Gaetano Immè

Gaetano Immè

martedì 29 aprile 2014

------UNO STRANO CONNUBIO TRA MAGISTRATURA POLITICIZZATA E MAFIA ------------ C’è uno strano tempismo , una sospettosa “consecutio temporum “ nel rapporto fra la Magistratura italiana e la mafia: solo studiando la storia dell’Italia ci si rende conto di come per un lunghissimo periodo storico ( identificabile con la Prima Repubblica) la Magistratura italiana abbia avuto nei confronti del fenomeno mafioso un atteggiamento più che prudente, quasi distratto. Non si hanno notizie di grosse inchieste sulla mafia, né sugli accordi o sugli intrecci fra mafia, politica ed industria che pure dominavano la Sicilia praticamente ininterrottamente dal 1948 fino a Dicembre del 1987, praticamente per quaranta anni. C’era stato, certo, Carlo Alberto Dalla Chiesa, che era tornato in Sicilia nel 1966 , al comando della legione carabinieri di Palermo, dove resterà fino al 1973 . Iniziò particolari indagini per contrastare Cosa Nostra , ma nulla di importante. Nel 1968 ci fu il terremoto del Belice, nel 1969 riesplose , con la strage di Viale Lazio e con la morte del boss Michele Cavataio. Nel 1970 svolse indagini sulla misteriosa scomparsa del giornalista Mauro De Mauro ( che aveva promesso al regista Francesco Rosi “materiale scottante” sul caso Mattei) , nel 1970 la mafia freddò il suo collaboratore Boris Giuliano , nel 1971 prova ad indagare sulla morte del procuratore Pietro Scaglione.. Certo, il futuro Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa capisce la situazione che andava configurandosi nella mafia siciliana , con scontri violenti per giungere al potere tra elementi mafiosi di una nuova generazione, pronti a lasciare sulla strada cadaveri eccellenti. Ma fino al 1974, quando Dalla Chiesa lasciò la Sicilia, non vi furono grossi risultati giudiziari contro la mafia, se non il solo dossier dei 114 ( del 1974) in seguito al quale scattarono decine di arresti dei boss e del confino ( nelle isole di Linosa, Asinara, Lampedusa) Null’altro, fino a quando Carlo Alberto Dalla Chiesa lasciò, nel 1973, la Sicilia. Non molto. Eppure la Magistratura nata dalla Costituzione era “campo di raccolta” del Pci che aveva anche espresso un Ministro di Grazia e Giustizia come Palmiro Togliatti. Capisco come il perpetuare l’agiografia dell’Unità d’Italia omettendo di rilevare il ruolo decisivo svolto dalla mafia e dalla camorra in quelle vicende servisse al Pci come una sorta di onorificenza “ante litteram” contro il regime fascista per opporre a quel “ nazionalismo rigido ed esasperato” il disegno transnazionale e trans europeo dell’impero comunista . E la Magistratura , nata “organica” al Pci come “organici” al Pci furono una serie di intellettuali, dipendeva dal Pci e dalle sue volontà. E siccome il Pci eseguiva i voleri del Pcus di Stalin – il quale finanziava il Pci ma a condizione di avere in Italia una sua “ credibile e presentabile quinta colonna” che potesse servire per una eventuale conquista del potere per via democratica in Italia, nel caso fosse stato impossibile invadere l’Italia con le truppe del Patto di Varsavia – la Magistratura si adeguava agli equilibri ed ai compromessi interni che la guerra fredda imponeva all’Italia. Già negli anni dell’immediato dopo guerra , appena varata la Costituzione, la sinistra italiana “usò” la mafia più come “ arma di propaganda “ che come cancro da estirpare. Nel film classico della propaganda comunista , “In nome della legge” di Germi del ’49 ,viene rappresentata infatti la vittoria della “nuova magistratura”( quella che avrebbe dovuto portare in Italia il verbo comunista che aveva già debellato, in Russia, la speculazione dell’uomo sull’uomo”, rappresentata dal Magistrato Guido Schiavi che viene accolto a Capodarso, in Sicilia, con un misto di ossequio e di