Gaetano Immè

Gaetano Immè

martedì 2 luglio 2013

Repubblica, Miccoli, l'ipocrisia italica

Repubblica ha deliberatamente pubblicato le intercettazioni telefoniche di una conversazione privata, assolutamente priva di valore penale, con un suo conoscente di Fabrizio Miccoli ("Ci vediamo davanti all'albero di quel fango di Falcone"). Fabrizio Miccoli è un giocatore di pallone, non un politico, né un intellettuale. Ma il nome fa “ audience”. E Repubblica, si sa, è un “foglio d’onore”, come Bruto, come Pilato, come Iago. Perciò quel covo di disperati bacchettoni , quella masnada di inquisitori papalini che lavora a Largo Fochetti a Roma, per vendere qualche miserabile copia in più, ha deciso di sputtanare davanti al mondo intero il Signor Fabrizio Miccoli. Ben sapendo che , essendo al servizio delle Procure dove conta amici e compagni, nessun Magistrato gli avrebbe contestato il reato , perché di questo si tratta ( diffusione del testo di una telefonata senza alcun valore penale) di diffamazione di Miccoli a mezzo stampa. Risultato? I soliti stronzi bacchettoni tutti ad arricciare il nasino, scandalizzati dalle parole del calciatore.


Sapevo, lo ripetono da quasi venti anni questo esercito di stronzi bacchettoni, che la “ diversità”, anche d’opinione, oltre che una delle libertà tutelate e garantite dalla costituzione, era anche “ una risorsa” per la libertà di pensiero e per il decoro dell’Itali. Provo, per le opinioni di Miccoli, lo stesso fastidio che provo per le opinioni, solo due esempi, di uno Zagrebelsky o per quelle della Bindi, ma ciò non esclude assolutamente che costoro non possano renderle pubbliche. Anzi, il fastidio nel caso di Miccoli è stato assai minore, dato che l’ottimo calciatore viene certo super pagato ma per tirare calci ad un pallone e non, come nel caso dei due signori citati, proprio per esprimere giudizi politici.

Perciò nella vicenda dell'ex capitano della compagine palermitana ritorna il ruolo di vera fabbrica di merda di quel solito giornale, un po’ pipparolo, un po’ spione e molto guardone nei cessi privati , che si diletta a pubblicare intercettazioni telefoniche processualmente irrilevanti: frasi certamente infelici, irriguardose (ed anche un po' schifose), eticamente esecrabili, pronunciate senza collegare la lingua a quel poco di cervello che si ha nella zucca. Ma poi, a ben guardare, la questione e gli interrogativi restano sempre i medesimi: chi ha fornito a Repubblica , in cerca di scoop giornalistici, i contenuti di quei dialoghi telefonici? E chi mai si deciderà ad aprire finalmente un'inchiesta per la fuga di notizie e di atti giudiziari, considerato che il contenuto di quelle telefonate è finito sulle pagine dei giornali? Le parole pronunciate da Miccoli fanno ribrezzo. Mai però quanto ne suscita chi ha scelto la strada della diffusione ingiustificata di colloqui che sarebbe stato più opportuno tenere custoditi nei cassetti della procura palermitana.

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Solo la cappa d’ipocrisia che soffoca questo Paese non consente di vedere che nel 2013 l'Italia ha già sfondato la soglia legale e psicologica del deficit al 3 per cento.

Il deficit è calcolato in rapporto al Pil, cioè alla ricchezza prodotta. Più è consistente la ricchezza prodotta da un Paese e più il rapporto (a parità di spesa pubblica) deficit - Pil, migliora. Elementare Watson. Il problema è che i documenti di finanza pubblica (il Def in particolare) sovrastimano la ricchezza che saremo in grado di produrre quest'anno e dunque sottostimano il fabbisogno che registreremo a consuntivo. Infatti, secondo i documenti ufficiali il Pil italiano quest'anno dovrebbe decrescere dell'1,3 per cento. Una coglionata tremenda. Le cose vanno molto peggio, purtroppo. E la discesa sarà almeno doppia. Almeno a vedere il primo semestre.

Altra coglionata: i nostri “ scienziati” sono convinti che aumentando le aliquote delle imposte , porteranno a casa più ricavi per loro, cioè più tasse per noi. Ma neanche per idea. Come dimostrano storicamente benzina e imposte dirette (cioè quelle sui redditi), all'aumentare delle aliquote nominali scende il gettito dello Stato. Elementare Watson.

Insomma, la ricchezza cresce meno del previsto e dunque peggiora il rapporto deficit - Pil. Ma allo stesso tempo peggiorano gli incassi per lo Stato, nonostante gli inasprimenti fiscali: così , grazie agli “ scienziati”, abbiamo raddoppiato l'effetto negativo sul deficit.

Il governo italiano sa già di aver superato la regoletta del tre per cento. Il meccanismo è sempre il solito, trito, ritrito. Alla fine del 2013, o meglio ad inizio 2014, confesseremo quello che oggi è già chiaro a chi sa leggere e scrivere e cioè che non ce l'abbiamo fatta. E la scusa sarà la solita, la crisi è stata peggiore del previsto.

