Gaetano Immè

Gaetano Immè

martedì 10 settembre 2013


LA GRANDE STAMPA O LA BANDA DEI 4+4?

 

Ieri riesumavo ricordi lontani ma indelebilmente impressi  nella mia memoria e così replicando al Dr Antonio  Polito, che bacchettava nel  suo editoriale sul Corriere della Sera del 5 u.s. Silvio Berlusconi invitandolo a sparire dalla circolazione, sono riandato con la memoria agli anni novanta del secolo scorso, anni decisivi per il Paese. Era esplosa , con la impetuosità del fenomeno carsico trattenuto sotto terra dal consociativismo immobilista e corruttore della Prima Repubblica, Mani Pulite;  sarebbe terminata la Prima Repubblica; sarebbe iniziata seconda repubblica e, con essa, il nuovo “frontismo” muscolare, destra da una parte e sinistra dall’altra,  come negli anni quaranta e cinquanta del secolo scorso,  perché a questo  duello rusticano è stato  poi ridotto il tanto auspicato e decantato  bipolarismo italiano. Né poteva essere altrimenti per una ragione semplicissima: lo tsunami giudiziario di Mani Pulite aveva trucidato giudiziariamente  solo i partiti democratico liberali ( quindi la DC di centro destra, il Psdi, il Pil ,il Psi, il Pri) e le loro nomenclature , mentre  l’unica classe dirigente che sopravvisse , per grazia ricevuta , a quell’eccidio, fu quella del Pci, alla quale i vari  D’Ambrosio, Di Pietro, Colombo, Borrelli  ecc. avevano  elargito uno speciale “ lasciapassare  penale”che deve essere ,però, rinnovato  annualmente . E così, inebriati dall’impunità raccattata a prezzo di successivi ricatti   – e vedrete tra breve come sappia di sale lo pane altrui  e come scotti  la sedia dove  si impancheranno senza indugio i vari Veltroni, D’Alema,Salvi, Occhetto, Folena, Napolitano,ecc . -- furono costoro e la loro “ stampa organica” ad interpretare la nuova stagione bipolare , ma come se l’Italia fosse ormai “ cosa loro”, una prateria di voti a disposizione della sinistra comunista , campo sgombro da concorrenti ormai cadaveri : così, la stagione che avrebbe dovuto regalarci una democratica forma di governo dell’alternanza  fu tramutata , grazie al circo mediatico giudiziario e giornalistico - davanti all’imprevedibile ed inattesa vittoria di Forze Italia nel 1994 che ruppe tutti i denti della gioiosa macchina da guerra del Pci di Occhetto -  in una lotta senza quartiere contro l’intruso, contro l’usurpatore , contro il popolo rozzo ed incolto che aveva votato Berlusconi, una lunga stagione ventennale  dove nella quale la grande stampa ha sempre ostacolato di diffondere quel massimo principio democratico di  riconoscere il nemico politico come legittimato a governare il Paese  in caso di sua vittoria, sconfitta sempre presentata invece come un affronto , come  una inammissibile rinuncia, non importa se temporanea,  alla conquista del potere  assoluto sull’Italia, che era diventato l’unico  scopo  del vecchio Pci,  orfano ormai sia dell’alibi  della guerra fredda che  della protezione politica e finanziaria staliniana . Mentre dunque la nuova  formazione politica del centrodestra imboccava anche se stentatamente  la strada del bipolarismo occidentale ( Inghilterra, Usa, Francia ed il suo Presidenzialismo sono altra cosa  anche se simile)  s’è venuta scontrando con quell’oscuro coacervo di torbidi interessi che univa la grande stampa, i suoi giornalisti in un apparato mediatico ordito dalla  vecchia nomenclatura comunista a disposizione, per ricatti, per intimidazioni, per i rinnovi annuali di quel lasciapassare giudiziario, della Magistratura  politicizzata. S’è perciò scatenata ì quella che chiamiamo “ la guerra dei venti anni”.Che ruolo ha avuto, che ruolo hanno  recitato in tutto questo la stampa, la televisione, i giornalisti? Hanno  svolto il loro  ruolo nel rispetto pieno dell’articolo 21 della Costituzione? Hanno  informato sui fatti senza rendersi complici di operazioni di disinformazione o, peggio, di mistificazione, di alterazione delle realtà? Vediamo.

