Gaetano Immè

Gaetano Immè

giovedì 2 gennaio 2014

-----SENZA FALSITA’,PREGIUDIZI E PRECONCETTI, SAREBBE UN’ITALIA DIVERSA--------------- Prima parte Come nei film gialli , il personaggio che più si dispera per quel morto rinvenuto all’improvviso o ne è l’assassino o uno dei principali indiziati. Lo spettatore , che non conosce la successiva trama del “movie”, segue dunque e partecipa con apprensione al misfatto, seguendo con quel personaggio che si presenta così dispiaciuto, così collaborativo, così disperato per quell’infamia, da carpire la nostra buona fede fino al punto da credere alle bugie che semina per depistare le indagini e per salvarsi. Così come i “vincitori” hanno sempre scritto la “loro” storia imponendo al popolo il “patto dell’oblio” sulla “vera storia”, riempiendo la “ loro storia” con omesse verità o con verità falsificate, così con gli stessi raggiri ai danni del popolo la sinistra comunista ha sempre cercato di mettere il suo timbro sui fatti drammatici accaduti nel nostro Paese. Ma solo su quei fatti che le fossero utili da sfruttare come propaganda, a proprio esclusivo e cinico tornaconto. Il compito dello storico è quello di rivisitare la storia “ raccontata”, perché l’ultima parola non è mai scritta , perché è opera meritoria scoprire , magari celato dietro qualche raggiro o sotto un falso infingimento ,“ di che lagrime grondi e di che sangue” ogni forma di potere: ma il disvelamento di verità scomode non può piacere “al potere” , specie a quello che l’ha edificato, a quello che proprio omettendo, tacendo e mistificando alcune realtà ha raggirato il popolo e su tale raggiro ha edificato il proprio dominio, politico ed economico. Così quando qualcuno si dedica a queste forme di rivisitazioni storiche ecco che viene subito bollato, dagli adoratori del pensiero unico dominante, dai conculcati sudditi di quella genìa di falsificatori, come un bieco ed ignobile “ revisionista”. Come fosse un marchio di infamia. Forse, i poveretti, neanche si rendono conto che proprio quel termine, “ revisionista”, era il marchio di infamia con cui Stalin e le sue purghe comuniste condannavano a morte chi fosse anche solo “ sospettato” di essere un “dissidente” rispetto al loro pensiero comunista imperante. Non c’è piacere personale nel disvelare questi imbrogli, nel far conoscere tutti i raggiri dei quali molti italiani sono state vittime inconsapevoli, nell’ elencare tutte queste mistificazioni della realtà perpetrate da secoli ai danni del popolo italiano da parte di intellettuali, di giornalisti, di artisti, di registi, di scrittori, di storici, tutti, alla fin fine, semplici complici e reggicoda del potere nell’imbrogliare il popolo. Ma lo considero un dovere,un piccolo contributo, millesimale, modesto, ma significativo, per far capire a tutti come sia ormai venuta l’ora di affrontare e risolvere il problema decisivo per il Paese: la fine della eterna guerra civile che divide il Paese, un’ opera culturale che comporta la conoscenza delle verità storiche dissimulate e celate dall’imposizione di un “patto dell’oblio” e di una storia falsata , una loro definitiva accettazione comune, la pubblica confessione delle diverse ed opposte responsabilità e colpe, l’accettazione e la legittimazione democratica di ogni pensiero politico, così da costruire, anche in Italia, una cultura politica che sia rivolta solo al supremo interesse del Paese e non a quello parziale e bottegaio del solo proprio partito. Racconto tre episodi ( uno per volta) paradigmatici per svelare le coordinate precise degli storici raggiri organizzati dalla sinistra comunista italiana. I primi due episodi riguardano il cinico, criminale e spregiudicato uso di atti terroristici nei quali una accorta cabina di regia “comunista – mediatico – giudiziaria “ riuscì ad imporre , sul primo, la famosa “legge dell’oblio” e sul secondo una impressionante catena di “depistaggi”che in qualche modo hanno contribuito a far diluire nella memoria del popolo la gravità di quei tragici fatti di sangue, e che dimostrano come la sinistra abbia saputo “imbrogliare ed imbrigliare” anche la cronaca giudiziaria, grazie alla “organicità” della Magistratura. Il terzo episodio riguarda la storia dell’unità d’Italia, per comprendere come la sua “ oleografica rappresentazione” era organica agli scopi reconditi del Pci. ---------SENZA FALSITA’,PREGIUDIZI E PRECONCETTI, SAREBBE UN’ITALIA DIVERSA----------- Seconda parte -------------------------------------------------------------------------------------- L’USO DEL TERRORISMO IN ITALIA GLI ATTENTATI DEI PALESTINESI IN ITALIA Molti gli attentati terroristici avvenuti nel seconda metà del secolo scorso in Italia su molti dei quali la sinistra comunista mise velocemente il proprio “ marchio di fabbrica” per apparire come il vero difensore di quelle povere vittime, per veicolare così nell’opinione pubblica, disinformata, credulona e conculcata da stampa e media, il messaggio ingannevole della propria estraneità a quel misfatto e sopra tutto per lanciare l’accusa altrove, in campi indefiniti, proprio per sviarla dal proprio entourage. Questo agire deriva al Pci direttamente dall’uso della tribale impiccagione di Mussolini e della Petacci spacciata come un “ proprio credito”e “patente di vincitore” sul nazifascismo, patente che è stata poi utilizzata per scrivere, oltre alla storia passata, anche la storia contemporanea , ma scritta sempre e solo con la propria penna, quella dei “sedicenti vincitori”. Questa forma di mistificazione storica e di cinico “sfruttamento della credulità popolare” è stato attuato dalla sinistra comunista specialmente sugli attentati dove servisse una poderosa opera di depistaggio per sviare ed allontanare da sé stessa il sospetto ed al fine di utilizzarli a proprio favore propagandistico allontanandone sine die la soluzione giudiziaria : Piazza Fontana, Calabresi, Piazzale della Loggia, la stazione di Bologna, Italicus, Ustica, Moro, etc ne sono ancora l’esempio vivente, processi bis, tris, quater etc, processi infiniti ed inutili, incredibilmente ancora in essere dopo quaranta e passa anni dalle tragedie e dopo che la Magistratura, sempre“organica” al pensiero comunista, ha perso tempo, denaro e dignità dietro una serie di teoremi e di supposizioni ideologiche , facendo così di fatto perdere, a quelle immani tragedie umane e sociali , la loro valenza criminale ma usucapendone, di fatto, il valore politico a proprio vantaggio. Ma seguite ora cosa è successo in Italia in un dimenticato 27 dicembre del 1985, una data ed una tragedia che, caso più unico che raro, mai viene ricordata dai comunisti italiani, né festeggiata e per la quale non sono sorte associazioni o fondazioni di sinistra con il compito di “ ricordarla” e per le quali ogni anno fare le dovute pressioni sul Governo per finanziarle con il rituale “ assalto alla diligenza” della Finanziaria. Come mai? Vediamo cosa successe quel giorno. Alle 9 circa del mattino, un commando di quattro terroristi palestinesi viene intercettato all'aeroporto di Fiumicino dagli agenti di sicurezza israeliani che proteggono i banchi accettazione della compagnia aerea israeliana El Al. Sotto i cappotti nascondono i Kalashnikov, nelle tasche e nelle cinture sono dotati di bombe a mano. E' una strage. Nello scontro a fuoco che ne segue muoiono dieci passeggeri ed un'ottantina di feriti, oltre a tre dei quattro terroristi. In quello stesso momento, la stessa scena si ripete all'aeroporto di Vienna dove muoiono quattro passeggeri, mentre i feriti sono 47.E' un attacco simultaneo che in Italia non ha precedenti. Quell'attacco segna un ennesimo, tragico salto di qualità del terrorismo palestinese. Un decennio di sangue, di attentati in Italia e in Europa che ha vissuto una sorta di guerra a bassa intensità. L'obiettivo finale del commando era quello di dirottare gli aerei per farli precipitare su Tel Aviv. Una missione suicida dagli esiti imprevedibili. Quattro le sigle che rivendicano l'operazione: ma i maggiori sospetti si addensano su Al Fatah, Consiglio Rivoluzionario, l'organizzazione guidata da Abu Nidal. Ad Arafat gli estremisti di Al Fatah contestano la linea morbida, la scelta di abbandonare la lotta armata per cercare una soluzione politica all'eterno conflitto con Israele. L'Organizzazione per la Liberazione della Palestina è spaccata in due: da una parte Arafat, dall'altra il Fronte dei dissidenti, ovvero il Fronte del rifiuto. Gli attentati furono eseguiti con l'obiettivo di colpire l'Italia e l'Austria in un