Per questo motivo l'atteggiamento di questo governo in tutte le sue componenti è un inno all’ipocrisia. Sbandierare, come vorrebbe fare il centrodestra, di essere riusciti ad evitare Imu e Iva è solo una bugia.Fino ad oggi abbiamo solo comprato altro tempo. E per di più, come nel caso dell'Iva, obbligando le imprese a pagare in anticipo ciò che sarà dovuto domani, creando un problema di liquidità in periodo di crisi non indifferente. Lo Stato leviatano, il regime fatto stato, continua imperterrito a non pagare i suoi debiti ma contemporaneamente pretende gli incassi fiscali in anticipo. Da manicomio.

Certo, soluzioni a questa crisi non ce ne sono preconfezionate e sicure, certo questa non è la via che dobbiamo seguire. La via da seguire, invece, prevede l’immediato abbandono delle sceneggiate ipocrite: il deficit al tre per cento è un sogno.

Non ci possiamo più permettere questo welfare e dobbiamo drasticamente ridurre la spesa pubblica. Altro che spending review, dobbiamo cambiare il concetto del nostro Stato sociale. Non ci sono generazioni future da derubare, ormai. Non ce lo possiamo più permettere.

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Il “mantenuto”, cioè Antonio Ingroia, ha subito gridato allo scandalo sostenendo che il Pdl vuole realizzare il programma della P2 di mettere sotto controllo politico la magistratura. Le consuete superfregnaccie che gli idioti ed i cerebrolesi italiani si bevono estasiati. E sulla sua scia si sono subito messi anche alcuni esponenti del Pd che hanno immediatamente reagito alla proposta del senatore Donato Bruno di rivedere i rapporti tra Capo dello Stato, Csm e Corte Costituzionale nel caso di una riforma costituzionale destinata ad introdurre l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, lanciando il consueto, tristo, ignobile, indifendibile, idiota slogan che la “magistratura non si tocca”.

Questa gente guarda il mondo alla rovescia. È la reazione degli Ingroia e dei suoi idioti imitatori del Pd ad un’iniziativa diretta propri all’esatto contrario. Cioè ad impedire che in caso di elezione diretta del Capo dello Stato il Consiglio Superiore della Magistratura e la Corte Costituzionale diventino di fatto subordinate e dipendenti da una Presidenza della Repubblica diventata espressione di un potere esecutivo infinitamente rafforzato rispetto a quello attuale. Potrebbe un Capo dello Stato eletto direttamente dal corpo elettorale assicurare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura svolgendo le funzioni di presidente effettivo del Consiglio Superiore della Magistratura e potendo decidere la composizione della Corte Costituzionale? Non capire queste cose è da deficienti. Se all’epoca del suo scontro con il Csm, l’allora Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, avesse avuto i poteri di un Capo dello Stato eletto direttamente dal popolo avrebbe fatto entrare i carabinieri a Palazzo dei Marescialli e arrestare i componenti dell’organo di autocontrollo della magistratura per attentato agli organi costituzionali.

Lo scandalo, allora, non è nell’ovvio tentativo di predisporre una riforma costituzionale organica e capace di realizzare nuovi pesi e contrappesi in grado di assicurare l’equilibrio dei poteri, ma nella dimostrazione lampante, addirittura sfacciata, che per una parte della sinistra, trasformatasi in un fronte di ottusa conservazione, l’obiettivo da perseguire non è quello delle riforme in grado di modernizzare e rendere più efficienti le istituzioni del Paese ma è quello di non toccare in alcun modo lo strapotere di cui gode la magistratura grazie all’insensatezza dei legislatori della Prima Repubblica, alla degenerazione corporativa di parte della categoria e all’interesse della sinistra di poter contare sull’uso politico della giustizia per eliminare i propri avversari ( Moro, Craxi, Berlusconi, Forlani, ecc) senza essere costretta a vincere le elezioni. Se questo è il vero scandalo, allora, si capisce come il lavoro dei saggi per le riforme avviato dal governo Letta e gli impegni assunti dal Pd in favore di una seria riforma istituzionale siano solo una gigantesca cortina fumogena tesa a nascondere il proposito di non toccare nulla.

Lo scopo? Perpetuare all’infinito (o, quanto meno, almeno finché riesca a reggere) quello squilibrio istituzionale ( do you remeber item 68?) che mette il potere esecutivo e legislativo alla mercé del potere giudiziario sostenuto dai gruppi egemoni dell’informazione e della cultura. Se così è le riforme diventano una truffa. E, soprattutto, diventa una truffa la cosiddetta pacificazione che dovrebbe essere perseguita e realizzata attraverso l’azione del governo di larghe intese. Smascherare le truffe diventa un dovere . E pretendere atti concreti che smentiscano il rischio di blocco conservatore diventa l’unico modo per tenere in piedi il governo e cercare di realizzare, malgrado tutto, la pacificazione.

