Gaetano Immè

Gaetano Immè

giovedì 24 ottobre 2013

Mi ha molto disgustato la illogica logica con cui il presidente Grasso argomenta, di fatto, in favore del voto palese nella vicenda della decadenza di Silvio Berlusconi. Tralascio le osservazioni su regolamento parlamentare e terzieta’ del presidente. Sottolineo invece che – come anche i Padri Costituenti seppero fare, nel disegnare i confini del mandato parlamentare e la sua libertà rispetto all’appartenenza di partito – considero assai grave che la seconda carica dello Stato sacrifichi questo principio cardine di ogni democrazia liberale alla tentazione di “piacere”, di trovare “ facile consenso” , soprattutto ritengo sia semplicemente “ delittuoso” che Grasso si arrenda alle minacce ed alle intimidazioni evidentemente celate dietro la demagogia totalitaria che avvelena clima politico .Questa del Senatore Grasso non è altro che l’alibi dietro al quale si va a nascondere un uomo intimidito, impaurito, ricattato. Tertium non datur. O di una persona così intrinsecamente fascista e comunista da non meritare nemmeno di fare le pulizie al Parlamento italiano. ^^^^^^^^^^^^^^^^ E io lo immaginavo che non avrei dovuto unirmi al coro dei melensi, a quelli che Maradona “ oh! Che bassezza!” a quelli che condannano per pre giudizio pur senza conoscere come stanno le cose; mi dispiace se in questa trappola ci sono cascati trasversalmente tutti, a sinistra ed a destra ma detto francamente sapeste quanto ho goduto ( come un riccio, se non di più) a vedere Fassina, signori miei Fassina un mito, il seguace di Visco, di Padoa Schioppa , di Prodi e simili inarrivabili menti, che si è ridicolizzato da solo arrivando a gridare a Maradona un bel “ miserabile”! Ah Fassina, ma miserabile de che? Miserabile sarai tu che parli senza sapere quel che dici. Vado con ordine , il fisco è una materia ostica. Dal 1985 al 1990 Maradona ha “lavorato” con il “Napoli Calcio” dell’Ing Ferlaino I calciatori allora, come oggi, erano dipendenti delle società per cui giocavano. Maradona era dipendente del Napoli. Che gli pagava lo stipendio operava da “ sostituto di imposta” come ogni datore di lavoro: tratteneva cioè a Maradona l’Irpef dovuta sullo stipendio e la versava al fisco. Oltre al contratto da dipendenti Maradona aveva anche un ulteriore contratto, con cui cedeva alla società calcistica ( sempre la Napoli Calcio ) i propri diritti di immagine anche per eventuali sponsorizzazioni e pubblicità. Ma non era Maradona ad incassare dal Napoli il corrispettivo di quei diritti di immagine , ma delle società estere che poi avrebbero dovuto dare gli utili a Maradona . Secondo il fisco italiano quei diritti in realtà erano stipendio extra per Maradona . Il fisco italiano emise dunque “l’avviso di rettifica” della dichiarazione dei redditi e successivamente anche le sue cartelle esattoriali, e la giustizia tributaria ha iniziato il suo processo; ma tutto questo quando Maradona era già tornato in Argentina, dove avrebbe ancora giocato quattro anni. Ma le notifiche del fisco sono arrivate a chi era in quei tempi in Italia (la società Napoli calcio ed altri giocatori di quella squadra , come Alemao e Careca), ma non a Maradona che era in Argentina. Così il fisco italiano ha fatto ricorso alla una norma che prevede che pubblicando le cartelle esattoriali all’albo pretorio di Napoli il destinatario sia reso edotto di tutto. Una schifezza giuridica. Diversamente da come avviene oggi ( ormai internet è una realtà) per conoscere quelle cartelle esattoriali, Maradona avrebbe dovuto andare personalmente o a mezzo procuratore in Comune a Napoli. Ma siccome non sapeva nulla di quelle cartelle, Maradona non ha potuto fare opposizione, fare ricorso alla Commissione Tributaria. La richiesta del fisco era che