Gaetano Immè

Gaetano Immè

lunedì 24 giugno 2013

ROMA COME TEHERAN, PEGGIO DI KABUL.


Non lo si deve nascondere, anzi, bisogna urlarlo a voce piena: oggi lunedì 24 giugno 2013 è un giorno storico per l’Italia. Il peggiore oscurantismo ideologico mascherato da principio etico sta definitivamente schiacciando , disintegrando, rovesciando lo Stato democratico di diritto ed instaurando in Italia il regime di magistrati che nessuno ha eletto. Come a Teheran, come a Kabul. C'è la sentenza di primo grado sul caso Ruby. Una condanna che è una esecuzione contro Berlusconi, da parte di un Tribunale del popolo che ha condannato per concussione quando non c’è un concusso e per prostituzione minorile quando non c’è la prostituta. Una sentenza che è basata non sul diritto, ma sul pregiudizio politico. Inorridisco se penso – dopo tante battaglie della vita: fascismo, nazismo, comunismo, clericalismo, etc – che un Tribunale italiano si sia arrogato( nel complice perché meschinamente interessato silenzio della sinistra bacchettona e clericale – quella stessa che defraudò l’analfabeta popolo italiano del secondo dopo guerra appropriandosi di notevole consenso proprio sbandierando il pericolo del dominio di quell’oscurantismo clericale ed etico che oggi, invece, innalza come proprio vessillo da crociata di retroguardia - )anche il diritto di decidere – con codici e pandette – persino su una questione culturale e morale. La morale e l’etica sono principi estranei ad uno Stato di Diritto, ad uno Stato laico, perché sono questioni che attengono ad uno Stato teocratico, nel quale esiste un regime simil religioso che porta a tramutare un peccato in un reato. E’ semplicemente assurdo e vomitevole pensare che nel momento in cui in Italia ci si batte per dare dignità all’omosessualità e quando dunque occorre essere indulgenti con i vezzi , con i vizi e con le isteriche pretese altrui, fino al punto di pensare ad una legge che imponga il rispetto dell’omosessuale ( come dire imporre per Legge l’educazione, un stronzata megagalattica),quello stesso Stato, tenuto sotto minaccia fin dal 1995 da una banda di criminali mascherati da Magistrati milanesi - che imposero, col ricatto e l’intimidazione, ad un Parlamento di corrotti e ricattati guidato da un Giorgio Napolitano ricattato ed intimidito,la modifica dell’articolo 68 della Costituzione italiana- si improvvisi maestro di etica pubblica e che si faccia cattedratico della morale privata altrui. Che s’impanchi ad essere occhiutamente talebano,evangelicamente intransigente, ma solo con i peccati degli altri. Perché se quella guarentigia di civiltà , del Diritto e della Democrazia fosse ancora in vigore, nessun parlamentare, Berlusconi compreso, potrebbe essere processato per presunti reati se non dopo il vaglio del Parlamento, come si usa nei Paesi civili. In Italia, invece, lo Stato laico, di diritto e democratico è ostaggio della Magistratura e del suo strapotere che umilia quel principio di reciproca indipendenza ed autonomia che era il pendolino che reggeva la democrazia e lo stato di diritto in Italia. Chi non capisce questo è un imbecille, che ha il cervello indottrinato ed avvelenato dalla campagna contro il nemico politico da trattare come Stalin trattava i dissidenti: da fucilare, da abbattere. Mi dispiace dire questo di altri italiani, ma purtroppo è così. Da sempre. Fin dal 1945, ma questa non è affatto un’altra storia, perché è sempre la stessa storia, la nostra.

