Gaetano Immè

Gaetano Immè

martedì 2 luglio 2013

Repubblica, Miccoli, l'ipocrisia italica

Repubblica ha deliberatamente pubblicato le intercettazioni telefoniche di una conversazione privata, assolutamente priva di valore penale, con un suo conoscente di Fabrizio Miccoli ("Ci vediamo davanti all'albero di quel fango di Falcone"). Fabrizio Miccoli è un giocatore di pallone, non un politico, né un intellettuale. Ma il nome fa “ audience”. E Repubblica, si sa, è un “foglio d’onore”, come Bruto, come Pilato, come Iago. Perciò quel covo di disperati bacchettoni , quella masnada di inquisitori papalini che lavora a Largo Fochetti a Roma, per vendere qualche miserabile copia in più, ha deciso di sputtanare davanti al mondo intero il Signor Fabrizio Miccoli. Ben sapendo che , essendo al servizio delle Procure dove conta amici e compagni, nessun Magistrato gli avrebbe contestato il reato , perché di questo si tratta ( diffusione del testo di una telefonata senza alcun valore penale) di diffamazione di Miccoli a mezzo stampa. Risultato? I soliti stronzi bacchettoni tutti ad arricciare il nasino, scandalizzati dalle parole del calciatore.


Sapevo, lo ripetono da quasi venti anni questo esercito di stronzi bacchettoni, che la “ diversità”, anche d’opinione, oltre che una delle libertà tutelate e garantite dalla costituzione, era anche “ una risorsa” per la libertà di pensiero e per il decoro dell’Itali. Provo, per le opinioni di Miccoli, lo stesso fastidio che provo per le opinioni, solo due esempi, di uno Zagrebelsky o per quelle della Bindi, ma ciò non esclude assolutamente che costoro non possano renderle pubbliche. Anzi, il fastidio nel caso di Miccoli è stato assai minore, dato che l’ottimo calciatore viene certo super pagato ma per tirare calci ad un pallone e non, come nel caso dei due signori citati, proprio per esprimere giudizi politici.

Perciò nella vicenda dell'ex capitano della compagine palermitana ritorna il ruolo di vera fabbrica di merda di quel solito giornale, un po’ pipparolo, un po’ spione e molto guardone nei cessi privati , che si diletta a pubblicare intercettazioni telefoniche processualmente irrilevanti: frasi certamente infelici, irriguardose (ed anche un po' schifose), eticamente esecrabili, pronunciate senza collegare la lingua a quel poco di cervello che si ha nella zucca. Ma poi, a ben guardare, la questione e gli interrogativi restano sempre i medesimi: chi ha fornito a Repubblica , in cerca di scoop giornalistici, i contenuti di quei dialoghi telefonici? E chi mai si deciderà ad aprire finalmente un'inchiesta per la fuga di notizie e di atti giudiziari, considerato che il contenuto di quelle telefonate è finito sulle pagine dei giornali? Le parole pronunciate da Miccoli fanno ribrezzo. Mai però quanto ne suscita chi ha scelto la strada della diffusione ingiustificata di colloqui che sarebbe stato più opportuno tenere custoditi nei cassetti della procura palermitana.

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Solo la cappa d’ipocrisia che soffoca questo Paese non consente di vedere che nel 2013 l'Italia ha già sfondato la soglia legale e psicologica del deficit al 3 per cento.

Il deficit è calcolato in rapporto al Pil, cioè alla ricchezza prodotta. Più è consistente la ricchezza prodotta da un Paese e più il rapporto (a parità di spesa pubblica) deficit - Pil, migliora. Elementare Watson. Il problema è che i documenti di finanza pubblica (il Def in particolare) sovrastimano la ricchezza che saremo in grado di produrre quest'anno e dunque sottostimano il fabbisogno che registreremo a consuntivo. Infatti, secondo i documenti ufficiali il Pil italiano quest'anno dovrebbe decrescere dell'1,3 per cento. Una coglionata tremenda. Le cose vanno molto peggio, purtroppo. E la discesa sarà almeno doppia. Almeno a vedere il primo semestre.

Altra coglionata: i nostri “ scienziati” sono convinti che aumentando le aliquote delle imposte , porteranno a casa più ricavi per loro, cioè più tasse per noi. Ma neanche per idea. Come dimostrano storicamente benzina e imposte dirette (cioè quelle sui redditi), all'aumentare delle aliquote nominali scende il gettito dello Stato. Elementare Watson.

Insomma, la ricchezza cresce meno del previsto e dunque peggiora il rapporto deficit - Pil. Ma allo stesso tempo peggiorano gli incassi per lo Stato, nonostante gli inasprimenti fiscali: così , grazie agli “ scienziati”, abbiamo raddoppiato l'effetto negativo sul deficit.

Il governo italiano sa già di aver superato la regoletta del tre per cento. Il meccanismo è sempre il solito, trito, ritrito. Alla fine del 2013, o meglio ad inizio 2014, confesseremo quello che oggi è già chiaro a chi sa leggere e scrivere e cioè che non ce l'abbiamo fatta. E la scusa sarà la solita, la crisi è stata peggiore del previsto.