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Cannigione, martedì 2 Luglio 2013

Gaetano Immè



ANCORA MORO. ANCORA LA MAGISTRATURA, ANCORA FROTTOLE

ANCORA MORO, ANCORA LA MAGISTRATURA ANCORA FROTTOLE




Cossiga sapeva di Moro, come sapeva di Falcone. Ho sempre supposto che Cossiga, dopo l’assassinio di Aldo Moro, più che dal dolore per una morte tra l’altro ampiamente annunciata fosse sconvolto dalla sorpresa: perché sapeva di Moro, ma aveva ricevuto informazioni sbagliate. Proprio quella mattina Cossiga credeva di aver ottenuto la liberazione di Moro e invece si trovò di fronte il suo cadavere. Ma oggi apprendiamo – con una sollecitudine semplicemente ridicola - da tale Vitantonio Raso ( uno dei due antisabotatori ) che 35 anni fa, il 9 maggio del 1978, costoro scoprirono il cadavere di Moro nella Renault rossa ma non “ dopo” le ore 12,12 ( ora della telefonata di rivendicazione delle BR) , ma due ore prima di quanto appunto la storia e i verbali abbiano tramandato. Due ore dopo di quanto magistrati, poliziotti, giornalisti, scrittori, giudici, investigatori , Imposimato e villanìa cantando per la bellezza di trentacinque anni, non so più quanti processi penali, una Commissione Parlamentare ed un’altra Mitrokhin, ci hanno rifilato. Malnati maledetti! Tutti zitti per una vita, per trentacinque anni ed ora ci scrivono anche i libri, questi delinquenti. Ora “ si riaprono le indagini” ( buffoni), ora ma solo ora sappiamo che Cossiga arrivò subito dopo il ritrovamento del cadavere di Moro e che lungi dall'essere sconvolto, era impassibile, freddo. Venne come Ministro dell’Interno, per constatare il ritrovamento del cadavere, solo che girò la scena del film due volte, prima all’ora in cui oggi ci dice il Signor Raso per poi ripetere l'intera scena ( ciak, si gira il film per gli idioti ) due ore dopo, dopo, appunto, la telefonata ufficiale di Moretti. Solo che quando la telefonata della B.R. fu fatta, il cadavere di Aldo Moro era già stato ritrovato. E, dice oggi Raso, le sue ferite sanguinavano, dunque erano abbastanza fresche. Dunque fu trovato pochi minuti dopo l'uccisione, o al massimo mezz'ora dopo. Una volgare messinscena. C'è dunque una storia vera che si sovrappone a quella di facciata e che si aggiunge alle tante false storie e depistaggi che accompagnano la vicenda, se vogliamo la madre di tutti i traumi della Repubblica, dei ricatti, delle falsità che inquinano la politica.

Cossiga dunque mentì. Oggi abbiamo anche - oltre all'annunciata uscita del libro “La bomba umana dell'agente Raso”, alla strombazzata invocazione da parte di un Magistrato, l’ineffabile Ferdinando Imposimato, più veloce nel raccontare fandonie in vari suoi libri che nel collaborare immediatamente alla ricerca della verità - la testimonianza a sostegno di questa novità, dell'ex ministro socialista Claudio Signorile, allora titolare dei Trasporti nel governo Craxi, il quale per puro caso era al Viminale per prendere un caffè con Cossiga il quale ricorda , ma solo oggi quando Cossiga e Andreotti sono morti , che udì con Cossiga via radio il messaggio in cui si diceva che due agenti anti sabotatori stavano forzando una R4 sospetta in via Caetani e poi che nel portabagagli della macchina era stato rinvenuto il cadavere «della nota personalità», vale a dire di Moro. Qualche Magistratone ha forse interrogato Signorile? Signorile è stato forse interrogato? Se Signorile non è stato interrogato, qualche Magistratone che s’è occupato per trentacinque anni del massacro di Aldo Moro, ci vuole dire il perché tale indagine non fu fatta? Raso fornisce, ma solo oggi, un'ulteriore informazione: le ferite mortali di Moro, ucciso con una mitraglietta Skorpion, sembravano recentissime e Raso, come Bruto, è un uomo d’onore, se ne intendeva perché aveva visto le ferite mortali degli uomini della scorta di Moro in via Fani. Si sa che dopo due ore il sangue si secca. Nel caso di Moro, dice Raso, il sangue, invece, ancora sgorgava. E Cossiga, piombato sul posto con alcuni collaboratori del ministro degli Interni si comportava, ricorda Raso, come se fosse già al corrente di tutto e non fosse affatto sorpreso. E chi erano questi “ collaboratori” del Ministro degli Interni di quel tempo? Sapete chi era il Segretario – Portavoce del Ministro degli Interni Francesco Cossiga in quel momento? Proprio lui, Luigi Zanda Loy, altro sardo, figlio di sardo potente e democristiano, sardo come Cossiga. Che lo seguì anche al Quirinale. Qualche Magistratone ha interrogato anche l’ineffabile Luigi Zanda Loy su Moro? O magari anche tale Romano Prodi che ha raccontato di aver saputo che Moro era a “ Gradoli” durante – udite! Udite! – una seduta spiritica? Sapete che razza di carrierona ha fatto in politica questo ineffabile Luigi Zanda Loy? Rampollo di Efisio Zanda Loy, vecchio Capo della Polizia, dopo una vita in “favolosi posti pubblici” ( per merito, si capisce!) , solo il 23 maggio 2003 concorre al Senato con La Margherita, ma solo alle elezioni supplettive per il posto del collegio elettorale uninominale n° 21 di Frascati. Quel posto era stato lasciato vacante per la morte del senatore Severino Lavagnini. Sappiate inoltre che in quell’elezione suppletiva il PdL fu tanto bravo da non raccogliere firme sufficienti per presentare un suo candidato, tale Aracri. Così l’ineffabile Luigi Zanda Loy corse “ da solo” in quel collegio. E non ostante fosse “ da solo” vinse , contro nessuno, con il 6% di voti. Impresa che da sola marchia Zanda Loy per quel che è. Oggi l’ineffabile Luigi Zanda Loy è capogruppo al Senato del P.D. e dopo una vita con Cossiga e con tutti i suoi segreti ( Moro, Solo, ecc) l’ineffabile scatena la sua indignazione solo contro la candidabilità di Silvio Berlusconi. Moro? Con un popolo di simili stronzi………………….