momento in cui i negoziati sulla Palestina erano in una fase decisiva. Venivano così colpiti gli artefici principali di questo processo di pace, ovvero il governo austriaco e quello italiano. Paesi che avevano un ruolo importante e che Abu Nidal invece osteggiava: avevano rapporti con l'OLP e con Arafat. Ma in quello stesso anno, pochi lo rammentano, due mesi prima della strage di Fiumicino, un'altra clamorosa azione sconvolse l'Italia. A realizzarla è il Fronte per la liberazione della Palestina, guidato da Abu Abbas. Il 7 ottobre dell''85 un commando sequestra una nave italiana, l'Achille Lauro, con a bordo 107 passeggeri, 320 membri dell'equipaggio. Nel corso del dirottamento i terroristi uccidono Leon Klinghoffer, un pensionato americano di origine ebraica costretto sulla sedia a rotelle, e buttano il corpo in mare. Il governo italiano non ostante il morto, accetta di garantire un salvacondotto ai dirottatori purché lascino la nave Con loro c'è Abu Abbas, anche lui, come Abu Nidal, in contrasto con Arafat . Torno indietro nel tempo, sempre a Roma, ma il 17 dicembre 1973: un commando di sei terroristi palestinesi irrompe nell'aeroporto di Fiumicino. Sembra una prova generale di quello che tornerà a ripetersi dodici anni più tardi. Nella strage muoiono 32 persone. L'allora Ministro degli Esteri Aldo Moro concertò , dopo quella strage, il Lodo Moro, un patto segretissimo tra Italia e OLP concluso nel 1974 su cui nessuno per molti anni saprà nulla. E proprio dal 1974 ebbe inizio la grande avanzata comunista e la sua marcia di avvicinamento all’area del potere, una marcia iniziata nel 1974 e conclusa nel 1976 quando il 7 gennaio il Segretario del Psi De Martino fece cadere il Governo Moro e chiese un nuovo governo con l’appoggio diretto del Pci. Nacque così il 29 luglio del ’76 il “Governo della non sfiducia” presieduto da Andreotti e con la contrattata astensione del Pci che dunque entrava ufficialmente nell’area del potere e del governo. Il suo coinvolgimento e le sue responsabilità sul “Lodo Moro” erano dunque non solo nei fatti ( il Pci aveva contrattato fin nei minimi dettagli la sua “ astensione” sul Governo Andreotti e dunque aveva di fatto condiviso quel Lodo Moro) quanto nella sua politica estera che era, com’è noto, totalmente anti israeliana e filo palestinese. Per un lungo periodo il patto permetterà all'Italia di essere al riparo dal terrorismo medio orientale. Ma l'Italia era diventata così per la resistenza palestinese un tranquillo luogo di transito e una base logistica allo stesso tempo. Il Lodo consentiva alle organizzazioni della resistenza palestinese di poter introdurre e tenere esplosivi, armi e munizioni nel territorio italiano. Ma nell'85, sette anni dopo la morte di Moro, quel patto segreto non aveva più ragione di esistere, ma il Pci tacque su di esso, perché sapeva di esserne direttamente responsabile. Nella lotta interna al movimento palestinese, nello scontro tra i tentativi di negoziato di Arafat e l'oltranzismo militare delle fazioni radicali, sono i paesi più moderati come l'Italia i primi obiettivi da colpire. Finalmente e solo nel 2008, grazie ad una intervista concessa da Francesco Cossiga sul “ Lodo Moro” ad un’emittente israeliana si è saputo su di esso molto di più. Tutti sapevamo che l’Italia era diventava, per i terroristi palestinesi una sorta di porto franco in cui fare confluire armi e uomini che poi sarebbero stati usati in agguati in Israele e in Europa contro lo Stato ebraico. In cambio però avevamo evitato azioni di terrorismo sul nostro territorio. Era già tanto , ma purtroppo non era neanche tutto. E quella intervista Francesco Cossiga svela finalmente un aspetto veramente criminale di quel patto con Arafat: i cittadini italiani di religione ebraica erano da considerarsi esclusi dall’accordo di non aggressione. Ecco perché quel 9 ottobre del 1982 il piccolo Stefano Gaj Tachè perse la vita nell’orrendo attentato dell’OLP davanti alla Sinagoga di Roma, ecco perché la volante della polizia italiana proprio quel giorno era stata fatta allontanare dalla Sinagoga, ecco perché il Governo italiano dell’epoca finse di ignorare che sull’Achille Lauro fosse avvenuto un omicidio ( la Lauro era di bandiera italiana e dunque tutto quel che vi accadeva