dissuasione intimidatoria ) sulla mafia del massaro Turi Passalacqua, che alla fine accetta di porre le sue usanze sotto la spada della Legge rappresentata da Schiavi, ma non la disfatta della mafia, anzi, omaggiata da Germi di un peloso rispetto che fa dire allo stesso Schiavi , rivolto al massaro mafioso “ tu che a tuo modo sei un saggio”. Eppure la strage di Portella della Ginestra era avvenuta 1 maggio del 47, il Movimento Indipendentista siciliano, col suo esercito di volontari capeggiato dal bandito Giuliano era stato praticamente concesso alla mafia come ricompensa per aver reso possibile ed aver agevolato lo sbarco degli alleati angloamericani in Sicilia, di lì a poco tempo la mafia avrebbe concordato con l’Italia un ulteriore patto ( ancora un accordo dunque, con la mafia, non una sua eliminazione, ma una sua affermazione) per eliminare nel 1950 sia il bandito Giuliano che, nel 1954, anche il suo sedicente assassino Gaspare Pisciotta. Erano, quelli, gli anni in cui il Pci e la “ nuova Magistratura” obbedivano, come premettevo, ciecamente agli ordini di Stalin, il cui regime elargiva certo generosi ed illeciti finanziamenti, ma a condizione di avere, in Italia, una sua “ quinta colonna credibile a presentabile nell’Occidente” per poter conquistare l’ Italia anche con il voto , qualora l’invasione dell’Italia da parte delle truppe del Patto di Varsavia non fosse andata in porto. Fu Stalin in persona a bloccare il progettato “putsch” organizzato contro l’Italia dai fuoriusciti del Pci in Cecoslovacchia e dai servizi segreti comunisti di quel Paese per il febbraio del 1951, proprio per questo scopo. Eppure non mancavano le dissonanze all’atteggiamento comunista piuttosto e stranamente “distratto” nei riguardi della Magistratura e della mafia. A nulla servì la lezione di Orson Welles del 1962 (“ Il Processo” di Kafka) , la terrificante preveggenza di Dino Risi col suo “In nome del popolo italiano” del 1971( dove tracciò la tragica figura del Giudice Bonifazi che “ stufo di dover rispettare le leggi che proteggono una società che mi fa schifo” distrugge le prove dell’innocenza di Santenocito e lo condanna sapendolo innocente), il l film-denuncia di Nanni Loy, “ Un detenuto in attesa di giudizio” del 1971 ( una sorta di incubo kafkiano calato nella realtà italiana, tratto da uno scritto di Lelio Luttazzi, che denunciava senza mezzi termini l'arretratezza e la drammatica inadeguatezza dei sistemi giudiziario e carcerario italiani) né tanto meno i tanti film che fra il 1948 ed il 1990 circa hanno rappresentato i guasti della mafia senza che la Magistratura italiana mutasse radicalmente il proprio cauto e sonnolento atteggiamento nei suoi confronti ( elenco lunghissimo, ma basta ricordare “L’onorata società” del 1961, “Salvatore Giuliano” ed “ Il mafioso”, sempre del ’61, “Le mani sulla città” del ’63, “ A ciascuno il suo” del ’66, “Il giorno della civetta” del ’67,ecc.) Ma non era solo il cinema o il teatro a denunciare i guasti mafiosi ad una sinistra politica e giudiziaria del tutto allineata ed obbediente ai voleri del regime comunista , c’era anche la cronaca che cercava di dare una scossa al torpore della sinistra nei confronti della mafia. Il 12 ottobre del 1957 nell’Hotel Delle Palme di Palermo si riunirono i capi delle più potenti famiglie mafiose siciliane ed italoamericane, Lucky Luciano e Tommaso Buscetta compresi, la strage di sette carabinieri a Ciaculli, nel 1963, il 1 marzo del ’79 l’omicidio del segretario della Dc Michele Reina, il competitore di Don Vito Ciancimino a Palermo, a luglio sempre del ’79 fu ucciso anche il capo della squadra mobile di Palermo, Boris Giuliano, a settembre del ’79 fu la volta di Cesare Terranova, capo Ufficio Istruzione del Tribunale. Anche l’irruzione sulla scena criminale italiana delle