Ma quando Cossiga aveva saputo? Moro fu eliminato proprio mentre era in corso al Gesù, a pochi metri dal luogo del ritrovamento del cadavere, una riunione convocata da Amintore Fanfani per accettare la richiesta di sedicenti brigatisti rossi che chiedevano uno scambio: un «prigioniero di Stato» contro Moro. Sembrava fatta. Sembrava. Ma il regista vero dell'operazione Moro la pensava diversamente e prima che la Dc potesse annunciare la decisione di cedere alle richieste delle Br, fece condurre Moro,probabilmente ancora vivo, in via Caetani dove fu freddato.

Queste rivelazioni riaprono, direi per fortuna, il caso Moro sul quale hanno indagato quattro processi e una Commissione parlamentare d'inchiesta, senza mai venire a capo della vera storia. Ho capito un po' di più leggendo i verbali della Commissione Mitrokhin di cui fu un animatore l'onorevole Enzo Fragalà. Ma il 23 febbraio del Fragalà venne aggredito all'uscita del suo studio palermitano e gravemente ferito a bastonate. Soccorso da un collega, le sue condizioni apparvero subito gravi: morì dopo tre giorni di coma. La morte del deputato è ancora senza colpevoli, vi sono solo ipotesi: vizio italico.

In quella Commissione Mitrokhin si discuteva se le Br che rapirono e uccisero Moro fossero composte soltanto da rivoluzionari comunisti o anche da altri elementi non italiani. Ebbene, quella Commissione Mitrokhin fu in grado di provare che le Br contenevano al proprio interno certamente elementi che erano sotto il controllo del Kgb sovietico e della Stasi tedesca orientale. Basta controllare la rogatoria internazionale che si svolse presso la Procura generale di Budapest nel dicembre del 2005, quando durante una riunione cui parteciparono membri della Commissione il Procuratore magiaro mostrò una grande valigia piena di documenti in cui, disse, c'erano tutte le prove dei legami fra terrorismo rosso e Kgb. In particolare venne fuori il nome del brigatista Antonio Savasta che è scomparso dalla circolazione. Il giorno dopo la Procura di Budapest ci comunicò con rammarico di non poterci consegnare la documentazione a causa dei trattati diplomatici che legano i Paesi dell'ex Patto di Varsavia con la Federazione Russa. Ma quel che accadde a Budapest è nero su bianco, documenti ufficiali.

Antonio Savasta nato a Roma il 30 dicembre 1955. Ex terrorista, delle Brigate rosse. Responsabile fra l’altro del delitto Taliercio e del sequestro Dozier. Pentito. Savasta reclutato nelle Br da Morucci. Dopo una breve militanza in Potere operaio e, dal 1975, nel Comitato comunista Centocelle (collettivo di quartiere che aveva aggregato studenti proletari della zona e operai con «una direzione politica che faceva riferimento all’autonomia», nelle parole dello stesso Savasta), entrò nelle Brigate rosse tramite un primo contatto con Bruno Seghetti. A cavallo tra 1976 e 1977 Seghetti invitò lui ed Emilia Libera (che era la sua compagna) a una riunione in casa di una zia di Anna Laura Braghetti, presente anche Valerio Morucci, che li reclutò. Savasta sale nella gerarchia delle Br. Partecipò attivamente all’omicidio del tenente colonnello dei carabinieri Antonio Varisco, a Roma il 13 luglio 1979. Quindi, «inserito nel Fronte logistico, unitamente a Peci, Dura, Moretti, Ponti e Piccioni, era stato dapprima, nel novembre del 1979, inviato con la Libera a Cagliari “per mettere in piedi la colonna sarda” e successivamente, nel maggio del 1980, nel Veneto, acquisendo “legittimazione” per intervenire alle sedute della Direzione strategica e per essere cooptato nel gennaio-febbraio 1981, nel Comitato esecutivo» (dalla deposizione di Antonio Savasta al processo Moro, primo grado). Il 5 luglio 1981 uccise Giuseppe Taliercio, direttore dello stabilimento Montedison di Porto Marghera, rapito 46 giorni prima dalle Br. Dal carcere scrisse una lettera alla vedova («Suo marito mi ha sconfitto»), chiedendone il perdono. Lo ottenne. Capo del commando che il 17 dicembre 1981 sequestrò a Verona il generale americano James Lee Dozier, vice comandante delle forze alleate terrestri per il Sud Europa. Il sequestro si concluse il 28 gennaio 1982 con l’irruzione dei Nocs nell’appartamento in cui le Br tenevano prigioniero l’ostaggio. Savasta, arrestato, cominciò subito a collaborare con le forze dell’ordine. «Le confessioni di Savasta si riveleranno determinanti per sconfiggere gli ultimi residui della colonna veneta e compromettere l’esistenza stessa delle Brigate rosse-Partito comunista combattente». Dal 1992 in libertà dopo dieci anni di carcere per le vicende legate agli omicidi e alle attività della colonna veneta delle Br. Come mai?