Con dichiarazioni,mai smentite, di Antonio Polito (nel 2005, all’epoca dei fatti a “La Repubblica” diretta da Scalfari )  e di Piero Sansonetti ( all’epoca dei fatti a L’Unità diretta da Veltroni  ) , da me rammentate nello scorso numero do questo Blog  “L’opinione”,è fatto storicamente accertato e scontato che fin dai  primi anni di Tangentopoli( parlo degli anni 1992,1993 ) si fosse creato una incredibile , gigantesca, torbida  commistione fra la grande stampa ed il Pool di Mani Pulite, allo scopo di drogare ed indirizzare l’informazione annebbiando i lettori e   presentando i provvedimenti nel modo  che più fosse gradito tanto al Pool di Milano quanto a quei giornali, ai loro editori  ed alle carriere di chi vi lavorava .Venne ribattezzata come “ la banda dei 4”, in relazione al numero dei giornali implicati. Successivamente fu ribattezzata anche “ la banda dei 4 + 4 “, non per scimmiottare il complesso musicale di Nora Orlandi, quanto per sintetizzare come di quella banda , oltre che quei quattro giornali ( con intuibili effetti a cascata  sulla stampa minore ) , i loro giornalisti, i loro direttori, i loro editori, vi facessero parte , in posizione di “boss” e di “protettori”, i “magnifici quattro del Pool di Mani Pulite: vale a dire Borrelli, Di Pietro, Colombo, D’Ambrosio.  Insomma i quattro grandi giornali: La Repubblica, La Stampa, Il Corriere della Sera e L’Unità avevano stretto, inizialmente grazie ai propri cronisti giudiziari, un patto , che definire criminale mi pare una carineria ipocrita , con i Magistrati di quel Pool  .Si erano praticamente venduti a quella Magistratura che stava diventando la padrona dell’Italia :  è sotto gli occhi di tutti quanto abbiano tutti costoro ricevuto  in cambio. Altro che i trenta denari. Lo vedremo a suo tempo. Solo pochi ma chiari esempi.

Il 5 marzo del 1993 , Governo Amato, Conso Ministro della Giustizia,in piena bufera di Mani Pulite, cerca di trovare una soluzione politica , una via d’uscita per evitare non solo lo scempio davanti al mondo civile degli arresti con telecamere accese e schiavettoni ai polsi  ma sopra tutto il facile ricorso alla carcerazione preventiva, che era la vera ignobile tortura di quel periodo. Il Governo   Amato (DC - PSI - PSDI – PLI) vara la soluzione  politica per Tangentopoli proprio il giorno 5 marzo del ’93, con il Decreto Conso.Il decreto era un provvedimento equilibrato e auspicato, tanto che  era d’accordo anche il Pci . Da un lato depenalizzava il reato di “ finanziamento illecito ai partiti “, prevedendo sanzioni amministrative e la restituzione allo Stato del triplo delle tangenti oltre, com’era ovvio, a comminare l’interdizione dai pubblici uffici come pena accessoria (dai tre ai cinque anni). Corruzione e concussione rimanevano ovviamente  reati perseguibili penalmente, ma varava  una sorta di “patteggiamento” per questi reati , prevedendo anche sconti sulla pena che avrebbero potuto  anche evitare la galera. Scalfaro, Presidente della Repubblica, aveva dato il suo consenso al testo del decreto , avendolo esaminato nel precedente week end. Conso ed Amato, forti dell’assenso di Scalfaro,inviano il decreto   al Quirinale per la firma del Presidente. Ma accadde quello che in nessun Paese civile è mai accaduto: forti di quel consenso  popolare bulgaro che la “ banda dei 4 “ aveva  costruito nel Paese ( Di Pietro era diventato “La Madonna”) intorno a quei quattro Magistrati, il loro  Procuratore Capo, Saverio Borrelli, si intromise , di sera alle rituali otto e mezza, in tutte le case degli italiani  e bollò quel decreto “ non s’aveva da approvare”.