Brigate Rosse verso la fine degli anni settanta parve solo sfiorare la Sicilia. Il compito storico della Brigate Rosse fu quello di scardinare l’accordo fra la Dc ed il Pci , scongiurare l’evoluzione del Pci da “ partito di lotta” a “ partito di Governo”, operazione politica che era invisa a Mosca . Il regime staliniano richiamò all’ordine ed all’obbedienza il Pci di Berlinguer uccidendo Moro, perché costrinse di fatto Berlinguer a declinare immediatamente il compromesso storico - dietro l’alibi che la morte di Moro lo aveva privato dell’interlocutore necessario - così rassicurando Mosca sul ruolo che il Pci avrebbe continuato a tenere in Italia: come pretendeva Stalin, mai un Pci “ compromesso” con la Dc e con il potere, ma un partito di opposizione con la credibilità ed il consenso per poter aspirare alla guida del Paese con le sue sole gambe. Ma la domanda sorge spontanea: perché mai le Brigate Rosse risparmiarono la Sicilia? E come mai proprio mentre in Italia impazzava il terrorismo rosso , negli stessi anni il terrorismo mafioso seminava a più non posso morte fra le istituzioni che si schieravano contro la mafia? Questa strana “ comunanza “ degli obbiettivi ( le istituzioni sia politiche che giudiziarie) fra Brigate Rosse in Italia e mafia in Sicilia potrebbe nascondere qualche comune interesse, consapevole o inconsapevole, fra le due organizzazioni criminali ? Come mai questa “ comunanza di obbiettivi di guerra “ fra due così opposte fazioni? Quella siciliana, la mafia, che rappresentava il conservatorismo atlantico ed ecclesiale e le Brigate Rosse che rappresentavano invece le mire del Patto di Varsavia? Come mai la mafia non si tramutò in Gladio Bianca e come mai le Brigate Rosse non le si scagliarono contro? Certo, il regime di forzata convivenza che il Trattato di Pace di Parigi del 1947 e le forze angloamericane avevano praticamente imposto fin dai tempi dello sbarco in Sicilia ormai soffocava , stava stretto ad una larga parte della Dc. Questi segnali di insofferenza, questa intenzione di volersi anche se gradatamente sganciare da quel patto di convivenza furono i segnali che portano la mafia a freddare gli uomini della Dc siciliana. Erano un avvertimento, mafioso, di quello che sarebbe successo se la Dc avesse deciso di perseguire nell’intenzione di recidere il legame con la mafia. A loro volta le Brigate Rosse svolsero il loro lavoro, quello per il quale furono organizzate ed istruite: una volta tolti di mezzo, arrestati ( o fatti appositamente arrestare?) Curcio e Franceschini, i due rivoluzionari da salotto, i due “ Che Guevara all’amatriciana” e con l’arrivo di Mario Moretti, le “ nuove Brigate Rosse” realizzano il loro vero compito: bloccare ogni progresso democratico e civile in Italia, lasciare che il Paese piombasse e sprofondasse sempre di più nel caos , costringere il Pci e Berlinguer a rifiutare ogni accordo con la Dc come fosse una contaminazione, per presentarlo come il partito immune, incorrotto, che si rifiuta di condividere il “potere perverso” che la Dc gli vorrebbe far condividere per corromperlo e distruggerlo. Berlinguer obbedisce ai comandi delle Brigate Rosse , anche se tardivamente: dapprima accetta la proposta di Moro per il compromesso ma, solo dopo l’uccisione di Moro , dietro il falso alibi di “aver perso l’unico credibile interlocutore nella Dc”, Berlinguer si inchina ai voleri delle Brigate Rosse e di Mosca, ritira il Pci dal compromesso, rifiuta di mettersi in gioco nel governare il Paese e riposiziona, come vuole Mosca, il Pci alla più comoda e facile opposizione , per recuperare i perduti consensi e per continuare a ricevere i generosi ed illeciti finanziamenti da Mosca. Nasce così la fantomatica “ via europea al socialismo reale” che Berlinguer declamerà per cercare di convincere gli italiani