Non per niente Cossiga, dopo il ritrovamento del corpo di Moro, passò molto tempo andando , frate pellegrino, in tutte le carceri in cui si trovavano i brigatisti con cui ebbe lunghissimi colloqui. Da quel momento Cossiga ha sempre sostenuto il carattere puramente italiano dei «compagni che sbagliano» e i brigatisti poi uscirono quasi tutti di galera. Così Moro fu assassinato due volte. Oggi Moro viene fucilato, alla schiena, per la terza volta. Anche Andreotti, pace all’anima sua, si comportò di fatto come un sabotatore di tutte le ipotesi che potessero ricondurre alle responsabilità sovietiche. La vera storia è ancora tutta da scrivere e la rivelazione di questo testimone riapre uno spazio sigillato per decenni. Perché Cossiga mentì? Perché già sapeva? Perché credeva di aver salvato Moro e invece fu beffato e addirittura si ammalò per il trauma? Perché Cossiga si fece nel 1999 promotore per portare a Palazzo Chigi D’Alema? Perché Cossiga tacque quando nel 1995 il Pool di Milano volle violentare la Costituzione cancellando le guarentigie costituzionali? Già, perché?????? Perché Imposimato, Raso, Zanda, Prodi stanno zitti da trentacinque anni???? Perché, popolo di mentecatti??????

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Negli anni bui del terrorismo post bellico – 1945,1946 – furono i partigiani comunisti con le loro bande partigiane di assassini criminali alla Moranino a massacrare civili inermi. Oggi sono altri partigiani comunisti, sono i magistrati politicizzati e militanti comunisti, che vogliono fucilare dieci milioni di italiani impiccando l’uomo che li rappresenta politicamente. Cioè Silvio Berlusconi. Sono stati sempre i comunisti , nella storia dell’Italia repubblicana, ad infangare il Paese con atroci ed efferati delitti, con quei massacri di civili inermi , colpevoli solo di non accettare la dittatura di Stalin in Italia. Sono sempre loro gli assassini degli italiani , sono sempre stati i comunisti ed i loro eredi ad insozzare l’Italia davanti al mondo civile con le loro scorribande delinquenziali. Provo esecrazione , commiserazione, disgusto, ripugnanza, vomito per gente come il Senatore ( sic!) Luigi Zanda Loy, gentaglia senza intelletto e senza rispetto per la storia del proprio Paese, gentaglia che invoca ancora una volta una ghigliottina, una forca, che pretende di trasformare il Parlamento della Repubblica italiana in una banda di boia , un’accolita di delinquenti che sparino in testa , che trucidano il popolo di centrodestra. Ancora una volta – e tralascio per carità umana e per commiserazione, l’eccidio di Aldo Moro e l’impiccagione di Bettino Craxi – i colpevoli sono i comunisti ed i loro eredi ed i loro legatari, come Zanda Loy e tanti altri, che , non avendo le capacità politiche di battere il centrodestra con un progetto politico e democratico, vogliono trascinare l’Italia nella merda degli eccidi tribali davanti al mondo evoluto e civile. Sappiano,questi delinquenti, che non ne possiamo più di loro, che non solo li disprezziamo, non solo li consideriamo pura merda umana da schiacciare, ma che rimedieranno stavolta una lezione che non dimenticheranno mai più. Noi, popolo di centrodestra, siamo pronti. Li aspettiamo.

Ma il mondo guarda l’Italia, non Zanda Loy e la sua miserabile orda di boia. E noi dobbiamo pensare al nostro Paese, non alla vendetta. E allora, allora che Zanda Loy ed i suoi banditi da valico vadano a farsi fottere, andassero affanculo, per il bene dell’Italia ci vuole un’amnistia. Un atto di clemenza adottato dallo Stato come segno della “pacificazione” tra le forze politiche: che negli anni 45/46 videro i comunisti al governo con i democristiani ed i liberali e che oggi sostengono il governo Letta. Un’amnistia per tutti i cittadini italiani, tutti uguali davanti alla Legge, come impone l’articolo 3 della Costituzione. Ma, attenzione e che sia ben chiaro, una amnistia che dovrebbe essere propedeutica alla riforma complessiva del nostro sistema giudiziario e possa anche disinnescare l’emergenza carceraria che pure affligge cronicamente l’Italia: ripeto, a scanso di equivoci e malintesi, non prima la riforma e poi l’amnistia, ma esattamente il contrario e cioè prima l’amnistia e poi la riforma della Giustizia.