Riporto le testuali parole di Piero Sansonetti riguardo al decreto Conso : ” Noi all’Unità avevamo pronto un editoriale di un dirigente del Pds che approvava quel decreto. Alle rituali sette della sera toccò a me – continua Sansonetti – fare il consueto giro di telefonate con direttori e caporedattori. Fu deciso dai direttori che il decreto Conso andava affossato. Chiamai Veltroni – che non era a Roma – e lo informai. Mi diede il via libera a scrivere un editoriali contro il decreto Conso. Il giorno dopo tutti e quattro quei giornali ( Repubblica, La Stampa, Il Corriere della Sera , L’Unità) avevano tutti l’editoriale contro il decreto. Il Presidente  della Repubblica O.L. Scalfaro non firmò il decreto, Conso lo ritirò. “ A sua volta  conferma  Antonio Polito:In quel clima ci bastò scrivere “ decreto salva ladri “ed il gioco era fatto: interpretammo ed indirizzammo l’opinione pubblica”.Il decreto Conso era considerato un giusto decreto da tutti i partiti, sopra tutto dalla sinistra. Ma distingueva tra “ corruzione” ( da sanzionare) e “finanziamento irregolare o illecito “ ( che quel decreto intendeva  depenalizzare). Questo avrebbe significato che quella Magistratura di Milano non avrebbe potuto più eseguire arresti clamorosi, davanti alle telecamere e, sopra tutto, avrebbe significato , per quei Magistrati, perdere una notevole arma di ricatto e di intimidazione nei confronti della politica. Ecco perché quel decreto andava distrutto. Anche il Presidente Scalfaro venne meno agli accordi, non firmò il decreto, facile spiegare questo suo voltafaccia ricordando come sia stato sotto minaccia della Magistratura per la faccenda dei 100 milioni al mese incassati senza rendiconto. Diciamo che Scalfaro si allineò, forse come ex magistrato, all’ordine perentorio ( essere chiari è un bene)  di quel Pool. A sua volta  il Governo, che avrebbe potuto ripresentarlo fregandosene delle minacce dei Magistrati, non lo fece, gli scheletri nell’armadio lo rendevano succube di quel manipolo di magistrati, anzi, meglio aver paura che buscarle,  lo ritirò definitivamente. E così fu, grazie alla stampa. Se si pensa a come sarebbe cambiata la storia dell’Italia se il decreto Conso fosse stato approvato vengono i brividi. Intanto così la storia d’Italia è cambiata, così è morta la prima Repubblica. Come giudicare col metro giudiziario quell’accordo fra i grandi giornali?  Una folle violazione dell’articolo 21 della Costituzione? Una incredibile invadenza nella sfera politica dei poteri forti che erano gli editori di quei giornali? E, a questo proposito, che ci faceva “L’Unità”, pur sempre un foglio di partito, in mezzo alle tre corazzate della grande informazione popolare?  Per la sua definizione giudiziaria vedo una vera e propria  associazione per delinquere finalizzata ad annebbiare la testa dei lettori in aperta violazione dell’articolo 21 della Costituzione. Per  quanto invece riguarda la presenza de “L’Unità” fra quei grandi giornali d’informazione , invece, la risposta alla mia precedente domanda è semplice: L’Unità ha fatto  da reggicoda, da cavaliere  servente alla Magistratura , così da catturarne la benevolenza e salvare dalla scure di Mani Pulite  i propri funzionari  e dirigenti ( Greganti, Veltroni D’Alema, Napolitano, ecc) ed i propri “industriali organici” ( Romiti e la Fiat, Agnelli, De Benedetti Carlo, ecc). I cronisti giudiziari sono diventati , grazie alla stagione di Mani Pulite e grazie alla popolarità ottenuta grazie all’accordo con quei Magistrati ( si pensi agli arresti preannunciati e ripresi con le telecamere) , tutti importanti giornalisti. Vedi il Dr Antonio Polito, premiato addirittura con un seggio senatoriale per la Margherita( sempre sinistra è, sta nel P.D. con i soliti noti: D’Alema, Veltroni,Napolitano, De Benedetti)  ed oggi addirittura editorialista del Corriere della Sera. Guardate Paolo Mieli , premiato da RCS con la direzione. Guardate  Ezio Mauro, direttore de “La Stampa” proprio in quegli anni di fuoco, assurto alla direzione di “Repubblica”. Come dimenticarsi poi di Brosio, quel cronista televisivo che praticamente viveva (mangiava, dormiva, faceva i suoi bisognini) sempre davanti al Palazzo del Tribunale di Milano, diventato poi una specie di star televisivo. Tutti felici e contenti, meno che Piero Sansonetti: la sua onestà intellettuale di confessare l’imbroglio, di sputare, seppure tardivamente, il rospo gli è costato l’ostracismo, il ripudio  della sinistra: infatti non lo trovi a L’Espresso o a La Repubblica, no! E’ stato spedito al confino: a” Calabria Ora”. . La banda dei 4+4 aveva sconfitto il popolo, si era imposta alla volontà di un governo eletto democraticamente, il messaggio era limpido: non vi illudete di poter governare il Paese come volete voi, vi abbiamo e vi teniamo tutti sotto tiro.  Avete letto  come è stato facile, per la banda dei 4+4 ? Bene, ma attenzione : questi  continuano  ancora oggi.