ricadeva sotto la giurisdizione dell’Italia), perché il morto era un ebreo e dunque escluso dai benefici del Lodo Moro. E questo per volontà dei tre maggiori partiti politici e cioè della Dc, del Pci e del Psi. E non basta ,perché nella strage di Fiumicino del 1987 c'è un altro risvolto inquietante. A rivelarlo, nel suo libro di memorie, "Nome in codice Ulisse", è l'ammiraglio Fulvio Martini, all'epoca capo del Sismi, il nostro Servizio segreto militare: "Fin dal 10 dicembre (1987) il Sismi aveva inviato un messaggio a tutte le autorità, nonché alle forze di polizia, in cui si diceva che, verso la fine del mese, era prevista un'azione terroristica nella capitale. Dopo qualche giorno, grazie ad un'importante soffiata di un servizio arabo amico, inviammo un altro dispaccio più significativo di quello precedente: vi si specificava che l'obiettivo era l'aeroporto di Fiumicino e che l'attacco del commando palestinese era previsto tra il 25 e il 31 dicembre." I servizi segreti italiani sapevano e avevano dato l'allarme. Come mai quell'allarme così preciso, non fu ascoltato? Quali furono le misure di protezione effettivamente adottate a Fiumicino contro un attentato probabile? Nessuna difesa era stata approntata prima dei varchi, il bar dell’ aeroporto era frequentato da centinaia di persone davanti ai banchi TWA e El Al. La protezione totale di quei giorni si limitava ai rituali due agenti di sicurezza ed un carabiniere. Secondo i Magistrati la strage di Fiumicino del dicembre 1987 non poteva essere evitata. Come avrebbe potuto la Magistratura organica del Pci affermare il contrario? Il Pci era il loro partito di riferimento ideologico e dunque il Pci doveva sempre essere salvato, lasciato immune da ogni responsabilità, graziato. Così il 31 marzo del 1992 ( siamo già in Tangentopoli di Mani Pulite, attenzione alle date) il Tribunale di Roma assolse le quattro persone che dovevano garantire la sicurezza dell'aeroporto; tuttavia è un dato di fatto che polizia e carabinieri, a dispetto di informative chiare e precise da parte del Sismi, siano state colte totalmente impreparate. Quelle stragi erano troppo“ scomode” per il Pci: accendere su di esse i fari mediatici avrebbe messo in evidenza l’incoerenza assurda del Pci che si ergeva a difensore dell’ebreo solo quando questo era la vittima del nazifascismo in Italia ed al solo fine di intestarsi la paternità politica di quella apparente difesa. Ma in politica estera lo stesso Pci demonizzava Israele, stava al fianco delle brigate palestinesi prima di Arafat e dopo anche di Al Fatah, era insomma dalla parte di chi invocava la distruzione di Israele. Insomma quelle tragedie dovevano essere dimenticate ed alla svelta, seppellite nell’oblio della memoria. C’era dunque in ballo , in quegli anni, la marcia di avvicinamento del Pci verso il governo o l’area di governo del Paese, non si poteva e non si doveva perdere questa storica occasione . Tutto questo andava seppellito. Ed alla svelta. Nel maggio del 1989 la Cassazione, sempre “organica “ al Pci nelle sue decisioni, confermò , dopo soli quattro anni di processo ( una vera” sveltina giudiziaria” per l’Italia dove un processo penale dura in media dieci anni!), in via definitiva la condanna all'ergastolo per Abu Nidal, riconoscendolo il mandante della strage di Fiumicino. Bisognava trovare un capro espiatorio che facesse presa nell’immaginario collettivo degli italiani, perché bisognava mandare tutto nell’oblio politico. Perché la memoria delle stragi è sempre stato un business ideologico della sinistra e la strage di Fiumicino non si poteva sfruttare ideologicamente a suo favore , perciò non c´era alcun bisogno di ricordarla. E così è stato. ---------------------------------------------------------------------------------------------SENZA FALSITA’,PREGIUDIZI E PRECONCETTI, SAREBBE UN’ITALIA DIVERSA Terza parte IL CASO MORO Se chiedete ad uno di sinistra qualcosa sul caso Moro o se leggete molti dei numerosi libri scritti da persone, intellettuali e ricercatori storici di sinistra sul caso in questione, vi sentite ancora rispondere che fu “ una questione politica interna alla Dc, che riguardò i suoi( di Moro) rapporti con gli Usa e con i suoi Servizi segreti, cioè la Cia”. Ecco, non ostante trentacinque