Molti, di questi tempi, paragonano il momento attuale al ’45-46, quando l’Italia trovò la forza di rialzarsi dalle macerie belliche grazie all’unità di intenti delle maggiori forze politiche dell’epoca, quelle espresse da cattolici, socialisti, azionisti, comunisti. Palmiro Togliatti, leader indiscusso del PCI, rientrato in Italia dopo svariati anni passati al servizio di Stalin a Mosca, fu addirittura ministro di Grazia e giustizia nel primo governo De Gasperi nell’immediato dopoguerra. E da guardasigilli il Migliore proclamò un’amnistia che contribuì a salvare tanti militanti comunisti, a sanare molte ferite lasciate non solo dal conflitto mondiale ma soprattutto dalla guerra civile partigiana. Non solo italiani contro tedeschi, austriaci o americani, ma sopra tutto italiani contro italiani. Anche noi siamo reduci (molti la stanno combattendo ancora) di una guerra civile. Abbiamo un Paese che crolla a pezzi, una Costituzione da riscrivere e tre partiti di diversa tradizione politica che tentano di collaborare per consentire all’Italia di risollevarsi. Nel ’45 c’era bisogno di chiudere un capitolo di storia senza più ricorrere alla ghigliottina rivoluzionaria, alle repressioni fasciste, alle esecuzioni sommarie della guerra civile. C’era l’urgenza di affidare agli storici, e non più ai magistrati (tanto più se politicizzati o inchiodati a un pregiudizio), il compito di ricercare le responsabilità. Questo bisogno è urgentissimo ed assolutamente ineludibile anche oggi, un’epoca che presenta analogie con il dopoguerra. E come allora sono convinto sia necessario un provvedimento di clemenza generalizzato. Un’amnistia “terapeutica” come giustamente è stato scritto.

Alcuni parlamentari di diversi schieramenti, come il senatore Manconi del Pd, il senatore Compagna del Pdl, il deputato Gozi del Pd hanno presentato disegni di legge sull’amnistia. I radicali stanno lanciando una nuova campagna referendaria che prevede anche sei quesiti sulla giustizia: responsabilità civile dei magistrati (due quesiti), separazione delle carriere, incarichi extragiudiziari, revisione della custodia cautelare, abolizione dell’ergastolo. Amnistia e riforma della giustizia sono temi trasversali, che non andrebbero liquidati con la solita bassa cucina “ad personam” per Berlusconi né come una punizione delle toghe, né come un via libera alla delinquenza: basterebbe evitare la cella ai detenuti in attesa di giudizio e i veri criminali avrebbero tutto lo spazio carcerario che si meritano.

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E perché mai una sentenza non si può discutere e si deve solo rispettare? Dove sta scritto ? Forse sta stampato nel sorriso ebete e nella faccia a culo di gallina di chi si riempie la bocca con tali risibili e ridicole affermazioni, avendo vuoto di materia grigia il cranio. Non sono i Magistrati forse dei “ pubblici ufficiali”, dei burocrati, come gli impiegati pubblici? E non fanno , tutti insieme, parte di quella che noi definiamo di spregiativamente come “ sistema burocratico”? E che forse i magistrati rappresentano per elezione popolare il Paese? Ma quando mai! Se discutiamo le decisioni di ogni funzionario statale, per quale motivo dovremmo invece inchinarci, come vomitano questi imbecilli cerebrolesi, davanti ad una decisione di un magistrato? Come ogni impiegato pubblico, il magistrato altro non è che un laureato in Legge che ha superato anche un concorso specifico: come è sempre stato per tutti i funzionari pubblici, per i docenti, ecc. E che forse non possiamo discutere una decisione di questi burocrati? Ma quando mai! Quando i giudici emettono una sentenza e si riempiono la boccuccia con «in nome del popolo italiano», tutti noi che ne facciamo parte abbiamo il sacrosanto diritto di commentarla e criticarla. Se no, che razza di democrazia sarebbe? Sarebbe una “magistratocrazia”, altro che democrazia . Abbiamo il sacrosanto diritto di giudicare noi il lavoro che i magistrati svolgono e di valutare come lo praticano, visto che hanno milioni e milioni di processi arretrati , visto che ogni anno cadono in prescrizione, per i ritardi dei Magistrati, qualcosa come duecentomila processi penali ( meno le corse pazze se il presunto reo ha un ben noto nome ed un altrettanto ben noto cognome) e che le loro carriere, che sono garantite da automatismi e da scatti d'anzianità senza alcun rispetto per il merito, e che vengono retribuiti con il denaro da noi versato allo Stato. Ed abbiamo anche il doveroso diritto “ al sospetto “, un diritto che la sinistra ha abbondantemente sfruttato dal 1945 ad oggi, dal momento che non è un mistero che vi sono magistrati indagati o condannati per corruzione, magistrati politicizzati, magistrati ammalati di visibilità mediatica o magistrati favoreggiatori, per istinto, di una parte politica, anziché rispettosi della costituzione.



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E perché allora, popolo di cerebrolesi, devo inchinarmi, devo rispettare una sentenza quando mi rendo conto che non c'è uno straccio di prova a carico del presunto reo? Sono i cerebrolesi come voi che hanno supinamente accettato che , indipendentemente dalle prove, ciò che occorre come condizione necessaria e sufficiente è che il giudice sia convinto. Se è convinto lui o lei, noi dobbiamo essere come bambini deficienti, tutti giulivi e contenti oltre che coglioni, né più altro dimandar. E i testimoni non contano nulla se il giudice ha la sua convinzione. I testi hanno tutti negato? Ohibò! Offesa alla Corte! Lesa maestà! I testimoni negano le affermazioni della Procura? I testimoni mentono e vanno dunque perseguiti. Siete dei poveracci, dei cerebrolesi irrimediabili se non cogliete l’assurdità della vostra posizione di servi del potere dei magistrati : per voi la verità e la realtà è rinchiusa nelle sentenze giudiziarie che costituiscono la vostra Holy Bible .