Il 26 maggio 1993 , due mesi e mezzo dopo la vittoria della banda dei 4+4 sul decreto Conso, avviene la mossa cruciale di tutta la stagione di Mani Pulite. Non si tratta di  arresto clamoroso, né di qualche avviso di garanzia, no, si tratta semplicemente del primo regolamento di conti all’interno della banda dei 4+4.  Come nei sistemi mafiosi viene ricompensato il “ picciotto d’onore” che ha permesso al “ capobastone” di  affermarsi sul territorio, così , aprendo “L’Unità” del 26 maggio 1993  ecco materializzarsi il salvacondotto penale a favore del Pci, dei suoi  dirigenti, dei suoi portaborse ( tipo Primo Greganti) e, soprattutto, degli industriali “organici” al Pci. Perché l’intervista del Procuratore Dr. Gerardo D’Ambrosio  era assolutamente inattesa ed impensata. Gli arresti, gli avvisi di garanzia, il terrore giudiziario infuriava e la gente, che aveva visto crollare sotto le inchieste giudiziarie tanti partiti politici corrotti s’aspettava ormai che il Pool completasse il lavoro, che andasse a colpire anche il Pci, che facesse, in sostanza , quello che diceva di voler fare: una totale pulizia. D’altra parte nella foga di pubblicare tutto, nella veemenza  nel divulgare anche interrogatori che pure avrebbero dovuti essere riservati, erano usciti su stampa e televisioni diverse testimonianze – tipo quelle di Maurizio Prada, tesoriere della DC lombarda e di Luigi Carnevale, suo omologo per il Pci – era ormai cosa scontata e pacifica che le tangenti venissero divise per un terzo ciascuno fra DC, PSI e Pci e che, per la precisione, dentro il Pci si addivenisse poi ad un’ulteriore suddivisione di un terzo per la corrente dei “ miglioristi” e di due terzi per il resto del partito. Erano poi in corso sia l’inchiesta su Primo Greganti sia quella su Cusani per Enimont dalle quali erano emerse non solo la faccenda del “ conto Gabbietta” intrattenuto dal Pci in Ticino, ma anche il famoso miliardo di lire che Gardini ed il suo autista testimoniarono di aver materialmente portato dentro gli uffici di Botteghe Oscure. E invece il Dr D’Ambrosio, quel 26 maggio del ’93, comunicò al mondo intero la volontà del Pool di Milano di concedere ai vari Occhetto, D’Alema, Veltroni, Greganti, etc la più totale ed assoluta impunità .- E lo fece  proprio scegliendo, fra i quattro giornali, quell’Unità che era solo un giornale di partito. Così quando D’Ambrosio, in quella intervista ,comunicò che “ a grandi linee l’inchiesta su Tangentopoli era finita”, finita spiega ancora D’Ambrosio “ nel senso che quel che doveva emergere  nel filone affaristico politico è venuto fuori”, quando oltre al Greganti, oltre a Montedison e Gardini col suo miliardo, erano stati sottoposti ad inchiesta in tutta Italia esponenti locali e nazionali del Pci, il quadro dell’imbroglio, la fotografia della guerra giudiziaria ma chirurgica per colpire “ solo” gli altri partiti era evidente. Come, per esempio, non ricordare come il Magistrato Tiziana Parenti avesse inviato un avviso di garanzia a tesoriere  del Pci, senatore Marcello Stefanini? E come avrebbe potuto il Pci spiegare che, proprio subito dopo Tangentopoli il partito sia stato costretto, per mancanza di fondi, a vendere l’immobile di Botteghe Oscure, a licenziare  quasi tremila dei suoi quasi 5.000 funzionari ed a ridurre poi “L’Unità” alla miseria se non per aver vissuto con le tangenti in questione? Così quando il P.M. Parenti mette le mani su Stefanini e su Greganti, D’Ambrosio ed il Pool tutto improvvisamente si ricordò che vi era stata una riforma del codice di procedura del l’89 che consentiva al P.M. di raccogliere le prove anche per l’accusato. Una cosa mai avvenuta, ovviamente, in precedenza, quando alla faccia della Costituzione che obbliga la responsabilità penale ad essere solo personale, col famoso teorema del “ non poteva non sapere” quello stesso Pool aveva sempre messo sotto processo non una singola persona fisica, ma un sistema. Dallo studio delle carte D’Ambrosio  trasse spunti che nemmeno l’avvocato del Greganti avrebbe osato. Scoprì che nello stesso giorno in cui Greganti aveva prelevato quei seicento milioni dal conto Gabbietta  in Svizzera, lo stesso Greganti aveva comprato una casa a Roma, con rogito notarile nello stesso giorno. Era la prova, ma solo per D’Ambrosio, che Greganti rubava dei soldi per sé e non per il Pci. La richiesta di archiviazione del procedimento contro Stefanini, avviato dalla Parenti, fu affidata ad un GIP della stessa Procura, il Dr Italo Ghitti, il quale godeva di una fama “opaca” perché firmava ed avallava qualsiasi richiesta provenisse dal potente Pool. Così avvenne per Greganti che scontò tre mesi di galera per non aver confessato di aver acquistato “ a nero” un appartamento, l’inchiesta fu archiviata, Ghitti chinò il capo, Parenti abbandonò la Procura di Milano ed addirittura la stessa Magistratura. Si dette alla politica. Il Pci era salvo. Una parte del debito di riconoscenza era stato pagato. Una parte, perché la Magistratura ha salvato il partito ma lo ha sempre tenuto sotto tiro. Come la storia successiva ed anche quella attuale dimostra. Non è forse proprio il P.D. che difende lo statu quo della Magistratura opponendosi ad ogni riforma? Siamo in pieno “Il Gattopardo”, dove “ tutto cambi affinché nulla cambi”.  Ma la storia di Greganti non convinse , quasi un anno dopo, un Ufficiale della Guardia di Finanza che , nel 1994, Filippo Mancuso, Ministro di Giustizia del Governo Dini, spedisce a Milano per indagare. Così quell’ufficiale scopre che la tesi di D’Ambrosio non reggeva in quanto si basava su una temporalità assurda: risultava dagli atti che Greganti era stato in Banca , in Svizzera, a prelevare quei soldi dal conto Gabbietta la mattina  e che nello stesso giorno ed alle 09,30 aveva poi stipulato il rogito col Notaio  presso un’Agenzia del Monte dei Paschi di Siena.  Era dunque chiaro che i soldi pagati alle 9,30 al Notaio dentro quella agenzia del Monte dei Paschi non erano gli stessi che Greganti aveva ritirato dal conto Gabbietta in Svizzera. E dove stavano quei soldi? Ovvia la risposta: nelle capienti casse del Pci. La stampa, quella stampa,  si mostro, come al solito, una complice perfetta e precisa. Semplicemente ignorò tutto questo, lo nascose alla pubblica opinione. Così il Pool di Milano non volle più indagare oltre su Greganti, neanche dopo la scoperta in questione. Osservate: ecco cosa vuol dire il potere che deriva ai magistrati dall’obbligatorietà dell’azione penale , senza alcun controllo. Gerardo D’Ambrosio è ormai Senatore fisso del P.D., i debiti di gioco si pagano, come anche il pizzo. E siccome a tutto c’è un prezzo, a far pagare un piccolo prezzo a D’Ambrosio ci ha pensato un oscuro Sindaco. Il 21 maggio 2012 su proposta dell'associazione ODV Ethos, il consiglio comunale di Santa Maria a Vico, sua città natale, gli ha negato la cittadinanza onoraria. In fase di discussione, conclusa con 10 voti contrari, 4 favorevoli alla cittadinanza onoraria di D'Ambrosio e 2 astenuti, il sindaco sammariano, Alfonso Piscitelli, ha dichiarato: “Anche se D'Ambrosio è un nostro illustre cittadino riteniamo non abbia volato troppo in alto, non sia stato al di sopra delle parti”.

