Gaetano Immè

Gaetano Immè

lunedì 26 agosto 2013


LA SINISTRA COME LA BANDA DELLA MAGLIANA: TUTTA RICATTI ED INTIMIDAZIONI.

Intimiditi e ricattati dalla pistola sempre puntata alla loro tempia dai Magistrati politicizzati che li hanno  salvati dalle patrie galere nel 1993 con Tangentopoli; con i quali hanno anche  sventrato la “Costituzione più bella del mondo”  trasformata, sempre nel 1993,  con la modifica,estorta  sotto ricatto e minacce, dell’originario articolo 68  in un simulacro di  carta da “democrazia popolare” di stampo sovietico  dominata  dai P.M. , espropriando al popolo italiano la sovranità politica, tutta la sinistra comunista italiana  vive da allora come vivono i  transfughi, come coloro che vivono sotto un” programma di protezione totale” perché minacciati  dalla mafia dei  Magistrati.  Al Quirinale  come al Nazareno, non fatevi ingannare dalle apparenze, tutti sono agli ordini di quella mafia mascherata da magistratura. Al primo segno di pentitismo, di collaborazionismo con la vera  legalità democratica e costituzionale , la mafia/magistratura ritirerebbe  la sua protezione ed il destino di chi osasse sottrarsi alla regola ferrea dell’omertà sarebbe segnato. Lo ha ben constatato anche Napolitano, componente fondamentale di quella consorteria  comunista che da venti anni cerca di conquistare il dominio in Italia a suon di manette, a forza di operazioni di polizia giudiziaria, quando s’è dovuto difendere, per non svergognarsi davanti a tutto il mondo, dagli attacchi della Procura di Palermo che reclamava a gran voce la sua cieca obbedienza.

Così, quando le consultazioni politiche  di febbraio scorso  segnarono l’ennesima disfatta politica della sinistra guidata da Bersani, il complice del Colle, per sudditanza mafiosa  e sopra tutto per operare una chiara “ captatio benevolentiae”  si attenne ai voleri di quella mafia e  ci fece perder tempo altri due mesi – alla faccia dello spread e della speculazione, vero Napolitano? – appresso ad una combriccola di squinternati bamboccioni quarantenni , che evocavano  addirittura il ritorno alle confuse formule  di Berlinguer ( finti sognatori ma famigli ben ammanicati col potere quirinalizio grazie all’arrogante  militanza nella  sinistra studentesca e massimalista). Quando poi si trovò con le spalle al muro davanti alla sua rielezione al Colle, che  lo costringeva  all’obbedienza assoluta,  si prestò alla sceneggiata finale  . Intimidito ancor di più dai ricatti e dalle minacce di quella Magistratura,  rassicurato dalla mafia dei magistrati che  Berlusconi sarebbe stato, di lì a poco tempo, estromesso per via giudiziaria dalla scena politica, offrì al Paese la sua fidejussione morale ( di persona “ spacciata” come “sopra le parti”) e promosse il Governo di larghe intese. Perché Napolitano e tutto il P.D. mentre accettavano di governare insieme al Pdl di Berlusconi, mentre avallavano il programma convenuto d’accordo basato sulla cancellazione dell’IMU e sulla diminuzione delle imposte, stavano ingannando come al solito  il Paese. Their  deal, l’ulteriore loro progetto criminale, era chiaro : due o tre mesi a fingere di governare col Pdl, per fare il meno possibile, poi la Magistratura abbatterà Berlusconi e loro , nel frattempo, avranno comprato q.b. dei voti di  grillini ( come al ristorante) per  mettere in grado il complice al  Colle di varare un’altra truffa al popolo: una nuova maggioranza.

Ecco perché dal Nazareno partono solo ipocrite  grida spagnolesche , solo falsi  infingimenti, solo patetici finti appelli che sono invece giuramenti di fedeltà mafiosa a quella  camarilla giudiziaria. “ Nessuno sconto a Berlusconi”, che sconti non ha mai chiesto, “ non barattiamo la legalità con la durata del governo” quando il Governo Letta  non è stato voluto da Berlusconi, ma da Napolitano e da loro stessi. Sono più ingolositi  da un  baratto con i centri di potere, magari con le redazioni della Rai, magari con le poltrone , sedie, strapuntini nel sottobosco politico, anche con qualche fondazione bancaria, anche con appalti succosi, magari anche con qualche altra bella sentenza cucita addosso alle loro voglie infantili ed isteriche  di dominare l’Italia pur non avendone il necessario consenso politico.