di non essere più solo un partito al servizio dei russi, ma un partito indipendente ma fedele a Mosca. Dunque le Brigate Rosse avevano svolto solo una prima parte del compito, quella di massacrare la Dc , a completare l’opera ci avrebbe pensato poi Berlinguer: rendere l’Italia un Paese sempre in guerra fra i due blocchi, dilaniato da un’eterna guerra civile, sapendo che quanto maggiore fosse stato il caos politico e civile tanto maggiore sarebbe stato l’appeal del Pci che Berlinguer aveva , proprio per questo scopo, presentato come “ il partito dei diversi antropologicamente “, come il partito degli onesti e degli incorrotti, la famosa questione morale che è servita a Berlinguer per completare l’opera delle Brigate Rosse: bloccare e rendere ancor più drammatica la situazione civile e politica dell’Italia per sollecitare la richiesta popolare di un cambiamento che avrebbe consegnato il consenso politico ed il potere al Pci. Insomma, era la realizzazione del “ tanto peggio, tanto meglio” cdi togliattiana memoria, ma rapportato alla fine degli anni ottanta. Altro che “ terza via al socialismo”! Era una completa genuflessione a Mosca , mascherata con abiti posticci. Dunque vi era una comunanza di interessi e di obbiettivi fra la mafia, le Brigate Rosse ed il Pci berlingueriano : era la pretesa di imporre ancora, con la violenza e con il terrorismo, la propria egemonia su un’Italia che, per entrambe le parti doveva continuare ad essere quello che era sempre stata: una terra da colonizzare ( dagli angloamericani per la mafia), una terra da conquistare al Paradiso comunista ( per le Brigate Rosse e per il Pci di Berlinguer). Se consideriamo che nel 1988, mentre stava praticamente venendo giù il regime sovietico, dopo tutta la lunga stagione del terrorismo rosso e del terrorismo da mattanza siciliano, che solo nel 1988 si assistette ad un evento storico, il primo per la Sicilia: la condanna all’ergastolo comminata dalla Corte d’Assise di Palermo il 16 dicembre del 1987 ai diciannove “ uomini d’onore”, ai dominatori della Sicilia, ad iniziare dal “ capo dei capi”, da Totò Riina, si capisce meglio come la fine della impunità del Trattato di Pace di Parigi del 1947 sia stato rispettato ossequiosamente dalla Magistratura e dal Pci fino al crollo del Muro di Berlino. E allora , come mai la Magistratura non dava segni di vita? Ma voi, segnatevi i nomi di quei Magistrati: Chinnici, Guarnotta, Caponnetto, Di Lello, Falcone e Borsellino e, sopra tutto, non date retta ai partiti politici che , solo dall’attimo dopo che furono trucidati, da cadaveri, li annovera fra i propri fedeli. Con l’assenza di iniziative di contrasto contro la mafia, la mattanza , in Sicilia, si intensifica. Il 6 gennaio ’80 tocca a Piersanti Mattarella, Dc, il capitano dei carabinieri Emanuele Basile, il procuratore capo di Palermo Gaetano Costa, il 30 aprile del ’82 tocca a Pio La Torre, del Pci, poi al Commissario di polizia Ninni Cassarà, poi il capitano Mario D’Aleo. La mattanza raggiunse il suo apice a settembre del 1982 con l’assassinio del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, con l’eliminazione del magistrato Ciaccio Montalto, Procuratore capo di Trapani ucciso il 25 gennaio 1983, il 29 luglio del 1983 tocca a Rocco Chinnici , il Procuratore di Palermo. Una sequela impressionante di delitti eccellenti firmati dalla mafia. La mafia spadroneggiava ormai in Sicilia, uccideva uomini di legge e politici, attaccava le istituzioni, arrivava a ridicolizzarle, come nel caso del Generale Dalla Chiesa, ma la sinistra politica italiana pareva indifferente. Che fosse “indifferenza” o che fosse “ calcolo”, un agghiacciante e crudele calcolo strategico della sinistra lo testimonieranno i fatti concreti che si succederanno. Quando poi nell’ambito della guerra non