il Napoli Calcio ( sostituto d’imposta) avrebbe dovuto versare al fisco trattenute simili a quelle operate sugli stipendi base anche sui diritti di immagine. E poiché ovviamente il Napoli Calcio non lo aveva fatto , il fisco richiedeva quelle somme di Irpef ai singoli giocatori. Contro quegli accertamenti e quelle consequenziali cartelle esattoriali ricorre tutta la squadra di calcio meno che Maradona , che non ne sa niente. E tutti vincono la causa , definitiva, fino alla Cassazione. Anche la società Napoli Calcio ottiene la sentenza favorevole, ma quando la ottiene sta ormai in fallimento, alla sua guida c’è un Curatore ( un professionista ) e non più né Ferlaino né il management di quell’epoca, tutta gente che sa bene come sono andate le cose. Il Curatore ha l’obbligo di “ chiudere” la procedura fallimentare della Napoli Calcio, così vuole il Tribunale Fallimentare di Napoli e, ovviamente, la Legge. Così quel Curatore , per sveltire i tempi, aderisce a un condono fiscale e sana tutto il passato, pagando in misura ridotta anche l’Irpef che secondo le contestazioni non era stata versata a nome di Maradona. A quel punto, secondo la Legge il caso Maradona avrebbe dovuto considerarsi concluso con quel condono operato dal sostituto di imposta, dal Napoli Calcio. Ma il fisco va avanti. Certo, sconfitto dalla Legge nei confronti di quasi tutta la squadra, sconfitto da Careca e Alemao ( anche a loro due è toccata la stessa disavventura di Maradona, ma loro erano ancora in Italia ed hanno saputo tutto ) ed avendo incassato anche l’Irpef su Maradona dal Curatore fallimentare della Napoli Calcio , con un minimo di correttezza il fisco italiano avrebbe dovuto fermarsi. Vi è inoltre da aggiungere – last but not the least - che si era anche svolto un processo penale sulla stessa materia a proposito di Maradona, Careca e di Alemao nel quale il P.M. aveva proposto e il Gip aveva accolto l’archiviazione per Maradona, Alemao e Careca, escludendo «per tutti e tre i calciatori che i corrispettivi versati agli sponsor fossero in realtà ulteriori retribuzioni destinate ai calciatori».Assolti e liberati dal fisco italiano dunque sia Alemao che Careca. Maradona no, perché non aveva fatto ricorso. Quando ha provato a farlo dopo la prima notifica del 2001, è stato respinto perché tradivo. Maradona non è un evasore fiscale, Maradona ha ragione, ma non può ottenerla perché la sua ragione ormai è prescritta. Cose da pazzi. Inorridisco anche io, che ho svolto la professione di Commercialista, per una vita. Diego Armando Maradona non ha evaso al fisco italiano i 39 milioni di euro che continuano a chiedergli riguarda un eventuale mancato versamento al fisco dal 1985 al 1990 di 13 miliardi di lire, pari a 6,7 milioni di euro. Quella cifra nel 2013 ammonterebbe a 11,4 milioni di euro. I 28 milioni di euro in più che vengono pretesi da Equitalia sono interessi di mora e sanzioni. Praticamente una estorsione, uno strozzinaggio .Maradona è innocente, ma non si è difeso nei tempi e nei modi consentiti: quando lo ha fatto era troppo tardi, e la giustizia tributaria italiana non gli ha consentito di fare valere le sue ragioni (conosciute e indirettamente riconosciute da altre sentenze) perché era prescritta la possibilità di ricorrere e contestare le richieste del fisco. Maradona vi sta antipatico? Anzi vi sta proprio sulle palle per quella sua aria da saccente ? Bene, anche a me, ma questo non c’entra niente con la verità, che è quella che vi ho ricostruito. Qualcuno ne informi Fassina , stampa, televisioni ed il becero coro dei melensi che, come al solito, senza sapere come effettivamente stanno le cose, s’impancano a moralisti. Di questa cippa. Roma 23 ottobre 2013 Gaetano Immè .

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