Gaetano Immè

Gaetano Immè

domenica 7 luglio 2013

Riflessioni varie ed amare.

Largo ai vecchi, altro che “ largo ai ggggiovani “! Vi ricordate il fu Ministro dell'Economia, Vincenzo Visco, quello – come diceva con sommo sprezzo del ridicolo un conoscente cerebroleso - che faceva crescere le entrate tributarie solo a nominarlo ( infatti s’è visto!) , bè il Ministro “ de sinistra”, progressista, quello che davanti diceva “ poveri giovani disoccupati!” e che dietro li frega , sempre lui, non molla la poltrona universitaria con gli annessi e connessi privilegi baronali. Ora dirà che senza di lui i discenti si sentiranno persi, che l’Università senza di lui non sarà mai più quella che è stata ( ricordiamolo però: la 164 su 200 università, secondo le statistiche della EU ! Un vero orgoglio!) , tirerà fuori tutto l’armamentario delle falsità ed ipocrisie che albergano negli animi sinistri. Dopo una vita passata a d andare a caccia di evasori e a tenere sempre al massimo la pressione fiscale, Visco è ritornato nel buen retiro della docenza universitaria alla Sapienza di Roma. Una bella poltrona per assicurarsi una succosa pensione. Ma è qui che arriva la sorpresa. Visco, di andare in pensione, non vuole saperne. Lasciare libero il suo posto per un “ gggiovane”? Manco per idea! Così risponde picche al rettore dell'ateneo della capitale che con una "garbata lettera" lo aveva invitato a farsi da parte andando in pensione. Niente da fare. Non molla. Rimasto con la sola poltrona dell’università, il 71enne si è visto recapitare, il 21 giugno scorso, una nota del rettore Luigi Frati, con cui gli veniva comunicato il “collocamento a riposo” a partire dal 1 luglio. Visco ha impugnato il provvedimento del rettore e davanti al Tar del Lazio e il giudice Franco Bianchi non ha perso tempo, sospendendo l’atto che mandava a casa l’economista. Il ricorso dovrà essere discusso il prossimo 17 luglio. Il ricorso verrà discusso sia con l'ateneo ma anche con il Ministero della ricerca e dell'Università guidato dalla sua collega Maria Chiara Carrozza. Insomma i giovani ricercatori della "Sapienza" possono pure cominciare a cercarsi un'altra occupazione, perché Visco non si sposta neanche a cannonate! Quando si dice “ predicare bene e razzolare da maiale!”.




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Impervio, faticoso, quasi inattuabile il cammino delle necessarie riforme nel nostro Paese. Bisogna aprire gli occhi sulle vicende delle riforme costituzionali, in particolare di quelle riferite al pianeta giustizia, all’emendamento presentato dal parlamentare Donato Bruno con il quale si chiede di inserire la materia tra i compiti da assegnare ai 40 saggi, almeno quella strettamente collegata all’ipotesi di nuova architettura costituzionale, con i relativi nuovi poteri che potrebbero essere definiti per il Presidente della Repubblica. Solo l’ aver accennato a un possibile cantiere giudiziario ha scatenato le risibili e ridicole ire funeste di gente come la Finocchiaro, come il Presidente del Senato Aldo Grasso e come tutti quei sinistronzi convinti che convenga continuare ad “allisciare il pelo” ai magistrati senza tener conto che la rottura degli equilibri tra i poteri (appalesatasi con le sentenze milanesi e con il pronunciamento della Consulta) apre scenari pericolosi e impensabili fino a poco tempo fa.

