere «l’extrema ratio»: spiegatelo ai giudici della stagione di Mani Pulite.

Anzi spiegatelo a Travaglio, che se le prende col professor Ainis soltanto perché non è amico suo: «Per i giuristi come lui rispetto delle leggi non è un valore», ha scritto, fingendo abilmente di essere ignorante. Ma se la prenda con la categoria da lui tanto amata, quella che il Codice l’ha fatto a pezzi. Fu la magistratura a usare Antonio Di Pietro come ariete e a operare una contro-legislazione dall’alto: alcune sentenze della Corte costituzionale (n. 255 del 3 giugno 1992) e una legge suicida fatta da una classe politica spaventata dalla strage di Capaci (la riforma dell’articolo 371, che consentiva l’arresto per reticenza) di fatto ristabilirono e rafforzarono lo strapotere delle indagini preliminari. Altro che processo alla Perry Mason, altro che parità tra avvocato e pm, altro che prova che si formi rigorosamente in aula: ai pubblici ministeri tornò a essere sufficiente estrarre verbali d’interrogatorio e riversarli meramente in processi che non contavano più nulla, ridotti a vidimazioni notarili delle carte in mano all’accusa. La totale discrezionalità dei pm prese a dipendere cioè dalla loro buona o cattiva disposizione, dalle trattative che l’indagato fosse disposto ad accettare pur di uscire dal procedimento o dalla galera preventiva: colpevole o innocente che si ritenesse. La riforma costituzionale dell’articolo 513, nel 1999 - cioè ben diec’anni dopo l’entrata in vigore del Codice - ristabilì proprio il principio chiave che Mani pulite aveva fatto a pezzi, ma appunto, per rimettere in riga i magistrati ci volle una riforma della Costituzione.

Non è neppure un caso che nel Codice del 1989 il famigerato «concorso esterno in associazione mafiosa» non esista proprio: è diventato la libera somma di due ipotesi di reato (il «concorso» previsto dall’art.110 e l’«associazione mafiosa» prevista dall’art. 416 bis) a mezzo del quale la magistratura ha ritenuto di colmare una lacuna legislativa: col risultato, noto, di aver creato una configurazione molto generica le cui applicazioni sono continuamente reinventate e stilizzate dalle sentenze appunto della Cassazione, e questo ben fregandosene dei supposti «principi molto rigorosi» con cui le Sezioni unite della stessa Suprema Corte hanno cercato più volte di disciplinarlo (come fecero con la sentenza Mannino del 2005, quella che il pm Antonio Ingroia, secondo il procuratore della Cassazione, nel processo Dell’Utri ha finto che non esistesse). Gli esempi sarebbero milioni, ma il problema secondo Travaglio è solo è la legge del 1957 da riesumare nella sua interpretazione originale, così da cacciare Berlusconi in barba alla giurisprudenza - paracula - che negli ultimi vent’anni gli ha permesso di fare politica con il placet dell’opposizione. I principi non si barattano, ma per una volta si potrebbe proporre uno scambio: gli diamo Berlusconi e loro ci restituiscono il Codice, la giustizia, questo nodo che angustia il Paese da decenni, questa zeppa sulla strada del Paese normale.

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CASSEZ-VOUS, GROS CONS!



Ricordate quando il presidente della Repubblica francese aveva deciso di elevare la tassa sui redditi più alti al 75 per cento ? Il proprietario del lusso più importante del mondo, aveva annunciato il suo espatrio. In Italia siamo degli innguardabili e schifosi ipocriti. Quì da noi chi è ricco è ladro, fa schifo, ribrezzo. Grazie ai vari Fanfani, Dossetti, etc , però ,non lo diciamo mai in modo brutale. Chi ha fatto soldi in Italia è un mascalzone. Siate sinceri con voi stessi: nel vostro intimo non c'è costruttore o meglio palazzinaro che non si sia arricchito cementificando le nostre splendide periferie. Non c'è stilista che non sia frocio ed un evasore fiscale. Non c'è industriale che non abbia inquinato , smazzettato, andato a troie. No, da noi non c'è il coraggio di dare del «coglione» al ricco che scappa. Da noi c'è un contesto ambientale più subdolo, noi ci nascondiamo dietro sorrisetti ipocriti contro chi ce l'ha fatta. Invece bisognerebbe rovesciare questo Paese di merda, far saltare il tavolo, ribaltare tutto. Giorni fa un pubblico ministero ha chiesto più di due anni e mezzo di carcere per Dolce e Gabbana. Ovviamente per frode fiscale. Sicuramente c'è qualche legge a cui si appiglia. D'altronde proprio ieri il segretario della Cisl Bonanni ribadiva la necessità di inasprire le pene detentive per gli evasori. Bravi. Ottima idea. Nel frattempo la Cassazione ha di fatto ampliato a dismisura il reato di frode fiscale, attraverso il principio tutto italico dell'abuso del diritto. Ve la facciamo semplice: un comportamento fiscalmente legittimo diventa vietato anche se non ha alcuna motivazione economica. Ovviamente a decidere della motivazione c'è un giudice. Figlio di quella mentalità di cui parlavamo prima. Sì, sbattiamo in galera Dolce & Gabbana ed anche i Riva, magari prima del processo. E le loro aziende? E che ci vuole! Le affidiamo a gente esperta, a grandi imprenditori, ai tristi e grigi professionisti nominati dal Tribunale. Forza, avanti. Che poi il lavoro ce lo daranno loro. Vi sembra normale l'accanimento giudiziario del caso Riva? Galera preventiva, richiesta di spegnimento della fabbrica, poi di esproprio, e ancora 1,2 miliardi di sequestro fiscale e poi, come se non bastasse, 8,1 miliardi di sequestro per equivalente. Manca la sedia elettrica, ma quasi ci arriviamo. Prendiamo i Benetton. Il ministero dell'Ambiente si è costituito parte civile per un supposto danno ambientale per la Variante di Valico e ha chiesto un rimborso di 800 milioni di euro alla loro società Autostrade. Ma quale politica industriale. In Italia manca rispetto e cultura dell'impresa. Che non è il nostro nemico. Ma la gente ignorante adora lo Stato, lo ritiene l'unico datore di lavoro che faccia crescere un Paese.



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Cannigione 31 maggio 2013

Gaetano Immè



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