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LETTERA APERTA ALLA DOTTORESSA CECILE KYENGE

Spettabile Dottoressa Cecile Kyenge,

lasci perdere chi l’insulta, noi di centrodestra subiamo da venti anni con la pazienza dei forti, con cristiana rassegnazione, con serafica rassegnazione  le offese, gli insulti, le calunnie di un  anziano che si crede un “ guru” come un Paramansa Iogananda  e  che pontifica da  uno dei ciclostili  di casa De Benedetti. Quattro parolacce da trivio di avvinazzati non limitano certo il nostro impegno per il bene dell’Italia. Faccia anche Lei altrettanto e, come scriveva un grande , anch’esso,  come poi altri, a vivere in esilio da questa terra italiana di maramaldi e di ubriachi., si dia da fare per il bene di questo Paese, senza star lì a perder tempo a rispondere alle ingiurie, come fosse, anche Lei, Dottoressa, una delle avvinazzate clienti delle osterie.

La prima cosa che mi piacerebbe sapere è semplice: come mai è stata scelta per un ministero? Quale è stato il suo così eccellente “ know how “ che l’hanno condotta alla conquista di questo speciale merito? Insomma, Dottoressa Kyenge, ma Lei, cos’ha fatto di tanto meritevole da diventare addirittura un Ministro italiano? Ho chiesto in giro, ho visitato Wikipedia. Ho quindi appreso che Lei deve molto ad un Vescovo cattolico, come una  raccomandata da sagrestia ,come s’usava da noi , ma  roba da dopo guerra.

Comunque utenevo che Lei avesse sviluppato, nel tempo, un progetto di integrazione interetnico e che la sua nomina a Ministro dell’Integrazione avesse questo significato. Invece leggo che Lei – sue dichiarazioni – “ da tre mesi sto facendo un monitoraggio e cercherò di analizzare tutte le problematiche per individuare una soluzione “ dei problemi dei Centri di identificazione, i famosi Cei. Dunque Lei non aveva in mente un bel nulla, eppure era sempre Lei che tuonava contro i governi passati , sopra tutto quelli di centro destra, quando predicava ogni giorno la litania dell’accoglienza senza se e senza ma. Pensavo che Lei conoscesse a fondo il problema delle mafie che organizzano i viaggi dai paesi africani, a costi elevati, che usano navi e non barconi, solo che  poi, quando arrivano a poche miglia dalle coste italiane, sbarcano quei poveri cristi su carrette del mare che vengono caritatevolmente accolti, invece sento che Lei è come un disco rotto, non fa altro che ripetere “ la Bossi – Fini va cambiata” oppure che “ lo ius soli per chi nasce in Italia”, tutti slogan senza costrutto e senso, riproposizione di rimasticature  dell’accoglienza miserabile, stracciona e pezzente che ha caratterizzato l’Italia evangelica e riccardiana: che poi quei poveretti accolti si trasformino  in mendicanti, in manovalanza per la malavita, in accattoni , in lavoratori in nero, in delinquenza forzata per sopravvivere, non è mai importato più di tanto a voi predicatori della finta bontà.

Chissà se la Dottoressa risponderà mai a questa mia istanza?

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TUTTI UGUALI DAVANTI ALLA LEGGE? TUTTI, SPECIE SE DI CENTRODESTRA E MENO CHE SIANO SUPPORTER DELLA SINISTRA.

A proposito di “ tutti uguali davanti alla giustizia ed a chi l’amministra”. Ora vi faccio un riassunto , una summa, poi ragioniamo insieme.

Tutti sanno che la Suprema Corte ha impiegato poco più di due mesi per rendere definitiva la condanna di Silvio Berlusconi a 4 anni per evasione fiscale per la vicenda dei diritti Mediaset. Quasi nessuno sa  che ha impiegato solo un po’ meno di due anni per ripulire la fedina penale dell’Ing.  Carlo De Benedetti dalle due condanne (6 anni e 4 mesi e 4 anni e 6 mesi, in primo e secondo grado nel ’92 e nel ‘96) per la pesante accusa di concorso in bancarotta fraudolenta nella vicenda molto oscura del crack del Banco Ambrosiano.