Che fosse la sinistra a tenere questo atteggiamento può considerarsi evento normale, visto il rapporto servile, di “culo a camicia” tenuto dai post comunisti in questi 20 anni con la parte politicizzata della Magistratura considerata “utilizzabile” come viatico contro i propri avversari, ma vista soprattutto l’assenza di reale senso dello Stato che ha permesso alla pancia di quel partito di prendere il sopravvento e di non far considerare gli accanimenti contro Berlusconi come ferite inferte alla nostra democrazia. La sinistra continua a commettere l’errore di pensare d’aver “ diritto divino” a non so quali cattedre ed a quali per distribuire patenti di presentabilità e di democraticità e sottovaluta, come sempre del resto, il pericolo di trovarsi poi con evoluzioni non controllabili. È lo stesso errore fatto con altre caste che dopo essere state allevate, coccolate e fatte crescere si sono trasformate in nemici spietati. Basta pensare alle Brigate Rosse e poi a Santoro, a Lerner, a Dario Fo , a Camilleri, ad Ingroia, a Di Pietro, ad Orlando Cascio , a De Magistris. Ma il vero problema sta nel fatto che le conseguenze non sono di sola pertinenza della sinistra, ma dell’intera collettività.

Che, quindi, la riforma della giustizia sia la riforma primaria doveva essere scontato, vuoi per evitare squilibri a favore del potere esecutivo, che l’introduzione del sistema presidenziale o semi che sia potrebbe determinare, ma anche per ripristinare quei pesi e quei contrappesi della separazione montesquieuniana messa in discussione dall’attuale rottura degli equilibri costituzionali avvenuta con la cancellazione delle guarentigie costituzionali dell’articolo 68 del 1995. Passi che la sinistra volesse continuare ad accarezzare ciò che può divenire una belva per la democrazia, vale a dire il dominio della magistratura, però, non si comprende nemmeno l’atteggiamento del Pdl che ha accettato l’imposizione dell’accantonamento del problema. I laici, sollevati dall’emendamento dell’on. Donato Bruno, sostenevano che gli accordi erano stati violati perché la giustizia non è argomento concordato e da mettere in discussione. Ed è ancora più grave che la reazione dei membri moderati presenti nel governo di “larghe intese” sia stata tutta protesa a giustificare l’emendamento come necessario per ‘raccordare’ la materia con le altre parti demandate alla riflessione dei 40 saggi e che, comunque, tutto sarebbe passato dalle Aule parlamentari. Non vi è in questo atteggiamento solo la preoccupazione che si possa determinare la fine dell’esperimento Letta, ma vi è anche la scomparsa totale della preoccupazione per le sorti della democrazia nel nostro Paese.

Il “mantenuto”, cioè Antonio Ingroia, ha subito gridato allo scandalo sostenendo che il Pdl vuole realizzare il programma della P2 di mettere sotto controllo politico la magistratura. Le consuete superfregnaccie che gli idioti ed i cerebrolesi italiani si bevono estasiati. E sulla sua scia si sono subito messi anche alcuni esponenti del Pd che hanno immediatamente reagito alla proposta del senatore Donato Bruno di rivedere i rapporti tra Capo dello Stato, Csm e Corte Costituzionale nel caso di una riforma costituzionale destinata ad introdurre l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, lanciando il consueto, tristo, ignobile, indifendibile, idiota slogan che la “magistratura non si tocca”.

Questa gente guarda il mondo alla rovescia. È la reazione degli Ingroia e dei suoi idioti imitatori del Pd ad un’iniziativa diretta propri all’esatto contrario. Cioè ad impedire che in caso di elezione diretta del Capo dello Stato il Consiglio Superiore della Magistratura e la Corte Costituzionale diventino di fatto subordinate e dipendenti da una Presidenza della Repubblica diventata espressione di un potere esecutivo infinitamente rafforzato rispetto a quello attuale. Potrebbe un Capo dello Stato eletto direttamente dal corpo elettorale assicurare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura svolgendo le funzioni di presidente effettivo del Consiglio Superiore della Magistratura e potendo decidere la composizione della Corte Costituzionale? Non capire queste cose è da deficienti. Se all’epoca del suo scontro con il Csm, l’allora Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, avesse avuto i poteri di un Capo dello Stato eletto direttamente dal popolo avrebbe fatto entrare i carabinieri a Palazzo dei Marescialli e arrestare i componenti dell’organo di autocontrollo della magistratura per attentato agli organi costituzionali.