convenzionale, nella guerra fredda, il Pci si presentava come un possibile partito di governo e di lotta nel Paese, in realtà ben sappiamo come ordisse la conquista dell’Italia da parte della Russia comunista mentre, in Sicilia e specialmente in Sicilia, mafia, chiesa, post fascismo ed atlantismo crearono l’humus per la Gladio bianca, una struttura pronta a rintuzzare ogni possibile attacco da parte dei comunisti. Gladio bianca in Sicilia, come Gladio Rossa in Emilia Romagna, Liguria, Toscana, ecc. ed in Cecoslovacchia. Era la guerra fredda e tutti sapevano, tutti. Quando implose il regime sovietico e gli equilibri geopolitici anche interni saltarono, accadde la svolta. La Dc sbagliò ad illudersi che anche la classe dirigente del Pci ( a partire da Giorgio Napolitano e da Occhetto) tirasse un sospiro di sollievo , che anche il Pci non vedesse l’ora di sotterrare per sempre e definitivamente l’ascia di guerra e di procedere ormai tutti insieme verso la ormai fatale e necessaria pacificazione nazionale. Mai errore fu più fatale per il Paese! Senza più finanziamenti sovietici, senza più la protezione politica, militare ed economica di quella enorme potenza , senza più una ideologia valida , senza ormai un progetto politico che legittimasse la sua presenza nel panorama politico italiano, ormai da tempo emarginato dalla politica di Craxi , il Pci e la sua classe dirigente reagì, al contrario della Dc impregnata di cattolicesimo, come un bestia ferita, con cieco furore, come ferito a morte. Sbagliarono sopra tutto Cossiga, allora Capo dello Stato ed Andreotti, come Presidente del Consiglio. Il primo da Edimburgo ( era il 27 ottobre del 1990) rivendicò con orgoglio la Gladio bianca ritenendo che ormai fosse arrivato il momento di scoprire tutti le proprie carte per una pacificazione nazionale. Ma sbagliava, Cossiga, e sbagliò colpevolmente, ancora di più colpevolmente in quanto aveva già assaggiato l’antipasto dell’atteggiamento che avrebbe assunto il Pci, lui, che aveva provocato a bella posta quella famosa “ bella mangiata di pesce” in compagnia di Sogno Edgardo e di Violante , destinata a metter giù e scoprire le carte . Ma Violante – e la cosa non gli rende certo merito – il pesce lo mangiò, ma si rifiutò di stringere la mano di Edgardo Sogno. Così, nel precipitare degli eventi a cavallo del crollo del Muro, la Magistratura militante riuscì a trovare il punto di equilibrio con la mafia. Cominciamo da Roma. Il Pci, ormai privo dei finanziamenti sovietici e dovendosi anche privare di quelli delle tangenti di Mani Pulite, era sull’orlo della bancarotta e del lastrico. Tanto che nel 1994, non appena rinunciato alla sua parte delle tangenti craxiane, dovette licenziare migliaia di dipendenti e vendere la storica sede di Botteghe Oscure. Il Pci, la “ quinta colonna “ del Pcus, senza più il referente ed il potente sponsor sovietico non serviva più per una conquista democratica del potere in Italia. Praticamente il Pci non aveva ormai alcuna ragione di vita. Così il Pci comprese che avrebbe dovuto tramutarsi in una “ cosa diversa da quella che era”, non più nel partito politico italiano agli ordini di Mosca, non più la “ quinta colonna italiana” del Pcus da utilizzare per la conquista del potere in Italia per via democratica, ma nel partito politico al servizio, ora, della Magistratura politicizzata aderente a Magistratura Democratica , la fazione più di sinistra della Magistratura italiana che, nel frattempo, grazie alla complicità dello stesso Pci e di Giorgio Napolitano aveva tracimato i suoi limiti costituzionali imponendo col ricatto la modificazione dell’articolo 68 della Costituzione e la sua supremazia sulla politica e sulla sovranità popolare. Così, con “ Mani Pulite”, nata dalle delazioni del Pci, quella Magistratura di sinistra aveva fucilato tutta