anni passati dal quell’omicidio, non ostante che tutta una serie di indagini , di processi e di documentazioni indichino chiaramente una regia comunista di quel rapimento, la sinistra e l’antica “cabina di regia comunista – mediatico e giudiziaria “ reagiscono pavlovianamente ripetendo, come un mantra e non ostante le verità ormai accertate da sentenze definitive, la consueta interpretazione “ politicamente corretta” del caso Moro e cioè che furono gli Usa ed i loro servizi segreti ad eliminare Aldo Moro che stava accompagnando per mano il Pci direttamente al Governo del Paese con il famoso compromesso storico. Cosa che per gli Usa era, dicono, inammissibile. Sul caso Moro, il limite del ridicolo è stato abbondantemente superato: cinque processi in trentacinque anni, uno nuovo che “forse” verrà incardinato visto che il Magistrato che condusse due dei cinque processi solo oggi ricorda altri particolari sui quali, ovviamente, la Magistratura si getta a capofitto, visto che più si allunga il brodo e meno la gente ci fa caso. Questo Magistrato si chiama Imposimato, appartiene alle così dette “toghe rosse”e segue ora un’altra “pista” che promette di farci sganasciare dalle risate visto l’inizio. Si tratta di questo: un Mr X ha raccontato ad Imposimato che un tale Mr Y , che era presente (per questioni di servizio) la mattina del ritrovamento del cadavere di Moro in Via Caetani, gli avrebbe confidato che sia il Ministro degli Interni Cossiga che il sottosegretario Zanda ( detti anche “ Bibbì e Bibbò” perché sempre insieme nei Governi e dopo anche al Quirinale) erano arrivati sul posto già alle nove di mattina mentre l’annuncio del ritrovamento del cadavere di Moro, com’è noto, fa risalire la scoperta verso le ore 11,30. Per capire come vanno le cose giudiziarie in questo Paese basta ora rivelare che, a seguito di opportune verifiche giudiziarie, si è scoperto che questo Mr X è un mitomane, un bugiardo, un pataccaro, un lestofante e che Mr Y non è mai esistito, che si trattava di una barzelletta, un’ulteriore presa per il sedere. Già, perché sul caso Moro non ci siamo fatti mancare proprio niente per essere sbertucciati davanti a tutto il mondo. Ma “worst border line “ troviamo un noto politico, che la sinistra voleva portare recentemente al Quirinale, tale Romano Prodi, che è arrivato addirittura a superare il record mondiale di panzane giurando , davanti alla apposita Commissione d’inchiesta, di aver saputo che Moro era prigioniero a “ gradoli” dalle anime dei morti, durante una seduta spiritica. E senza che nessun Magistrato pensasse di sbatterlo in galera per l’oscena e ridicola deposizione o che qualcuno chiamasse qualche ospedale per cerebrolesi. La necessità di ostacolare l’intesa fra Dc e Pci era invece a quei tempi una condizione indispensabile per l’Urss e per i Paesi del Patto di Varsavia allo scopo di mantenere il controllo sul maggiore partito comunista europeo e dunque su un territorio, quello italiano, assolutamente strategico in Europa per l’Unione Sovietica. Se gli Usa avessero veramente voluto bloccare quella trattativa politica fra Pci e Dc avrebbero avuto la possibilità di intervenire direttamente sulla classe dirigente democristiana, legata agli Usa da ottimi rapporti, senza dover ricorrere ad azioni terroristiche militari. Sarebbe bastata la via diplomatica agli Usa per ostacolare il compromesso storico. Inoltre c’è da evidenziare che, anche se i pochi soggetti che sono a conoscenza dello scenario internazionale hanno preferito scegliere un “ silenzio tombale” sull’argomento, l’azione militare attuata per Moro era “normale” per l’Urss e per i Partiti comunisti europei, visto che avevano mantenuto in Cecoslovacchia una loro struttura militare segreta, denominata “Volante rossa”, alla quale hanno contribuito tutti gli ex partigiani condannati in Italia per i loro delitti e che il Pci aveva fatto espatriare clandestinamente in Cecoslovacchia per evitar loro il carcere italiano. Si trattava di una struttura militare, sorta dall’humus del “partigiano comunista”, sempre pronta ad operare con azioni militari per influire ad alto livello sul piano politico e militare dove fosse necessario. Era la “Volante rossa” infatti che doveva compiere quel colpo di Stato in Italia nel