Lo scandalo, allora, non è nell’ovvio tentativo di predisporre una riforma costituzionale organica e capace di realizzare nuovi pesi e contrappesi in grado di assicurare l’equilibrio dei poteri, ma nella dimostrazione lampante, addirittura sfacciata, che per una parte della sinistra, trasformatasi in un fronte di ottusa conservazione, l’obiettivo da perseguire non è quello delle riforme in grado di modernizzare e rendere più efficienti le istituzioni del Paese ma è quello di non toccare in alcun modo lo strapotere di cui gode la magistratura grazie all’insensatezza dei legislatori della Prima Repubblica, alla degenerazione corporativa di parte della categoria e all’interesse della sinistra di poter contare sull’uso politico della giustizia per eliminare i propri avversari ( Moro, Craxi, Berlusconi, Forlani, ecc) senza essere costretta a vincere le elezioni. Se questo è il vero scandalo, allora, si capisce come il lavoro dei saggi per le riforme avviato dal governo Letta e gli impegni assunti dal Pd in favore di una seria riforma istituzionale siano solo una gigantesca cortina fumogena tesa a nascondere il proposito di non toccare nulla.

Lo scopo? Perpetuare all’infinito (o, quanto meno, almeno finché riesca a reggere) quello squilibrio istituzionale ( do you remeber item 68?) che mette il potere esecutivo e legislativo alla mercé del potere giudiziario sostenuto dai gruppi egemoni dell’informazione e della cultura. Se così è le riforme diventano una truffa. E, soprattutto, diventa una truffa la cosiddetta pacificazione che dovrebbe essere perseguita e realizzata attraverso l’azione del governo di larghe intese. Smascherare le truffe diventa un dovere . E pretendere atti concreti che smentiscano il rischio di blocco conservatore diventa l’unico modo per tenere in piedi il governo e cercare di realizzare, malgrado tutto, la pacificazione.

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La vicenda dell’abolizione delle province bocciata dalla Corte Costituzionale dimostra in maniera incontestabile che la riforma della Costituzione è la madre di tutte le riforme. Se si vuole mettere mano ad un qualsiasi provvedimento destinato ad apportare un qualsiasi cambiamento alla struttura complessiva dello stato burocratico-assistenziale costruito nel secondo dopoguerra sulla struttura dello stato centralistico e autoritario sabaudo e fascista , non c’è altra strada che quella della riforma integrale della Carta Costituzionale. Quando il governo Monti ha varato il decreto di abolizione delle province non c’era persona dotata di semplice buon senso a non capire che le ragioni di “straordinaria necessità e urgenza” tirate in ballo dal Professore per il taglio delle autonomie ritenute inutile e sovrabbondanti sarebbero andate a sbattere contro i ricorsi degli interessati a non essere eliminati e la conseguente decisione della Corte Costituzionale. Non è forse la Costituzione a prevedere le province? E come si fa a eliminare un pezzo di Costituzione se non si modifica la Costituzione stessa ? All’epoca del decreto Monti questa considerazione assolutamente scontata e banale è stata seppellita e nascosta sotto il tappeto dell’ipocrisia e dell’austerità demagogica.

L’Europa chiedeva tagli, i media pretendevano tagli, il popolo sollecitava tagli . E il governo, il Parlamento, lo stesso Quirinale dove al governo precedente non si faceva passare neppure l’ombra di una possibile ed eventuale forzatura costituzionale, hanno dato i tagli. Fatti per decreto. Non per essere applicati immediatamente visto che nel frattempo le province sono cadute nel limbo dell’eliminazione virtuale priva di qualsiasi riscontro con la realtà. E, soprattutto, fatti per essere sconfessati e bocciati, quando la pressione dell’Europa, dei media e del popolo fosse passata, da una Corte Costituzionale obbligata a far rispettare la regola che senza modifiche costituzionali non si può cambiare ciò che è fissato nella Costituzione. La morale di questa vicenda, dunque, non è che la colpa della mancata riduzione degli sprechi ricade sui componenti della Consulta incapaci di mettersi in sincrono con la vita democratica e con i problemi del Paese e sempre pronti a difendere i privilegi della casta politica.