la classe politica, meno che il Pci. In Sicilia, dopo la sentenza del 1987 la mafia capì che il “vecchio potere” della Dc stava crollando, né poteva trovare una sponda , ormai, negli angloamericani perché il crollo del regime sovietico aveva di fatto spento la guerra fredda e tutta la geopolitica che le girava attorno. E dunque nessun aiuto dalla Gladio Bianca, nessuna necessità di assicurare un ostacolo contro l’eventuale vittoria od invasione dei comunisti e la mafia capì che era il momento di alzare la voce per farsi rispettare e dunque di sparare. Se la Magistratura si permetteva di condannare , per la prima volta dal 1945, i diciannove “ uomini d’onore”, voleva significare che la Dc ormai non dava più alcun sostegno. Così la mafia uccise gli uomini Dc ( Salvo Lima) , uccise i Magistrati che ormai s’accanivano contro ( Falcone, Borsellino, ecc. ) seminò il terrore contro il Governo con la stagione degli attentati proprio come una bestia ferita si rivolta contro chi la minaccia. E quando Violante s’insediò alla Presidenza della Commissione Parlamentare Antimafia, il 28 giugno del 1992 ( restò in carica fino al 10 maggio 1994) e non appena Giancarlo Caselli divenne ( 15 gennaio 1993 fino al 1999) Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, la mafia ( Buscetta, Badalamenti, ecc.) concesse al Pci di mettere sotto processo Andreotti e la Dc , ormai un rottame, a Palermo per associazione a delinquere. Seguirono i vari processi a Mannino, a Mori, a Contrada, a Cuffaro, a Lombardo , ecc., e, sopra tutto, l’inchiesta sulla trattativa fra Stato e Mafia. Anche questa fu una trattativa fra la mafia ed il Pci? Certo che lo fu: la mafia aveva consegnato alla Magistratura di sinistra tutto il potere politico impersonificato dal pentapartito e dalla Dc , la mafia non uccideva più i pentiti che svelavano trame fra mafia e Dc né ne minacciava i parenti, la mafia collaborava di fatto con la Magistratura di sinistra, le aveva messo in mano Buscetta, Ciancimino, Spatuzza, ecc. Era nato un nuovo equilibrio: la mafia e la Magistratura di sinistra avevano perfezionato un accordo. La mafia aveva rinunciato alla sua originaria missione di nemica del comunismo , aveva regalato alla Magistratura di sinistra i pentiti, voleva essere lasciata in pace. Ma due elementi fanno traballare questi nuovi equilibri fra la mafia e la Magistratura di sinistra. Il primo era Giovanni Falcone, nonché, a ruota, Paolo Borsellino. Entrambi i magistrati erano assertori delle verità svelate dal Generale Mori e da De Donno nel dossier “ mafia ed appalti”, di cui appresso, il secondo era proprio il Generale Mario Mori. Falcone nel 1991 viene chiamato da Claudio Martelli al Ministero di Grazia e Giustizia ed iniziò a collaborare con il governo , ma già dal maggio del 1990 era attaccato dalla Magistratura di sinistra e dalla sinistra stessa. Nel settembre 1991 Cuffaro intervenne a una puntata della trasmissione televisiva Samarcanda, di Michele Santoro. Cuffaro si scagliò con veemenza contro la trasmissione (tra i cui ospiti era presente Falcone), sostenendo come le iniziative portate avanti da un certo tipo di "giornalismo mafioso" fossero degne dell'attività mafiosa vera e propria, tanto criticata e comunque lesive della dignità della Sicilia. Cuffaro parlò di certa magistratura "che mette a repentaglio e delegittima la classe dirigente siciliana", con chiaro riferimento a Mannino, in quel momento uno dei politici più influenti della Dc. In un'intervista del 2008 al Corriere della Sera il presidente emerito Francesco Cossiga ha imputato al Csm grosse responsabilità riguardo alla morte del Giudice Falcone, ha infatti affermato : "i primi mafiosi stanno al CSM. [Sta scherzando?] Come no? Sono loro che hanno ammazzato Giovanni Falcone negandogli la Direzione Nazionale Antimafia