Febbraio del 1951 e che fu stoppato da Stalin stesso. L’apertura degli archivi di Stato della ex Cecoslovacchia ha consentito la scoperta di documenti e di corrispondenza fra la Cecoslovacchia e l’Italia che hanno consentito tale ricostruzione documentale, oltre alle ripetute ammissioni di un nutrito gruppo di giornalisti e di studiosi italiani che da giovani avevano vissuto quelle esperienze e che poi hanno barattato il loro silenzio con splendide carriere ( cito il solo ma significativo esempio di Sandro Curzi). -----------------------------------------------------------------------------------------------SENZA FALSITA’,PREGIUDIZI E PRECONCETTI, SAREBBE UN’ITALIA DIVERSA Ultima parte ------------L’ABUSO DELLA OLEOGRAFIA PER L’UNITA’ D’ITALIA Quella che ci raccontano e che coinvolge Garibaldi, i Mille, il Regno delle Due Sicilie , Teano, Napoli, i Borboni e “ qui si fa l’Italia o si muore”, quella che ci hanno fatto studiare, quella che hanno fatto studiare ai nostri figli e che continuano a far studiare ai nostri nipoti, quella che leggo ancora oggi nei libri di testo di storia delle Scuole di ogni ordine e grado, quella che Giorgio Napolitano ogni tanto rievoca con la voce commossa ma con l’intento di usare “la sacra unità dell’Italia nata nel risorgimento e redenta dalla resistenza ” come un “ richiamo della foresta” che produca negli ascoltatori un apparente unanimismo sulle sue posizioni , quella che è servita a spendere una vagonata di milioni di Euro per festeggiare follemente il suo 151esimo anniversario , quella che ci commuove al suo solo pensiero, quella di “ fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta , dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa” , quella che viene storpiata, ma con mano sul cuore, come osceno e ipocrita preludio a chissà quale imminente sacrificio per la Patria, dai ricchi calciatori azzurri,è la storia che è stata scritta dai vincitori di quell’unità, dai piemontesi, dai sabaudi. Storia che, ripetuta dal 1860 in poi, è servita a costruire un’iconografia unitaria intorno alla quale per un secolo e mezzo è stata costruita , a pezzi ed a bocconi l’unità del Paese. La prima guerra mondiale prima ed il ventennio del regime fascista , con i suoi nazionalismi esasperati hanno poi fortemente contribuito a rafforzare, sempre nell’immaginario collettivo pungolato peraltro dalla esasperata ideologia patriottica e nazionalista quella storia dell’unità nazionale come una matrice sacralizzata. E il Pci, subito dopo la caduta del nazifascismo, non perse l’occasione che gli veniva offerta e, per assicurarsi il consenso del popolo italiano, affamato, lacero, ignorante, analfabeta e per darsi una apparenza di affidabilità politica, face proprio il mito storico dell’unità d’Italia, ergendosi non solo come profeta di una nuova e più giusta democrazia progressiva, che era stata creata nella Russia del Piccolo Padre Stalin, ma anche ponendosi come “ strenuo difensore” dell’unità dell’Italia e dei suoi valori popolari, sopra tutto della sua unità indivisibile. In verità il mito dell’unità era una diretta conseguenza, anzi un corollario di quell’altro mito che il comunismo riuscì ad imporre al Paese , quello della “repubblica nata dalla resistenza comunista”. Se l’eccidio di Mussolini fu presentato come “ la rivolta popolare” e l’Italia ,secondo i comunisti, era stata liberata dal nazifascismo e dall’occupazione angloamericana dalla resistenza rossa – tutti lo sappiamo che sono delle colossali menzogne – la sacralità dell’unità d’Italia , ora difesa dall’invasione nazista e fascista grazie alla resistenza comunista , diventava un suo diretto corollario. Eccola la legge del presunto vincitore , quella che impone il “Patto dell’oblio” come nell’Atene del V secolo a.c., quella che scrive una storia che soddisfi i propri scopi e che non rispetti, anzi che nasconda la verità. Elementare che l’Italia non si sarebbe mai liberata dal nazifascismo senza le truppe degli alleati ed i loro mezzi militari. Sono solamente ciniche truffe della credulità popolare, oggi lo sappiamo cosa nascondevano quelle propagande comuniste , ma quel mito dell’unità geografica dell’Italia è poi sempre servita al Pci per ergersi contro ogni forma di separatismo che apparisse nel Paese, da