Questa non è solo una sciocchezza colossale ma una vera e propria operazione di mistificazione diretta a nascondere la morale vera della faccenda. Cioè che se non si mette mano alla Costituzione attraverso le procedure previste dalla Costituzione stessa, nessuna riforma sarà mai possibile. Le campagne demagogiche che in nome della lotta alla casta politica portano avanti misure irrealizzabili diventano, quindi, la semplice copertura della volontà strenua del blocco conservatore di non compiere alcuna riforma e di lasciare del tutto immutato la maschera costituzionale sotto cui sono proliferati tutti i privilegi e tutte le escrescenze che appesantiscono in maniera ormai insopportabile la struttura dello Stato. Un reale e concreto percorso riformatore passa attraverso l’abolizione di questo maschera ormai diventata lo strumento di difesa di chi punta a non cambiare nulla. La Consulta, che pure è strumento dove i conservatori sono maggioranza, è un falso bersaglio. Le riforme si potranno fare solo a condizione di sputtanare quanti usano la Costituzione e la adorano ma solo per difendere i propri interessi e conservare i propri privilegi!

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Talebanes ad portas! Talebani di casa nostra. Sono di sinistra, nascono nei “salotti buoni” dove facoltosi ed arricchiti pervenues si divertono ad organizzare “rivoluzioni” epocali e sognano le masse popolari scendere in piazza sventolando minacciose i kalashnikov fabbricati nell’ex Unione Sovietica e i proletari in divisa affrontare la folla armati di manette e di fucili antisommossa prodotti negli Stati Uniti. Studiano nelle università per soli ricchi e nelle lussuose madrasse del potere, discutono di politica nei cenacoli esclusivi. Vivono, sopra tutto, da mantenuti pubblici. Come tanti papponi.Fumano con voluttà, sniffano purissima cocaina in cialde farmaceutiche fabbricate solo per loro, frequentano unicamente la jet society. Vivono protetti da guardie del corpo e da agenti di scorta pagate da noi coglioni, si circondano di maggiordomi e di servitù, sempre pronta a farsi sodomizzare da loro per goderne qualche benevolenza. Considerano il popolo una moltitudine sgradevole e maleodorante, da evitare e da dominare. Sono e si sentono intoccabili, al di sopra e al di fuori della legge. Sono convinti di appartenere a una casta superiore, depositaria per diritto assoluto della verità, della cultura, del giudizio e del pregiudizio morale. Distribuiscono patenti di presentabilità, di eticità, di democraticità dall’alto di inesistenti cattedre , concedono ruoli di potere, promuovono i loro pupilli e servetti nei consigli di amministrazione e nelle direzioni generali, garantiscono splendide carriere ai servi fedeli e agli utili idioti. Quando si annoiano cercano lo svago nelle trame politiche, nei complotti organizzati per signoreggiare sul Paese con torbide congiure e con nuove formule socio-politiche inventate da loro. Trovano il godimento nell’odio invece che nel fare l’amore. Amano seminare violenze e, inventare complotti, creare contrasti. Amano sopra tutto diffondere calunnie e diffamazioni. Parteggiano per Caino e fingono di difendere Abele. Sono veri e propri Talebani. Sono i talebani italiani. In questo periodo di crisi si sono scatenati. Si sono alleati con i giustizialisti più accesi, con gli statalisti più accaniti, con i moralisti più ipocriti per tramutare la Repubblica fondata sulle libertà democratiche in un regime oligarchico e poliziesco. Una Repubblica talebana. Un’atmosfera sempre più pesante, una cappa grigia e opprimente, una cupa minaccia incombe sui cittadini e sulle dolci terre d’Italia. Intimidazioni e avvertimenti, in un crescendo inarrestabile, annunciano che, nel nostro Paese, gli inviolabili diritti della persona non sono più garantiti e tutelati. Gruppi di potere con grandi disponibilità economiche e mediatiche stanno approfittando della debolezza del sistema politico e delle istituzioni per imporre un regime di oligarchie stataliste fuori da ogni controllo e da ogni regola democratica. Consorterie ben organizzate e ramificate si stanno impossessando dei gangli vitali dello Stato senza trovare alcuna opposizione, nel totale silenzio del mondo politico, culturale e civile.