Non nuovo a “ mordi e fuggi” da ladro di alta classe, Carlo De Benedetti  aveva già  azzannato la FIAT, divenne suo Manager grazie alla sua amicizia con gli Agnelli ( erano suoi compagni di scuola) , ma dopo soli quattro mesi fu cacciato via, portandosi appresso una liquidazione miliardaria ( erano i tempi in cui i bilanci della FIAT venivano pagati dai contribuenti italiani). Invece al Banco Ambrosiano , per due mesi appena, per  65 giorni  trascorsi come vicepresidente , esattamente dal 18 novembre ’81 al 22 gennaio ’82, l’Ing. Carlo De Benedetti intascò la bellezza di  81,5 miliardi di lire,letteralmente  “estorti” a Roberto Calvi, secondo il pm Luigi Dell’Osso che però non riuscì mai a far processare l’Ingegnere per tale ipotesi di reato. De Benedetti intascò una plusvalenza di  almeno - 30 miliardi per due mesi. Il Tribunale e la corte d’appello di Milano nel condannarlo per concorso in bancarotta hanno più volte accennato al ruolo svolto da Repubblica e l’Espresso con lunghe e aggressive campagne stampa contro Calvi e l’Ambrosiano, intervallate da improvvise e brevi bonacce. Riporto  questa frase della condanna del Tribunale di Milano: «Non bisogna dimenticare che il comparto estero del Banco Ambrosiano aveva attirato per tutto il 1981, a tacer d’altro, le attenzioni del giornale la Repubblica e del settimanale l’Espresso, entrambi facenti capo all’imputato». Bisogna tenere a mente queste parole: «a tacer d’altro» e «entrambi facenti capo all’imputato»: perché all’epoca De Benedetti, ufficialmente, non era azionista del gruppo.

Bene , oggi propongo alcune  domande a due protagonisti in vita e che fortunatamente godono di ottima salute, il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari e Carlo De Benedetti.

La prima è quella ripetutamente avanzata da Staiti di Cuddia, allora deputato del Msi.

1)    Perché De Benedetti non andò alla Procura della Repubblica a denunciare ciò che aveva scoperto? Siccome, con una certa sorpresa, ho verificato che in realtà De Benedetti in sede civile, prima della sentenza d’appello, ha rimborsato una cifra - si dice - di 30 miliardi alla gestione liquidatoria del vecchio Ambrosiano, che si è ritirata dalle parti civili

ecco la seconda domanda:

2)    Perché l’Ingegnere che si è sempre detto innocente ha accettato di transigere ?

Per la terza domanda cercheremo di trovare una risposta in questa puntata

3)    Per caso De Benedetti nel suo passaggio all’Ambrosiano, cruciale nel destino della banca, era socio occulto e/o aveva il controllo del gruppo Repubblica-L’Espresso?

Della questione a suo tempo si è occupato Mario Tedeschi con molti articoli sul Borghese e con un libro, prezioso (Ambrosiano. Il contro processo.E qui, dopo le parole del Tribunale, bisogna fare molta, molta attenzione alle date.

Il 30 settembre 1981 il principe Carlo Caracciolo di Castagneto, co-editore con Scalfari di Repubblica e Espresso, convoca l’assemblea straordinaria dell’Editoriale L’Espresso Spa. Deve essere deliberato un aumento di capitale: da 1,5 a 4 miliardi; bisogna mettere mano al portafogli. Il gruppo è in espansione, la filosofia è quella di garantire ai lettori i valori di libertà e autonomia editoriale. Ottimi intenti, ma, insomma, il gruppo  -  causa le condizioni generali del Paese, gli alti  tassi d’interesse o forse anche altro -  è in un mare di debiti (quanti debiti lo vedremo tra poco). Ma dopo poche settimane quell’aumento di capitale non è più necessario.

Cos’è successo? Una società di gestione fiduciaria, la Rigim Spa (Riunione Generale Italiana di Mobilizzazione), offre un finanziamento di ben 4,3 miliardi a fronte di fedi di investimento. La fede di investimento è un titolo di credito i cui sottoscrittori forniscono capitali da gestire fiduciariamente. Le condizioni sono più che buone. Il destinatario del finanziamento lo può estinguere «in qualsiasi momento», le fedi possono essere convertite in azioni del Gruppo L’Espresso «dal 1.1.1983 al 31.12.1985».

C’è la mano dell’Ingegnere? Sì. Combinazione, il 5 ottobre 1981 nella Rigim entra come sindaco Giulio Segre, della famiglia Segre che da sempre è l’ombra degli affari dell’Ingegnere, ed entra direttamente nel cda proprio De Benedetti. Il quale si dimetterà nell’85 ad operazione definita e conclusa. Ma lo abbiamo detto: bisogna stare molto attenti alle date.