quello siciliano fino alla Lega Nord di Bossi. Né l’ideologia comunista poteva ammettere forme di separatismo, visto che il comunismo procedeva all’annessione con invasione militare di svariati Paesi che restavano schiacciati dalla sua monolitica dittatura. Così quella storia dell’unità del Paese, come quello della “ resistenza rossa”, quella vera e propria oleografia adoratrice dello sbarco dei Mille, è stata “sacralizzata” da intellettuali, storici, insegnanti, giornalisti, registi, scrittori, etc per compiacere ad un munifico e ricco Pci , il quale usò tutto questo armamentario menzognero come arma propagandistica, infingarda e abbindolatrice del popolo analfabeta e rozzo ,visto che i comunisti dicevano, sì, di volere l’Italia una ed indivisibile, ma per consegnarla tutta intera, appunto, “presto e subito” alla dittatura di Stalin. Così quei miti sono stati divinizzati, beatificati, festeggiati annualmente con manifestazioni propagandistiche che mi hanno sempre ricordato le “ oceaniche adunate” fasciste , ci sono state costruite sopra Sindacati, partiti politici, associazioni, Comitati, Fondazioni, sontuose carriere giornalistiche, letterarie, politiche, istituzionali, da sottobosco con reato di voto di scambio connaturato, etc che dal 1950 vengono finanziate con i soldi dello Stato per ricordare questi miti, per soffocare con i loro festeggiamenti e le loro ritualità da sepolcri imbiancati anche se ieratici le eventuali voci dissidenti. Il diversivo, il divertimento gratuito ( a spese del contribuente), le oceaniche adunate, ieri nere e fasciste, oggi rosse e comuniste , ieri a Piazza Venezia, oggi a Piazza San Giovanni in Laterano, ieri con sul balcone i Gerarchi fascisti ed il Duce oggi con i nuovi guru della sinistra, ora un attore, ora un calciatore, ora un cantante, ora con un ballerino insomma con chiunque fosse pronto a servire “ quel potere mediatico “ per assicurarsi sontuose e brillanti carriere. La storia è curva di Gauss. Ma, come tutti i miti costruiti su fondamenta fragili o sulle sabbie mobili di falsificazioni e di mistificazioni storiche, basta una loro approfondita verifica storiografica per farli facilmente crollare, franare, come castelli di sabbia. Non pretendo di svelare la verità assoluta, ma solo di proporre una diversa visione dell’unità. E lo faccio con le semplici osservazioni che seguono. L’esercito borbonico nella Sicilia del 1860, secondo fonti dell’esercito italiano, presente sull’isola, fra cavalleria, fanteria ed artiglieria era composto da circa 25.000 uomini. Sull’isola era inoltre presente un forte interesse economico da parte dell’Inghilterra che disponeva anch’essa di un piccolo esercito a protezione dei suoi possedimenti siciliani. Che dunque mille personaggi ,peraltro alcuni anche strambi, capeggiati da un personaggio che definire, militarmente, almeno “anomalo” non credo sia un’esagerazione, abbiano sopraffatto quel potente esercito appare francamente una tesi indifendibile. Che Garibaldi sia stato immediatamente rafforzato da uno stuolo di mafiosi che trasformarono i suoi Mille in un esercito vero e proprio lo certificano oltre a svariati scrittori e cronisti dell’epoca anche atti di una Commissione Parlamentare del 1960. La ricca borghesia siciliana, che usava la mafia come sistema di difesa dalla dilagante malavita e dalle rapine , che le concedeva così una valenza pubblica notevole ( molti autori hanno svelato come ogni ricco proprietario siciliano trovava giusto affidarsi alla mafia perché questo gli consentiva da un lato di evitare assalti banditeschi alle sue proprietà e nel contempo di sopportare, come prezzo di questo antesignano della trattativa Stato – Mafia, anche i ricatti che la mafia stessa esercitava, ma con contenutezza, sugli stessi proprietari), non tardò a vedere nei sabaudi e dunque nello sbarco dei Mille un’occasione irripetibile per ampliare il proprio patrimonio e potere, assecondando quel nuovo regime unitario le cui prospettive future erano indefinitamente maggiori di quanto il regime borbonico potesse ancora concedere loro. Lo stesso ragionamento fu fatto dalla mafia , col risultato che quello sparuto gruppo di Mille, sbarcò senza che le truppe borboniche e quelle inglesi avessero sparato un colpo; che ai Mille