L’avvocato Franco Coppi dovrà poi autorevolmente convincere entro qualche mese la Corte di Cassazione delle ragioni della difesa di Berlusconi nel processo Mediaset. L’ istinto è rispondere con il buonsenso a una decisione che va contro il buonsenso e che smentisce anni ed anni di giurisprudenza costituzionale con una colossale ingiustizia costituzionale: la Consulta ha stabilito ( sentite quanti applausi di quanti l’hanno insultata quando ha difeso Napolitano dalle grinfie della procura di Palermo buonanima) che presiedere un Consiglio dei ministri non può impedire, ai sensi della legge, ad un capo di Governo italiano di presenziare ad una udienza giudiziaria. La tesi – ben nota da tempo e scritta con l’ideologia del più squallido antiberlusconismo “ad personam” - dei soliti 11 giudici costituzionali sui 15 totali – drappello che imbarazzanti Capi di Stato degli ultimi nove anni si sono sempre affrettati ad implementare con nomine scandalosamente e sfacciatamente politiche - è che per legge debba essere il tribunale stesso a giudicare se quell’impedimento sia autentico o valido, e con questo argomento è seppellita , fra scroscianti applausi di quello stesso popolo di buoi tutto ira viscerale e niente cervello, la Costituzione Italiana e quella basilare autonomia ed indipendenza che devono caratterizzare il “potere” elettivo legislativo ed anche “l’ordine” impiegatizio della Magistratura . Berlusconi ha reagito con grande stile ed equilibrio affermando che il suo profilo di leader della maggioranza di larga coalizione non è affatto incrinato da questo nuovo atto di furia legale ai suoi danni. All’ingiustizia costituzionale ha opposto lealtà istituzionale, senso della misura e realismo. A scorno dei suoi arcinemici.

Nessuna sorpresa. La consulta ha scritto il finale di una storia già scritta. Il "no" al ricorso per il legittimo impedimento del Cav per il processo Mediaset era già stato deciso da tempo. La Cassazione non poteva che adeguarsi a quanto deciso nel gennaio del 2011 dall'allora giudice relatore Sabino Cassese. Nella sentenza della Corte Costituzionale che ha decretato l'illegittimità parziale della legge sul legittimo impedimento il punto fermo era uno: "Il principio di leale collaborazione tra poteri ha carattere bidirezionale, nel senso che esso riguarda anche il presidente del Consiglio, la programmazione dei cui impegni, in quanto essi si traducano in altrettante cause di legittimo impedimento, è suscettibile a sua volta di incidere sullo svolgimento della funzione giurisdizionale". Copia e incolla - Un principio, quello portato avanti da Sabino Cassese, che è stato ripreso completamente nelle motivazioni che mercoledì 19 giugno, hanno portato alla bocciatura del ricorso dei legali di Berlusconi. Cassese dixit, Consulta esegue. Puro stile mafioso. Perché Sabino Cassese è l'uomo rosso. Le toghe hanno fatto squadra e hanno in pratica replicato la "sentenza preventiva" di Cassese. Quello di Cassese è un nome troppo pesante perché qualcuna delle 11 toghe di sinistra , anche se della Consulta, possa contraddirlo. Sulla sua posizione c'è stata una maggioranza bulgara. La camera di consiglio è durata lo spazio di un'ora e mezza. Giusto il tempo di ascoltare la tesi di minoranza votata solo da 4 giudici. Gli altri 11 avevano già deciso da tempo. Cassese è un uomo legato per diversi motivi a quella sinistra che vuole vedere Berlusconi fuori dai giochi. A marzo scorso fu spinto verso il Quirinale con un endorsement esplicito da Repubblica. Fu proprio Ezio Mauro a consigliare il nome di Cassese a Bersani. "Si parla a bassa voce di un nome molto autorevole e stimato, un giudice della Corte costituzionale attualmente in carica. Dal profilo bipartisan e senza precedenti parlamentari ma con esperienza politica. Mister x potrebbe essere Sabino Cassese", scriveva il quotidiano romano. Insomma Cassese piaceva tanto alla sinistra. Lui che aveva inguaiato Berlusconi sul legittimo impedimento meritava una ricompensa. E' stato nominato giudice della Corte Costituzionale nel 2005 da Ciampi, anzi dal "partigiano" Ciampi. La sua nomina riempì un'altra casella di quella squadra di giudici costituzionali che la sinistra ha allestito con la collaborazione del Colle per bloccare ogni riforma giudiziaria dei governi Berlusconi. Il legittimo impedimento era una di queste. Cassese fece il suo dovere. La Consulta ieri ha replicato. Senza "se" e senza "ma". Quando c'è Berlusconi di mezzo il muro rosso si ricompatta.

Così stasera Roma sembra Teheran o Kabul.

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Cannigione, lunedì 24 giugno 2013

Gaetano Immè



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