Quando l’Ingegnere ha deciso di dare l’avvio all’assalto all’Ambrosiano? Proprio nell’ottobre 1981. Smentendo se stesso e quanto sosterrà una volta indagato e sotto processo, in tempi non sospetti il 12 dicembre ’81 al giudice Colombo ( ma guarda tu i casi della vita!)  che indaga sulle liste della P2 ha dichiarato: «Questo discorso con Calvi inizia nell’ultima parte di ottobre … gli proposi un mio ingresso diretto nella compagine azionaria e nel consiglio di amministrazione in qualità di vicepresidente del Banco Ambrosiano». Cosa che avviene il 18 novembre. Il 14 dicembre ‘81 Carlo Caracciolo riconvoca l’assemblea straordinaria del Gruppo Espresso e informa gli  azionisti che «ragioni di opportunità rendono necessario annullare l’aumento di capitale del 30 settembre». Annuncia il provvidenziale finanziamento della Rigim.

A quanto ammonta la situazione debitoria del gruppo? Secondo Mario Tedeschi (che, come sostiene il figlio Claudio, non ha mai ricevuto querele o smentite) a fine ’81 l’indebitamento verso le banche era di 10,4 miliardi contro i 3,4 di un anno prima, 5 miliardi verso i fornitori, 3 miliardi di oneri finanziari invece di 1 miliardo dell’80. In questa situazione se, per dire, Eugenio Scalfari sulle colonne di Repubblica avesse avanzato, come fu fatto da più parti, dubbi di carattere etico e morale sulla buonuscita di quasi 82 miliardi e una plusvalenza di - almeno - 30 miliardi ottenuta il 22 gennaio 1982 da De Benedetti, quel generoso finanziamento avrebbe avuto seguito? E senza i 4,3 miliardi della Rigim il gruppo Repubblica-Espresso avrebbe spiccato il volo diventando in pochissimo tempo il primo o secondo gruppo editoriale in Italia?

Ma queste sono domande retoriche. In punto vero è un altro. Quando materialmente è stato erogato il finanziamento? E qui bisogna lasciare la parola a Mario Tedeschi, che - da quanto riporta -  ha ricavato però la spiegazione dal bilancio 1981 del Gruppo L’Espresso Spa: «Dal 2 febbraio 1982 sono affluiti nelle casse dell’Editoriale L’Espresso i 4.320 milioni dell’operazione Rigim Spa». Cioè 10 giorni dopo l’uscita di De Benedetti dall’Ambrosiano.

Mi permetto quindi di aggiungere altre quattro domande, alle tre precedenti. Alcune espressamente rivolte all’Ingegnere, altre ad Eugenio Scalfari.

4) Il finanziamento di 4,3 miliardi decisivo per le sorti del Gruppo L’Espresso proveniva dalla plusvalenza ottenuta dall’Ingegnere a spese di Calvi e dell’Ambrosiano sull’orlo del fallimento?

5) Quali erano le «ragioni di opportunità» che il 14 dicembre ’81 resero necessario annullare l’aumento di capitale deliberato dal Gruppo L’Espresso appena il 30 settembre?

6) Perché fu accettato il finanziamento di 4,3 miliardi della Rigim, in cui era appena entrato come amministratore De Benedetti?

7) Scalfari, date anche le sovrapposizioni temporali, si è mai interrogato da dove provenissero quei soldi?

8) Lo ha chiesto a Carlo De Benedetti (o a Carlo Caracciolo)? E perché, qualunque fosse stata eventualmente la risposta, ha ritenuto di non doverla rendere nota ai suoi lettori?

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A proposito di Scalfari, aggiungo, per chi non ne fosse informato, come il Vate abbia oggi ripreso e bacchettato anche il Presidente emerito della Corte Costituzionale, Capotosti. Il quale  sostiene che in relazione alla decadenza  il Senato agisce da giudice indipendente ed autonomo. Insomma, l’abc di una democrazia. Scalfari invece, s’affaccia dal Palazzo della Salita del Grillo e sibila “ Capotosti non può commettere errori così marchiani”!  Traduco in “repubblichese: Io so’ io e voi della Consulta non siete un cazzo”!.

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Roma lunedì 26 agosto 2013

Gaetano Immè

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