Per questo motivo l'atteggiamento di questo governo in tutte le sue componenti è un inno all’ipocrisia. Sbandierare, come vorrebbe fare il centrodestra, di essere riusciti ad evitare Imu e Iva è solo una bugia.Fino ad oggi abbiamo solo comprato altro tempo. E per di più, come nel caso dell'Iva, obbligando le imprese a pagare in anticipo ciò che sarà dovuto domani, creando un problema di liquidità in periodo di crisi non indifferente. Lo Stato leviatano, il regime fatto stato, continua imperterrito a non pagare i suoi debiti ma contemporaneamente pretende gli incassi fiscali in anticipo. Da manicomio.

Certo, soluzioni a questa crisi non ce ne sono preconfezionate e sicure, certo questa non è la via che dobbiamo seguire. La via da seguire, invece, prevede l’immediato abbandono delle sceneggiate ipocrite: il deficit al tre per cento è un sogno.

Non ci possiamo più permettere questo welfare e dobbiamo drasticamente ridurre la spesa pubblica. Altro che spending review, dobbiamo cambiare il concetto del nostro Stato sociale. Non ci sono generazioni future da derubare, ormai. Non ce lo possiamo più permettere.

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Il “mantenuto”, cioè Antonio Ingroia, ha subito gridato allo scandalo sostenendo che il Pdl vuole realizzare il programma della P2 di mettere sotto controllo politico la magistratura. Le consuete superfregnaccie che gli idioti ed i cerebrolesi italiani si bevono estasiati. E sulla sua scia si sono subito messi anche alcuni esponenti del Pd che hanno immediatamente reagito alla proposta del senatore Donato Bruno di rivedere i rapporti tra Capo dello Stato, Csm e Corte Costituzionale nel caso di una riforma costituzionale destinata ad introdurre l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, lanciando il consueto, tristo, ignobile, indifendibile, idiota slogan che la “magistratura non si tocca”.

Questa gente guarda il mondo alla rovescia. È la reazione degli Ingroia e dei suoi idioti imitatori del Pd ad un’iniziativa diretta propri all’esatto contrario. Cioè ad impedire che in caso di elezione diretta del Capo dello Stato il Consiglio Superiore della Magistratura e la Corte Costituzionale diventino di fatto subordinate e dipendenti da una Presidenza della Repubblica diventata espressione di un potere esecutivo infinitamente rafforzato rispetto a quello attuale. Potrebbe un Capo dello Stato eletto direttamente dal corpo elettorale assicurare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura svolgendo le funzioni di presidente effettivo del Consiglio Superiore della Magistratura e potendo decidere la composizione della Corte Costituzionale? Non capire queste cose è da deficienti. Se all’epoca del suo scontro con il Csm, l’allora Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, avesse avuto i poteri di un Capo dello Stato eletto direttamente dal popolo avrebbe fatto entrare i carabinieri a Palazzo dei Marescialli e arrestare i componenti dell’organo di autocontrollo della magistratura per attentato agli organi costituzionali.

Lo scandalo, allora, non è nell’ovvio tentativo di predisporre una riforma costituzionale organica e capace di realizzare nuovi pesi e contrappesi in grado di assicurare l’equilibrio dei poteri, ma nella dimostrazione lampante, addirittura sfacciata, che per una parte della sinistra, trasformatasi in un fronte di ottusa conservazione, l’obiettivo da perseguire non è quello delle riforme in grado di modernizzare e rendere più efficienti le istituzioni del Paese ma è quello di non toccare in alcun modo lo strapotere di cui gode la magistratura grazie all’insensatezza dei legislatori della Prima Repubblica, alla degenerazione corporativa di parte della categoria e all’interesse della sinistra di poter contare sull’uso politico della giustizia per eliminare i propri avversari ( Moro, Craxi, Berlusconi, Forlani, ecc) senza essere costretta a vincere le elezioni. Se questo è il vero scandalo, allora, si capisce come il lavoro dei saggi per le riforme avviato dal governo Letta e gli impegni assunti dal Pd in favore di una seria riforma istituzionale siano solo una gigantesca cortina fumogena tesa a nascondere il proposito di non toccare nulla.

Lo scopo? Perpetuare all’infinito (o, quanto meno, almeno finché riesca a reggere) quello squilibrio istituzionale ( do you remeber item 68?) che mette il potere esecutivo e legislativo alla mercé del potere giudiziario sostenuto dai gruppi egemoni dell’informazione e della cultura. Se così è le riforme diventano una truffa. E, soprattutto, diventa una truffa la cosiddetta pacificazione che dovrebbe essere perseguita e realizzata attraverso l’azione del governo di larghe intese. Smascherare le truffe diventa un dovere . E pretendere atti concreti che smentiscano il rischio di blocco conservatore diventa l’unico modo per tenere in piedi il governo e cercare di realizzare, malgrado tutto, la pacificazione.

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Cannigione, martedì 2 Luglio 2013

Gaetano Immè



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