Il 22 febbraio del 1998 è una domenica , ma non ostante la festività  è entrato in scena il “ Corriere della Sera” per recitare la sua parte, per dare il suo contributo al grande imbroglio, come avveniva da sempre e come ancora avviene. A Palazzo Chigi c’era  Romano Prodi, Massimo D’Alema era il Presidente della Bicamerale che avrebbe dovuto riformare l’assetto costituzionale del Paese, compreso l’ordinamento giudiziario. La Bicamerale vedeva seduta anche Forza Italia che collaborava alla stesura . Qualcuno ricorderà della così detta “ bozza Boato”, dal nome di un Senatore che aveva sintetizzato gli accordi bicamerali, specie per quanto concerne la Magistratura. Intendiamoci, erano già spariti i due Csm, non si parlava più neanche di divisione delle carriere fra requirenti ed inquirenti, né di limitare l’azione penale legandola al singolo P.M.. Ma anche questa minimizzazione non andava bene ai potentissimi magistrati i quali chiamarono, come d’uso, i loro complici della informazione ( sarebbe ora di definirla controinformazione o mistificazione dei fatti) e sferrarono l’attacco. L’intervista che Giuseppe D’Avanzo, allora al Corriere della sera, fece al Dr Gherardo Colombo uscì con un titolo che era tutto un programma:” Le riforme ispirate dalla società del ricatto”. La tesi esposta da Colombo era ideologica: negli ultimi  anni della storia repubblicana – afferma Colombo – la storia dell’Italia è fatta di accordi di sottobanco, di patti occulti, così l’Italia parte dal ricatto. Il ricatto ha pervaso come metastasi tutto il paese e tutti gli italiani, meno che la Magistratura perché, spiega Colombo, “ variabile non organica a quel sistema consociativo. E siccome la Magistratura può spezzare quei patti quando vuole, ecco perché stanno cercando di attentare all’indipendenza della magistratura. Inutile commentare la tesi, fragile, falsa e ideologica, ma il messaggio che Colombo e la grande stampa mandano al Paese è acqua di fonte: la magistratura vi tiene sotto tiro e vuole le mani libere per continuare ad esercitare il “ controllo della legalità”. Dunque non fate quelle riforme altrimenti……Tremò D’Alema che interpretò quell’intervista come uno “ stai attento, ce n’è anche e soprattutto per te, perché ti abbiamo già regalato sei anni di impunità, ma se scocci te la revochiamo. Ora sappiamo tutti come D’Alema rovesciò il tavolo della Bicamerale, appunto per farla saltare, come è stato. Ma per eseguire gli ordini della Magistratura, alla quale la stampa aveva dato ancora un contributo di enorme importanza. Fu dunque colpa della stampa tutta  se quella brodaglia sotto culturale che invischiava buona parte del popolo italiano, i lettori della grande stampa, indottrinati, indirizzati, ammaestrati da questi truffatori della credulità popolare  si ritrovò a seguire la così detta “ opera di pulizia e di legalità” di quella Magistratura. Come accadrà per l’Italia dei Valori e per il partito stesso dei Magistrati ( partito di Ingroia, Il Fatto, Micro Mega, etc) dietro quell’apparente intransigenza si nascondeva una sorta di Stato etico, uno stato che separava i buoni, cioè i Magistrati, dai cattivi, cioè tutti coloro che vivevano nel peccato, una sorta si “ sin city”. Era la concezione medioevale di uno stato etico, poliziesco, uno stato che ti spia dal buco della serratura,che guarda la vita degli individui solo come attività inquisitoria e giustizialista. Un mondo sotto culturale infantile, penoso, fatto di soldatini etero condotti, come i fiaccolatori che si tenevano per mano.  