Bande ben collegate tra loro utilizzano poteri e ordini dello Stato per distruggere gli avversari, per impadronirsi di beni pubblici e privati, per espropriare i cittadini del denaro e delle proprietà imponendo un sistema di tassazione che viola ogni principio di equità e ogni diritto. Centinaia di migliaia di famiglie, di pensionati, di lavoratori, di imprenditori sono stati gettati nei lager della miseria dalla cinica voracità di un fisco oramai liberticida, frutto di una visione tirannica dello Stato. La drammatica crisi economica favorisce queste schegge totalitarie che utilizzano anche gli strumenti più avanzati di controllo, come le intercettazioni telefoniche a strascico, le schedature generalizzate e conservate nei più sofisticati archivi informatici, i capillari accertamenti fiscali e bancari, per irrompere senza limiti nella sfera della libertà e della vita dei cittadini.

Dovremmo domandarci se anche la tragica ecatombe di suicidi non sia, almeno in parte, dovuta al senso di impotenza e di schiavitù provocato dagli espropri di Stato e dalla mancanza di certezza nella giustizia. Sembra pure a voi di soffocare oppressi dalle tasse e dagli accertamenti erariali, vessati dal fisco, imprigionati dalla burocrazia, sorvegliati da decine di centrali-spia, minacciati da multe e sanzioni, stretti da una rete inestricabile di leggi e leggine, imprigionati da un sistema-stato dove si sta instaurando una pericolosa “dittatura acefala” fatta da “caste di potere” fuori controllo? Sentite anche voi un gran desiderio di aria pulita, la voglia di un bel vento fresco che ripulisca i palazzi e le strade da queste esalazioni mefitiche che avvelenano la nostra vita? Avete anche voi bisogno di respirare a pieni polmoni il profumo della libertà, il buon odore della certezza nel futuro e dell’inviolabilità della persona, della creatività e del benessere, di sentire l’aroma intenso della gioia di vivere protetti da una giustizia che tuteli la dignità e i diritti, la fragranza di uno Stato democratico organizzato per costruire il bene comune? Allora non dobbiamo più aspettare. Non possiamo più assistere passivi allo sfacelo del nostro Paese e al fallimento della democrazia partecipativa. È necessario agire. È necessario che i cittadini si organizzino in comunità, in comitati, in associazioni per difendere le libertà e i diritti fondamentali, per proteggere il futuro dei propri figli, per determinare le scelte politiche ed economiche, per contare nelle istituzioni, per controllare l’uso delle leggi e del bene comune, per creare una nuova classe dirigente secondo il merito e la capacità. È giunto il tempo del risveglio morale, dell’orgoglio civile, del rinnovamento sociale.

È giunto il tempo per una grande azione di sussidiarietà attraverso comunità culturali, rappresentanze territoriali, comitati civici, categorie professionali, unioni di cittadini che possano sostituirsi all’incapacità dei partiti, all’inefficienza degli apparati dello Stato e degli enti locali, all’inadeguatezza dei sindacati, alle carenze dei servizi pubblici e dei servizi alla persona. Nessuno, oramai, può dire di non sapere e di non aver visto. L’Italia può ancora farcela a vincere questa sfida e può superare questa crisi che attanaglia il Paese e che spegne perfino la speranza, come sta dimostrando la defezione di massa dalle urne. Stiamo diventando più poveri che nel tragico dopoguerra. La libertà, la dignità e il futuro delle nostre generazioni non sono né di sinistra, né di destra, né di centro: sono il più prezioso patrimonio di tutti noi. Non resta che difenderlo. E subito.