E se , vengo per un nanosecondo alla sentenza Ruby, davanti ad una decisione noi ci trovassimo di fronte una verità reale documentale che non ha niente a che fare con la teoria accusatoria sostenuta dalle toghe, cosa fare? Applichiamo la divisione dei poteri fra gli ordini dello Stato che, però, esiste solo nella mente di chi non conosce la Costituzione: è stabilito, dicono i cerebrolesi, che il potere di stabilire la verità, come quello di sopraffare la verità spetti alle toghe . Se i testimoni raccontano una verità diversa da quella di una sentenza, vuol dire che si devono arrestare i testimoni. Se nove milioni di elettori votano Silvio Berlusconi questi non sono cittadini uguali agli altri, ma un branco di idioti che bisogna dichiarare inadatti al voto, estrometterli dalla vita democratica. Strada genialmente e sopra tutto nobilmente indicata dall’esimio Eugenio Scalfari, ospite delle Invasioni barbariche della Bignardi. Sapete com’è! In compagnia prese moglie anche un prete! Disse che coloro che votano Berlusconi non sono persone degne di considerazione. Un vero genio della democrazia.

Resto a Berlusconi il quale, malgrado tutti gli sforzi del miglior illuminismo giuridico ( non scherziamo, parlo di luminari del Diritto, parlo di Boccassini, di Spataro, di Ingroia, di Di Pietro, ecc) insiste da venti lunghi anni a essere un polo politico determinante, alla faccia di Scalfari. Cosa partoriscono i cerebrolesi? Che il Parlamento lo dichiari ineleggibile. E se è acclarato, invece, che è eleggibile tanto è vero che l'hanno eletto per vent'anni , cosa ripete il cerebroleso? Guidato da Scalfari , da Zagrebelsky e da consimili geniacci, al cui confronto Socrate era una caccola, considerano quel popolo di centrodestra un popolaccio bue e rozzo al quale, gli oracoli, fan sapere che farsi eleggere contro il desiderio del partito della giustizia, è puro fascismo, la riedizione della marcia su Roma o, peggio, qualcosa che somiglia al nazismo.

La politica deve imparare ad obbedire tacendo. Sempre agli ordini della magistratura. Ed il popolo deve solo pensare al pallone e, se per caso ha fame e non trova il pane , troverà pur sempre alcune brioche nei bar, Cristo!

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“Non è stato un missile, ma è stata una bomba”. Nel giorno in cui il Presidente della Repubblica dichiara la necessità di andare a fondo sul caso Ustica il presidente del Collegio internazionale dei periti sul caso del tragico incidente del velivolo Dc9 nella rotta tra Bologna e Palermo, formula una dichiarazione dirompente che smentisce la consolidata tesi dello conflitto tra aerei della Nato che avrebbe portato all'abbattimento del velivolo con un missile. “A provocare l'esplosione del Dc9 Itavia di Ustica – ha detto Misiti- è stata una bomba a bordo.

La perizia del collegio da me presieduto e composto da 11 dei più famosi esperti di incidenti aerei del mondo – specifica il presidente del Collegio internazionale dei periti- è l'unico strumento tecnico che ha a disposizione la magistratura italiana per le indagini successive tese a scoprire gli esecutori e i mandanti della bomba al plastico collocata a bordo che ha provocato l'incidente”. “Se questo – spiega poi Misiti- non accadesse, e si continuasse a prendere per buone le illazioni giornalistiche e di qualche fantasioso magistrato che parlano di inesistenti battaglie aeree, dovremmo con amarezza constatare che il nostro paese è ancora molto indietro per quanto riguarda l'evoluzione del diritto nel campo delle sciagure aeronautiche”. Quousque tandem, idiotia, abutere patientiae nostrae?





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Non sapendo più che cosa fare e che cosa dire pur di continuare a riscuotere uno stipendio di magistrato senza mettere piede in un ufficio giudiziario, il dottor Antonio Ingroia, meglio conosciuto come l’eroico pubblico ministero della fantomatica Trattativa tra lo stato e la mafia, ha fatto il gran gesto di rinunciare alla toga per dedicarsi corpo e anima all’impegno politico: da vero partigiano difenderà la Costituzione da ogni aggressione presente e futura ( lo scippo dell’articolo 68 della Costituzione perpetrato dai suo colleghi del Pool di Milano nel ’95 non appartiene, evidentemente, ad un’aggressione ).