e prima sottoponendolo a un interrogatorio. Quel giorno lui uscì dal CSM e venne da me piangendo. Voleva andar via. Ero stato io a imporre a Claudio Martelli di prenderlo al Ministero della Giustizia. La polemica sancì la rottura del fronte antimafia e da allora in poi Cosa Nostra si avvantaggerà della insofferenza della magistratura e della politica di sinistra nei confronti di Falcone e Borsellino , tensione che avvelenò sempre più il clima attorno ai due ,isolandoli. Pochi sanno , ma appena tre giorni dopo la morte di Giovanni Falcone, il quotidiano moscovita La Nuova Isvestia pubblicò una notizia che in Italia passò, guarda caso, quasi inosservata. Era il 26 maggio 1992. Il giornale rivelò che tra la fine di maggio e i primi di giugno di quell’anno , Falcone sarebbe dovuto “tornare a Mosca” per approfondire le indagini sul trasferimento all'estero dei soldi del Pcus”. La pista dell’”oro di Mosca” nel corso del tempo è stata battuta e poi abbandonata, ma ancora oggi resta fra le più misteriose. Potrebbe essere la possibile causa della morte di Falcone. Se tra la mafia e il Pci era stato trovato un punto di equilibrio , se la mafia aveva regalato alla Magistratura di sinistra tutti i pentiti , se la Magistratura di sinistra , grazie a questi aiuti della mafia, aveva sgombrato il campo politico da ogni competitore, perché non indagare ancora? Secondo la Nuova Isvestia , il magistrato (in quel momento direttore generale degli affari penali del ministero della Giustizia) sarebbe stato incaricato di coordinare le indagini su un colossale riciclaggio dei fondi del Pcus in Italia, "su invito dell' ex presidente della Repubblica italiana, Francesco Cossiga". Il magistrato ucciso, scriveva ancora il giornale russo, "lavorava in coordinazione con la brigata speciale che si occupa della medesima indagine a Mosca". L'Italia, per la Nuova Isvestia, "faceva parte del ristretto numero di Paesi in cui i soldi del disciolto Pcus e dello Stato sovietico scorrevano a fiumi: solo negli anni Settanta, 6 milioni di dollari erano stati trasferiti annualmente dal Politburo come aiuto fraterno". “Non è escluso che i fondi del partito e dello Stato (russi, ndr) siano stati pompati in strutture occulte italiane per altre strade: attraverso Paesi terzi, sotto forma di tangenti per contratti svantaggiosi, e come profitti derivanti dal traffico illegale di oro e di altri preziosi... L'Italia non veniva scelta a caso per gli investimenti del partito. Le strutture della mafia molto sviluppate, la posizione di forza dei comunisti locali, i solidi contatti stabiliti da tempo, tutto ciò prometteva grandi profitti agli investitori del Pcus". Per questo, quando scoppiò la bomba di Capaci, il primo procuratore generale della Federazione russa Valentin Stepankov si era incontrato già due volte con Falcone: una in Russia, l’altra a Roma, alla fine del 1991. E un terzo incontro era stato appena concordato. E il procuratore generale russo, oggi divenuto avvocato, ha raccontato di avere consegnato a Falcone una notevolissima quantità di documenti, tutti prelevati dagli archivi segreti del Pcus. Dove sono? Il giornale concludeva adombrando l'ipotesi che gli inquirenti russi nel 1992 sospettassero che i miliardi trafugati dal Pcus in Italia potessero essere stati riciclati non solo in imprese legali, ma anche e soprattutto attraverso canali mafiosi. Falcone , Borsellino e Cossiga, purtroppo, non possono più rispondere a nessuna domanda. Stepankov, forse, potrebbe. .Ma la Magistratura italiana non ha proseguito l’inchiesta. Come mai? Il secondo era il Generale Mario Mori. Era arrivato in Sicilia alla fine del 1986, già tremava la terra per quel che stava accadendo a Mosca, ma chi lo avrebbe mai potuto pensare! Il colonnello Mario Mori , scuola Dalla Chiesa, capì che la mafia