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Washington è riuscita nell’impresa di stare prima con Mubarak e poi con i Fratelli musulmani, entrambi cacciati dalla piazza cairota. Dopo l’immobilismo sulla Siria, l’America sta perdendo un altro paese arabo. Dopo avere occupato la tv di stato nel palazzo di Maspero, sulla riva del Nilo, con un’ora di anticipo sulla scadenza dell’ultimatum – alle quattro e mezza di pomeriggio – per sorvegliare le trasmissioni, l’esercito sta presidiando con reparti scelti i punti chiave della capitale: i ponti, i luoghi dei sit-in del fronte popolare che appoggia il presidente deposto Mohammed Morsi, il palazzo presidenziale di Ittihadiya, “per proteggere la popolazione”, sostiene. Del rais che per un anno ha incarnato il sogno di potere dei Fratelli musulmani, sogno che durava da 85 anni e che ora si è infranto, non ci sono notizie. E’ stato messo su una lista di persone a cui è fatto divieto di espatrio, assieme agli altri pezzi grossi del movimento islamico, e ieri ha dichiarato così su Facebook: “Facciamo vedere ai nostri figli che i loro padri non sopportano l’ingiustizia”. Contro di lui, l’annuncio della “road map” è stato affidato al rettore di al Azhar, alta autorità del mondo islamico, al Papa della Chiesa copta e a Mohamed El Baradei, portavoce dell’opposizione: la combinazione è abbastanza buona da dare una parvenza di legittimità alla decisione dei generali.

Il golpe militare annunciato arriva al culmine di un paradosso inestricabile. Il partito degli islamisti che perseguita giornalisti e ong e vuole imporre un programma morale al paese si difende in nome del suo diritto a governare, conquistato nelle urne con i voti. La sua shareya, legittimità, come ha ripetuto 57 volte nel suo discorso di 45 minuti il presidente, parlando male e a braccio e di fatto sfidando l’ultimatum dei militari. Dall’altra parte la piazza, stanca delle astrazioni conservatrici dei Fratelli, preoccupata dalla svolta illiberale e stremata dalle pessime condizioni dell’economia: quelli pensano a proibire le lezioni d’inglese nelle scuole e noi soffriamo blackout, inflazione e code ai distributori di benzina, è la lamentela tipica della strada. La protesta è stata agganciata subito dai generali, che sono intervenuti con l’ultimatum. Il risultato è che “i carri armati liberali occupano le strade per un golpe liberale”, come ironizzano alcuni islamisti, descrivendo in effetti la realtà.

Ieri il dipartimento di stato americano ha rifiutato di definire “colpo di stato” quanto sta accadendo in Egitto e ha ribadito di considerare Morsi il legittimo presidente: è una questione semantica con conseguenze importanti, perché se riconoscesse il golpe Washington dovrebbe interrompere gli aiuti militari giganteschi – un miliardo e trecento milioni di dollari ogni anno – che le assicurano un qualche tipo di leva sull’Egitto. Come fece invece in Mauritania nel 2008. Il cambio di potere al Cairo è un colpo per l’Amministrazione Obama, che nel giro di due anni è riuscita nel miracolo negativo di essere sempre dalla parte sbagliata, pur facendo giravolte pragmatiche: alleata prima di Hosni Mubarak e poi dei suoi nemici, i Fratelli musulmani. Entrambe le parti sono state sconfitte dalla piazza, che infatti ora è densa di sentimenti antiamericani. “Fuck Patterson!”, dicevano alcuni cartelli in mezzo alla folla, dedicati all’ambasciatrice Anne Patterson. Lei è una diplomatica esperta – prima dell’Egitto è stata ambasciatrice in un paese ancora più difficile, il Pakistan – ma ha commesso l’errore di tessere un’alleanza funzionale con i Fratelli musulmani. Il mese scorso si è incontrata con Khaiter al Shater, il ricchissimo businessman dei Fratelli, “e non in ambasciata, è andata nell’ufficio di lui” si lamentano in piazza, a sottolineare il sospetto di complotto. Più di tutto, bruciano le parole con cui Patterson ha dismesso queste proteste di piazza, sbagliando spettacolarmente la previsione. “Il mio governo e io siamo profondamente scettici su queste manifestazioni e non crediamo che raggiungeranno il loro scopo”. Al contrario di altri ambasciatori americani nei paesi arabi, Patterson ha accesso immediato ai livelli più alti dell’Amministrazione, e proprio per la sua esperienza in Pakistan aveva tentato l’accordo con il gruppo islamista. Una scommessa sbagliata che ora l’America pagherà.