Ho tralasciato moltissimi altri episodi, ma quei pochi che ho rammentato bastano ed avanzano per chiedere che diavolo di Paese sia l’Italia. Perché ho visto affibbiare un mese di galera a Sallusti, Direttore del Giornale, per aver scritto un articolo con la sua opinione su un fatto vero, mentre le storie che ho raccontato non hanno suscitato nessuna reazione. Ma è giusto così: hanno organizzato ormai il Paese come volevano loro. A misura di sottocultura giustizialista , ignobile, talebana. Hanno disinformato, indirizzato, indottrinato il Paese facendo del popolo italiano un popolo di ideologizzati, di indottrinati. I grandi giornalisti complici di questo colossale imbroglio ai danni del popolo sono tutti ormai grandi editorialisti, direttori, roba da alto loco. La loro coscienza? Tace, state tranquilli. Qualcuno ha anche l’ardire di risentirsi se tiro fuori la sua storia , addirittura anche l’arroganza di insultare, anche su Twitter. Diceva bene Totò, quando fotografava la figura dell’accattone  cialtrone scriveva “ da i soldi coi interessi, a sera va a cantina, tiene pure a seicento, tre cammere e cucina” e concludeva “ pe fa chillu mestiere nce vò la faccia tuosta”.

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

Roma martedì 10 settembre 2013
Gaetano Immè