andava combattuta scoprendo i suoi interessi, non solo militarmente, ma da un punto di vista strutturale . Il colonnello Mori , caso strano, non riscosse un grosso successo con molti Magistrati palermitani. Racconta spesso nelle sue memorie come molti di loro , non appena li intravedevano sull’uscio dell’ufficio, s’affrettassero a rigirare le carte. Insomma i Magistrati palermitani tenevano con colonnello Mori e con i suoi uomini un comportamento quanto meno imbarazzante. Cominciamo a chiederci perché oltre che a prenderne atto. Sodalizio formidabile, invece, si instaurò con Falcone ed anche con Borsellino. E da quel sodalizio professionale nacque l’idea: penetrare la mafia scovando nel vasto mare degli “ appalti pubblici”. Occorreva studiarlo e colpirlo, quel nemico, nei suoi interessi strategici, legati sempre e comunque al fattore economico ma che facevano anche venire alla luce i rapporti di natura illecita tra mafia e politica, tra mondo imprenditoriale , mondo politico e mondo mafioso. Era una intreccio delicatissimo e segretissimo del quale troppi traevano consenso o vantaggio politico nel denunciarlo ( cosa fine a se stessa) ma senza minimamente preoccuparsi di investigarlo. Nacque così l’inchiesta su “ mafia ed appalti”, curata dal Colonnello Mori e dal tenete De Donno. Come spesso accade, fu un evento a scatenare il tutto: l’omicidio, il 13 maggio del 1988, di Barbaro La Berbera, a Baucina, ritenuto nell’immediato un boss di terza fila ma, scavando nelle sue molteplici attività, si intravide una realtà molto più complessa. Dopo quasi un anno di ricerche e di indagini Mori e De Donno consegnarono a Falcone un rapporto ( detto proprio” Mafia ed Appalti”) di circa mille pagine nelle quali venivano ricostruite le vie note ed ignote ed i legami noti ed ignoti del potere economico, finanziario ed anche politico di Cosa Nostra. Quel rapporto faceva luce anche su fatti antichi di mafia, perché contenevano anche la storia del sempre presente Don Vito Guerrasi, l’influente Avvocato siciliano che aveva addirittura collaborato col Generale Castellano nella firma dell’armistizio di Cassibile “ per conto della mafia”. I Carabinieri consegnarono il dossier a Falcone e Borsellino verso giugno del 1989 ed i due Magistrati lo definirono “ prezioso”. C’era scritti nomi, cognomi, fatti, prove, verifiche e quanto altro servisse per mettere sotto accusa imprenditori, politici e mafiosi. Ma il resto della Procura di Palermo era contraria a quel dossier. Così, approfittando dell’isolamento nel quale la sinistra politica e giudiziaria avevano relegato sia Falcone che Borsellino, la Procura di Palermo nel Luglio del 1991, dopo più di un anno di indagini, dunque, emise solo cinque provvedimenti di arresto, tutti e cinque per pesci piccoli. Ma accadde anche di peggio in quella Procura, un vero e proprio colpo di grazia contro quel dossier. Accadde che quella Procura invece di consegnare agli Avvocati degli indagati gli “ stralci” riguardanti la posizione dei loro assistiti – come avrebbe dovuto fare – consegnò loro l’intero dossier. Così tutti seppero dove erano arrivati, quali prove avevano, quali persone erano implicate, ecc. La Magistratura di sinistra salvò la mafia e la sua organizzazione, era il corrispettivo della consegna dei pentiti, era la prova dell’accordo fra Mafia e Magistratura. Falcone e Borsellino sono stati trucidati per questi due motivi, non per altri. Oro di Mosca e dossier Mafia ed appalti. Se si pensa che il Generale Mario Mori è ancora sotto processo mentre i mafiosi sono invece liberi , ricchi, potenti ed impuniti, la situazione appare più chiara. Nelle mani di chi è sia l’inchiesta su Falcone che i processi su Mori? Sempre della Magistratura di sinistra. Il cerchio è chiuso.

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