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Solo la cappa d’ipocrisia che soffoca questo Paese non consente di vedere che nel 2013 l'Italia ha già sfondato la soglia legale e psicologica del deficit al 3 per cento.

Il deficit è calcolato in rapporto al Pil, cioè alla ricchezza prodotta. Più è consistente la ricchezza prodotta da un Paese e più il rapporto (a parità di spesa pubblica) deficit - Pil, migliora. Elementare Watson. Il problema è che i documenti di finanza pubblica (il Def in particolare) sovrastimano la ricchezza che saremo in grado di produrre quest'anno e dunque sottostimano il fabbisogno che registreremo a consuntivo. Infatti, secondo i documenti ufficiali il Pil italiano quest'anno dovrebbe decrescere dell'1,3 per cento. Una coglionata tremenda. Le cose vanno molto peggio, purtroppo. E la discesa sarà almeno doppia. Almeno a vedere il primo semestre.

Altra coglionata: i nostri “ scienziati” sono convinti che aumentando le aliquote delle imposte , porteranno a casa più ricavi per loro, cioè più tasse per noi. Ma neanche per idea. Come dimostrano storicamente benzina e imposte dirette (cioè quelle sui redditi), all'aumentare delle aliquote nominali scende il gettito dello Stato. Elementare Watson.

Insomma, la ricchezza cresce meno del previsto e dunque peggiora il rapporto deficit - Pil. Ma allo stesso tempo peggiorano gli incassi per lo Stato, nonostante gli inasprimenti fiscali: così , grazie agli “ scienziati”, abbiamo raddoppiato l'effetto negativo sul deficit.

Il governo italiano sa già di aver superato la regoletta del tre per cento. Il meccanismo è sempre il solito, trito, ritrito. Alla fine del 2013, o meglio ad inizio 2014, confesseremo quello che oggi è già chiaro a chi sa leggere e scrivere e cioè che non ce l'abbiamo fatta. E la scusa sarà la solita, la crisi è stata peggiore del previsto.

Per questo motivo l'atteggiamento di questo governo in tutte le sue componenti è un inno all’ipocrisia. Sbandierare, come vorrebbe fare il centrodestra, di essere riusciti ad evitare Imu e Iva è solo una bugia.Fino ad oggi abbiamo solo comprato altro tempo. E per di più, come nel caso dell'Iva, obbligando le imprese a pagare in anticipo ciò che sarà dovuto domani, creando un problema di liquidità in periodo di crisi non indifferente. Lo Stato leviatano, il regime fatto stato, continua imperterrito a non pagare i suoi debiti ma contemporaneamente pretende gli incassi fiscali in anticipo. Da manicomio.

Certo, soluzioni a questa crisi non ce ne sono preconfezionate e sicure, certo questa non è la via che dobbiamo seguire. La via da seguire, invece, prevede l’immediato abbandono delle sceneggiate ipocrite: il deficit al tre per cento è un sogno.

Non ci possiamo più permettere questo welfare e dobbiamo drasticamente ridurre la spesa pubblica. Altro che spending review, dobbiamo cambiare il concetto del nostro Stato sociale. Non ci sono generazioni future da derubare, ormai. Non ce lo possiamo più permettere.

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Cannigione, domenica 7 Luglio 2013

Gaetano Immè



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