si unì un vero e proprio esercito di mafiosi che consentì a Garibaldi non solo di autonominarsi a Salemi il “ Dittatore della Sicilia” ma anche di raggiungere Palermo usando vie d’accesso note solo ai briganti ed ai contrabbandieri. Il tutto senza che fosse sparato un solo colpo. E che lo stesso copione militare si sia poi reiterato sulla lunga strada che portò i garibaldini a Napoli rasenta la pura comicità. Leggo Massimo D’Azeglio, non un leghista del nord, che scrive “quando con mille uomini si è vinta un’armata di 60.000 soldati( si riferiva solo a Napoli) conquistando un Regno di sei milioni di abitanti , florido economicamente da non credere, perdendo solo otto uomini, non posso non pensare che sotto ci sia qualcosa di non ordinario ”. Ecco: per edificare il mito bastava considerare intoccabile la pura “damnatio memoriae” del regime borbonico. Così si è creata una sorta di remora ideologica negli storici che più di tanto non hanno voluto o potuto approfondire la vera storia, le dinamiche, gli aspetti della conquista delle Due Sicilie. Non voglio nemmeno sfiorare la questione , peraltro profondamente vera, dell’Italia meridionale sfruttata,soggiogata e praticamente rapinata , manu militari, dall’Italia del Nord. Che, per esempio, in quegli anni il Pil del Mezzogiorno d’Italia fosse superiore a quello del Nord è fatto ormai pacifico. Come è altrettanto pacifico che in quegli anni quei territori meridionali venivano considerati dal resto del Paese molto negativamente. Nel 1820 lo stesso Metternich aveva affermato”il popolo meridionale è un popolo barbaro, di un’assoluta ignoranza, superstizioso, ardente e passionale come gli africani” . C’era stata, certo la fallita rivoluzione del 1848 e la spietata reazione di Ferdinando II, ma la reputazione demonizzata del Meridione era una realtà. Ed alcuni storici illustri lo certificavano per iscritto. Da Farina ( “una cancrena il Mezzogiorno”) a “ una razza di briganti” di Carlo Nievo. L’aiuto fondamentale dell’area delinquenziale della Sicilia ( in parole povere della mafia ) all’impresa di Garibaldi traspare e viene certificata da numerosi e concordanti scritti . Dal Generale borbonico Pianell Salvatore , al luogotenente borbonico Paolo Ruffo di Castelcicala con scritti militari, da Antonio Recupero (“La Sicilia all’opposizione” 1848 – 74) a Paolo Macrì (“Unità e Mezzogiorno”), da vari scritti del personale dell’ammiragliato inglese alla fonda a Marsala, alle lettere di Ippolito Nievo a quelle di Alessandro Dumas padre fino a Giuseppe Cesare Abba , tutte queste testimonianze rendono la guerra siciliana del 1860 assai poco adatta all’oleografia risorgimentale che le è stata costruita intorno. Quando Garibaldi passa dalla Sicilia alla Calabria – siamo al 19 agosto 1860 – la strada ,per lui, era peraltro già spianata. Spinto da un incredibile realismo e da una preveggenza stupefacente, Francesco II aveva già avviato, da due mesi, una svolta epocale. Non solo aderì pubblicamente alla prospettiva nazionale, non solo arrivò fino a ripristinare la Costituzione del 1848 ( “ in armonia con i principi italiani e nazionali” disse il sovrano)ma introdusse il sistema rappresentativo , concesse la libertà di stampa e anche una amnistia per i detenuti politici. Insomma c’era a Napoli un Re che più che da Re si era già opportunamente travestito da fervido patriota italiano. La letteratura del tempo ci narra di una Napoli dove non si trova quasi più nessuno che non inneggi a Cavour e poi a Garibaldi, in una città dove – come ricorda uno stupefatto Luigi Settembrini – fino al giorno prima erano tutti borbonici, compresi i cani ed i gatti. E così il “ 1860 napoletano” assiste anche alla nomina di Liborio Romano, un ex oppositore, a Prefetto di Polizia. E Don Liborio riunisce i capi della camorra ( “Le memorie napoletane” di Romano Liborio ed anche negli Atti della Commissione parlamentare del 1960 )per costruire con gli uomini di camorra la nuova pubblica sicurezza. E quando Cavour , per stroncare il consenso di Garibaldi, prova ( estate 1860) ad organizzare un colpo di stato filosabaudo,Don Liborio Romano convoca il fiduciario di Garibaldi, Alessandro Dumas padre, e gli consegna le chiavi di Napoli.

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