Non sarà certo un problema trovarsi un lavoro ben remunerato: da magistrato ha flirtato sotto banco con quel campione di politica politicante che va sotto il nome di Rosario Crocetta, governatore della Sicilia. Che, per venirgli incontro, gli aveva offerto un incarico di sottogoverno nelle esattorie regionali, ma il nostro eroe pretendeva che il Csm, organo di autogoverno dei giudici, gli concedesse la possibilità di diventare il Gran Gabelliere di Sicilia e di rimanere contemporaneamente nei ranghi della magistratura. Capito che geniaccio? Sarebbe stato l’ideale: l’ambizioso pm avrebbe mantenuto il prestigio e il timore che la toga incute, avrebbe incassato uno stipendio quasi doppio, e soprattutto avrebbe avuto tutto il tempo a disposizione per battere in lungo e in largo gli studi televisivi, predicare le sue teorie sui misteri d’Italia e tentare di ricostruire, dopo il tonfo elettorale del 26 febbraio, una parvenza di credibilità attorno alla sua leadership, chiamiamola così, e al partitino dell’uno virgola qual cosina che aveva messo in piedi a inizio anno per concorrere, come Bersani e Berlusconi, alla suprema carica di presidente del Consiglio.

Ma il Csm, come si ricorderà, lo trombò : niente distacco nella Regione Sicilia. A quel punto, l’eroe della Trattativa avrebbe potuto incassare il colpo e andare a lavorare ad Aosta, dove nel frattempo l’organo di autogoverno lo aveva destinato. Invece ha preferito resistere, resistere, resistere e , sopra tutto, imbrogliare con partiti e sindacati, lisciando il pelo oggi a Crocetta e domani alla Fiom di Maurizio Landini. Fino a quando dal Csm non gli hanno fatto sapere esplicitamente che il giochino del piede in due scarpe non poteva più continuare. Da qui il gran bel gesto di abbandonare la toga e di collocarsi senza vincoli di alcun genere nel libero mercato della politica.

Un posticino glielo troveranno comunque: a Roma o a Palermo, non sarà difficile per i suoi amici individuare nel sottobosco del potere una presidenza o una consulenza. Ma se è vero che non sarà un problema trovare un’occupazione, è altrettanto vero che, fuori dalla magistratura, per Ingroia nulla sarà più come prima. Già la campagna elettorale gli ha portato più danni che vantaggi, più perdite che guadagni. Si era presentato con l’aureola del mito, il mito del guerriero solitario che pur di cercare la verità era in grado di sfidare gli intoccabili di ogni ordine e grado, ed è finito su YouTube, inchiodato per sempre alla croce della derisione da una irresistibile parodia di Maurizio Crozza. Si era presentato come il giustiziere capace di spazzare via con un solo colpo di spada corrotti e corruttori ed è finito in una macchietta esilarante: difficilmente gli elettori ricorderanno il rivoluzionario programma con cui il tribuno togato pretendeva di dare la scalata al governo del paese; ma si scompisceranno ancora per molti anni dalle risate ricordando il personaggio “confuso, impacciato e sperso”, parole di Gian Carlo Caselli, messo in scena da Crozza per divertire la platea.

Ma una caricatura, si sa, fa parte del gioco, per quanto amaro. E comunque da ora in avanti il vero grande problema di Ingroia non sarà tanto la risata che la gente fatalmente accoppierà al suo linguaggio e alla sua immagine. Sarà la sua stessa credibilità. Perché alle amenità della satira si sovrapporranno interrogativi ben più pesanti che prima o poi finiranno per mettere in discussione sia il suo passato di pubblico ministero eroico e straordinario sia il suo futuro di uomo politico puro e duro. Anche i bambini delle scuole elementari, per esempio, hanno capito che la sua scampagnata in Guatemala, durata poco più di trenta giorni, doveva servire soprattutto per preparare la campagna elettorale e non per combattere i narcos. Uno specchietto per le allodole, come al solito!

Tanto è vero che i bravi ragazzi del Fatto, registi della sua discesa in politica, gli hanno subito approntato rubriche di prima pagina e collegamenti con gli studi televisivi di Michele Santoro, non per parlare di quell’infelice paese del Centroamerica, del quale non frega un cazzo a nessuno, tanto meno a Ingroia, ma della Trattativa e degli eccellentissimi indagati e testimoni sui quali Ingroia aveva libertà di spargere ogni sorta di sospetto e allusione: dal presidente della Repubblica al procuratore generale della Cassazione; da Nicola Mancino a Lillo Mannino, ex ministri democristiani, a Marcello Dell’Utri per anni braccio destro di Silvio Berlusconi; da Mario Mori ad Antonio Subranni, ex generali dei carabinieri, per i quali ha chiesto il rinvio a giudizio con accuse infamanti e che fin dall’udienza di oggi saranno costretti a sedere, come imputati, accanto agli stessi boss mafiosi che loro stessi hanno contribuito ad arrestare.

Come giudicheranno, giornali e giornalisti che in questi anni gli hanno fatto da corona e da sgabello, la campagna del Guatemala? Inviteranno ancora Ingroia a recitare le sue litanie, giudiziarie e politiche, senza mai contrapporgli un dubbio o una perplessità? Gli riserveranno lo stesso credito, ora che anche i bambini delle scuole materne hanno capito che la maxi inchiesta sulla Trattativa, nelle intenzioni dei registi del Fatto, non era tanto una questione di giustizia, come la propaganda voleva e vuole ancora far credere, ma il cocchio dorato che avrebbe dovuto trasportare lo straripante pm nel firmamento del potere politico?

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Cannigione lunedì 1 Luglio 2013

Gaetano Immè